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Suddivisioni territoriali del Friuli

    Le suddivisioni territoriali

    Le regioni naturali

    Come abbiamo già visto nel primo capitolo, la regione Friuli-Venezia Giulia ha un significato puramente politico-amministrativo, poiché non coincide con nessuna regione naturale o storica, ma è costituita dalla regione storica e tradizionale del Friuli e dall’estremo lembo occidentale della Venezia Giulia prebellica. Le varietà geomorfologiche, climatiche ed idrografiche ci permettono però di riconoscere nella nuova regione amministrativa alcune sottoregioni naturali, con una propria particolare fisionomia geografica, che coincidono talvolta con regioni storiche o tradizionali o con regioni economiche unitarie, con particolari forme di insediamento umano.

    Seguendo le tracce di Olinto Marinelli, si possono distinguere sette fonda-mentali sottoregioni naturali, e precisamente tre nella zona montana (alpina interna, alpina esterna e prealpina), due nella zona collinare (subalpina e carsica) e tre nella zona di pianura (alta pianura, bassa pianura e fascia lagunare). Nel Territorio di Trieste compare poi anche un lembo della cosiddetta «Istria gialla», per la natura marnoso-arenacea dei suoi terreni collinari.

    La regione alpina interna comprende tutto il settore delle Alpi Carniche, dallo spartiacque ponto-adriatico alle vallate del Tagliamento e del Fella. Rispetto alla regione alpina esterna presenta terreni geologicamente più antichi, altitudini medie più elevate, morfologia meno aspra, clima più continentale e meno piovoso. Corrisponde a grandi linee con la regione storica e tradizionale della Carnia.

    Le sottoregioni naturali.

    La regione alpina esterna comprende invece la massa principale delle Prealpi Carniche e le Alpi Giulie Occidentali, costituite dalle aspre catene calcareo-dolomitiche, esposte ai flussi ciclonici di aria calda ed umida marittima, che determinano intense precipitazioni autunnali e primaverili.

    La regione prealpina vera e propria è invece molto più ristretta e comprende gli ellissoidi cretacei che si allineano a sud della faglia periadriatica, dall’altipiano del Cansiglio al Monte Mataiùr, includendo quindi il settore più meridionale delle Prealpi Carniche e quello centrale delle Prealpi Giulie. E caratterizzata da altipiani più o meno cupoliformi, molto piovosi, ma poveri d’acqua, a causa della permeabilità dei terreni.

    La regione subalpina è costituita dalle dolci colline marnoso-arenacee che orlano le Prealpi Carniche e costituiscono il settore più meridionale delle Prealpi Giulie e, inoltre, dalle colline alluvionali dell’anfìteatro morenico del Tagliamento. La piovosità del clima e la fertilità dei terreni fanno di questa regione una delle più favorevoli all’insediamento umano.

    Alla regione carsica appartengono il Carso monfalconese e triestino, altipiani calcarei aridi e pietrosi, percossi dalla « bora » e caratterizzati dall’idrografia sotterranea.

    L’alta pianura, che si estende dalle colline subalpine alla zona delle risorgive, è costituita, come abbiamo già visto in altri capitoli, dalle alluvioni grossolane dei fiumi e dei ghiacciai, per cui i suoi terreni sono eccezionalmente aridi, nonostante le discrete precipitazioni, e assorbono le acque dei fiumi alpini e prealpini, che si raccolgono nel sottosuolo in ampie falde freatiche. La « bassa » invece presenta gli opposti caratteri nei terreni impermeabili e nella ricca circolazione delle acque, che per la debole pendenza dànno luogo a impaludamenti.

    L’ultima regione infine comprende le lagune di Grado e di Marano con una ristretta fascia costiera perilagunare, in cui il clima, la vegetazione e le attività umane risentono maggiormente degli influssi del mare, mentre gli apparati deltizi dei corsi d’acqua e le correnti di marea formano estese aree paludose e barenose.

    Le regioni storiche e tradizionali

    Come abbiamo già accennato nel secondo capitolo, le vicende storiche regionali si frazionarono in diversi episodi, che pur presentando qualche fondamento comune, non ebbero tuttavia uno sviluppo unitario. Si formarono così alcune particolari unità storiche e tradizionali, con nomi e limiti tuttora vivi nella coscienza popolare. La maggiore regione storica è, naturalmente, il Friuli, di cui abbiamo già illustrato il nome e la sua estensione nelle varie epoche. Nell’àmbito della regione friulana possiamo però individuare altre minori unità, localizzate nella regione montana, dove la morfologia ha favorito uno sviluppo autonomo delle popolazioni alpine, anche su un piano politico e amministrativo. Qui troviamo alcune fra le più tipiche regioni storico-tradizionali delle Alpi Italiane, come la Carnia, il Canal del Ferro e la Slavia, le quali a loro volta si suddividono in unità minori.

    La Carnia negli ultimi anni della Repubblica veneta. Da M. S. Giampiccoli, Notizie appartenenti alla Provincia della Carnia, Belluno, 1787.

    La Carnia comprende tutto il bacino montano del Tagliamento a monte della confluenza del Fella (1220 kmq.), corrispondente a circa un sesto di tutto il Friuli. Ha la forma di un grande romboide, alla cui base si allunga la grande vallata del Tagliamento, in cui confluiscono le valli trasversali del Lumièi, del Degano, del But e dell’Incaroio. Per la sua struttura geologica e morfologica questa regione ha una spiccata individualità fisica, che la distingue dalle regioni vicine. E costituita infatti da un nucleo centrale di terreni scistosi ed arenacei che vanno dal carbonifero al trias, dalla morfologia dolce, ricoperti di vegetazione fino alle cime più alte. In corrispondenza di un orizzonte più erodibile del permiano è attraversata da un solco longitudinale di minori vallate, che tagliando le valli trasversali formano ampie conche, di grande importanza per l’insediamento umano. Questo nucleo verde, ricco di popolazione e di attività economiche, è incorniciato su tutti i lati da aspre catene calcareo-dolomitiche, che creano pittoreschi contrasti di linee e di colori. Ne risulta così anche una gravitazione economica ed amministrativa tendenzialmente centripeta, che ci permetterà in seguito di considerare questa regione storica come un organismo economico naturale.

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    La Carnia fu nell’alto Medio Evo il nucleo storico di rifugio e di difesa delle popolazioni friulane, che qui mantennero intatti i loro caratteri etnico-culturali, mentre le invasioni barbariche devastavano la pianura. Fu probabilmente allora che si affermò, nei limiti attuali, il nome tradizionale (in dialetto Ciargne), testimoniato per la prima volta da un documento risalente al 762. Questo nome deriva dal popolo celtico dei Carni, che verso il 400 a. C. si insediarono sui declivi meridionali delle Alpi Orientali e scesero poi ad ondate successive verso la pianura. Ma potrebbe anche darsi che il nome di questo popolo fosse stato acquisito dopo l’ingresso nella regione, derivando da una radice preindoeuropea, a cui si collegllerebbero altri nomi geografici delle Alpi Orientali. La regione dei Carni aveva in periodo romano un’estensione molto superiore alla Carnia attuale, poiché comprendeva buona parte delle attuali Alpi Giulie, del Carso e della pianura friulana, mentre è accertato che verso occidente i limiti del Municipio di Iulium Carnicum arrivavano fino al Monte Civetta, includendo quindi l’alto bacino del Piave.

    Fin dai primi tempi del Patriarcato la Carnia costituiva una « provincia » autonoma, retta da un gastaldo, residente a Tolmezzo. Era suddivisa in quattro quartieri o « canali », e precisamente il Canale di Socchieve, comprendente l’alta valle del Tagliamento, fino alla confluenza del Degano, con esclusione però dei due Forni Savorgnani; il Canale di Gorto, comprendente la valle del Degano e la vai Pesa-rina (Canal Pedarzo o di San Canciano); il Canale di San Pietro, comprendente la valle del But, fino alla confluenza dell’Incaroio, suddiviso in due parti dal torrente Randice; infine il quartiere di Tolmezzo (Tutnièz), comprendente il Canale d’Incaroio, la comunità di Tolmezzo e le ville di Verzegnis, Cavazzo e Alesso. Dalla comunità tolmezzina dipendevano anche le ville di confine di Sauris, Timau, Forni Avoltri e Sappada (poi passata al Cadore), abitate da nuclei etnici tedeschi, a cui spettava l’onere della custodia dei passi. Ogni quartiere si eleggeva annualmente un capitano, mentre le comunità minori o « vicinìe », dopo la decadenza dei « gismani » feudali, erano rette dal consiglio dei capifamiglia. Questa struttura politico-amministrativa fu mantenuta quasi intatta dalla Repubblica Veneta, subentrata nel 1420 dopo la decadenza del potere temporale dei Patriarchi, ma fu invece abolita dall’ordinamento amministrativo napoleonico. Oggi la Carnia corrisponde press’a poco ai mandamenti amministrativi di Tolmezzo e di Ampezzo, comprendenti complessivamente venti comuni.

    Resti romani di Iulium Carnicum (ora Zuglio).

    Sul colle di Moggio sorge la celebre Abbazia che fin dai primi tempi del Patriarcato è la Pieve matrice di tutte le chiese del Canal del Ferro.

    Tarvisio. La chiesa parrocchiale con le torri rotonde dell’antica fortezza hanno un caratteristico aspetto tedesco.

    Il Canal del Ferro è una regione tradizionale, indicata però nel passato anche con nomi diversi, che si trova ad oriente della Carnia, nella regione alpina esterna, e comprende, in senso ristretto, la vallata del fiume Fella, da Pontebba al suo sbocco nel Tagliamento. Siccome però le strette valli laterali, scarsamente popolate per l’aspra morfologia delle catene calcareo-dolomitiche, non ebbero quello sviluppo autonomo che caratterizzò i canali camici, ma gravitarono costantemente sulla vallata principale, in senso più esteso vengono indicati con questo nome anche i canali laterali di Resia, Raccolana e Dogna, cosicché il Canal del Ferro viene a coincidere con il bacino del Fella a valle di Pontebba (quasi 700 kmq.). Dopo la prima guerra mondiale tale nome venne esteso da taluni anche alla Val Canale e a tutto il Tarvisiano, annessi nel 1919, che però costituiscono una regione storica, naturale ed economica a sè stante.

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    Anche questa regione ha una sua individualità fisica, per la prevalenza assoluta di masse montuose calcareo-dolomitiche dell’èra secondaria, che conferiscono al paesaggio un aspetto particolarmente aspro e selvaggio e limitano le attività agri-colo-pastorali, tanto sviluppate in Carnia. Mentre poi in Carnia prevalgono le vallate trasversali, che si innestano nella vallata longitudinale del Tagliamento, qui invece dominano le direttrici longitudinali, che interessano lo stesso corso del Fella, da Chiusaforte alla foce.

    Il nome di Canal del Ferro si è affermato nei documenti pubblici e nelle carte geografiche appena nel secolo XVIII, mentre in precedenza venivano usati pure i nomi di Canale di Pontevia e Pontieba, di Sciusa (Chiusaforte) e di Moggio. Nell’uso popolare questo nome risale però al periodo medievale e, forse, già all’età romana, derivando dall’intenso commercio del ferro, che fin dall’antichità scendeva dal Norico verso la pianura ed i porti adriatici, mentre nel Medio Evo sorsero nella valle numerose fucine del ferro, utilizzando le risorse forestali e quelle idriche. Il nome ha quindi una chiara origine commerciale ed è legato alla funzione di transito della valle del Fella che, facendo capo alla Sella di Camporosso (m. 817), è una delle più facili vie di comunicazioni transalpine. Dai primi tempi del Patriarcato fin quasi alla fine della Repubblica Veneta questa regione fu sotto l’amministrazione dell’Abbazia di Moggio, la cui giurisdizione civile si estendeva però fin presso Venzone. Le ville dipendenti dall’Abbazia erano distribuite nei tre quartieri di Moggio, di Sopra e di Sotto e gli abitanti si riunivano due volte all’anno a Moggio e a Resiutta per rinnovare le cariche pubbliche. Attualmente il Canal del Ferro fa parte, con la Val Canale, del mandamento di Pontebba.

    La Val Canale è un’ampia valle longitudinale, di modellamento glaciale, che si estende da Pontebba, per cui passava fino al 1918 il confine politico italo-austriaco, a Tarvisio, comprendendo l’alta vallata del Fella, la Sella di Camporosso e la vallata del rio Bartolo, che si getta nello Slizza a Tarvisio. In senso più esteso si indica con questo nome il bacino superiore del Fella, con la vai Pontebbana e la Vaibruna, e il bacino superiore dello Slizza, compreso nei limiti dello Stato Italiano, per una superficie complessiva di circa 200 km. quadrati. Questa minore unità tradizionale rientra nella regione alpina interna, ma da un punto di vista geomorfologico presenta una notevole dissimmetria fra il versante carnico paleozoico e quello giuliano mesozoico. Il nome italiano deriva dal tedesco Canalthal, in cui, sotto l’influenza del vicino Canal del Ferro, figura come nome proprio il termine geografico italiano « canale », sinonimo di vallata. Fin dall’alto Medio Evo questa regione fu soggetta alla giurisdizione dei Vescovi di Bamberga, dipendendo però dal Patriarcato ecclesiastico di Aquileia, fino alla sua soppressione. Decaduta la signoria vescovile fece poi parte fino al 1918 del Ducato di Carinzia, salvo una breve parentesi fra il 1811 e il 1813, in cui fu annessa al Regno Italico.

    La valle del Natisone costituisce una regione storica particolare, caratterizzata dalla presenza di un nucleo etnico slavo, stabilitosi fin dall’alto Medio Evo, che, grazie alla sua notevole compattezza, favorita dall’ambiente montano e dall’eco-nomia rurale, potè godere di un’autonomia amministrativa e conservare le sue tradizioni culturali. Pertanto questa regione viene più spesso chiamata dagli Italiani della pianura Slavia, ma dopo l’annessione all’Italia la sua fisionomia linguistica si è notevolmente alterata. Di questa unità geografica non fanno però parte nè l’alta valle del Natisone, che gravita attraverso la valle del Cornappo sui centri di Nimis e Tarcento, nè la media valle di questo fiume, che ora appartiene alla Jugoslavia e gravita sul centro di Caporetto, nella valle isontina. Essa comprende invece nella fascia collinare-subalpina la bassa valle del Natisone e le vallate minori dei suoi affluenti Alberane, Còsizza ed Erbezzo, che costituirono nel Medio Evo le « Banche di Antro e di Merso » e fecero poi parte del distretto di San Pietro al Natisone (già San Pietro degli Slavi). Attualmente questo territorio (circa 150 kmq.) è suddiviso fra sei comuni, appartenenti al mandamento di Cividale.

    Nelle Prealpi Carniche l’asprezza morfologica, la sterilità del suolo e la difficoltà delle comunicazioni non hanno mai favorito lo sviluppo di notevoli insediamenti umani. Tuttavia una piccola regione tradizionale si può ravvisare nella valle dell’Arzino, denominata comunemente Canale di San Francesco, con caratteri simili ai <( canali » della Carnia. Del resto questa valle comunica attraverso la bassa Sella Chianzutàn (m. 954) con la conca di Tolmezzo, verso la quale ha gravitato nel passato per le sue esigenze pastorali, cosicché potrebbe anche essere considerata come una sottoregione carnica.

    Vedi Anche:  Aspetti antropici, economici ed itinerari turistici

    Ad oriente della regione storica friulana si estende la Venezia Giulia, di cui abbiamo già parlato nel primo capitolo, che è oggi costituita dal cosiddetto « Goriziano », dal Territorio di Monfalcone e dal Territorio di Trieste. Il Goriziano comprende oggi, nell’uso comune, le antiche terre della Contea di Gorizia rimaste all’Italia, e precisamente le propaggini sudoccidentali e sudorientali del Collio, che è una regione naturale e tradizionale a sè stante, e la pianura isontina compresa fra lo Iudrio e il Carso, che la letteratura agraria moderna indica con il nome di Agro cormonese-gradiscano.

    Dal Goriziano si distingue il Territorio di Monfalcone, denominato anche Agro monfalconese, costituito dalla pianura alluvionale compresa fra l’Isonzo, a valle di Sagrado, il Carso e il Timavo (no kmq.). È una regione storica e tradizionale ben definita fin dal secolo XIII, quando comprendeva la « Desena », ossia la terra murata di Monfalcone con nove borghi vicini, e dodici ville. Fece parte del Patriarcato, della Repubblica Veneta, e poi, dopo la parentesi napoleonica, del Litorale. Con l’annessione all’Italia fu aggregato nel 1923 alla provincia di Trieste, ma dopo il trattato di pace del 1947 passò alla provincia di Gorizia, di cui costituisce uno dei quattro mandamenti. I suoi abitanti vengono chiamati dalla tradizione popolare « Bisiachi », nome di probabile origine slava (= fuggiaschi), che potrebbe risalire al periodo delle incursioni turchesche del secolo XVI.

    Chiesa gotica di San Quirino (San Pietro al Natisone), prima dei restauri. Fu per secoli il simbolo dell’unità e dell’autonomia degli slavi del Natisone.

    Un cenno particolare merita ancora il Territorio di Trieste, corrispondente all’area del comune trecentesco di Trieste, che nel 1382 offrì la sua dedizione all’Austria, ottenendo in cambio il rispetto della sua autonomia amministrativa. Tale Territorio, comprendente appena un terzo dell’attuale provincia di Trieste, si sviluppò poi come area di transizione commerciale fra il retroterra austriaco e l’Adriatico, decadendo però da questa funzione dopo il dissolvimento dell’Impero Absburgico. Divenne poi il nucleo della nuova provincia di Trieste, prevalentemente carsica, ma dopo le vicende politiche seguite alla seconda guerra mondiale fu ridotto quasi alle minuscole dimensioni del comune medievale.

    Le regioni amministrative

    Come abbiamo già visto nel primo capitolo, il Friuli-Venezia Giulia si suddivide in tre province, le cui vicende derivano non solo dagli avvenimenti bellici dell’ultimo secolo, ma anche dai loro fondamenti naturali, storici ed economici.

    La provincia di Udine riproduce a grandi linee la regione storica medievale della Patria del Friuli, a cui furono sottratti nel 1818 il distretto di Portogruaro e nel 1853 il comune di Sappada. Nel 1923 le furono aggiunti il distretto di Tarvisio e i territori dell’ex Contea di Gorizia, di cui però nel 1927 le rimasero solo i distretti di Tarvisio e Cervignano ed il comune di Chiopris-Viscone (592 kmq.). Nessuna variazione subì dopo la seconda guerra mondiale, ma recentemente si sono sviluppate nel Friuli Occidentale, a destra del Tagliamento, robuste tendenze separatiste, miranti alla costituzione di una nuova provincia, di là da Vaghe, con capoluogo Pordenone, che sanzionerebbe la nuova realtà economica derivata dallo sviluppo demografico ed industriale di Pordenone e porterebbe anche un maggiore equilibrio nell’Ente Regione in corso di attuazione, su cui pesa la schiacciante superiorità territoriale e demografica dell’attuale provincia udinese.

    La provincia di Gorizia deriva dalla vecchia Contea Principesca di Gorizia e Gradisca, abolita dopo la prima guerra mondiale. La provincia fu però costituita appena nel 1927, senza i distretti di Cervignano e Monfalcone e i comuni di Chiopris-Viscone e Grado, ma con in più alcuni territori della vecchia Carniola. Nel 1947 fu riorganizzata nei nuovi confini politici, riottenendo Monfalcone e Grado.

    La provincia di Trieste fu costituita nel 1923 su basi storico-territoriali alquanto eterogenee, comprendendo, oltre al piccolo Territorio di Trieste, parti della Contea di Gorizia, della Carniola e dell’Istria. Dopo le recenti vicende politiche, l’ordinamento provinciale è stato ripristinato appena nel 1956, nei limiti del Territorio di Trieste previsto dal Memorandum di Londra.