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Prodotti della terra e del mare

    Le produzioni della terra e del mare

    Quel che sia la vita economica della Calabria, o meglio qual sia la base, il motivo che domina, la forza maggiore della struttura economica odierna della regione, si può ricavare, in modo orientativo (e con le dovute cautele) da alcuni risultati delle ultime rilevazioni demografico-sociali : in Calabria un po’ meno di 2/3 della popolazione operosa (precisamente 496.000 unità pari a 63,3%) nel 1951, e nel 1961 un po’ meno di metà (cioè 323.000 persone pari a 46,2% di quanti lavorano) pratica l’agricoltura: e questa aliquota (che è già in diminuzione riguardo al 1936, quando la sua misura era di 67,3%) è una delle più forti in Italia: la media nazionale degli addetti alla agricoltura era di 42,2% nel 1951, ma è calata decisamente negli anni seguenti — in relazione con l’inserimento di una buona parte del Paese in più progrediti complessi di vita economica e sociale — e si è portata a 28,2% nel 1961.

    Contrapposizioni di forme di agricoltura

    E chiaro che in Calabria non si è avuto un concorde fenomeno di contrazione degli addetti rurali: e quindi, fino a ora, neanche una partecipazione a quei più moderni ed evoluti orientamenti. Inoltre — secondo un rapido e discretamente convincente schizzo del Giusti, il cui esame si chiude al 1936, e una più recente indagine del Demarco portata fino al 1951 — la Calabria è la regione d’Italia ove la popolazione agricola è aumentata più fortemente dopo il 1885 (in misura come da ioo a 150 nel 1936) e quella ove, di contro, vi è stata sul totale della popolazione operosa una maggior diminuzione degli addetti alle industrie (in misura come da 100 a 63: ma bisogna ricordare che verso il 1885 la Calabria, per il suo numeroso artigianato domestico figurava falsamente come una delle regioni a più alta aliquota di personale operaio). Questo aumento però si articola in direzioni diverse, cioè si rivela molto mobile, a seconda del modo con cui i rivolgimenti economico-sociali dell’ultimo secolo influirono su le strutture della regione. E, giuste le indicazioni di Demarco, a un primo periodo che fra il 1860 e il 1880 vede una proliferazione di coltivatori proprietari e una diminuzione di coloni, una risalita di salariati fissi e una diminuzione di giornalieri — fenomeni che svelano un iniziale moto di apertura sociale e di rinascita economica — è seguito fra il 1880 e i primi anni del nuovo secolo un periodo in cui l’attenuarsi di quei fenomeni porta a una diminuzione dei salariati fissi (e perciò a un rialzo dei giornalieri) e a un aumento dei coloni e degli affittuari, pur continuando per diversi anni l’impulso verso la conduzione diretta. Più avanti però — e in particolare fra il 1902 e il 1912 — tale impulso si smorza, e ha solo una rianimazione (ma poco duratura) fra il 1918 e il 1922, per la favorevole congiuntura economica del dopoguerra. Nel medesimo periodo, e cioè nei primi trent’anni del secolo, vediamo salire ulteriormente prima i giornalieri (fino al 1915) poi i coloni (fra il 1922 e il 1930) e poi di nuovo — per il riemergere del baronaggio rurale, col fascismo — i lavoratori a giornata (in modo particolare dopo il 1935). Ma dopo l’ultima guerra riaumentano i salariati fissi: e l’irrobustimento di questa classe sarà una spinta formidabile, verso il 1950, alla riforma rurale.

    E perciò l’agricoltura che domina nella vita della regione. Ma non un’agricoltura uniforme: perchè le sue condizioni, o meglio il suo grado e il suo tono risultano fortemente diversi da zona a zona. Quel che forma la caratteristica più rilevante dell’agricoltura bruzia — e che non ovunque, nelle diverse regioni della Penisola italiana, cogliamo con egual incisività — è la viva contrapposizione tra zone ove le colture sono praticate con una cura minuta e assidua, con un vero sistema di giardinaggio, e zone ove l’uomo si limita a seminare e a fare le raccolte, ma le colture sono lasciate a sè, in piena estensività, o più propriamente gestite e condizionate dal clima e dagli umori della terra. Una contrapposizione che la carta qui inserita, con la descrizione dei modi con cui si coltiva il suolo o se ne trae frutto di legna o di pascoli, fa emergere già bene. Se per ora escludiamo i rivestimenti forestali — che, meno qualche raro caso, appaiono unicamente nei distretti montani — sarà facile notare, in questa carta, la grande ampiezza tenuta dai seminati asciutti (di soli cereali fino a qualche anno fa, a cui dopo il 1950 si aggiunsero alcune piante industriali) e vuoti di alberature, sul lato ionico — in special modo a nord della strettoia di Catanzaro — e invece lungo la costa del Tirreno, la densità di colture miste, con predominazione di alberi — vigne e olivi e alberi a frutta polposa ovunque, e a sud del Mesima più fortemente gli agrumi — o con frequenza di aree irrigue (ad es. a fianco del Lao, su le cimose litorali di Belvedere, di Fuscaldo, di Paola, di Amantea, così come nel piano di Santa Eufemia e in quello di Rosarno). E una opposizione che si può bene giustificare con la meno offuscata vitalità economica delle coste occidentali negli ultimi cinque o sei secoli (nel cui periodo sono ricordati lungo il Tirreno per lo meno una ventina di scali marini adibiti a spedizione di produzioni agricole o forestali, contro neanche una decina sul litorale ionico) e col continuato timore di colpi di mano turcheschi che nel secolo sedicesimo e nel seguente deve aver agito poderosamente a limitare le iniziative e a inibire ogni novazione agricola nei comuni ionici, e con l’infezione anofelica da cui era martoriato il versante orientale della penisola —  motivo che può chiarire pure la desolazione del seminato in qualche zona del lato occidentale, come la valle del Mesima —: vi è perciò un singolare legame fra le zone di colture di pregio indicate nella carta a pag. 287 e le aree a maggior aliquota di popolazione sparsa, che figurano nella carta esaminata a pag. 255, così come coincidono in questa e in quella carta i comuni con minore aliquota di popolazione sparsa e con più dilatate aree a seminati nudi.

    La distribuzione delle colture rurali, dei pascoli e dei boschi, in Calabria.

    Topografia di Siderno e della sua marina che si formò verso la fine del secolo XVIII (imponendosi poi largamente su la matrice) intorno alla torre di guardia de’ Tamburi e a una chiesupola di pescatori. Si notino le cave di argilla e le fornaci sul margine delle ondulazioni terziarie.




    Ma come risultato del grado diverso — a cui ora mi riferivo — di animazione economica nei secoli scorsi, vi è una relazione nuova da cogliere: e cioè, sul lato ionico in modo particolare, la relazione che la figura qui a lato pone in rilievo, fra le aree a seminati puri e la grande proprietà a latifondi di 200 e più ha. di ampiezza: nel Marchesato di Crotone il 70% della superfice era ripartito — prima degli scorpori che l’Opera per la rinascita della regione silana ha praticato dopo il 1952 — fra aziende di più di 500 ha. e vi erano, e in parte sono rimasti, grandi proprietari di terra e di bestiame che dislocano i loro patrimoni armentili d’inverno nei loro fondi di pianura e d’estate nei loro pascoli di altitudine, perchè le loro proprietà — che in diversi casi misurano più di 2.000 ha. — sono scaglionate per vasta area fra il litorale e i monti (casi estremi quello del barone Barracco che nel 1948 aveva 15.530 ha. ripartiti in 12 comuni, e quello del barone Berlingieri che disponeva qui di 15.080 ha. ripartiti in 20 comuni e inoltre di 8.520 nella regione di Metaponto). E parimenti il 35% delle superfici sui rilievi presilani nord-orientali tra il Trionto e il Lese, e il 60% in quelli che formano la fiancata sud-orientale della Sila fra il Neto e il Simeri, così come il 48% del versante che rinfianca e chiude la Serra a meridione, fra Stilo e Gioiosa, erano tenuti da proprietà di più di 200 ha. Per opposizione, le zone a dense colture di alberi e orti, che non solo formano un saliente drappo, continuato a volte per decine di km., lungo il Tirreno, ma — per quanto in modo un po’ frazionato — rivestono a guisa di notevoli oasi gli intorni di alcuni meno mediocri paesi nella zona dei terrazzi quaternari, che ad altitudini fra 100 e 400 m. in media chiudono la piana di Sibari a nord ovest (Cassano, Castrovillari, Lungro, Aitomonte ecc.) e a sud (San Demetrio, Cori-gliano e Rossano) o fiancheggiano il Vallo del Crati ad altitudini fra 200 e 500 m. (vedi fra Bisignano e Castiglione e fra Montalto e Rende e specialmente su le groppe da cui è circondata Cosenza) e poi si ingolfano sui morbidi rilievi della strettoia di Catanzaro e sono divulgate un po’ ovunque — con predominanza di vigneto —    sui conglomerati più sciolti e sui sedimenti arenari dei rilievi che fasciano fra 200 e 500 ni. di altitudine la scarpata delle Serre (vedi fra Squillace e Soverato e fra Bado-lato e la marina di Monasterace e fra Roccella e la marina di Gioiosa) e paiono riempire integralmente la valle del fiume Ancinale sotto Chiaravalle e — con copia pure di agrumi e di frutta polposa — la piana di Locri: tali zone a colture di pregio risultano fortemente corrispondenti a quelle ove più frazionata è la proprietà della terra, e cioè più rilevata l’aliquota di coloro la cui proprietà non supera i 5 ha. come mostra in modo chiaro la carta a pag. 292. Laonde, per esemplificare, una metà delle aree coltivate lungo la costa dello Stretto, il 30% della pianura di Gioia, una media di per lo meno due quinti della cimosa litorale padana fino a 300 m. di altitudine, sono ripartiti fra proprietà minori di 5 ha. E in genere sul lato occidentale della penisola le proprietà fino a 10 ha. investono la metà delle superfici coltivate.

    Inoltre in gran numero di comuni della regione — financo fra le maglie delle colture arborate occidentali — ma in più riguardevole misura nei comuni interni, la figura di pag. 287 ci indica ora minuscole porzioncine e ora più unite e vaste aree di seminati con alberi: cioè a dire un seminato di cereali o fave — in genere — o patate (special-mente nei distretti montani) fra cui emerge, con disordine e non di rado in condizioni poco buone di vegetazione, qualche fila di alberi da frutto come olivi o fichi, o qualche piantata di gelsi (in diminuzione dagli inizi del secolo) o vitigni, e più eccezionalmente peri o meli ecc. : una coltura antiquata e mediocre attualmente, che in origine doveva rispondere ai più vari, e in realtà elementari bisogni locali. Se si guarda bene però, una contrapposizione fra tali zone e quelle — pure così diverse fra loro — dianzi descritte, è alquanto chiara: e non è contrapposizione sul piano topografico, come già un rapido esame della carta rivela, ma di natura storica. In quanto le aree ove questo genere di più tradizionale e caotica coltura promiscua domina sono quelle che in età romana e nei primi secoli medioevali avevano ereditato — sia pur con deboli o primitive energie — quel po’ di vitalità che la regione conservava: sono cioè il Vallo del Crati ove è maturata la civiltà bruzia, e i terrazzi del Poro intorno a Vibo, e le zone interne e riparate e un po’ tondeggianti dei rilievi ionici ove si rifugiarono coi bizantini le popolazioni delle coste — si guardi ai margini orientali della Sila fra Cropalati e Campana e intorno a Cerenzia e a Santa Severina, così come lungo l’istmo fra Squillace e Girifalco e sui bordi meridionali della Serra fra Stilo e Caulonia e lungo i più bassi ripiani di Aspromonte a Samo, a Bova, a Condofuri, a Bagaladi ecc. — e sono infine le parti di altopiano che l’opera dei grandi monasteri risvegliò dopo il mille: si veda la zona silana intorno a San Giovanni in Fiore e quella a monte di Chia-ravalle nel cuore della Serra. Una così elementare forma di coltivazione, che è il simbolo di una società chiusa, si è divulgata in realtà fino verso il 1880 a mano a mano che sono stati conquistati a una coltura famigliare discreti brani di superfici rilevate (si noti che la più parte dei villaggi sorti ad opera di albanesi nel secolo quindicesimo appaiono circondati da colture di tal genere: es. Rota Greca, San Benedetto e San Martino e poi Cerzeto e Falconara sui fianchi della catena padana; Lungro sui bordi della Montea; la zona fra i 300 e i 600 m. nei comuni di San Demetrio, di Santa Sofia, di San Giorgio e di San Cosmo, di Vaccarizzo e di Macchia sul margine della Sila Greca ecc.) o via via che in epoca borbonica la popolazione è rifluita verso i litorali : e perciò ove negli ultimi quindici lustri non è stata scalzata e quindi eliminata — come è fenomeno usuale nei litorali — da una coltivazione di pregio, si è conservata fortemente con la sua antiquata configurazione. Per cui oggi la si trova pure su la riviera dei comuni poveri per magrezza o franosità di suoli (vedi ad es. Ferruzzano e Bruzzano e Brancaleone) o in quelli fino a qualche anno fa colpiti da infestione plasmodica (come Ciro, Crucoli, Cariati) o in quelli meno progrediti per rarefazione di strade (così Monasterace e la parte marina del comune di Scala Coeli).

    Superfìce tenuta, prima della riforma agricola (1950), da proprietà rurali di ampiezza fra 10 e 200 ha.



    Ma le forme di uso della terra che risultano meno progredite e serbano chiarissime le condizioni agricole dell’antichità mediterranea, non si limitano ai seminati nudi del latifondo o ai seminati forniti di una rudimentale arboratura che chiazzano con notevole risalto l’interno della penisola bruzia fino a 800 m. di altitudine in media: la fig. a pag. 287 disegna pure la frequenza e l’ampiezza delle superfici destinate a pascolo. Ve ne è ovunque: sui dorsi dei principali rilievi — ma con maggior vastità su le aride quinte calcari (vedi la fiancata meridionale del Pollino fra il Campo Tenese e la Manfriana) e sui dirupati versanti scolpiti nel gneis (vedi lungo la catena paolana fra Falconara e Domanico) e in modo leggermente più frazionato sopra i ripiani o le cupole cristalline — così come in mille punti delle colline terziarie (con particolare riguardo sui suoli provenienti da argille) e pure con interminabili, desolate frange su diverse sezioni dei litorali: in special modo quelli ionici (ad es. per un totale di almeno 40 km. sul golfo di Squillace) e di regola nei punti che fiancheggiano lo scarico dei fiumi scorrenti nelle pianure da poco risanate: cioè il Petrace e il Mesima, l’Angitola e l’Amato, il Neto e il Lipuda, e tipicamente l’estremo aggetto del delta del Crati. Questi pascoli erano la base della vecchia e florida industria degli allevamenti ovini e bovini — attualmente però in aperta riduzione e declino -— che si svolgeva fino a qualche lustro fa con regola transumante, cioè con stagionali spostamenti fra i cacumini dei rilievi e le cimose litorali. Se si esamina con qualche dettaglio la destinazione dei suoli in numerosi comuni di Calabria che si stirano con planimetrie curiosamente sinuose fra i monti e il mare — e tale configurazione è sintomo di una comunità in origine squisitamente pastorale, e della richiesta perciò di aree ove esercitare i ritmici spostamenti stagionali — sarà agevole individuarvi tre zone di pascolo : una lungo il mare (o in qualche margine di una pianura litorale) per l’ibernazione delle mandrie, e una a più di 800 m. per gli stanziamenti di estate; infine una mediana, fra 300 e 500 m. (ora però di frequente invasa da colture) che è visibile non lungi dagli abitati e serviva per gli animali non transumanti, ma tenuti dai contadini a portata di mano, per i loro bisogni alimentari o per letamare i maggesi. E la zona mediana ovunque — meno che nel Marchesato — è la più frazionata, perchè lo spandersi della coltivazione granicola verso la fine del diciottesimo secolo conquistò per prima cosa i pascoli più vicini ai paesi. Che una simile disio-cazione dei pascoli sia più usuale sul fianco ionico, non è fenomeno — a mio parere — da imputare in modo particolare al profilo di tale versante, e cioè al suo meno rapido declinare verso il mare, a cui fa decisa contrapposizione a ovest, ove meno frequente è il numero di tali casi, l’inclinatissimo fianco della catena paolana o dello Aspromonte: in realtà ovunque la costa ha risentito negli ultimi secoli una pur misurata animazione per qualche traffico (gli oli da Gioia e da Amantea, i fichi da Paola, le uve da Locri e poi gli agrumi dai paesi su lo Stretto) o per vicine industrie (ricordo, come principale, la serica nella regione dello Stretto) l’allevamento pendolare — e cioè la tenuta di mandrie transumanti — di regola ha declinato, in quanto i pascoli litorali sono stati rivestiti da coltivi di viti o di olivi, di gelsi o di agrumi. Di guisa che ora non è più facile discriminare, a prima vista, gli elevati muri di cinta delle numerose chiusure stabilite qui fra i secoli XVI e XVIII a protezione dei coltivi arborati, dai bestiami.

    Superfìce tenuta, prima della riforma agricola (1950), da proprietà rurali con ampiezza minore di 5 ha.




    Le aree a pascoli nei comuni di Castrovillari e di Corigliano prima dello svolgimento della riforma agricola (1950).

    I comuni di Orsomarso e Grisolia sul lato occidentale della Montea.



    Il comune di San Luca sul fianco occidentale di Aspromonte.



    Il comune di Caulonia (che però non ha niente a che vedere con l’omonimo centro di fondazione crotoniale e che fino al 1863 si chiamò Castelvetere) sul fianco meridionale della Serra.



    Il comune presilano di Prietrapaola.



    Esempi di diversa dislocazione di zone a pascolo su tre zone altitudinali ben riconoscibili.

    Le aree a pascoli nei comuni di Mesoraca, Sersale e Zaga-rise sul versante silano meridionale.

    A parte la primitività delle esperienze agricole, le forze da cui fu conservata fino a qualche lustro fa la pratica armentile sul lato ionico, sono state più d’una e di diversa natura: e cioè la rarefazione del popolamento per conseguenza della infestazione pla-smodica così come la struttura aziendale latifondista e l’ampiezza dei demani. Ma già con la ripartizione a più riprese (cioè a iniziare dal 1806 e con maggior impulso nel periodo delle migrazioni oltremare e poi nel primo dopoguerra) dei demani fra i proletari e dei beni chiesastici — dopo l’unità nazionale — fra i borghesi, e specialmente negli ultimi anni, quando fu vinta la calamità plasmodica — cioè decisamente dopo il 1946 — e frantumato il latifondo — con la legislazione della riforma agricola dopo il 1950 — l’industria pastorale si è gradualmente striminzita: e così su molte parti della costa ionica i pascoli appaiono ora sostituiti da seminati nudi. Venuto a sfumare in tal modo uno dei due elementi sopra cui si basava la migrazione stagionale delle mandrie, è naturale che anche l’altro — cioè quello dei pascoli in altitudine — ne risentì: perciò il fenomeno transumante si contrasse a poco a poco ai minimi termini. E quindi su buona metà delle superfìci originali, il pascolo dei monti è stato roso: chi guardi bene la figura a pag. 287 noterà che i ripiani cacuminali dei grandi rilievi cristallini sono tenuti in parte da seminati (di grani e patata o — sui ripiani più freschi — di generi da orto): seminati che s’alternano con la foresta — di cui già la carta rivela le aperture, le frantumazioni e le degradazioni — e lasciano in genere ai pascoli le groppe sterili (quelle gneissiche: vedi la fiancata occidentale della Sila) o le aree più remote dai paesi (vedi i ripiani sud orientali di Aspromonte fra Africo, Bova e Condofuri).

    Le contrapposizioni che balzano su da quanto si è ragionato, non si riferiscono però unicamente a una diversità di animazione sociale fra la esile costa e i monti — che al pari di fortilizi sono poderosi interiormente e desolati torno a torno. Vi è pure una disparità chiara nel valore delle singole colture: nelle aree interne della regione persistono a dominare per superfici ricoperte (intorno a 93% di quelle rurali) le colture tradizionali e vecchissime, divulgate dal popolamento ellenico, e la cui resa è per lo più debole per il motivo che esse trovano qui frequentemente condizioni naturali poco favorite — come è per il grano — e d’abitudine sono praticate con sistemi agronomici e attrezzi operativi e forme di gestione di cui non è esagerato lamentare la meschinità: come è per l’oliveto e il ficheto e a volte pure la vite. Di contro le colture nuove, cioè giunte dal medioevo in qua, sono — ad eccezione della patata — svolte specialmente nelle zone periferiche ove, a parte i suoli più fertili, si giovano di irrigazioni e di una discreta maglia di vie e della presenza dei mercati regionali più operosi. E riconoscibile di conseguenza una diversità di orizzonte economico: aperto più o meno ai mercati, lungo i margini della penisola e invece chiuso in destinazioni famigliari o locali, nel paese interno. Ma in ultima analisi un po’ meno di metà delle superfici agricole della Calabria è tenuta da colture la cui produzione ha destinazione locale (il grano ha coperto fino al 1958 intorno a 20% e negli ultimi anni il 18%, i cereali minori — fra cui specialmente il mais e l’avena — qualcosa più di 8%, la patata quasi il 2%, le ortaglie di uso locale intorno a 6% e le leguminose in rotazione come le fave e qualche pianta da foraggio il 14%). E un po’ meno di un quarto è dedicato a coltivazioni che solo in parte sono orientate al mercato: come la vite (neanche 5% in coltura speciale) e l’olivo (15,2% in coltura speciale e 8,8% in coltura promiscua) e le minori colture da frutta polposa (neanche il 2% in coltura speciale e intorno a 18% in coltura promiscua). Inoltre quasi il 18% delle superfici agricole è dominato da pascoli le cui rese formano solo l’8% in valore delle produzioni vendibili della regione. Le colture industriali, come il pomodoro, la bietola ecc. sono esigue (1,5%). E in verità solo gli agrumi — che in coltura speciale rivestono sì e no il 2% delle superfici agricole della regione — sono integralmente coltivati per il mercato.

    Delle colture agricole della Calabria, nelle condizioni fra il 1948 e il 1958, ha dato diversi anni fa un primo acuto schizzo il Rossi Doria, a cui se ne è aggiunto un secondo discretamente aggiornato del Milone, e più di recente uno, ispirato a una moderna problematica, di Michel De Soultrait. Da questi si può partire per una illustrazione più propriamente economica. A eccezione di alcune zone piane, che frangiano i litorali o si schiudono a lato dei corsi bassi dei fiumi maggiori o si stagliano a notevole altitudine sui ripiani quaternari che formano uno degli elementi più tipici dei suoi rilievi, la Calabria non è regione che si presti con favore a colture erbacee: il clima non vi è amico per la scarsa piovosità (così come per il debole numero di giorni piovosi) nei mesi di vegetazione, e per la tenuità dei rigori invernali e per la brevità della primavera. E i suoli vi appaiono favorevoli unicamente sugli esili margini piatti della penisola, formati da alluvioni — e sui brani degli altopiani quaternari contenuti nei grandi rilievi — ma risultano perniciosi o non adeguati sugli umili e disordinati rilievi terziari plasmati nelle argille, così frequenti in molte aree del versante orientale. Per di più, intorno a un quinto delle superfici della penisola è colpito da una degradazione dei suoli — le cui cause ho indicate a pp. da 97 a 105 — così forte che vi contrae e a volte elimina ogni facoltà di coltura: e il fenomeno è rilevante sul lato ionico, e in modo particolare sul fianco meridionale di Aspromonte (ove la degradazione ha isterilito il 65% delle superfici nel bacino della fiumara Amen-dolara e fra il 48 e il 53% in quelli delle fiumare Careri e Buonamico), sul fianco orientale della Serra (il 44% di aree rovinate nei bacini fra Precariti e Amusa) e sugli informi rilievi fiancheggianti a oriente il Pollino (ove la degradazione invade ovunque più di 30% delle superfici e culmina con il 44% nel bacino della fiumara Canna e con il 60% in quello di fiumara di Castello). La carta a pag. 297 mostra chiaramente la minore entità del fenomeno nel versante occidentale: e fa quindi risaltare una volta di più la dissimmetria di condizioni fra i due lati della penisola.

    Malgrado così paurosa desquamazione dei suoli, più di metà della superfice coltivata della penisola — cioè intorno a 550.000 ha. in media fra il 1952 e il 1955, un po’ meno di 580.000 ha. nel 1957 e quasi 600.000 ha. in media fra il 1958 e il 1961 — è destinata ai seminati, che nella estremità meridionale della penisola — cioè a sud dei fiumi Mesima e Stilaro — sono più o meno pari per area alle colture legnose a piantata integrale (così come ai manti boschivi), ma nella parte mediana e special-mente nel distretto cosentino investono un’area tripla alle colture legnose (e molto più grande di quella boschiva). I dati areali ora riportati, indicano un aumento discreto negli ultimi anni, della superfice a seminati integrali: aumento in buona parte dovuto a una dilatazione delle colture da foraggio (da una media di 46.000 ha. verso il 1950 a 66.000 ha. fra il 1953 e il 1955 e a 75.000 negli ultimi tre anni) e che è stato conseguito ponendo a semina diversi incolti produttivi — primo risultato della riforma agricola! — la cui superfice invero è venuta fortemente contraendosi: da 122.000 ha. nel 1946 a 118.000 nel 1950, a 103.000 nel 1953, a 95.000 nel 1955, a 62.000 nel 1957 a 57.ooo nel 1961.

    La degradazione dei suoli: è indicata l’aliquota in % della sua superficie agricola e forestale colpita dal fenomeno.

    Il frumento: un primato in declino

    Notevole parte dei seminati è riservata al frumento (161.200 ha. nel 1962) le cui superfici però sono scemate — per lo meno in base ai dati ufficiali — da una quindicina di lustri in qua. Poco dopo il 1870 il frumento copriva in Calabria 260.000 ha. e forniva una produzione totale di 1,8 milioni di quintali, pari a una resa di 7 q. a ha. (in quegli anni il rendimento medio nazionale era di 8,5 q. a ha. e quello della Calabria quindi non gli rimaneva molto al di sotto). Ma verso la fine del secolo, a misura che il maggior peso della granicoltura nazionale si trasferiva a poco a poco verso la pianura del Po — più favorevole a tale coltura per condizioni fisiche e per conseguenza delle bonificazioni in corso o da poco ultimate — e si restringeva a sud l’area a frumento, perchè le condizioni del mercato avevano spronato i grandi proprietari a un aumento degli allevamenti di bestiame e quindi a una dilatazione dei pascoli sui latifondi dianzi frumenticoli, la Calabria vide contrarsi le sue superfici a grano a qualcosa fra i 160.000 ha. (secondo i dati del 1890 e seguenti) e 180.000 ha. (secondo i dati del 19io e seguenti): forse agli inizi del secolo vi fu realmente una risalita come primo risultato della ripartizione e della assegnazione ai braccianti rurali di numerosi demani, prima gestiti a pascolo. Ma il rendimento rimase su per giù stazionario (e quindi iniziò a distanziarsi da quello medio nazionale, che era aumentato a 10 q. a ha.) di modo che la produzione totale, che equivaleva verso il 1870 a un ventesimo di quella nazionale, calava verso il 1912 a neanche un trentesimo. Tra le due guerre la stupida iniziativa autarchica, istituendo artificiosamente un elevato prezzo del grano sul mercato nazionale, provocò per diversi anni una dilatazione della coltura (una media di 224.000 ha. dopo il 1936 con una punta a 230.000 ha. per il 1942) che le indicazioni ufficiali — da citare con molta cautela — vogliono associato a un aumento saliente di rese (n q. a ha. in media fra il 1936 e il 1938 quando la media nazionale era di 14,6 q.). Ma dopo l’ultima guerra, via via che l’artificiale convenienza è stata eliminata con l’apertura del mercato del grano, l’area destinata a questa coltura si è venuta di nuovo a restringere: una media di 186.000 ha. fra il 1952 e il 1955, una lieve risalita — congiunta sicuramente con la fase iniziale della riforma agricola — a 195.000 fino al 1957 e poi una decisa contrazione negli ultimi cinque anni (solo fra il ’57 e il ’58 c’è stato un calo di 16.000 ha.). La distribuzione del seminato a frumento è inoltre pochissimo uniforme: nella parte meridionale della regione vien svolto ora non più di un quindicesimo (fino al 1957 almeno un decimo) della coltura, che di contro è sviluppatissima nella parte settentrionale, ove si adunano i 6/10 delle aree a frumento ; e la esile e corta sezione mediana della penisola, fra il bacino del Mesima e i bordi meridionali della Sila, ne ha da per sè qualcosa meno di 4/10. Ma poiché una buona parte delle superfici a frumento sono ubicate in area collinare, cioè sul fianco o le falde o le diramazioni dei maggiori rilievi, il rendimento è anche ai nostri giorni depresso, tenendosi in media intorno a poco più di una decina di quintali ad ha. (9,7 fra il 1951 e il 1955; 11,2 fra il 1956 e il 1958; 12 fra il i960 e il 1962) per merito unicamente di alcune aree di pianura, invero limitate (come la piana di Sibari ove la media supera i 14 q. o la zona crotoniate ove la media ora è intorno a 16 q.) che risultano più favorevoli al grano, come mostra la figura a pag. 299 : e il valore di questo rendimento — che denota non solo la scarsa vocazione naturale della regione a tale coltura, ma pure la vecchiezza dei sistemi di lavorazione nei comuni che sono fuori delle piane litorali e di consorzi di riforma agricola — è il più debole fra quelli delle regioni continentali della Penisola (la media nazionale è stata negli ultimi anni di 17,5 q.) e supera unicamente gli umili rendimenti frumentari delle isole.

    Rendimenti unitari del frumento: media degli anni 1955-1961.

    La coltura del frumento è divulgata in modo particolare nella gran valle del Crati e del Coscile, sopra le alluvioni del fondo e sui suoli provenienti da conglomerati e da sedimenti arenari che le fiancheggiano, e poi nella piana sibarita creata da quei due fiumi, e (continuando con un po’ di rarefazione per le ondulazioni che fasciano la Sila Greca) più a oriente su le frangiature litorali e le piane di fresca alluvione, sedimentate dai corsi terminali dei fiumi silani, e le floscie, uniformi, spoglie colline del    Marchesato, con    particolare densità là dove i    suoli derivano da conglomerati (come    ad es. intorno    a Cutro e a Santa Severina). Più a sud una terza zona di efficiente coltura si inizia sugli estremi pendìi della Sila meridionale — per buona metà costituiti da materiali arenari — e insinuandosi nella strettoia di Marcellinara (ove però la natura dei suoli provenienti da argille contrae le semine del grano e dà miglior convenienza a una destinazione pastorale: vedi la groppa di Caraffa) si spande nella piana sedimentale eufemiate e va a continuarsi con riguardevole densità sui conglomerati fra cui sono incavati i bacini dello Angitola e del Mesima e, fino ad altitudine di 600 m., sui ripiani che formano il bastione del Poro. Ma in ogni altra zona ove la dilatazione della coltura è discreta — come sui mediocri rilievi rivolti al mare ionico fra    le    fiumare di Melito e di Buonamico (fino ad altitudine di non più di 500 m.) o fra le fiumare di Stilaro e di Soverato (fino a quota anche minore: in media 300 m.) e specialmente nella estremità nord della regione (ove la coltura sale molto unita, dal mare fino a 800 m.) — le rese ad ha. sono sparute, cioè fra 7 e 8 q. in media: e il motivo di ciò, insieme a una spaventosa deficienza di capitali e quindi povertà di macchine e fertilizzanti, sta nella natura dei suoli argillosi, poveri di umori e brulli e tremendi da arare: impermeabili e fangosi d’inverno, in estate inariditi e intagliati da un mosaico di incrinature. In tali condizioni di debole frutto, la produzione totale del frumento, la cui provenienza è per il 28% dal bacino del Crati — inclusa quindi la piana sibarita — per il 18% dal Marchesato, per l’8% dalla regione istmica — a cui è annessa la piana eufe-miate — e per il 10% dal bacino del Mesima con i vicini ripiani del Poro, sfiora sì e no, in media, i due milioni di quintali: più precisamente 1.800.000 fra il 1951 e il 1955 — cioè una quantità simile a quella segnalata verso il 1870 — e fra il 1957 e il 1961 una media di 2,2 milioni di quintali (per più di un terzo di grano duro, proveniente in genere dal Marchesato) che equivale a 1/40 della media nazionale. Una produzione cioè che, in condizione autarcica — e la debilitazione della regione conserva in realtà tali condizioni in buon numero di comuni interni! — pone a disposizione dei locali un quintale di grano per ogni individuo annualmente. Significa fame.

    Un angolo della piana di Sibari dopo la bonificazione conseguente alla riforma agricola.

    La patata: colutra alternativa sui monti

    E perciò sui monti, molti coltivano e mangiano più patata che grano. La patata è coltivazione discretamente notevole in Calabria (ha superato una riduzione congiunturale che l’aveva portata fra il ’46 e il ’48 a non più di 13.000 ha. di copertura e a una media di 600.000 q. di resa) e vi sono destinati ora intorno a 17.000 ha. (area che equivale più o meno a quella che gli era data fra il ’36 e il ’38) da cui si è avuta negli ultimi anni una produzione media che è via via aumentata da 900.000 (fra il 1951 e il 1955) a 1,3 milioni di quintali (fra il 1957 e il 1961) con rese ad ha. intorno a 70 q. negli ultimi otto anni, che appaiono alquanto elevate a paragone di anteguerra (neanche 55 q.) ma sono meno di metà di quelle del nord Italia, ed emergono solo fra quelle delle circuenti regioni meridionali. Per le sue doti di coltura sobria, che cioè si adegua a suoli poveri come quelli dovuti al disfacimento dei materiali cristallini, e a temperature alquanto depresse, come quelle che si registrano verso l’interno e in particolare sugli altopiani, la patata è seminata perciò con maggior frequenza sopra i 500 m. di altitudine: gli altopiani della Sila dispensano per lo meno il 30% della produzione totale e un buon 20% se ne trae dai vasti fianchi, specialmente meridionali, di quel rilievo. Il resto della coltura ha le zone di maggior densità su l’altopiano della Serra (6%), su le spianate cacuminali e i gradini orientali del Poro (8%) e in modo più significativo sui ripiani nord occidentali di Aspromonte (10%) ove si è aggiunta negli ultimi anni la batata (un po’ meno di 500 ha.); nè va dimenticato che la patata ha — fino da una altitudine di 300 m. — un posto di riguardo lungo la catena paolana (che dà il 7% del totale) e su le diramazioni meridionali del Pollino (più di 5%).

    Paesaggio frumenticolo in zona ove ha operato la riforma agricola: è la zona di Capo Nao in Marchesato.

    Ultimi oliveti fra i nuovi prati da sfalcio nella pianura intorno a Rosarno.

    Nei distretti più elevati che ho ricordato, la patata poi alterna con i cereali minori, fra cui la segala. Per quanto in fase di riduzione (fra il ’36 e il ’38 copriva 10.000 ha. ma verso il ’58 neanche 7.000 e nel ’61 solo 3.500) la segala rimane discreta sui ripiani ad altitudine da 800 m. in su (tipicamente quelli di Aspromonte fra i « campi » di S. Agata e i « campi » di Sinopoli) e dà una produzione intorno a 30.000 q. (tra le più forti del meridione: ma verso il ’55 era di 48.000 q. e anteguerra era di più di 80.000 q.). Diversamente l’orzo e l’avena, che giungono pure fino a quelle altitudini, sono più usuali lungo i fianchi dei monti — là ove la terra è meno stabile, e aspra ai lavori — perchè formano il retaggio di una vecchissima tradizione agricola e servono ad alimentare un buon numero di equini. E la loro produzione (che è stata negli ultimi otto anni in media di neanche 120.000 q. per l’orzo e di 350.000 q. per l’avena) non risalta su quella delle regioni vicine. La medesima notazione si può fare per il mais: per quanto già coltivato a Castelvetere negli anni intorno al 1668, il mais è in realtà una coltura nuova: si divulgò in Calabria solo agli inizi del secolo scorso o poco avanti — in modo particolare nei distretti di Cosenza e di Paola — e secondo un’inchiesta economico sociale napoleonica forniva una rilevante quantità delle farine usate dalla popolazione rurale. Ma la sua coltura ha portato poco risveglio agricolo: era a quei tempi e rimase in genere, per più di un secolo, congiunta con la ruota naturale dei riposi. La sua area non è trascurabile — negli anni fra le due guerre si dilatò, dopo il 1935, fino a 48.000 ha. e ora si è stabilita intorno a 30.000 ha. — ma più che sui fertili suoli di pianura, che a tale coltivazione risultano esageratamente aridi nella estremità meridionale della penisola e lungo la riviera ionica (e per tal motivo le sole aree piane ove la si esercita con buon frutto sono quelle delta-zionali dei fiumi Lao e Amato, fortemente irrigue e alquanto piovose: cioè con più di 800 mm. annualmente) la semina del mais vien svolta in special modo a media altitudine, cioè fino a 500 m. — giovandosi a volte di qualche minuscola o rudimentale irrigazione — e con frequenza nei campi radamente olivetati, insieme con i fagioli. Perciò la resa è molto scarsa (poco più di 10 q. ad ha., fra le più umili in Italia) e la produzione debole (rare punte fino a più di 500.000 q. fra il 1936 e il 1940 poi un calo a una media di 280.000 fino al 1952 e più avanti un lieve aumento: una media di 330.000 tra il 1955 e il 1961). E unicamente come curiosità si può ricordare il riso: una pianta che negli ultimi due o tre secoli aveva avuto qualche fortuna in Calabria, sviluppandosi su le aree umide, e non di rado ricoperte in inverno da esondazioni, a lato dei fiumi: verso il 1870 la coltura veniva stimata a qualcosa come 400 ha. Ma poi a poco a poco, con la riduzione — per quanto parziale e non stabile ovunque — delle superfici inondate, là ove ha operato una sistemazione di drenaggio, la coltura ha iniziato a contrarsi (in modo più risentito dopo il 1920) e nel dopoguerra non ha coperto più di 200 ha. (con la esigua produzione di poco più di 10.000 q.) e negli ultimi anni è ulteriormente calata a 120 ha. (con una media di 8.500 q. di resa) frazionati in minuti appezzamenti lungo le rive del fiume Esaro (es. a monte della stazione di Tarsia) e il medio Crati (fra la stazione di Castiglione e l’aperto conoide del Mucone) e ai bordi marini della piana sibarita (fra la stazione di Turi e la marina di Schiavonea) e a fianco del Neto nei comuni di Belvedere e di Rocca; infine su la piana formata dal fiume Amato, fra il villaggio marino di S. Eufemia e quello un po’ interno di San Pietro. Ma in quest’ultima zona (ove fino al 1948 aveva tenuto qualcosa come 100 ha.) la coltura del riso da qualche anno si è ritirata bruscamente, di fronte alla bietola da zucchero e ora si può dire in via di scomparizione.

    Le leguminose: una coltura da svolgere in termini più moderni

    In alternazione ai cereali, e mediante una rotazione che nei comuni interni, al di sopra di 500 m. di altitudine, per lo più include un periodo di tre anni (prima una sarchiata primaverile come il mais o la patata, poi un cereale — in genere il frumento — e in ultimo una leguminosa) e in quelli meno elevati, di più lieve ondulazione o con suoli più sciolti, può stendersi a un quarto e qualche volta a un quinto anno (con una duplicazione del frumento o di una sperimentata leguminosa o con l’inserimento di una coltura industriale o di una pianta da orto) la penisola bruzia pratica un discreto numero di leguminose alimentari: in primo luogo i fagioli, ovunque — e quindi anche su le piane litorali — e la fava, che domina i riposi dai primi rilievi aperti verso il mare fino ai margini degli altopiani. Più riguardevole la produzione dei fagioli (una media di 180.000 quintali, per 2/5 di legumi freschi, da 16.000 ha. seminati, negli ultimi cinque anni) che si distingue di molto su quella delle regioni vicine e dà un certo aiuto a l’alimentazione locale. A un aumento negli ultimi lustri della produzione di fagioli freschi, con maggior salienza nei bacini interni più inumiditi da irrigazioni (es. Morano e Lungro, a piede del gruppo calcare settentrionale) fa eco un aumento in pari misura — cioè una duplicazione — nella produzione di fava fresca. Ma la produzione di questa coltura ha avuto nel medesimo periodo una marcata oscillazione (era di 280.000 q. in media fra il 1936 e il 1940, calò verso il ’53 a 150.000 q. e negli ultimi anni è risalita a più di 300.000 q. raccolti da un seminato di 33.000 ha.) in quanto la fava alimenta ora l’uomo in quantità minore di un secolo fa (cioè 1/5 del totale) e invece è destinata preferibilmente al bestiame, le cui condizioni di vita sono dopo il ’55 un po’ migliorate: ma lo sono molto inadeguatamente perchè le colture da foraggio sui prati avvicendati si limitano per ora a una produzione di 4.600 q. (poco più di un centesimo del totale nazionale).

    Congiuntamente a queste due più divulgate, sono da ricordare fra le leguminose in rotazione il pisello (3.500 ha. per buona parte nella sezione nord peninsulare) la cui produzione è alquanto aumentata nel dopoguerra (da una media di 30.000 q. fra il ’36 e il ’38 a 50.000 q. fra il ’53 e il ’58 e intorno a 80.000 negli ultimi tre anni) e in modo significativo il cece, di cui il Bruzio dà 1/7 della produzione nazionale (66.000 q. da 9.000 ha. di coltura negli ultimi cinque anni) e il lupino per cui la regione è — con 1/3 del totale — in cima alla produzione nazionale (più di 115.000 q. da 13.000 ha. negli ultimi cinque anni). E degna di rilievo attualmente è anche l’area tenuta da una leguminosa che da qui si irradiò nel resto d’Italia, dopo le esperienze del Grimaldi edite verso il 1765: voglio dire la sulla, che fino a venti anni fa era però pochissimo coltivata (neanche 200 ha. nel 1940) e si è fortemente imposta nel dopoguerra su quei suoli marnosi della penisola ove opera la riforma agricola (meno di 20.000 ha. nel 1950 e intorno a 48.000 ha. nel 1960).

    L’olivo: i suoi legami con le proprietà della borghesia

    Dopo quella — invero indiscriminata — dei cereali, e solo in misura un po’ minore affetta da una primitività di conduzione, la più nota della Calabria per ampiezza di superfìci investite e per risalto di produzioni è la coltura degli olivi : antichissima nella penisola e che meglio individua il suo clima. Le sue superfici si aggirano — secondo i dati ufficiali, che sono da prendere con qualche cautela — intorno a 158.000 ha. in coltivazione pura, cioè in più o meno grandi boschi impiantati da molti anni — a volte da qualche secolo — e che escludono qualunque diversa coltura arborata. Poi vi sono qualcosa come 90.000 ha. di coltura mista, ove si alternano cioè le alberature di olivo con i vigneti (non l’olivo singolo con la singola vite) con le piante di fico, di melo, di pero ecc. — specialmente sui pendìi dei due rilievi settentrionali — e più frequentemente con spazi di seminato. E perciò l’oliveto supera di molto il resto delle colture arborate in blocco e si approssima in quantità areale ai cereali. Ma le sue piantate non erano così divulgate un secolo fa: verso il 1880 il Branca, relatore dell’inchiesta agricola, dà la cifra di 83.500 ha. e parla di una manifesta emulazione fra i proprietari del distretto di Rossano per l’impianto di oliveti nuovi, in quegli anni. La maggior richiesta di oli da parte delle regioni a nord della Toscana e la apertura della prima ferrovia — la ionica — da cui veniva favorita così la loro spedizione, giustificano questa dilatazione (più marcata invero nei comuni orientali) che si è continuata — pare — regolare fino al 1915, quando l’oliveto puro copriva intorno a 58.000 ha. (con una resa di più di 33 q. ad ha.) e quello misto s’approssimava a 100.000 ha. Ma più avanti lo stimolo in favore della coltura svanì, e fra le due guerre vi fu qualche diminuzione: dal 1930 in qua l’areale della coltura è risultato stazionario e solo dopo il 1952, per merito delle iniziative di rinascita del Marchesato, qualche discreto aumento di oliveti in piantata speciale vi è stato: ma i numerosi olivi piantati in tale circostanza (in vari casi però su aree poco idonee) sono stati a volte scarsamente curati e il loro frutto non è, per ora, in grado di recare rilevanti integrazioni al totale della produzione. Il turista che si porta in Calabria dalla vicina penisola pugliese e ha nella mente i magnifici olivi di quella terra, scarnificati secondo una evoluta e abile tecnologia che mira a una alta e fine produzione, così che il nero tronco nodoso e i rami ritorti — di frequente resi penduli ad arte — la vincono su lo scarso fogliame, si meraviglia nel vedere qui l’olivo che domina paesisticamente l’ambiente con la statura imponente e le late chiome di argento che svettano altissime nel cielo, per una decina di metri, come tipicamente la varietà coltivata nella piana di Gioia che nasconde e ombreggia fra le sue fronde anche i villaggi. Là, in Puglia — e anche più sui rilievi olivati di Umbria e di Toscana — il paesaggio rivela l’assidua cura dell’uomo: qui diversamente è la natura che predomina, perchè l’uomo lascia che l’albero cresca a pieno vento e superi per statura e fogliame ogni altro. Data la forte disparità delle condizioni locali, la densità delle piante è diversa: per quelle in coltura mista si va da 120 a ha. o poco più — quante se ne stimano su le ondulazioni che fasciano a nord ovest la piana di Sibari fra Firmo e Castrovillari e Cassano — a meno di 100 lungo la valle del Crati, a meno di 80 nei comuni interni e pedemontani della piana di Gioia, a meno di 70 lungo la valle del Mesima e a poco più di 50 sui primi rilievi che chiudono la costa ionica da Careri a Placanica e a Badolato. Ma nei veri boschi di olivi, la densità — come è naturale —si rialza in modo riguardevole: in genere è di 180-200 piante ad ha. nella parte più fertile della piana di Gioia, e nel nastro magnifico di oliveti fra il basso Coriglianeto e il basso Trionto supera sicuramente le 250.

    Oliveto rado e poco ben tenuto congiunto a colture di grano, sui rilievi ad altitudine intorno a 400 m. che chiudono a sud il Vallo del Crati,

    Oliveti piantati agli inizi del secolo nella valle del Corace, a ovest di Catanzaro.

    Fiumara e oliveti a Bagaladi nel cuore del massiccio aspromontano.

    Diversamente da quanto si è avuto ragione di dire per il grano, l’olivo — per buona sorte — ha in Calabria i favori della natura: gli sono più gradite le coltri sedimentali delle fiumare — come è ai margini della catena paolana intorno a Praia e Diamante e nella riviera da Bonifati a Fuscaldo, e nelle pianure più meridionali da Rosarno a Gioia e da Bovalino a Siderno ecc. — e i pendii calcari il cui disfacimento è più pronunziato (es. a San Domenico del Lao e nel bacino di Morano) e le zone a conglomerati e depositi arenari, configurate a terrazzo, fra i 100 e i 300 m. : e qui invero la sua coltura si rivela molto florida, come sui fianchi del Vallo del Crati e sui grandi conoidi che si dirigono verso il Coscile e sui balconi quaternari fra Spezzano e Corigliano e più in là fino al Trionto, e su quelli da cui è circondata la piana di Sant’Eufemia e su quelli che delimitano da Polistena a Seminara la piana di Gioia e sui terrazzi ben profilati dietro le piane ioniche di Locri, di Roccella ecc., o sui gradini un po’ rilevati (fra 200 e 400 m.) che fiancheggiano la valle del Mesima o su le spianate mediane (quelle fra 300 e 500 m.) che plasmano i fianchi di Aspromonte. Ma l’olivo è una pianta frugale che vive efficientemente pure sui suoli derivati da materiali cristallini — come dimostra la cintura di oliveti che da Gimigliano fino a dove il fiume Neto sfocia su le colline terziarie, circonda le falde sud orientali della Sila — e in realtà evita unicamente le terre con esagerato quantitativo di argilla: è per tal motivo che dal Marchesato l’oliveto è in genere respinto verso i monti e i suoi appezzamenti là sono brevi e chiazzano la regione cerealicola solo in rare e contenute aree, ove domina il conglomerato (es. Strongoli e Isola). Di conseguenza neanche in altitudine i limiti della coltura li pone l’asprezza del rilievo: lungo il rio Sanguineto nella catena padana e per le fondissime valli che intagliano l’Aspromonte a nord ovest, e per le strettoie con cui il Neto e il Mucone vengono giù dagli altopiani silani, l’olivo ha aderito (con qualche e solo rudimentale aiuto umano) a ripidi fianchi e a instabili balze. Ma i suoi limiti verso l’alto li segna il clima: l’olivo richiede — ed è l’elemento di cui ha più bisogno — temperature invernali alquanto miti, e resiste male a temperature al di sotto di 40 per più di una decina di giorni. Perciò la sua coltura può salire in Calabria con begli appezzamenti per i pendii dei rilievi fino a una altitudine di 520-580 m. in media, che si rialza leggermente fino a più di 600 m. sul fianco ionico e a mano a mano ci si porta più a sud. E nei punti che appaiono meglio a riparo dai venti freddi la coltura si inerpica ulteriormente (ma con piante un po’ isolate) per diverse decine di m. : ad esempio fino a 820 m. a Santo Stefano in Aspromonte e a poco meno di 800 m. fra Castel Silano e Cerenzia. Ma avendo poca esigenza di umidità, l’olivo supera agevolmente gli estati caldi e asciuttissimi della regione: anzi l’aridità di quei mesi rende meno gravosi gli attacchi della mosca olearia, l’insetto che più la pianta teme.

    Vedi Anche:  La storia della Calabria

    Bosco di olivi nella piana di Gioia

    Donne che si recano alla raccolta delle olive nella zona di Polistena.

    Il vaglio delle olive dopo la raccolta per terra: zona di Cinquefrondi.

    Siesta meridiana sotto l’oliveto delle operaie addette alla raccolta: zona di Cittanova.

    I favori della regione per l’olivo aumentano quindi nella parte meridionale della penisola: è perciò che la metà settentrionale della Calabria ha meno di 1/3 delle superfici degli oliveti in coltura schietta e una maggior aliquota di oliveti in coltura mista (più di 2/5 del totale) e con la sua produzione giunge sì e no a 20% del totale. E quindi le quantità areali delle piantate miste sono un poco più forti di quelle della coltura pura lungo la media valle del Crati (ove la produzione è per lo più minore a un q. ad ha.) e sul versante occidentale della catena padana (ove la produzione supera i 2 q. ad ha.): di contro la coltura speciale domina meglio sui clivi bordeggiane per un giro di 80 km. la piana di Sibari, ove la produzione media ad ha. è più di 10 q. negli agri di Corigliano e Rossano e più di 9 in quello di Castrovillari. Diversamente nella metà meridionale della penisola l’olivo ha bordato si può dire con continuità i fianchi dei due versanti delineando una frangia che, a seconda del genere dei suoli e della orientazione più o meno favorita, si interna per le valli e si approssima al mare, a volte alternando coi vigneti — come nella piana di Locri — se però non deve far posto (come già a Siderno e a Melito, ma specialmente lungo lo Stretto) agli agrumi o a coltivazioni floreali che esigono i suoli migliori. In questa zona l’ampiezza eli quella che gli agronomi chiamano coltura integrante equivale a due volte quella mista, e i rendimenti sono, per ciascuna, più elevati che a nord: per l’oliveto speciale si ha una media fra 12 e 14 q. ad ha. (come su le prime ondulazioni locresi e sui pendii sud occidentali di Aspromonte) con valori più salienti, cioè fra 16 e 18 q. per i terrazzi circuenti la piana eufemiate e per le rigogliose colture che colmano la piana di Gioia (e — se il dato ufficiale è vero — con una puntata fino a 30 q. sui gradini del Poro). E per le piantate miste la media è di 4 q. ad ha. Le aree ove la coltura è più stipata sono l’istmo di Catanzaro — in modo particolare il lato che guarda a meridione — ove si aduna un sesto degli oliveti puri della Calabria e da cui deriva il 16% della produzione totale della regione; la piana di Locri e i terrazzi che vi declinano (12% degli oliveti in coltura speciale e 10% di quelli in coltura mista) ove si trae l’8% della produzione totale; i ripiani fra cui è sagomato il bacino del Mesima e che a ovest si innestano con il Poro, ove l’oliveto è un po’ frazionato (10% della coltivazione pura e 10% di quella mista) ma pare fornisca il 18% della produzione totale; e in modo più superbo la piana di Gioia che l’oliveto a poco a poco ha riempito per più di 3/4 con boschi meravigliosi di piante alte fino a 15-18 metri. In questa bella pianura gradinata vien coltivato sicuramente il 25% degli oliveti schietti della Calabria e si cava per lo meno il 18% della produzione regionale.

    Tale produzione, che attualmente è molto mutevole di anno in anno (ad es. nel 1951: 4,2 milioni di q. di frutti e nel 1952 solo 375.000 q., poi nel 1953: 3,5 milioni, nel 1954: 1,3 milioni, nel 1955: 2,6 milioni, nel 1956: 2,2 milioni, nel 1957: 4 milioni, nel 1958: 2,8 milioni ecc. e infine nel 1961: 3,6 milioni e nel 1962: 1,7 milioni) se confrontata con quella delle prossime regioni meridionali rimane fortemente al di sotto della pugliese, e a volte un po’ minore — come è stato di frequente fino al 1955 — a volte leggermente più alta (ad es. dopo il 1957) di quella sicula. Con il 17,3% sul totale nazionale degli oliveti puri e il 6,4% di quelli misti, la Calabria dà ora qualcosa più di 15% della produzione nazionale di olive e intorno a 15% degli oli (a paragone la Puglia il 36%). Ma tale produzione ha risentito ben poco, in quantità, degli aumenti areali grazie a cui la coltura si potenziò dopo il 1880. Come ho già riferito, verso il 1915 le superfici erano quasi duplicate: ma la fornitura degli oli aveva denunziato aumenti di minore misura: la sua media fu nei primi anni del secolo di 420.000 q. di oli annualmente e già verso il 1912 aveva dato segni di calo (media 1912-15: meno di 330.000 q.). Poi è venuta via via ulteriormente diminuendo (media 1922-26: 250.000 e media 1936-38: 180.000 q.) e solo, molto gradualmente, dopo l’ultima guerra si è ristabilita (media 1946-50: 200.000 q. di oli, e nei cinque anni seguenti 270.000) riconseguendo dopo il 1955 — grazie agli aumenti areali già ricordati — le quote di produzione di cinquanta anni prima, e superandole dopo il 1957 (media degli ultimi anni: 460.000 q., ma in quelli migliori, come il ’57 e il ’61, intorno a 660.000 quintali di oli). Per quanto discretamente rialzata negli ultimi lustri, la produzione però — come si è visto — ha mantenuto le sue tipiche oscillazioni, che in Calabria sono più forti che nel resto del Mezzogiorno. E poiché la produzione delle olive forma 1/4 del totale degli introiti regionali provenienti da colture rurali, tale oscillazione ha un peso ben negativo nella vita della regione.

    Ma il motivo di questa incostanza e diversità di frutti non è dovuto al clima: è dovuto invece ai sistemi colturali. In buona parte della Calabria è grandissimo il numero degli olivi vecchi. E per lo più la tenuta delle colture è antiquata: l’olivo non è guidato da sapiente mano, ma — cosa già segnalata — dirama e fronda secondo natura, e la potatura è conosciuta bene solo nei comuni circuenti la piana di Sibari (per influsso della vicina Puglia). A sud poi è notevole il numero delle piante cariate o dal tronco cavo, e esauste e non più capaci di dare buon frutto. La carenza di ogni coltura, le scarse leta-mazioni, la sporadica e non razionale e non collettiva azione contro la mosca olearia, l’esaurimento di numerosi suoli olivati con le semine di grano o mais, di fave o fagioli — che in effetti recano qualche vantaggio agli olivi con i lavori a zappa e un po’ di istercorazione (di cui ciascuno di quei seminati ha bisogno) ma rubano agli alberi gli umori della terra — sono le principali cause del debole rendimento. E questa indebolita e incerta resa, è stata motivo reiterato di esodi umani nei periodi di maggior crisi. A cosa rimonti poi tale deficienza agronomica dell’olivicoltura, è vecchia storia: l’oliveto in genere — e in particolare quello schietto — ha richiesto ai proprietari un capitale discreto per il suo impianto e diversi anni (una decina) di autosufficienza aziendale prima di trarne un frutto di qualche valore: quindi special-mente nelle aziende di discreta ampiezza ha avuto la maggior dilatazione. E infatti le aree più olivate sono quelle ove l’aliquota delle superfici tenute da proprietà grandi da io fino a un centinaio di ha. si mostra più notevole: per esemplificare (eliminate dai miei conti le proprietà non private al di là di mille ha., che sono a boschi e pascoli) questa aliquota è di 33% nel blocco dei comuni rivolti da sud verso la piana di Sibari, di 28% in agro di Castrovillari, di 30% in media sui terrazzi che chiudono la piana eufemiate, di 42% nei comuni istmici del versante ionico intorno a Squillace, di 33% nella piana di Locri e di 35% nella piana di Gioia. Ora, i proprietari di aziende di tale misura o dimorano fuori della regione — e si limitano a riscuotere annualmente il frutto finanziario delle colture — o risiedono in qualcun centro fra i più popolosi della regione, ove sono divenuti — per la stanchezza del loro ambiente sociale — francamente misoneisti, o esercitano una professione che non ha niente a che vedere con la terra. Rari sono fra loro gli uomini aperti ai problemi e ai bisogni di una agricoltura moderna. Secondo i casi quindi, la grettezza o trascuraggine o inesperienza loro sono il motivo primo delle deficienze da cui l’olivicoltura è tarata in Calabria. E giustificano il persistere di una chiara configurazione feudale — ben poco diversa da quella descritta dal Franchetti nel 1875 — nei modi di ripartire i proventi della produzione fra proprietari e coltivatori (a questi ultimi per lo più solo un quarto) o nei rapporti coi braccianti — per lo più donne, che lavorano bestialmente e riscuotono pochissima paga — così come esplicano la povertà di istruzione della mano operaia rurale, per cui i raccolti e ogni fase di lavorazione delle olive si svolgono in modo antiquato: sono ignorati — meno che nella piana di Gioia — i più elementari sistemi di bacchiatura e le olive sono raccolte a terra via via che piovono dai rami. Poi vien consentita loro una nociva fermentazione prima di passarle al frantoio. E gran numero di opifici, specialmente nei paesi minori, risulta inadeguato a una lavorazione un po’ razionale. Perciò l’oliva di Calabria dà meno di quanto potrebbe (media di 16,4 1. a q. di olive lavorate rispetto a una media nazionale di 17,8 1.) e il sapore dei suoi oli è forte e allappa.

    Il ritorno dall’oliveto (zona di Seminara): cfr. il modo di portare la cesta di queste donne con quello delle donne figurate in un pinax.

    L’uomo che muove il braccio della macina, oggi così come lo schiavo venti secoli fa (zona di Polistena).

    La vite: coltura legata con le proprietà minuscole

    Ben diversa per valori umani la coltura della vite, che vari secoli fa aveva rianimato i traffici e creato una fortuna — la cui eco perdura — ai paesini inerpicati lungo i monti più impervi della costa occidentale. E che dopo il 1920 aprì orizzonti di risveglio economico ai braccianti divenuti agricoltori, poiché si è congiunta coi moti di deflusso umano verso i litorali: cioè col ripopolamento di questi. In comune, l’olivo e la vite mostrano unicamente la distribuzione topografica, sui fianchi della penisola bruzia, in quanto simile è per ciascuno di loro la convenienza naturale. Quindi ove è l’olivo è anche la vite che ama i suoli provenienti da sedimenti arenari e i conglomerati un po’ sciolti e i disfacimenti dei calcari e — in così soleggiata regione — può avanzare pure in pianura, sui suoli un po’ pesanti di fresca alluvione e meno areati, come lungo le foci del Mesima fra la marina di Nicotera e la marina di San Ferdinando e nel cuore della piana eufemiate. E avendo le doti per resistere meglio ai freddi, la vite sale pure a più notevoli quote degli olivi, così che la incontriamo ad altitudine a cui l’olivo si è già dileguato : ad esempio su l’ovest della penisola fino a 700 m. in comune di Aieta e a 800 m. nel    barino del Lao presso Montagna e S. Onofrio, e a oriente fra le diramazioni del Pollino fino a 930 m. intorno ad Alessandria del Carretto e a 850 m. a San Lorenzo Bellizzi. Più a sud gli estremi di altitudine si elevano: ricordo — già sopra l’altopiano silano — i vigneti del minuscolo bacino di Marinazzo, non lungi da San Giovanni in Fiore, fra i 780 e 850 m. e quelli che da vari punti mirano ad insinuarsi verso l’altopiano di Serra (ad es. nei comuni di Torre di Ruggiero e Cardinale, fino a 750 m.) e quelli che, misti ora a seminati, rampicano al di là di Santo Stefano in Aspromonte e sfiorano i 1000 m. Ma per quanto alterni di frequente le sue piantate — cioè i suoi appezzamenti — con gli olivi, la coltura della vite copre in Calabria un’area molto più limitata degli olivi: 45.300 ha. in piantata schietta e 21.000 ha. in coltura mista. E i suoi destini, dopo l’unificazione nazionale, furono precisamente l’opposto di quelli della piantata amica: verso il 1880 il relatore della inchiesta Jacini stimava intorno a 100.000 ha. (pur non distinguendo le piantate pure da quelle miste) l’ampiezza di tale coltura, che era in quegli anni — come l’olivo — in fase di discreta dilatazione per le aumentate richieste dei mercati del Nord: non però della pianura del Po (come per l’olivo) ma di quelli oltralpini. Per modo che quando negli anni seguenti le colture pregiate meridionali furono colpite a motivo delle chiusure doganali, l’impulso dei nuovi impianti si interruppe bruscamente. Per colmo di jattura di lì a poco l’infezione fillosserica — la cui penetrazione in Calabria è databile verso il 1881 — iniziò a distrugger le viti: l’irradiarsi del morbo — i cui primi segni si erano manifestati in un comune dello Stretto, a Sambatello — fu molto rapido perchè l’area della coltura manifestò già una diminuzione a 77.800 ha. a una inchiesta tenuta fra il 1891 e il 1895. Nel 1905 intorno a 2/3 dei comuni viticoli erano colpiti e verso il 1912 una misurazione delle superfici a vite denunziò una contrazione a più di metà. E la produzione, che nel 1880 veniva stimata per 1.500.000 hi. di vino, non sfiorava ora neanche il milione di hi. Fu veramente un disastro per uno stuolo di modesti agricoltori e imprenditori, in quanto il vigneto — che richiede sì notevoli investimenti finanziari ma dà i suoi primi frutti dopo tre anni di impianto in media (meno di metà di quanti ne chieda l’olivo) e in epoca di mercato favorevole dà, a una azienda gestita con sistema famigliare, un ricavo molto più elevato che Foli-veto — era la coltura di pregio a cui avevano in genere puntato, nel loro risveglio di vitalità, le minori aziende: cioè quelle fino a 8-10 ha., formatesi da epoca napoleonica a poco dopo il 1860 e che si disponevano per lo più su le prime pendici dei monti o sui terrazzi quaternari meno elevati. E il disastro provocò — insieme con un nuovo motivo di impulso alla emigrazione — un gran numero di vendite fondiarie, di cui con speculazioni o per meri risarcimenti di crediti, trasse giovamento particolare la classe dei proprietari molto danarosi: cioè dei galantuomini.

    Ma ad iniziativa di questi, la terra che era dianzi vigneto fu con maggior frequenza reimpiantata a olivi (la sostituzione fu tipica ad es. sopra le ultime diramazioni della Sila Greca fra Bisignano e Caloveto, con più vivo risalto intorno a Corigliano, così come nella parte meridionale della piana di Gioia, insinuando su per le valli che si internano in Aspromonte). Nè ove il mediocre agricoltore indebitato potè salvare la sua proprietà, fu in grado — per le strettezze finanziarie — di ripiantare i vigneti su base americana, come già nei primi anni del secolo consigliava l’esperienza di alcune regioni della media Italia. E perciò la ricostituzione del vigneto non potè avere inizio che dopo il 1920 (l’area a coltura veniva stimata in quegli anni intorno a 38.000 ha. ivi incluse le piantate non integrali) quando cioè con le assegnazioni di alcuni demani ai braccianti — e in particolare ai reduci di guerra — e con il ritorno di numerosi emigrati che investivano i loro peculi in fondi agresti, si rianimò a poco a poco il fenomeno di formazione di una minuscola proprietà. L’aumento delle superfici a vite però non fu regolare a motivo di una marcata saturazione nel mercato dei vini : e riescono a individuarsi come fasi di maggior dilatazione gli anni fra il 1925 e il 1933 quando la coltura salì a 42.000 ha. in forma schietta e 22.000 in forma mista, e gli anni del dopoguerra che videro le piantate pure ulteriormente spandersi (fino a 46.200 ha. nel 1953: area che l’inquietudine del mercato del vino non ha consentito di tenere stabile negli anni seguenti). In ogni modo per la sua così singolare associazione con la proprietà famigliare e minuta, il vigneto della Calabria è attualmente radicato per 3/4 della sua area totale sul fianco occidentale della penisola — da cui per la zona istmica deborda in discreta copia verso il golfo squillacio — e nelle principali valli interne. Così ad es. la sezione media del bacino del Savuto, ove la viticoltura mista ha uno dei più significativi focolari — il 15% della copertura regionale — e dà vini da pasto rinomati per il gradevole aroma, è anche una di quelle ove il fenomeno della frantumazione della proprietà risulta più notevole (il numero delle aziende al di sotto di 10 ha. è pari al 97,3% del totale). Ma i modi di coltivazione della vite appaiono, in tali zone, diversi : il nord della regione è, come ho già detto, l’ambiente ove si è conservata meglio, per consuetudine, la coltivazione mista e là quindi anche la vite si uniforma in forte misura a tale configurazione agronomica: perciò la parte cosentina della penisola ha solo un quinto delle piantate speciali ma i 4/5 di quelle miste, ove i vigneti, raramente maritati a gelsi isolati, ma in genere tenuti a pergola o a filarata, si alternano a seminati di grano, di fave e così via, fra cui emergono un po’ rari olivi o alberi da frutta. Questo modo di coltivazione è qui sicuramente praticato da alquanti secoli, e la dislocazione più dispersiva dei vigneti vi ha reso meno radicale e repentina la distruzione a opera della fillossera. Le principali oasi viticole del nord si scaglionano lungo la costa fra i confini lucani e i monti di Belvedere, ove i più noti sono i vini della valle del Lao : da qui verso la fine del Rinascimento erano spediti a Roma per le tavole dei prìncipi e in particolare per quelle dei papi i « chiaretti » di Scalea e di Cirella, che Andrea Bacci, il medico di Sisto V, in una descrizione dei vini migliori ai suoi tempi (edita nel 1596) chiama generosi e gradevoli al pari di quelli orientali: si potevano conservar bene fino al terzo anno, a condizione di tenerli in cantine fresche. Inoltre vi era smerciato pure un vino di colorazione rosa, più delicato del chiaretto (sì da non regger a una navigazione di molti giorni) e che veniva requisito dalla corte di Napoli. Qualche km. più a sud, a Belvedere, si imbarcava una diversa qualità di chiaretto, dorato e dal profumo di viola. E un terzo punto di carico, in direzione frequentemente di Roma, era il porto di Paola a cui confluivano i vini della regione cosentina e quelli del Savuto, che il già ricordato Bacci chiama « vernaci » perchè erano da imbandire solo in inverno. La zona fra la riviera paolana e la media valle del Crati da cui provenivano questi vini, conserva attualmente una metà della coltura a vite promiscua del Bruzio: ma l’insieme di tale tipo di coltura non dà neanche 1 ’8% della produzione totale di uva della regione.

    L’interno di un vecchio frantoio nella zona di Polistena.

    Di contro l’uva che matura nel Bruzio deriva per il 92% da vigneti integrali, e questi sono per 4/5 raccolti nella parte meridionale della penisola. Tra le aree di maggior coltivazione del vigneto puro, ricordo — con il 15% del totale — i grandi ventagli conoidali e le zone discretamente asciutte e di regolare scolo (pure al di sotto di 30 m. di altitudine) della alluvione olocenica eufemiate, ove si ricavano buoni vini da taglio di discreta gradazione (da 13° a 16° di alcool): qui — in special modo intorno a Sant’Eufemia marina e a San Pietro a Maida e ai lati del rio Cantagalli — la dilatazione del vigneto risale a non prima del 1928. A oriente va a continuarsi in questa area quella che infestona i declivi istmici, adunandosi in particolare fra Borgia e Squillace, e rimonta per il bacino del fiume Ancinale verso l’altopiano della Serra fino a Chiaravalle: dal vigneto di qua (10% del totale) si trae un vino corrente, color rubino chiaro e di delicato profumo, ma di alcool moderato (in media 12°). E a sud l’area nicastrese ha una prosecuzione — però con minore densità e più frantumazione — sui morbidi fianchi del bacino per cui scorre l’Angitola e sui gradini che, a ovest fra Vibo e Nicotera e in vista del mare intorno a Tropea, formano i bordi del Poro: anche da qui (ove l’insieme delle colture integrali a vite è il 12% del totale) si estraggono vini da pasto — migliori i bianchi che sfiorano i 150 — ma più valore ha la produzione di squisite uve da tavola (ad es. 1’« divella », forse venuta di Francia coi napoleonidi) che vien mandata largamente ai paesi d’oltralpe. Ricordo poco più avanti i bellissimi vigneti della piana di Gioia, che però in coltivazione speciale (12% del totale) appaiono frequenti solo verso il mare (fra San Ferdinando e Gioia) e risaltano, per la tenuta e l’ampiezza, sui terrazzi di Palmi e lungo i ripiani che da Seminara declinano al rio Duverso. Chi poi segua in mare la dirupata costa con cui l’Aspromonte vien giù fra Palmi e Scilla, sarà colpito dai vigneti rampicati su un pendio che dà le vertigini, e conquistati fra sprone e sprone, mediante l’erezione di solide gradinate di pietra (a Bagnara ho numerato fino a 220 file continuate di scaglioni su un versante inclinato a più di 30o) e riempiendo gli spazi fra muro e muro con terra portata a schiena. La produzione qui è orientata unicamente — e invero lo era già due secoli fa — a fornire uve da tavola, pregiatissime (una discreta quantità vien anche lasciata passire) ma che richiedono elevati costi di impianto (stimati a due milioni per ha.). Al di là di Scilla in ogni modo ha inizio la zona della Calabria ove il vigneto schietto è più denso: la fiancata dello Stretto aduna il 15% della sua coltura e la ospita un po’ ovunque: lungo il mare — come fra Pellaro e la fiumara di Oliveto — ma abitualmente al di sopra degli agrumeti che non si elevano in genere a più di 250 m. e specialmente su le coltri di ciottolame dei pensili conoidi, come nei villaggi numerosi a monte di Villa e di Catona, di Pellaro e di Bocale, e sui fianchi degli sproni che giungono ripidi su Reggio. L’umidità primaverile e l’asciuttezza degli estati da cui è dominato lo Stretto e con maggior determinazione il gran dono di un sole radiante in continuità nei mesi della maturazione del frutto, conferiscono qui ai vini — anche questi rosati e per di più leggermente liquorosi, destinati a pasteggiare — un grado di alcool elevato: in media fra 16° e 17°.

    Un simile grado, è denunziato in Calabria solo dai vini del versante ionico: ma da tale lato la coltivazione è più debole. E però dà alcune qualità di vini di pregio: nella piana litorale fra Bovalino e Gioiosa è rinomato — per quanto la sua produzione sia minima — il dorato « greco » di Locri (intorno a 160 di alcool) di sapore gradevolissimo. E da Ciro e comuni vicini (le cui colture sono in fase di spandimento e nel 1958 coprivano 3.000 ha.) si trae forse il più prelibato e sicuramente il più fine vino di Calabria: un vino di color rubino, alquanto elevato in grado di alcool (fra 150 e 160) di profumo delicato e morbido gusto, che è stato selezionato negli ultimi anni in un tipo stabile da una cooperativa di viticoltori locali. Infine va ricordata con particolare riguardo — perchè forma l’unico resto di un’area più vasta, circuente verso il 1880 la piana terminale del Crati — la coltivazione discretamente divulgata del distretto di Castrovillari (6% del totale dei vigneti puri) che si è mantenuta per il favore dei suoli conglomeratici e per la buona orientazione topografica a sud e per la riverberazione di calore dello spalleggiante bastione calcare del Pollino (che inoltre chiude la via ai venti freddi del nord) ma specialmente perchè la proprietà minima, di frequente in conduzione diretta, vi è numerosa (le aziende fino a 5 ha. di ampiezza sono il 98,3% del totale e investono il 30% delle superfici a coltura). La sua produzione dà un buon vino da arrosto, a 13° di alcool.

    A destra agrumeti lungo la cimosa litorale e a sinistra gradinate di vigneti, intorno a Bagnara.

    Pure così frazionata, la produzione viticola della Calabria — proveniente per 1/4 dai comuni istmici, per 1/6 dalla piana di Gioia, per 1/8 dalla fiancata dello Stretto, per un decimo dai terrazzi del Poro, per r8% dal Vallo del Crati, per il 6% dai clivi di Castrovillari, per il 4% dalla catena padana ecc. — sfiora attualmente i due milioni di quintali in media, e li supera alquanto negli anni buoni (la media fra il 1953 e il 1955 era di 1.960.000 q. e lamedia degli ultimi cinque anni è stata di 1.870.000 q.): in notevole parte è destinata a industrie enologiche (per il 91% fra il 1953 e il 1955 e per il 95% negli ultimi cinque anni). Se ne trae in media 1.200.000 q. di vino che però (ad eccezione di quello proveniente da Ciro) non è più richiesto ora, come una volta, fuori della regione come vino prelibato da tavola, ma si limita a consumi regionali o è richiesto fuori della regione unicamente come vino da taglio. Infine una parte minima di uve, che è venuta diminuendo negli ultimi anni (168.000 q. in media fra il 1951 e il 1955, poi intorno a 100.000 fino al 1958 e in media 80.000 negli anni seguenti) va ai consumi freschi, e un’aliquota insignificante è riservata all’appassimento (730 q. in media negli ultimi cinque anni). In totale la produzione di uve quindi equivale a non più di 2,5% della produzione nazionale: a paragone nel 1880 la relazione era di 5%. Ma una quindicina di anni fa i rapporti erano più bassi (neanche 2%). Ora per lo meno, la quantità di vino che la Calabria dà — da una coltivazione alquanto decurtata — non è lontana dai valori del 1880: e ciò sta a testimoniarci la migliorata esperienza e le cure divenute negli ultimi lustri più assidue, per quanto non egualmente razionali, per tale coltivazione. Però l’esagerato numero di varietà e quindi la mancata selezione di qualità nei vitigni ora coltivati, sono condizioni per cui i frutti unitari della coltura schietta (40 q. ad ha. in media) risultano i più deboli delle regioni meridionali e la resa in vino (0,68 hi. in media per ciascun quintale di uva) rimane al di sotto della media nazionale: sono cioè elementi sfavorevoli a una miglior fortuna di questa coltura.

    Gli agrumi: coltura di rinascita per le piane rivierasche

    In ogni modo la principale coltura di pregio della Calabria è ora l’agrumeto: dico ora perchè le uniche zone della regione che sian state negli ultimi due secoli con continuità e razionalità e con gran investimento di energie e in genere con fortunati risultati, riplasmate fortemente nella struttura economica, sono quei nastri di pianura che vediamo stendersi a lato di vari centri marini (o ai margini di alcuni un po’ interni) e nelle parti della regione — questa è una limitazione basilare — ove non predomina la grande proprietà: e l’agrumeto è coltura litorale o di arenosi e soleggiati fondi valle perchè ha bisogno di buona terra e di sicura irrigazione e di molto calore e luminosità, e inoltre non può immaginarsi — nella regione bruzia — se non congiunta a una classe di proprietari rurali che, coltivatori insieme o imprenditori di affitti agresti o trafficanti di generi agricoli, vivano assiduamente fra le colture e capiscano i relativi problemi. Nella coltura degli agrumi la Calabria è seconda in Italia, dopo la Sicilia, che ne dà una produzione quintupla: ma in realtà la Calabria, per la sua configurazione naturale, può dedicare a questa coltura una quantità minima delle sue super-fici (21.000 ha. in colture pure e 8.000 ha. in colture promiscue, nel 1961). Cioè, come già si è indicato, il 2% delle aree coltivate. Ma questa ben scarna copertura dà una produzione di valore finanziario maggiore di quella dei cereali e pari a più di metà di quella degli olivi che ombreggiano superfici una decina di volte più grandi: un valore che è aumentato da una media di 8,2 miliardi di lire annualmente fra il 1952 e il 1955 a una media di 13 miliardi negli ultimi cinque anni. Che sono 1/8 del valore medio della produzione agricola della regione.

    Agrumeti lungo fiumare, nella regione dello Stretto, a monte di Gallico.

    Va però chiarito che l’agrumeto in Calabria è coltura di molto più rischio che in Sicilia (e anche in Campania e Puglia e Lazio: cioè le regioni che dopo la penisola bruzia — e sia pur a rimarchevoli distanze — forniscono una discreta produzione di agrumi). Perchè in Calabria la cimosa litorale che l’agrumeto riveste non è piatta, ma rugata leggermente dai ghiaieti delle fiumare che il materiale annualmente rapito ai monti dalla strepitosa erosione invernale e primaverile, e scaricato dai fiumi ai loro sbocchi, ha rilevato — con evidentissima sezione rigonfia assialmente — sul profilo originale del litorale. Le fiumare sono quindi pensili e, per quanto contenute sui bordi da muri di arginatura — deboli e non elevati — a ogni alluvione che superi un po’ la regola o la media, tracimano e investono con distruggente inondazione le zone ai due lati, più depresse. E sono tali aree ove abitualmente le colture degli agrumi si infoltiscono lì, sui fianchi delle fiumare, per profittar meglio delle erogazioni idriche che i canali e i cunicoli vi prelevano. Questa distruzione non è rara: negli agrumeti ricavati sui fondi delle valli — nelle brevi insenature fra gli sproni dei pendii (chiamate con termine di derivazione greca « nasiti », cioè « minuscole isole ») che lasciano sperare una miglior protezione agli impeti delle fiumane — le colture sono inondate in genere ogni due o tre anni dal corso della fiumara, ma solo per qualche ora nei giorni di maggior piena: poi una piena di eccezionale portata — che pur si registra periodicamente — può investire anche le areole defilate dei nasiti e schiantare o strappar gli alberi o coprirli di ghiaia e di arena: così che l’agricoltore, se ne ha convenienza, deve nuovamente e pazientemente ripiantare i suoi agrumi. Il rischio però è alquanto più forte sui conoidi litorali, dove il lavoro di ricostituzione degli agrumeti divelti da inondazione si ripete periodicamente a intervalli di tempo di pochi lustri. E ciò per lo meno da un secolo. Ma negli ultimi trenta anni gli intervalli sono stati anche più brevi: per la costa dello Stretto ricordo i disastri fra l’ottobre 1927 e la primavera 1928, a metà febbraio 1930, a inizi di ottobre 1951 e a fine ottobre 1953.

    Come la figura a pag. 287 disegna vividamente, gli agrumi drappeggiano con maggior densità il tronco meridionale della penisola bruzia, in genere al di sotto di 200 m. di altitudine, e via via intensificano il loro rivestimento — anche rialzandosi di quota in qualche zona, a più di 300 m. — a misura che si portano verso la punta estrema della penisola. In così singolare recintura, una notevole parte degli agrumeti : cioè i 3/4 della coltura degli aranci e più di 4/5 di quella dei bergamotti e più di 9/10 di quella dei cedri, per ricordare le principali e più tipiche della Calabria, forma delle piantate schiette — i cosiddetti « giardini » — brevi oasi dal verde cupo anche in estate. Però con discreta frequenza — specialmente per le coltivazioni di minore rilievo, come risultano qui il mandarino e il limone (di cui solo 1/10 è tenuto a giardini) — la pianta di agrume è sparsa nei campi, insieme ad alberi di diverso genere: mandorli, noccioli, nespoli ecc. e qualche volta — nella riviera dello Stretto — financo banani ; o è alternata a seminati di pomodoro o di fagioli. A giustificare questa ubicazione litorale della coltura, le ragioni che paiono più elementari — cioè in particolare i favori del clima — in realtà sono solo un motivo occasionale (per quanto inderogabile!) o meglio indicano niente più che la vocazione del litorale bruzio a numerose colture subtropicali, che non sono state solo o in primo luogo gli agrumi: ad es. nel quindicesimo secolo, in vari punti del nastro litorale ora agrumicolo, iniziò a svilupparsi lungo la riviera dello Stretto e la riviera paolana, la canna da zucchero. La costa della Calabria — questo è vero — si può dire l’unica parte di questa regione che sia, per ambiente, francamente favorevole agli agrumi, perchè le temperature nei mesi di inverno restano fra 8° e 12°, e neanche nelle decadi di minima temperatura si deprimono di regola a meno di 4°, sì che l’agrume non vi può temere il freddo e per lo più vien coltivato senza ripari di stuoie (di cui solo la meno tepida riviera paolana in qualche punto fa uso : es. a Bonifati, Belvedere, Diamante) ma unicamente ha bisogno di ripararsi dal vento con filari di cipressi o di eucalipti, come sopra la riviera ionica,o con muri, come fra Scilla e Bagnara. E la piovosità — a eccezione di un ciglio su l’estrema punta da Reggio a Bova, dove però le colture sono alquanto dense, e nella piana del Crati ove pur si trovano agrumeti — supera ovunque i 600 mm. annualmente: ma a prescindere dalle rugiade, nei mesi di estate si contrae a minimi di 30-50 mm. e la fascia ionica, ove si aduna 1/3 degli aranceti schietti, il totale dei bergamotti e la metà dei limoni, è in quei mesi decisamente arida (cfr. lo schizzo a Pag- 58). La carenza di erogazione atmosferica è quindi il gran incubo per l’agrume a cui solo una misurata, abile irrigazione pone qualche riparo o rimedio. Ma la vera ragione per cui — realizzando le vocazioni o neutralizzando con adeguate opere umane gli sfavori naturali — gli agrumi si intensificano sopra i litorali, è che la popolazione si è infoltita qui fortemente negli ultimi secoli, fino a densità — come si è già visto — da 100 a più di 300 ab. a kmq., ed è favorita da un sistema di comunicazioni relativamente spedito. Poiché l’agrumeto ha bisogno di cure continuate e metodiche, e richiama numerosa mano d’opera : cioè una media di 300 giornate di lavoro annualmente per ha. (come dire una volta di più di quanto domanda la vigna, due volte di più di quel che se ne dà agli olivi e il triplo di quel che si presta al grano) da quando e dove la costa si è venuta riempiendo di gente — cioè dal diciottesimo secolo — la sua coltura ha iniziato a divulgarsi in misura riguardevole. E un aumento di superfici — la cui ampiezza era valutabile verso il 1880 a 7.500 ha. — si è avuto sicuramente dopo che fu completato il perimetro ferroviario litorale e se ne giovò quindi l’esportazione: agli inizi del nostro secolo la coltura copriva già più di 9.000 ha. e dava poco più di un migliaio di quintali di frutti. E da cinquanta anni a oggi l’area agrumicola è aumentata, come si è dianzi accennato, a poco men di 30.000 ha. in totale, fra piantate pure e miste, e più che duplicato è il carico della produzione, che negli ultimi cinque anni ha superato i due milioni di quintali annualmente (e qualche volta, come nel 1961, ha sfiorato i 3 milioni).

    Ma nella parte cosentina della penisola la coltura non si è gran che divulgata dopo gli inizi del secolo, e in quella istmide con probabilità rimane oggi qual era verso il 1912. In verità, dopo questa data, l’unica zona ove la coltivazione ha segnato un aumento superficiale realmente forte — a dir poco una triplicazione — è l’estremità meridionale della penisola. Qui la dilatazione della coltura si deve specialmente ad alcune fra le più tipiche doti che la popolazione venuta giù dai monti aveva portato con sè, insieme ai suoi grezzi stati d’animo: una abitudine di secoli ai sacrifizi e una mirabile laboriosità e un uso sapiente del misero capitale e dei rudimentali strumenti disponibili, con cui l’uomo nei fondi valle ha aperto canali di vari km. deviando le correnti che serpeggiano su le superfici delle fiumare, e sui conoidi ha preso con cunicoli le vene subalvee, e nelle piane litorali ha elevato con norie — e oggi con motori — le falde freatiche, e sui primi pendìi bene soleggiati e irrigui ha creato dei terrazzi, e ovunque a schiena di asino o di mulo vi ha portato i letami (e ora i fertilizzanti). Si pensi che in Calabria le superfici bagnate mediante irrigazioni (vedere la figura a pag. 327) erano verso il 1932 un poco più di 44.000 ha. e sono aumentate nei venticinque anni seguenti — e in modo particolare nel dopoguerra — a 106.000 ha., e oggi — dopo l’esecuzione di diverse opere a iniziativa della Cassa per il Mezzogiorno — investono intorno a 112.000 ha. cioè il 7,3% delle superfici coltivate della penisola. È — meno per quel che riguarda le operazioni che negli ultimi anni ha svolto la Cassa per il Mezzogiorno — una splendida storia anonima di fatiche, a cui il coltivatore locale non dà prezzo (e chi ve lo ha dato, stimando quelle fatiche con moduli istituiti per i fenomeni economici moderni, ha dimenticato di tenere presente che l’impianto degli agrumeti è stato qui, specialmente su la zona ionica fino al 1930, una manifestazione del risveglio di una società povera, che rimase a lungo chiusa fra mentalità montanara e guidata da costumi rurali di notevole arcaismo, anche dopo che era venuta vicino al mare aperto). E così l’agrumicoltura ha cangiato lungo lo Stretto i nudi letti delle fiumare, e nella piana di Rosarno i pascoli surtumosi ai fianchi del Mesima, in fiorenti « giardini ». Oggi le aree agrumetate della Calabria sono tenute in coltura integrale per il 76% da aranci e il 18% da bergamotti, e in coltura promiscua per il 36% ad aranci, il 48% a limoni e il 12% a mandarini. Il principale degli agrumi della Calabria, per area coltivata — che in piantata pura è fortemente aumentata nel dopoguerra da 7 milioni di ha. nel 1944 a 10.700 nel 1951 e a 15.900 ora — e anche più per quantità di produzione — che equivale in media (fra il 1957 e il 1961) a 75% del totale — è quindi l’arancio. La sua coltura domina qui in modo molto più forte di quanto fa in Sicilia (ove l’arancio dà meno di 2/5 della produzione totale degli agrumi). E la sua produzione, che era rimasta uniforme fra il 1930 e il 1940 (una media di 700.000 q. annualmente) per la stabilità delle superfici investite, dopo il 1946 è aumentata, congiuntamente alle conquiste areali, in misura ben più saliente che in Sicilia: cioè a una media di 1.120.000 q. fra il 1952 e il 1955, e negli ultimi cinque anni a 1.620.000 quintali. Perciò l’arancio lo si può vedere su buona parte del litorale bruzio: e l’unica sezione ove diventa così raro da perder il significato di coltura da mercato, è quella settentrionale del Tirreno, a nord del fiume Savuto: la cui fama però è legata con la coltivazione del cedro.

    Le aree irrigate per più di 8% della superfice coltivata.



    Qualche giardino di aranci (ma in totale neanche due centinaia di ha.) già lo incontriamo ai margini settentrionali della piana di Sibari: come intorno a Villapiana, e poco lungi da Torre Fregia e da Torre Cerchiara, e sui declivi bagnati dal Coscile in comune di Castrovillari. Ma solo a meridione del Crati, il turista proveniente dal nord vede la prima zona discretamente riguardevole di aranceti (più di 500 ha.): là cioè ove le estreme diramazioni presilane adimano fra la coltre arenosa del delta del fiume. La zona — lo si è già rilevato — ha una esigua piovosità: ma la falda idrica è poco fonda e i minori fiumi che la Sila manda giù largiscono buone vene subalvee: l’irrigazione perciò è facile. E così i giardini si spandono sul litorale a sud del delta del Crati, là ove colano il Mesofalo, il Malfrancati, il Coriglianeto, il Cino, il Colo-gnati ecc., inerpicandosi anche lungo le valli di qualcuno di questi fiumiciattoli, come ad esempio fino a Corigliano. Ma via via che volgiamo ad oriente, gli agrumeti mostrano di distanziarsi gradualmente fra loro (qualcuno si profila nella valle del Trionto, in comune di Cropalati, e minori sono individuabili lungo la costa ionica: ad es. a Cariati e presso la Marina di Ciro). E poi scompaiono: nel Marchesato sono per ora rari (neanche 300 ha.) ma diversi sono in fase di impianto: ne ricordo lungo il fondo valle del Neto, in comune di Rocca. E se ne scorgono pure su le alture là ove il suolo sia leggermente conglomeratico e insieme inumidito da sorgive di sicura vitalità (come è negli impluvi irradianti dai modesti rilievi che formano il seggio di Santa Se-verina e di Scandale). Però con l’aprirsi del golfo di Squillace gli aranceti a mano a mano ritornano: già ve ne sono alcune, ma frazionate e minuscole piantate fra il Tacina e il Simeri, in prossimità degli abitati che si scaglionano lungo la ferrovia, e più frequente si fa la coltura (500 ha.) ove la frangia arenosa del litorale si dilata un po’ : come ad es. su l’esile piana creata dal fiume Ancinale (fra le marine di Soverato e di Davoli e il villaggio interno di Satriano) che, via via stringendosi, si profila per vari km. fino a Marina di Badolato. Con maggior frequenza le oasi di agrumeto si notano a sud della punta di Stilo: ad esempio per un totale di 500 ha. lungo i fondi della fiumara Assi (al ponte di Guardavalle), della fiumara Rita (in comune di Stilo) e delle tre fiumare sfocianti nella costa di Caulonia, e specialmente lungo la aperta valle del Torbido, ove fra la Marina di Gioiosa e la borgata di Gioiosa alta la copertura degli aranci è più splendida e densa. E parimenti — per più di 800 ha. — lungo la riviera fra Siderno e Locri, così come su per le fiumare di Portigliela, di Condojanni, di Ardore, e alfine a rivestimento dei ventagli sedimentati dal Buonamico e dal Verde. Più a sud, nel giro che la costa fa per secondare la mole di Aspromonte, il primato degli aranci vien soppiantato dal bergamotto: a Brancaleone inizia la fascia del bergamotto che circonda l’estremità della penisola fino a Catona. Ma non è che il bergamotto sia qui l’unica coltura. In realtà con le sue piantate — in genere schiette — copre un’area pari a due volte quella degli aranceti e domina sui margini litorali, di fronte al mare. Per modo che gli aranceti sono spinti un po’ verso le alture (lungo la fascia da 70-80 a 250 m.) cioè fin dove i suoli restano sciolti e arenosi: e qui figurano fortemente (per almeno 2.500 ha.) in coltura alternata con gli olivi: questi ubicati abitualmente su le superfici rotondeggianti, più colpite dai venti e quelli nelle depressioni, ove poi iniziano a diradare via via che la altitudine si eleva al di là di 250 m. Fra le fiumare di Valanidi e di Catona si alternano o mescolano poi, con gli aranci, i mandarini (che in coltura promiscua coprono qui più di un migliaio di ha.) e da Rosali a Campo e più in là verso Scilla i limoni (la cui coltura promiscua non supera però, in questa zona, i 250 ha.). Di conseguenza l’affollamento degli agrumeti aumenta in modo rapido a ovest di capo Sparavento: in questa sud occidentale e più arida fiancata di Aspromonte è regolare per gli agrumeti di insinuarsi lungo le valli, per spremere dalle fiumare quanto più si può di correnti irrigue: e perciò li vediamo salire per 3 km. la valle del Pantano fino a monte di Brancaleone; per 5 km. la fiumara di Palizzi; per 8 km. la fiumara di Amen-dolea; per 12 km. (e fino a 300 m. di altitudine) la fiumara di Melito ecc. e li vediamo rivestire qualunque deiezione di fiumara al suo uscire dai monti. A ovest di Melito poi, iniziando gli influssi di quel canale di venti — in genere più o meno umidi — che è lo Stretto, l’agrumeto può orlare per notevoli spazi la costa: si può dire anzi che al di là di Saline il suo manto non ha praticamente soluzione di continuità per più di 40 km. fino a Scilla. In questa zona, dal nastro litorale — che ha al minimo la profondità di un km., ma fra le fiumare Valanidi e Calopinace, ove le sue piantate sono compattissime, è di più di 3 km. — l’agrumeto si interna a digitazione inerpicandosi per le valli e pezzando di molte oasi i fondi delle fiumare: rimonta per 3 km. quella di San Elia, incorniciando le falde della rupe di Pentedattilo ; per 7 km. quella di Lazzaro e per 5 quella di Valanidi; si inoltra per 7 km. nella valle del Calopinace fino a una altitudine di 270 m. Così che Reggio è circondata a sud e a oriente da un golfo di giardini, che a nord del suo abitato, in parte già frammischiandosi con la sua zona industriale, riprendono rigogliosamente. Dal villaggio di Archi fino a Villa, ove le conoidi delle fiumare e i terrazzi quaternari che le infiancano e delimitano, declinano dolcissimi al mare, è un unico grande agrumeto: lungo il litorale la coltura ha una profondità da uno a due km. ma si incanala poi su pei fondi delle valli, riempiendoli per diversi km.: per 12 in quella di Catona ove sale fino a San Roberto e oltre (cioè a una altitudine di 500 m.), per 10 in quella di Gallico, ove giunge con le piantate schiette a Laganadi (525 m. di altitudine) spingendosi in coltivazione promiscua fino a Sant’Alessio a 580 m. : che è la maggior altitudine a cui l’agrume — in tale caso l’arancio — si eleva in Calabria. L’esile scarpa di alluvioni che rinfranca l’Aspromonte lungo lo Stretto è quindi, per varietà di generi coltivati (1/7 degli aranceti in coltura speciale e 2/3 di quelli in coltura promiscua; 1/4 delle colture di mandarini e 4/5 delle colture di limone; infine la maggior parte del bergamotto) la più fiorente zona agrumicola della regione.

    Vedi Anche:  Regioni naturali e regioni storiche

    Agrumeti presso la foce del Mesima, nella piana di Gioia.

    Gli agrumi più tipici: il bergamotto e il cedro

    In modo particolare il bergamotto, che già si era iniziato a vedere timidamente lungo la riviera ionica (diverse decine di ha. fra Gioiosa e Locri, e un po’ anche fra Bovalino e Bianco) ha qui il 90% della sua coltivazione: qui ove questo agrume — che deriva da ibridazione della limetta col limone — ha avuto con ogni probabilità le sue origini verso il 1650, quando ne esistevano diverse piante, coltivate a mero scopo ornativo, nelle ville intorno a Reggio. Perchè questa pianta, che non ha nessun luogo di coltivazione in Italia al di fuori della estrema punta della Calabria, si affolli unicamente qui, su Tesile riviera di Aspromonte, è cosa in parte nota: il bergamotto che abbisogna, come gli agrumi in genere, di una temperatura uniforme e discretamente mite in inverno, risente però più fortemente che i suoi simili l’azione dei venti e i bruschi cangiamenti di insolazione : orbene la riviera ionica fra il capo Sparavento e Villa è una delle pochissime aree d’Italia ove in media, annualmente, la copertura nebulosa sia minore a 4/10 del cielo (in Sicilia, Tunica zona in tali condizioni è quella declinante da Caltagirone verso il golfo di Gela). E inoltre è, per il particolare disegno dei monti e della costa, uno dei rari punti di quel triangolo largamente soffiante, intorno a cui si congiungono il mare Tirreno e quello di Sicilia e lo ionico, ove la ventosità sia debole, perchè la cupola di Aspromonte, con le sue diramazioni a profilo orizzontale, e la asserragliata quinta dei monti Peloritani chiudono la via a ogni fredda e violenta corrente da nord o da ovest, e i monti della Sicilia sud orientale defilano un po’, e specialmente rinfrescano gli aridi venti africani. Pure con questi favori, quella del bergamotto non è una coltivazione facile: la sua irrigazione costa molto, e cioè da minimi di 12-15.000 lire ad ha. annualmente ai margini delle principali fiumare — ove è svolta da canali in derivazione da esse — a una cifra media che può aggirarsi fra 40 e 60.000 lire ad ha. ove l’alimento liquido va elevato da falde subalvee scorrenti a volte a 20 m. di profondità, e a estremi di 80-120.000 lire ad ha. ove si fa ricorso a una perforazione artesiana, e fino a 160-220.000 lire ad ha. ove le aree da bagnare con erogazioni artesiane giaccion un po’ verso l’alto (cioè a più di 70-80 m. sul mare). E per di più la pianta dà una produzione buona solo a quindici-diciotto anni dopo l’impianto: ragione per cui, per utilizzar meglio una irrigazione così cara e usare con vantaggio della terra nel notevole periodo che la pianta richiede per giungere a piena maturità, nei giardini di Reggio le sue piantate sono congiunte ai generi da orto — specialmente cavoli e melanzane, cipolle e meloni — e si è iniziato, fin dal 1933 a consociarle, in misura di anno in anno più forte, con il gelsomino. Va ricordato poi che la produzione del bergamotto non ha una destinazione alimentare, ma anima una industria — quella degli estratti per profumi — il cui mercato rivela annualmente salienti oscillazioni perchè è industria di lusso (ci vogliono 2 q. di frutti per dare 1 kg. di estratti) e non riguarda che in minima parte l’Italia (a cui va neanche un decimo degli estratti) ma vari paesi dell’Europa media e financo gli Stati Uniti di America. A un rigoroso bilancio quindi, la coltivazione non si mostra molto conveniente: e se qui — dopo che Giovanpaolo Fenis nel 1704 mise in valore i suoi succhi per l’industria di profumi di Colonia (negli anni seguenti 321 gr. di estratti venivano pagati 4 ducati) — la coltura manifestò la sua prima divulgazione fortunata, che la portò a cinque o sei centinaia di ha. nel 1860 e ha avuto poi un progrediente infoltimento a discapito degli oliveti e dei vigneti fino a 1.200 ha. nel 1880 (il Branca dichiara che dai villaggi fra Pellaro e Gallico il bergamotto si veniva ampliando a sud nei distretti di Melito e Bova e a nord in comune di Villa, fino a 200 m. di altitudine) e intorno a 2.000 ha. nel 1915, ciò è dovuto non propriamente alle descritte vocazioni naturali ma a particolari condizioni di arcaismo della società rurale: una società che non misura in moneta le sue fatiche. Ma dopo il 1930 l’area del bergamotto rimase stazionale, intorno a 3.300 ha. in piantata integrale (di cui 180 fra il capo Spartivento e Bova, 170 nel bacino della fiumara di Condofuri, 500 nel bacino della fiumara di Melito, più di 300 fra Porto Salvo e Bocale e alfine 1.200 lungo la riviera di Reggio) e la sua produzione è stata negli anni fra le due guerre e nel dopoguerra fra il 1948 e il 1955, in media di 260.000 q. annualmente. E solo negli ultimi anni,    per merito di più evoluti sistemi colturali, è aumentata a 282.000 q. nel ’58, a 350.000 q. nel 1960 e a una punta di 512.000 q. nel 1961. Probabilmente la coltivazione è giunta ai limiti della sua convenienza, come pare testimoniarlo pure una minima contrazione del suo areale dopo il 1952, a 2.820 ha.: da cui faticosa è stata negli ultimi anni la rimonta a 3.300. In ogni modo (tranne qualche iniziativa, nel dopoguerra, intorno a Gioia) la sua coltivazione non va al di là di Villa. E già poco a levante della dirupata scogliera di Scilla — che il vigneto domina, perchè vi si può inerpicare con i terrazzi — ove l’aspro fianco settentrionale di Aspromonte disegna qualche minuscola insenatura che si è riempita di una falcatura arenosa e ghiaiosa (come a Favazzina e a Bagnara) riappaiono generi diversi di agrumi: e in particolare dei magnifici limoneti (per lo meno 200 ha. in coltura pura) che fiancheggiano sui lati del mare i due villaggi ora ricordati.

    Ma il ritorno esuberante della coltura è al di là di Palmi, dove cioè s’apre la piana di Gioia. E qui l’agrumeto schietto ha una sua ubicazione singolare: cioè si dispone usualmente a lato dei fiumi che a ventaglio solcano la piana, in lingue o diramazioni a mezza costa, e lascia specialmente agli olivi le zone gradinate e più asciutte che formano la piana tra i vari solchi fluviali (ove restano — a distanza dai paesi — frantumate e minime aree a seminato nudo, e poi — chiusi e rosi via via dal progredire degli oliveti — avanzi di bosco, come il Bosco Selvaggio di Rosarno: un querceto vasto intorno a 3.700 ha. due secoli fa e oggi neanche 520 ha.). Perciò sono fiancheggiate da agrumi — cioè per buona parte da aranci (per lo meno 6.000 ha. in coltura speciale) con un po’ di mandarini (120 ha. in coltura speciale e più di 2.000 in promiscua) — le valli del Duverso fino ai termini del comune di Seminara, del Calabro per 8 km. fino a Oppido (cioè a più di 360 m. di altitudine), del Marro e suoi affluenti per una quindicina di km. fino a Terranova e a Molochio (a 330 m. di altitudine), del Budello per 506 km., e anche più splendidamente il corso del Mesima per una decina di km. — là ove la bonificazione iniziata un secolo fa ha operato in modo più razionale coi piani del 1890 e del 1921 — circuendo Rosarno e spingendosi fino presso il mare a San Ferdinando e insinuandosi in direzione dei monti con acute digitazioni per le valli dei numerosi confluenti del Mesima. Cioè per una quindicina di km. lungo quella del Vacale, fino al di là di Polistena, a una altitudine di 380 m.; per 8 sul conoide dello Sciarapotamo incuneandosi fra gli olivi di Cinquefrondi e i vigneti di Anoia; per una decina lungo i vari rami del Metramo fino a Maropati e a Gaiatro; e poi con oasi un po’ raccolte ma numerose lungo la valle del Marepotamo fino a Dasà. Qualche minore chiazza di agrumeto (che insieme però non fa più di 500 ha.) è individuabile anche più a nord, sui margini del Poro: come ad esempio intorno a Nicotera, lungo i terrazzi di Tropea e nella breve piana di Bivona. Ma più in là la coltivazione degli aranci in forma speciale vien meno a poco a poco, e lungo la costa padana i suoi rari impianti si limitano a esaudire i bisogni famigliari o locali : con ogni probabilità una delle cause della rarefazione è da vedere qui nel frequente spirare dei venti occidentali alquanto violenti, che recano gran guai nella stagione della fioritura.

    Un panorama dettagliato delle colture nella piana di Gioia (secondo il foglio 20 della carta della utilizzazione del suolo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, aggiornata al 1961).

    1. seminativo;
    2. colture promiscue di seminati e alberi da frutta vari;
    3. oliveto;
    4. vigneto;
    5. vigneto e oliveto misti;
    6. agrumeto;
    7. bosco;
    8. pascolo.

    Invero, in ragione del clima l’agrume dà su le pianure di Calabria gusto diverso da zona a zona e ha diverso periodo di maturazione: secondo una convincente indagine svolta vari anni fa dal La Face e dal Sorgonà, negli agrumeti della fascia ionica — cioè un decimo del totale della regione — la maturazione degli aranci cade prima (agli inizi di inverno) e, data la precocità, i frutti sono più zuccherini perchè la zona è frequentemente colpita in primavera dai venti caldi di provenienza africana. Diversamente il distretto di Reggio — ove sono coltivati (a parte i bergamotti) 3/10 degli agrumi edibili della Calabria — consente, per la sua maggior areazione, raccolte a stagione avanzata: motivo per cui gli agrumi sono meno acidi, ma anche un po’ meno sugosi. Ma gli aranci di Calabria più noti sul mercato sono quelli della piana di Gioia, che da sola ne ha i 6/10 della coltivazione e matura i frutti nella media stagione — cioè da gennaio ad aprile —: e questi frutti (per quanto di qualità mutevole a seconda che sian provenienti da coltura in suoli un po’ asciutti — come fra Molochio e Drosì — o da coltura bene irrigata ma in suoli ghiaiosi — come nel bacino del Petrace — o da coltura più umida e in alluvione scioltissima, come lungo il corso del Mesima) risultano di notevole resa in sugo, seppur a volte lievemente acidi.

    Ai recenti e già segnalati aumenti della produzione degli aranci — la cui provenienza è per il 58% dalla piana di Gioia, per il 18% dalla riviera dello Stretto, per il 6% dalla zona di Locri — fa in qualche modo opposizione la relativa stabilità di produzione del limone e del mandarino, le cui aree di coltura integrale sono di poco ampliate (il primo da una media di 300 ha. anteguerra e di 270 ha. fra il 1948 e il 1952, a 750 ha. attualmente, e il secondo da 3 ha. intorno al 1930, a 22 ha. fra il 1936 e il 1938, a 115 nel 1948, a 200 nel 1953 e a 680 ora) e quelle in coltura promiscua risultano in chiara riduzione (il primo da 5.500 ha. fra le due guerre a 3.600 ha. oggi e il secondo da 6.300 ha. anteguerra a neanche un migliaio di ha. oggi). La produzione del limone (che per più di 4/5 si ricava lungo la riviera fra Catona e Bagnara) è stata di 120.000 q. negli ultimi anni, e neanche 70.000 q. ha dato di regola il mandarino (che per la metà deriva dai comuni della piana di Gioia e per un quarto dal comune di Reggio).

    Egualmente stabile negli ultimi anni (la media dopo il 1957 è di 31.000 q.) è stata la produzione del cedro, proveniente per la più parte da 180 ha. in coltura schietta nella riviera padana: una produzione però non trascurabile per valore in quanto la Calabria dà i 4/5 del totale nazionale. In realtà questa coltivazione è un endemismo economico (e in Calabria non meraviglia un fenomeno del genere!) e si è mantenuta qui, in zona aspra e isolata ma ben accessibile dal mare — dopo la riduzione e poi eliminazione in Puglia di una maggior area di raccolta, nel periodo più fosco della dominazione iberica — per rifornire gli israeliti a cui il frutto del cedro (etrog in ebraico) è indispensabile agli effetti della festa dei Tabernacoli. Ma la coltura di etrog nella riviera padana si è divulgata sicuramente da molti secoli: cioè nei primi secoli del cristianesimo o in età bizantina quando l’immigrazione israelita fu discretamente numerosa in diversi punti della riviera occidentale bruzia che si disponevano su uno dei principali itinerari della Diaspora.

    Ora l’area di maggior frequenza del cedro si inizia a Cetraro — a cui l’albero diè nome, e ove però attualmente la sua coltivazione, in forma pura, non supera un ha. — e termina a Praia, insinuandosi un po’ nelle valli del Sanguineto, del Corvino, del Lao; ma in ciascun comune di tale zona, la superfice coperta è esigua. Diamante, su le minuscole deiezioni fociali del Corvino, e Bonvicino, nel bacino di quel fiumiciattolo, ne coltivano ciascuno intorno a 40 ha. Poi ve ne è 30 ha. nel bacino dello Aba-temarco e nella piana di fronte a Grisolia, e una egual superfice nel bacino del Lao fra la piana di Scalea e il breve conoide del fiume Argentino; e infine una decina di ha. — lungo la costa — in ciascuno dei due comuni di Belvedere e di Bonifati. Come è naturale, in questa riviera così fortemente piovosa da ottobre ad aprile, e colpita da venti sferzanti, il cedro può giungere a maturazione solo a riparo dai venti : e quindi in inverno vien coperto da stuoie posate su di una armatura di pali. In ottobre i frutti sono raccolti ancor verdi e posti in salamoia: operazione che si fa in riva al mare e consiste nel tagliare i frutti in due e stivarli in barili, in un bagno di acqua di mare. Dopo di che sono spediti a Livorno o a Merano o a Messina: a Livorno ne fa richiesta — come una volta — la comunità israelitica, e a Messina e a Merano l’industria delle confetture. Ma nel dopoguerra il cedro di Calabria ha avuto un emulo nel cedro di Puerto Rico, di qualità meno buona ma gestito da imprese nord americane, col cui forte aiuto ha invaso a prezzi più convenienti i mercati di Europa. Perciò in Calabria, ove era stata fino al 1946 di 220 ha. (con una produzione di 50.000 q.) la sua coltura ha segnato negli ultimi anni una riduzione.

    Gli alberi da frutta: una buona coltivazione svolta in modo antiquato

    Dopo quelle fino a ora descritte, e che rivestono in forma integrale il 66% delle sue superfici coltivate e il 30% in modo misto, la Calabria ha unicamente un manipolo di colture minori: ma di alcune sarà utile dire qualcosa perchè la rinascita agricola della regione, a cui diverse iniziative mirano oggi, in forte misura punta pure su di loro. Ricordo quindi gli alberi da frutta, che figurano un po’ ovunque nelle aree a coltivazione promiscua, fino a una altitudine di 800 m. ma rivestono pure 16.400 ha. in piantate integrali : e in modo particolare il pero (la cui produzione è stata in media negli ultimi otto anni di 270.000 q. annualmente, pari a un po’ meno di 5% della produzione nazionale) l’albicocco (la cui resa fra il 1951 e il 1955 sfiorò in media il 5% della produzione nazionale, ma poi è calata: ora 15.000 q. in media) il noce (i cui raccolti pesano 28.000 q. e giungono di rado a 5% della produzione nazionale), poi il melo (un po’ meno di 130.000 q.) e il susino (25.000 q.) e il ciliegio (intorno a 50.000 q.). Ma molto più di questi ha rilievo — con una produzione totale di 750.000 q. in media annualmente — la coltura del fico, i cui alberi coprono financo in piantata schietta una superfice non trascurabile, per quanto in lieve riduzione (15.000 ha. intorno al 1930, 14.800 in media fra il 1935 e il 1955, e oggi non più di 12.500) specialmente sui pendii della catena paolana, ove la coltura domina veramente fra Fuscaldo e San Lucido e fra Fiumefreddo e Belmonte (in totale qui 5.000 ha.), e in qualche punto della media valle del Crati (a Rende, Cerisano, Castiglione, Rose ecc. e nei villaggi più vicini a Cosenza: per un totale di 2.000 ha.) e sui margini del Poro (Joppolo, Limbadi, Stefanaconi, e poco lungi l’apertura della valle del fiume Angitola: per un insieme di 750 ha.) e qua e là in diversi angoli — riposti, in genere delle valli di Aspromonte che sono rivolte a sud (ad es. Condofuri, Staiti ecc.) e in più salienti piantate lungo la riviera soggiacente, a lato degli agrumeti (come ad Archi, Lazzaro, San Elia e San Carlo, la marina di Palizzi e la marina di Ardore: per cinque centinaia almeno di ha.). In tali zone perciò l’essiccazione dei fichi è — per lo meno da due o tre secoli — una florida industria, che oggi dà al mercato una media di 150.000 q. annualmente (negli anni poco buoni intorno a 90.000 q.) pari a 28% della relativa produzione media nazionale: e in questa fornitura solo la Puglia supera la Calabria. Non sarà inutile quindi notare che, fra le regioni meridionali, la Calabria non è di quelle che, in quantità, dia meno frutta — in particolare per ciò che riguarda le polpose —: il guaio però è che la produzione, meno che per i fichi, non è di genere selezionato e di conseguenza ha debole pregio.

    Una sezione di costa sul golfo di Squillace. In primo piano un angolo della stazione balnearia di Lido di Copanello. Più in là, fra ferrovia e carrozzabile, giovani agrumeti. Nel fondo, sulle prime ondulazioni, gli oliveti.

    Le piante industriali: le colture più giovani

    Vi sono poi, per quanto poco divulgate fino a qualche anno fa, ma ora in aumento ovunque — e in notevole grado — nelle piane litorali, diverse colture industriali sopra cui pure si fonda la rinascita agricola di vaste aree che la riforma sociale e le opere di irrigazione e l’uso per la prima volta delle macchine destano ora da un lunghissimo letargo, e che non esito a indicare come quelle a cui potrebbe domani capitare la sorte — se il favore del mercato le aiuterà — di un affiancamento o di una alternativa alle odierne colture di pregio. Da cinque o sei lustri su molte aree un po’ surtumose, via via scolate meglio e quindi risanate, delle piane aperte al Tirreno, è stata iniziata con gran fortuna la coltura del pomodoro, che non ha pretese di particolari suoli perchè vien bene anche in quelli arenosi, ma ha bisogno solo di frequente irrigazione e di numerosa mano d’opera: due elementi che il pomodoro ha avuto agio di sfruttare nel cuore della piana eufemiate e in diverse parti di quella di Gioia (sui conoidi del Razza a Cittanova e del Vacale a Polistena, lungo il termine del corso del Duverso, e specialmente ai due lati umidissimi del Mesima dopo la ultimazione, verso il 1950, dei lavori per lo smaltimento dei rivi ristagnanti nella piana di Ravello, qualche km. a nord di Rosarno). E dal 1952 in qua la redenzione della piana sibarita gli ha aperto una nuova area sul delta del Crati, ove il pomodoro ha iniziato a irradiarsi con magnifici risultati e a conquistare un centinaio di ettari. Nel dopoguerra inoltre la sua coltura si è divulgata pure discretamente — alternandosi con gli agrumi — su la riviera dello Stretto ove si può giovare della foltissima maglia che bagna gli agrumi. E così il pomodoro che fino al 1935 si limitava a 1.500 ha. ma già nel 1938 era salito a 2.700 e nel 1952 a 4.500, riveste oggi in Calabria 7.800 ha. e dà una produzione di 700.000 q. annualmente (cioè pari a 4% di quella nazionale): ma il punto debole di questa coltura è la contenuta resa ad ha. che anche nelle piane rimane alquanto al di sotto (130 q. in media) di quella nazionale. Da notare poi l’aumento — che è del dopoguerra — delle coltivazioni da orto le cui superfici, in forma ripetuta, sono stimate ora ufficialmente a 18.600 ha. (verso il 1930 neanche la metà di questo valore, nel 1938 sì e no i 2/3, nel 1951 intorno a 4/5): ma a parte le aree periferiche delle principali glomerazioni umane (in special modo a Reggio e Cosenza) le più progredite zone ortive sono quelle dei paesi schierati ai limiti dei rilievi calcari e che fruiscono quindi di grossi fontanili (Castrovillari e Morano, i villaggi del bacino di raccolta del Lao, e poi Scalea, Praia, ecc.) e quelle della fresca riviera paolana (special-mente intorno a Belvedere e Bonifati, da Fuscaldo a Fiumefreddo, e la breve piana di Amantea). Vi è una rilevante produzione di melanzane (intorno a 240.000 q., pari a 12% del totale nazionale), di peperoni (quasi 200.000 q. : il 10%), di cavoli (una media di 330.000 q. : il 4%) nel Marchesato e nei distretti di pianura o di spianate in altitudine a mezzogiorno della ingolfatura istmica, e una buona produzione di insalate (un po’ meno di 400.000 q. : quasi il 7%) di cipolle e di agli (160.000 q.: qualcosa più di 4%) di cocomeri e di meloni (280.000 q. : intorno a 4%) nel distretto istmico e in quello cosentino. Ma anche per tali coltivazioni è elemento negativo la deficiente resa ad ha. (per la melanzana e il peperone ad es. è meno di metà di quella nazionale). Dal 1951 infine si è iniziata con fortuna nel cosentino la coltura degli asparagi.

    Coltivazioni costiere e di terrazzo lungo la costa tirrenica a nord di Pizzo.

    Insediamenti rurali sparsi e colture promiscue nella catena padana presso Falconara.

    E origini per così dire orticole ha avuto — come si è già riferito — la coltivazione del gelsomino, fra le piantate di agrumi in vari punti della riviera di Reggio. Le condizioni naturali gli sono in questa zona molto favorevoli: la coltivazione fa a meno di coperture di qualunque genere (come diversamente, a protezione dai rigori del clima, esige nella Costa Azzurra) e il suo periodo di fioritura va da luglio a ottobre, e quindi ha maggior ampiezza che nella Costa Azzurra ove si limita a due mesi. Per di più i gelsomini richiedono per la coltura un numero di giornate ad ha. quante gli agrumi e per la raccolta del fiore un migliaio di giornate: quindi vi è la probabilità che riescano a fornire — se vi sarà convenienza di mercato — una buona occupazione per la esuberante mano d’opera locale. Perciò la coltura si è fortemente divulgata — anche a misura che i floricoltori della Costa Azzurra la contraevano, per i suoi costi non convenienti in quella regione — da 52 ha. nel 1936 a un centinaio in media fra il 1938 e il 1950, a più di 130 ha. nel 1955, e oggi riveste intorno a 200 ha. lungo il litorale da Reggio a Bianco e dà 1/3 del valore in denaro (cioè intorno a 240 milioni) della produzione nazionale proveniente da fiori destinati a industrie di profumi. La medesima destinazione ha poi un’ultima significativa produzione dell’estremità della regione: cioè la lavanda che si coltiva specialmente sui pianori di Aspromonte e dà intorno a 40.000    kg. annualmente. E la stazione sperimentale di Reggio per l’industria dei derivati agrumari (che più intelligentemente ha stimolato negli ultimi anni la dilatazione in Calabria delle colture a fiori, con risultati buoni per le rose, i gerani, i garofani e le tuberose) mediante una recente meticolosa inchiesta, ha indicato la notevole e pregiata dotazione della regione per quanto si riferisce alla flora aromatica e medicinale.

    Una coltura i cui benefizi ora non sono discutibili in Calabria — come diversa-mente nel nord d’Italia — è la bietola da zucchero, che giunse per la prima volta verso il 1936 nella piana eufemiate — in quegli anni già disciplinata nei deflussi fluviali — ma fino al 1950 vi coprì una quota minima delle superfici coltivate. Il motivo per cui la bietola fu portata qui era la esperienza che se ne aveva nella pianura del Po, ove l’impianto di tale coltura si era manifestato conveniente nelle aree di fresca bonificazione non per la quantità o per il grado zuccherino della sua produzione, ma perchè — con le sue richieste di ingrassi minerali e di arature fonde prima della semina, e di assidue sarchiature nel corso della vegetazione — aveva aperto, per la mano d’opera agricola di là, una via a orientamenti agronomici più razionali. Ma nei primi anni la coltivazione penò ad ambientarsi in Calabria: e più che per le condizioni naturali — a cui la pianta a poco a poco è venuta adeguandosi a perfezione, con la selezione di un seme che si attaglia ai climi mediterranei — ciò fu per i timori e le pastoie di una società rurale alquanto ritardata e facile a scoraggiarsi di fronte alla specialità dei lavori da dedicare a questa nuova coltivazione. Perciò fino al 1950 la resa fu debole (120 q. ad ha.): ma la apertura — per qualche anno agli inizi della guerra, e poi definitivamente nel 1952 — di uno stabilimento a Sant’Eufemia, per la lavorazione della radice e la estrazione dello zucchero, giovò di molto, dopo il 1950, a fare spandere la coltivazione. Che da meno di 100 ha. nel 1950 ebbe uno slancio repentino: a più di 3.000    ha. nel 1953 (per 8/10 nella piana eufemiate) e a 4.800 ha. nel 1955 quando la coltura — giunta da qualche stagione nel Vallo cosentino — si irradiò per la piana di Sibari nella prima scia della riforma agricola, e poi a una media di 7.000 ha. nei tre anni seguenti, quando — una volta ultimata la ripartizione dei feudi e la prima dislocazione umana sui nuovi fondi — invase le piane litorali del Marchesato, incuneandosi su per le alluvioni dei fondivalle del Neto, del Tacina, del Corace ecc. In quegli anni fu immessa pure in minuscole zone della piana di Gioia che erano rimaste a seminato nudo: in particolare le aree da poco rasciugate a lato del Mesi ma. E di lì a poco fu portata sugli altopiani quaternari meno elevati del fianco settentrionale di Aspromonte (i piani della Corona, a 400-600 m. di altitudine, fra Palmi e Sinopoli) ove ha già dato buoni risultati.

    Dopo una punta, di certo eccessiva a 15.200 ha. nel 1960, ora (dati del 1963) la bietola riveste in Calabria un po’ meno di 9.000 ha. (per 2/5 nella piana eufemiate, 1/3 nel Marchesato e 1/4 nelle piane del Crati) e dà — con rese in media fra 130 e 160 q. ad ha. — intorno a un milione di quintali. Questo rapido aumento è stato favorito con ogni probabilità da una ben riuscita novazione colturale, per cui la bietola in queste zone del meridione — ove dopo la metà di aprile il cielo è avaro di piogge e invece fra ottobre e marzo manda giù da 400 a 600 mm. — vien coltivata ora frequentemente nella stagione invernale, con semina a fine ottobre, e vien colta ai primi caldi di metà primavera. Ma in primo luogo la sua dilatazione areale è sicuramente una conseguenza della istituzione di nuovi stabilimenti per la produzione di zucchero, che — una volta sperimentato il buon esito della coltivazione — sono sorti negli ultimi anni nella regione ionica: l’industria nata nel 1955 a Policoro — un villaggio lucano sul delta del fiume Agri — richiama le bietole della piana di Sibari, e a quella che opera dal 1959 a Strangoli è mandata la produzione del Marchesato. Ma più che con tale destinazione industriale (che è sostenuta unicamente dai favori della protezione fiscale) la fortuna agronomica — per non dire il valore più significativo — della bietola, in queste piane della Calabria, è in relazione specialmente con l’azione educativa svolta da tale coltivazione fra una società rurale che desidera riordinare le sue strutture, dopo aver eliminati gli arcaismi che la chiudono. E perciò qua e là — ad esempio in comune di Cassano, di Corigliano, di Strongoli e in maggior misura nel meridione della penisola — una spinta discreta a destinare diversamente una aliquota della produzione, ha già dato la constatazione che la bietola è una buona fonte di alimentazione per il bestiame.

    Panoramica del bacino alto del Lao: lorme di coltivazione arcaiche alternate a boscaglie

    Secolare castagneto da frutto a Centrache, nelle Serre.

    Le rilevazioni ufficiali registrano poi qualche minore coltura industriale: ma vale poco la pena di soffer marcisi. Le piante da tiglio, una volta alquanto floride, sono in pieno declino: la canapa nel 1880 copriva intorno a 1.300 ha. e forniva almeno 8.000 q. di tiglio. E ora solo 50 da cui s’estraggono in media 800 q. di tiglio. Il lino nel 1880 era coltivato per qualcosa come 8.200 ha. e dava intorno a 20.000 q. di tiglio (e fino al 1930 ha largito un quarto della produzione nazionale) ma fra le due guerre calò a 800 ha. e a tale area restò fino al 1950 e poi calò di nuovo a 630 ha. nel 1955, a 480 nel 1957 ecc., e oggi è seminato per soli 200 ha. e dà meno di 1.300 q. di tiglio. E vana è stata l’iniziativa di impiantare una coltivazione rilevante di cotone (giunta a 500 ha. nel 1941 per influsso del vaneggiamento autarcico, ma depressa ora a neanche 20 ha. — nelle piane del Crati e del Neto — con una trascurabile produzione). E meschina è per ora la coltura del tabacco (sì e no 120 ha. in media).

    Gli arcaismi dei sistemi agricoli nel Bruzio

    In realtà la descrizione che ho dato — schematica, ma documentata — lascia una decisa e sto per dire fiera impressione di arcaismo nella strutturazione della agricoltura in Calabria. Arcaismo che accomuna le pure chiare disparità fra il nord cerealicolo e il sud viticolo e agrumario, o fra le fiancate occidentali, largamente rivestite da una coltura mista per la frequenza della proprietà minuta o frazionata, e le basse ondulazioni terziarie orientali tenute dai seminati nudi e — fino a qualche anno fa — ripartite in grandissime proprietà. Arcaismo che permea di sè non solo le colture di cui non l’uomo ma il clima ha maggior cura, come l’olivo e il grano e i cereali minori e in parte la patata, ma in qualche modo anche le colture praticate con un sistema di giardinaggio e con enorme dedizione di mano d’opera: come gli agrumi in genere, e poi la vite e gli ortaggi. E quale il motivo di ciò? Il motivo è unico per ambo i casi: e cioè la carenza di capitale: il male basilare del Mezzogiorno agricolo. Là ove la proprietà è frantumata nei giardini di agrumi e nei minuscoli vigneti, l’agricoltore dà integralmente le sue energie: da per sè ha aperto la rete dei canali di irrigazione e ha edificato le vasche di raccolta, con l’aiuto di qualche artigiano locale ha scavato il pozzo, e con le sue braccia o con il lavoro di un magro bue o asino (dato che la rete di fornitura elettrica negli agri è eccezionale, a qualche distanza dalle principali carrozzabili) ne eleva in modo rudimentale le acque. E solo ove ha avuto la fortuna di metter insieme un po’ di soldi (ad es. nelle zone del bergamotto o fra gli aranceti della riviera dello Stretto o delle piane di Gioia, di Locri, di Soverato, di Corigliano) ha impiantato un motore a benzina. Ove invece le proprietà sono grandi e chi ne è a capo vive lontano e si limita a riscuotere i canoni della azienda posta in affitto o fa una apparizione solo quando vi sono da spartire — con il colono che effettivamente ha coltivato i suoi campi — il frumento e le olive, l’agricoltura rimane in condizioni di avvilimento e di inopia. Naturalmente qualche svecchiamento nella mentalità -per lo più baronale — dei proprietari grandi e medi vi è stato: ma è cosa di scarso significato e di lieve portata, e il numero dei proprietari che conoscono bene i problemi agricoli o si sforzano di individuar meglio le vocazioni agricole del distretto ove è sita l’azienda loro e sono discretamente informati di ogni novità della tecnologia agronomica, è molto limitato: non supera probabilmente, ai nostri giorni, un centinaio o due di persone. E si può francamente dichiarare che l’agricoltura, in buona parte della Calabria, là dove ha progredito, è stata migliorata — almeno prima della riforma agricola iniziata nel 1950 — più con le fatiche dei coltivatori che con investimenti del capitale: perchè in Calabria il denaro è caro (i casi di prestiti privati al 25%: cioè di vera usura, non paiono rari). Di guisa che vi sono poche regioni d’Italia ove, come qui, la contrapposizione sia cosi viva fra il giardinaggio della piccolissima proprietà, ove il fattore della produzione che domina di gran misura è l’uomo, e la coltura blanda della proprietà grande o media che è condizionata in special modo da fattori ambientali. Una contrapposizione che riflette quella, egualmente tagliente, registrabile nella ripartizione della proprietà fra le classi rurali della regione: per cui un vero esercito di proprietari, e cioè 1*84,6% di quanti sono in Calabria i possidenti di terra, figurano per avere meno di 5 ha. di terra ciascuno (e la più parte di loro, cioè i 4/5, in verità non ha neanche 2 ha.) di guisa che le loro proprietà investono insieme solo il 22,8% delle superfici coltivate. E di contro il 53% prima della riforma agricola, e ora dopo le operazioni di riforma il 44% di tali superfici è in mano di pochissimi proprietari (10,6 per mille del totale) i cui patrimoni misurano più di 50 ha. ciascuno. Ma in ambo gli estremi, il capitale investito negli esercizi colturali è minimo, e partecipa in modo inadeguato agli sforzi degli uomini là, come si rivela qui sproporzionato e insufficiente per l’ampiezza della terra.

    Coltivazioni e insediamenti in altitudine (1200 m.) sui piani di Aspromonte, 2 km. a nord di Camparie.

    E per questo che le rilevazioni ufficiali — per quanto orientative e da prendere con molto sale — indicano la Calabria agli ultimi posti della vita agricola nazionale (insieme con la confinante regione lucana e con la Sardegna): cosi il valore della produzione agricola per ha. è stimato in media, negli ultimi cinque anni, a 110.000 lire. Una quota che rimane alquanto al di sotto del valore medio nazionale (di 160.000 lire) e a meno di metà di quello abitualmente segnalato per le regioni del Nord. Per tale motivo le macchine usate per i lavori agricoli sono qui in quantità esigua: 3.800 trattori nel 1962 (ma erano solo un migliaio nel 1952) cioè solo 1*1,5% del totale nazionale, e 800 macchine da trebbiatura o sgranatura (da 660 che erano nel 1952) pari neanche a 1% del totale nazionale, e 4.800 (si e no l’i,8% di quanti ve ne è in Italia) motocoltivatori e macchine agricole minori — quelle di cui nella pianura del Po sono fornite in larga misura le minuscole aziende a colture arborate. E per la medesima ragione le quantità di fertilizzanti largite ai suoli sono — meno che nell’estremo meridionale della regione — tra le più deboli segnalate in Italia: per gli azotati una media di 44 kg. ad ha., per i fosfatici una media di 35 kg. ad ha. (contro una media nazionale per i primi di 66 e per i secondi di 57) e per quelli « complessi » una media di 33 kg. ad ha. (cioè intorno a metà della media nazionale). E — ad eccezione della riviera di Reggio e della piana di Gioia, la cui richiesta supera i 3 kg. ad ha. — solo 5 etti ad ha. di fertilizzanti di potassio, che sono i più cari sul mercato (la media dei loro consumi nazionali è di 5,7 kg. ad ha.). Inoltre la regione fa un uso molto limitato — per quanto le colture arborate di pregio ne manifestino un notevole bisogno — anche di sostanze anticrittogamiche (2,5 q. ad ha. pari a neanche 1/3 della media nazionale) e di insetticidi (500 gr. ad ha. pari sì e no a 2/5 della media nazionale). Ma l’arida elencazione delle deficienze regionali a tal riguardo sarà meno completa se non si ricorderà pure che la Calabria fa uso per la sua agricoltura di neanche 2% delle consumazioni elettriche nazionali destinate a lavori agricoli (cioè 12 milioni di kwh. : solo per metà adoperati a fini di irrigazione).

    Gli allevamenti del bestiame: una crisi di riorganizzazione

    Nel totale delle produzioni della terra poi, non ha neanche più il peso di una volta — cioè di una cinquantina di anni fa a dire poco — l’allevamento del bestiame che dagli inizi del secolo è venuto gradualmente diminuendo di valore in relazione alla continuata degradazione dei pascoli, allo spandersi dei seminati e al ruolo che, in modo particolare fra il 1920 e il 1940, ha avuto nelle ruote agronomiche la coltura del frumento. Ne è indice eloquente il carico medio per ettaro di 0,6 q. : superato solo — come figura la carta a pag. 348 — nelle principali valli interne del Crati, del Mesima ecc. e nelle aree ove domina la minima proprietà famigliare. Ma il Marchesato e in buona parte le colline orientali a sud del golfo squillacio, restano alquanto più giù. E se fino ai primi anni del dopoguerra l’allevamento forniva per lo meno 1/3 delle produzioni vendibili (nel 1952: il 32%) ora dà solo 1/4 (negli ultimi cinque anni: 26,2%). In realtà la zootecnia della Calabria è stata fino a qualche anno fa, o per lo meno fino al 1930, fortemente pastorale, non rurale: e tale è da considerarsi anche ora in quelle zone della collina terziaria e delle cimose litorali più rade di popolazione, ove regna il seminato nudo, e in quelle di altitudine la cui vitalità economica fino agli anni fra le guerre rimase decisamente legata agli allevamenti migranti — o meglio pendolari — di mandrie bovine o ovine che vi si recavano nei mesi di estate. Ma precisamente su di una parte (e la più significativa) di tali zone — in Marchesato e in Sila come nella piana sibarita e sul litorale cauloniate — ha svolto la sua azione radicale la riforma agricola: e di conseguenza la tradizione della transumanza è stata colpita dopo il 1950 in modo brusco e si è iniziata la crisi degli allevamenti connessi a tal fenomeno. In ogni modo in un paese come la Calabria, con così notevole parte della superfice, cioè per lo meno 1/4, coperta da boscaglie degradate e pascoli naturali (questi ultimi formano il 16% dell’area produttiva) e con una aliquota discreta —    pari a un buon 10% dell’area produttiva — di superfici destinate ai bestiami nei riposi (secondo la vecchissima abitudine a cui la collina del versante ionico non sa rinunziare) e nei prati avvicendati, ci potremmo figurare un contenuto di bestiami più numeroso. E invece, a esaudire i bisogni del traffico in un paese tra i più poveri in Italia di autoveicoli e di strade carrozzabili, vi sono per ogni 100 ab. sì e no 4 equini: e per lo più asini, poiché la Calabria è una delle regioni italiche — segno chiaro della sua povertà — con minore densità di cavalli (solo il Marchesato e la piana di Sibari, e interiormente la valle del Crati, e più a sud la piana di Gioia, ne registrano due in media a kmq.). Poi la densità dei bovini è tra le più umili in Italia: una media di meno di 5 capi a kmq. nel Marchesato e di 7-8 nella parte della penisola fra il Pollino e l’istmo (con una risalita a 12 nella piana di Sibari e a 10 fra le colture promiscue della catena paolana). E la quota si fa leggermente discreta, cioè di quasi 15 capi a kmq., solo nei comuni di prima collina della sezione meridionale della regione (però con una contrazione a 7 nei comuni arroccati su l’Aspromonte) che può alimentare una quantità meno insignificante di animali, con gli scarti delle sue elevate produzioni olearie e di agrumi. Solo un po’ più uniforme e non scadentissima è la densità dei maiali (in media 15-20 capi a kmq. sul versante occidentale, a eccezione del Poro, e intorno a 10 capi su quello ionico). E la sola che si mostra rimarchevole, per quanto in diminuzione da quindici anni in qua, è la densità degli ovini e dei caprini: i primi più densi nel Marchesato e nella piana di Sibari — con 60-80 capi a kmq. — e altrove con una frequenza media di 40 (meno che nella piana di Gioia, ove cala a 20) e i secondi più numerosi sui fianchi della Sila (in media 30 a kmq.) e discretamente densi (fra 18 e 22 capi) nel Marchesato e in genere sui rilievi ionici marnosi, e inoltre su la groppa della catena paolana e fra i Casali. Di guisa che in relazione con il totale nazionale, solo il numero degli asini (11%) e quello dei lanuti (le pecore un po’ meno di 5% e le capre intorno a 15%) appaiono degni di nota: e sono due generi di allevamento veramente simboleggianti la pesante e conservativa configurazione delle strutture agricole locali.

    San Cosmo degli Albanesi: una fiera di bestiame.

    Carico medio del bestiame (bovini, equini e lanuti) a ettaro intorno al 1957.

    Bestiame al pascolo in Sila, presso il lago Arvo.

    Se poi accogliamo per veri i dati ufficiali, vediamo che solo un gruppo di animali — i maiali — è aumentato in apprezzabile misura da cinquanta anni in qua: erano 133.000 capi nel 1908 e sono attualmente 183.000. Ma questo allevamento — che sui rilievi ove la quercia è folta vien praticato in libertà e dà uno squisito lardo — rimane di frequente colpito da morbi epidemici per il deplorevole stato dei ricoveri che gli sono destinati: e quindi le sue fortune sono oscillanti (intorno al 1952 ad es. i maiali avevano superato le 200.000 unità). Invece per un buon numero di allevamenti i patrimoni della Calabria sono ora in calo a paragone di quelli che erano cinquanta anni fa: il numero degli asini (68.000 nel 1908) che pure aveva segnato un aumento fra il 1930 e il 1950 (fino a 78.000) non supera ora le 58.000 unità, e quello dei bovini (146.000 nel 1908) che aveva molto declinato fra le due guerre (in media 122.000 fra il 1930 e il 1938) solo da qualche anno dà segni di ripresa. Una ripresa più di qualità che di numero (negli ultimi anni stimato a 142.000 capi) per merito della importazione, in diverse zone, di stirpi bovine del Nord : e cioè la « bruno alpina » che fino dal 1930 fu immessa nei distretti di Nicastro e di Soverato e un po’ dopo lungo i fianchi della catena paolana, così come nella riviera dello Stretto e sui ripiani di Aspromonte, e dopo il 1953 nelle aree di riforma agricola della Sila e, con adeguata selezione, pure in vari agri, egualmente riformati, del Marchesato (ad es. a Isola e a Cutro). Poi la « friulana » divulgata verso il 1935 lungo il fianco orientale della catena paolana e nei bacini dello Angitola e dello Ancinale e in vari comuni di Aspromonte. E infine la « simmenthal » che dopo il 1951 popolò le zone irrigue della piana di Sibari. Per quanto tenute in modo razionale solo nelle aziende più progredite, ciascuna di queste nuove stirpi ha dato già discreti risultati per le forniture di carni e latte (nel 1948 il peso medio per capo vivo al mattatoio fu di 275 kg. e negli ultimi cinque anni è aumentato a 303 kg. ; la produzione di latte è cresciuta nel medesimo periodo da 330 a 453 migliaia di q.) e in diverse zone, in special modo le pianure litorali e i pianori elevati, la divulgazione loro ha coperto la stirpe locale : una « podolica » discretamente forte e molto frugale, ma rudimentale — buona a usi di lavoro, ma inefficiente a produzione di carni — il cui areale si va ora restringendo ai rilievi fra i 300 e 800 m., ove l’agricoltura è più debilitata. E così la « podolica » locale che cinquant’anni fa formava per intero il carico bovino della regione, conta ora poco più di 2/5 del totale: il resto è dato in buona parte — la metà del totale — dalle stirpi importate dal Nord (e fra esse per 3/4 da « bruno alpine » e loro derivate).

    Il maggior calo quantitativo si ha però negli allevamenti che verso gli inizi del secolo scorso riscuotevano, in modo particolare nel distretto cosentino, la miglior considerazione: e cioè i cavalli, che da 5 o 6.000 probabilmente nel periodo napoleonico erano aumentati fino a 12.000 nel 1908 e nei seguenti cinquant’anni si sono contratti di nuovo a meno di 6.000 (con una lenta distruzione dei nuclei selezionati — derivati dal salernitano — che esistevano nella media valle del Crati e nella pianura sibarita). E poi i lanuti, a cui il solo elementare inizio di una evoluzione agricola — mediante la regolazione delle fiumane e una nuova strutturazione aziendale — ha tagliato nelle principali piane periferiche e lungo le cimose litorali ioniche uno dei due cardini del remoto transumare: cioè quello invernale. Oggi la tradizionale migrazione a fine maggio in direzione dei monti e ai primi di ottobre verso le marine si è fortemente avvizzita: e nelle sue forme più tipiche si conserva solo là dove neanche la minima novazione idraulica o sociale si è manifestata dopo il 1950: come ad esempio sopra le fiancate ioniche della Serra, ove l’ha descritta qualche anno fa il Baldacci o sui rilievi che fasciano a oriente il Pollino, fra Cerchiara e Nocara, ove ora è poco l’ha esaminata il Pecora. Di conseguenza il loro numero ha avuto negli ultimi cinquant’anni una riduzione a poco più di metà: erano, insieme, un milione di capi nel 1908 e sono oggi 555.000 (365 gli ovini e 190 le capre). Va aggiunto poi che solo a nord della strettoia istmica e in modo particolare nei comuni silani le mandrie sono state migliorate con l’importazione di «gentile» pugliese; ma nella sezione meridionale i lanuti appaiono per lo più di stirpe locale (la « sciara ») o di origini sicule: bestiame in ambo i casi alquanto imbastardito e di umile valore. E naturalmente la contrazione numerica degli ultimi lustri — che è stata in misura più forte per gli ovini — ha poi influito sui quantitativi delle produzioni: le lane che venivano stimate fino al 1950 a una media di 8.500 q. annualmente (per 3/5 destinati ai lavori al telaio o a maglia) sfiorano ora si e no i 5.300 quintali.

    Dal rapido schizzo che se ne è dato, le condizioni odierne degli allevamenti in questa regione — ove in età preistorica viveva una popolazione che aveva per simbolo totemico il vitello (da cui la denominazione di Oòi-aXia, secondo la favola di Ellanico) e che fino a tre secoli fa ha avuto fama di paese fecondo e pieno di armenti — figurano chiaramente depresse : e anzi potremmo dire disgraziate quando si pensi ai modi più comuni di stabulare gli animali (in vani rustici per lo più inadeguati e non igienici, in umide e buie tane, o naturali o escavate, in ricoveri sconnessi e mobili di frasche) o ai riguardi ben scarsi per le cure che presiedono la riproduzione, o alla povertà della alimentazione nei mesi aridi di estate e in quelli del magro inverno. Condizioni che in qualche misura però si giustificano, dato che fra le colture di pregio che in molte sue zone periferiche la Calabria ha, non vi è posto per i prati stabili o per semine rilevanti di foraggio; e che ove l’agricoltura è più primitiva — cioè in genere nelle aree montane, e peculiarmente sui fianchi presilani e nel cuore della Serra, nel Poro e nel bacino del Lao, nei poveri comuni del distretto di Amen-dolara ecc. — l’umile esperienza ed abitudine di alternare nella rotazione agricola le fave ai grani limita la produzione delle scorte per l’alimento del bestiame; e che infine buona parte dei pascoli di media altitudine — cioè quelli da 300 a 800 m. — sono maltenuti e non bagnati da scoli irrigui, per cui le erbe inaridiscono rapidamente ai calori di estate e la loro produzione è misera (in media 3 q. o un po’ più di foraggio annualmente ad ha.).

    Ma per la verità neanche i pascoli che rivestono i più noti altopiani sono di gran valore : i pascoli naturali della Sila, che formano per lo meno un quarto di tale regione e si dispiegano specialmente o per i suoi fianchi, lungo la zona di transizione fra il castagno e il pino — fra gli 800 e i 1200 m. : con predilezione verso i dorsi accidentati o erosi, i cui suoli non riescono a tenere gli alberi — o a maggior altitudine sopra i ripiani — da n 00 a 1600 m. in media — fra le radure dei boschi via via aperti o nei riposi dei seminati, sono di qualità non eccezionale come dimostrano i risultati di inchieste tenute dal 1952 in qua (dal Sarfatti in primo luogo). In genere i loro pendìi rivolti a sud figurano migliori di quelli orientati a nord, che forniscono un foraggio più amaro e meno nutriente : ma il loro insieme non ha beneficiato in nessun modo — per lo meno fino al 1955 — di razionali opere umane volte a emendare le deficienze della natura (le prime sistemazioni di pascoli con spiegamenti, dicespugliamenti, apertura di vene di irrigazione ecc. sono quelle svolte in Sila dopo il 1955 per merito della riforma agricola, e attualmente in corso). E di sua natura — a parte la retorica e superficiale tradizione locale che ne ha magnificato negli ultimi secoli la bontà e la resa — il manto pabulare negli altopiani di Calabria è per lo più mediocre: sui suoli asciutti, di provenienza granitica, quel manto è dominato da graminacee non frenabili, di produzione scarsa e cioè limitata ai mesi di primavera (con una media di 3 o 4 q. per ha.), e in zone fresche per prossimità di fiumi o di ristagni — come è di frequente il cuore della Sila — è formato da una associazione di un gran numero di piante palustri che solo apparentemente gli imprimono un’idea di opimità, ma che il bestiame evita.

    Bestiame radunato in un vaccarizzo della Sila.

    La degradazione della copertura forestale negli ultimi secoli.

    Rimane quindi, a rialzare un po’ le sorti dei poveri comuni internati fra gli aspri rilievi della penisola, la ricchezza del bosco. Ma anche i suoi patrimoni sono fortemente impoveriti: una storia di usurpazioni continuate ha via via ristretto le sue su-perfìci dal medioevo a noi, di 3/5 per lo meno. Come si è già riferito più volte, il diboscamento ebbe inizio per ragioni industriali (costruzione di edifici, di navi ecc.) fino da età romana e per forniture non diverse fu praticato nel corso di lunghissime guerre che infestarono questa zona del bacino mediterraneo: cioè a dire quella del Vespro e quelle fomentate dagli iberici per un buon secolo, dopo il 1520.

    Il Castello aragonese costruito su di uno scoglio affiorante davanti alla sporgenza sud occidentale del tavolato costiero del Marchesato, che vien chiamato precisamente Capo le Castella.

    Poiché in tali periodi i porti di carico del legno erano specialmente quelli occidentali, fu di conseguenza il lato occidentale della penisola a risultare rapinato: e così nel bacino del Lao, in quelli dei fiumi Savuto e Amato — con le estreme diramazioni dei boschi silani — e dei fiumi Angitola e Mesima — con la fiancata ovest della Serra — e nel lato di Aspromonte che guarda lo Stretto, notevoli zone boschive a poco a poco furono eliminate. Di guisa che negli anni in cui Domenico Grimaldi e Giuseppe Spiriti fornivano i primi lucidi panorami economici del paese, la quantità dei boschi rimaneva — in ragione di 3/4 del totale — più forte sul lato orientale della penisola. E ciò non solo perchè sul fianco ionico la deforestazione aveva iniziato un po’ dopo: quando cioè la dominazione dei bizantini era in declino e le comunità della costa — premute dai saraceni e dal rincrudimento malarico — si rifugiarono verso i monti. Ma perchè le distruzioni dei boschi operate da queste popolazioni furono più frazionate, più dislocate, a chiazze: spinte dal bisogno di crearsi i loro coltivi le nuove popolazioni dei monti rasero i boschi con la pesante scure e col fuoco specialmente, intorno ai loro nuovi paesi, per un raggio di qualche km. e adibirono i suoli denudati a semina di cereali e, nei riposi, a pascoli (di cui però molti dovevano già preesistere sui monti, per la pratica remota della estivazione delle mandrie). Ma al di là di queste radure (o « cesine » come le chiamano fino dal decimo secolo i documenti bizantini: e il termine, che deriva dal lat. caesio, è vivamente conservato nella toponomastica odierna) la foresta non aveva alterazioni: e il quadro che della copertura boschiva della Calabria orientale ha dato nel 1571 il Barrio, rivela condizioni che potremmo dire discrete. In realtà il gran colpo per la foresta bruzia è stato quello degli ultimi due secoli: dopo la metà del diciottesimo, per l’aumento della popolazione che sale vertiginosamente (sugli altopiani della Serra da 106.000 ab. nel 1798 a 204.000 nel 1848; nella regione di Aspromonte da 98.000 nel 1798 a 130.000 nel 1828) la dilatazione dei seminati si compie con una contrazione dei boschi. E poco più in là — cioè dopo il 1806 — l’eversione della feudalità fu motivo, con il libero uso dei demani, di vaste defricazioni. Secondo lo Afan de Rivera — fonte sicura — nel 1806 un quarto dei comuni bruzi (cioè intorno a un centinaio) avevano un’area boschiva, incluso il castagneto, di per lo meno 4.000 ha. ciascuno: ma già verso il 1820 i comuni in quelle condizioni non erano più di un sesto e aveva inizio la rovina dei pendii, ove il ruscellamento, non più contenuto dallo schermo delle fustaie e quindi divenuto più rapido per la inclinazione dei fianchi montani e più vorace per la maggior scioltezza dei suoli dispogliati, « formò nel giro di pochi anni spaventevoli torrenti» come il medesimo autore scriveva nel 1832. Nè dopo l’unificazione nazionale fu posto riparo a questa rovina, perchè la legislazione forestale del 1877 che proibiva i diboscamenti al di sopra dei limiti del castagneto — cioè da un migliaio di m. in su — e anche al di sotto di quei limiti in qualunque area poco stabile per natura di suoli, consentiva però l’alienazione di quelle superfici boscate i cui proprietari potevano dimostrar di avere il modo — una volta tagliate le fustaie e istituiti i coltivi — di evitare, con adeguati sistemi e coi loro soldi, i guai dell’erosione. E di conseguenza, con i favoritismi e gli intrallazzi che l’esperienza di secoli ha insegnato al Mezzogiorno, le terre che prima venivano dissaldate in modo clandestino, da ora in poi lo furono con il consentimento legale: e le distruzioni (per un totale che fu stimato fra il 1877 e il 1905 nella misura di 48.600 ha. i cui 8/10 al di sopra di 800 m.) sono state gravi specialmente nei boschi di cui erano proprietari i comuni — che non erano legati ad alcuna restrizione — in quanto gli avidi o ignoranti o poco scrupolosi loro dirigenti, per colmare i vuoti finanziari della gestione locale, frequentemente si rivolgevano al diboscamento, come ad unica fonte di denari. Come è naturale, i boschi eliminati più rapidamente furono quelli in prossimità delle strade, o meglio delle piste per asini e muli che univano fra loro i villaggi e a ciascun abitato i suoi pascoli, e intersecavano — pur con maglia un po’ rada — le aree più elevate. Ma neanche si può dimenticare che, in modo particolare in Sila e in Aspromonte, la rasura dei boschi lungo le piste di transito fu pure una conseguenza della guerriglia chiamata del brigantaggio, fra il 1862 e il 1865: perchè precise prescrizioni militari disponevano di tagliare ampi nastri di bosco a lato delle vie montane al fine di evitare o limitare gli assalimenti dei cosiddetti fuori legge.

    Pecore al pascolo su l’altopiano della Sila.

    Però il primo e più continuato stimolo ai sboscamenti è da vedere in quella rivalità per i boschi folti, della società pastorale che — da secoli — fa bruciare dolosamente la foresta o sconfinare in questa, dai vicini pascoli, gli animali che preferiscono cibarsi delle foglie e delle germinazioni o dei rami giovani e della corteccia fresca, come le capre: il cui numero in Calabria figura elevato e sul totale regionale dei lanuti è in misura (il 33%) che supera qualunque regione d’Italia. I comuni che avevano l’uso di dare in affitto i loro demani a pascolo o a cespugliato rado, usualmente non stabilivano la quantità di bestiame da caricare, o se stabilivano qualcosa non si curavano poi di controllare quanto e come i pastori si tenevano realmente ai regolamenti convenuti: e così, ben di frequente, esaurita l’erba, le mandrie venivano spinte abusivamente nei boschi. Poi vi erano gli odi e le inimicizie fra comunità confinanti per aree di demani disputate, e i risentimenti di quanti il gioco del favoritismo locale privava degli affitti dei pascoli, e la rivalità fra i proletari che non avevano un palmo di terra e gli abbienti che tenevano la direzione dei comuni e osteggiavano con chiusure i coltivi episodici nei demani: queste opposizioni, di cui vasta è la eco negli scritti di quanti furono in grado di svolgere minute inchieste nella regione — da Padula e Franchetti fino a Marenghi — avevano in genere come soluzione la distruzione col fuoco dei boschi o dei cespugliati che erano l’origine di quelle rivalità: distruzioni i cui autori di rado potevano individuarsi e che perciò rimasero per lo più impunite (agli inizi del secolo ne furono denunziate una media 130-150 annualmente; ma anche oggi nella Sila se ne registrano 60-70 per anno). Di modo che, quando l’inchiesta parlamentare su le condizioni delle classi rurali meridionali, iniziata nel 1909, domandò ai comuni se interiormente ai loro confini vi era stata negli ultimi lustri qualche deforestazione, la totalità di quelli al di sopra di 500 m. di altitudine dichiarò di sì, e alcuni — come riporta il Marenghi — aggiunsero parole di tal genere : « radicalmente », o « fino a l’ultima pianta », o « col ferro e col fuoco ». Ma già di fronte ai panorami di indisciplinata erosione e di disordine idraulico e di aumentata franosità che della deforestazione erano le conseguenze — come lucidamente aveva modo di provare in quegli anni l’Almagià — le popolazioni locali si rendevano ragione che l’abbattimento dei boschi non aveva dato loro il godimento della terra, ma solo aggiunto sciagure nuove ai mali sociali vecchissimi: «dovunque — scriveva nel 1911 il Nitti, per la giunta parlamentare di inchiesta — proprietari e contadini ci hanno detto che la rovina dei boschi è stata la loro rovina ». Da questa inchiesta risultò che le zone più rovinate erano, fra una altitudine di 500 e di 1200 m., quelle che venivano scompartite fra un maggior numero di comuni, e perciò erano più tormentate da dispute, soprusi, ecc. : in particolare i rilievi meridionali della penisola. E come dimostrano gli studi di Baldacci per la Serra e di Lacquaniti per l’Aspromonte, è in queste zone che si ha il maggior numero di comuni fortemente diboscati. Buona parte dei monti della Serra, due secoli fa rivestiti da faggio, appaiono ora — con maggior amplitudine fra San Bruno e San Nicola — coperti da campi di felci; e sul loro fianco ionico ove, come fra Stilo e Nardodipace, la spogliazione è stata si può dire integrale, dopo il diboscamento si crearono nei gneis che impalcano qui il rilievo e nei sedimenti argillo-arenosi che lo rinfiancano verso il mare, dei paurosi solchi di erosione. Del pari i piani di Aspromonte, fino al 1780 ricoperti di faggio e sul gradino più elevato anche di pino e di abete, figurano attualmente come uniformi e aperte super-fici coltivate (lo si è già detto: a segale, patata e ortaglie — pregiatissimi ora i cavoli e i legumi e da qualche anno in dilatazione le fragole — e qua e là anche ad alberi da frutta) e ritagliate in appezzamenti abbastanza regolari, che a volte — ove il « piano » si ondula un poco — sono sistemati a terrazzi più o meno ampi, sostenuti sul margine da minuscole scarpate o briglie di pietrame. E dai ripiani i coltivi non di rado — ad es. a nord di Camparie — risalgono incuneandosi fra i boschi, su per gli iniziali pendii della cupola terminale, ove però la copertura boschiva rimane fino a ora unita e densa.

    Ma la fase di spogliazione del manto forestale non si è chiusa neanche quando la legislazione speciale per la Calabria, nel 1906, stabilì severi regolamenti a protezione dei boschi: di lì a poco la guerra 1915-18 aprì nuove ferite — in modo più saliente lungo il fianco cosentino della Sila — per un totale di 20.000 ha. almeno. E infine provocò una distruzione con ogni probabilità più riguardevole (ufficialmente intorno a 33.000 ha.) l’ultima guerra, prima con gli eserciti di occupazione (fra gli ultimi mesi del 1943 e i primi del 1946 gli inglesi vi traevano il legno per carpentare i loro giacimenti minerari) e poi con indiscriminate imprese locali, fuor d’ogni controllo fino al 1950 per lo meno: negli anni tra il 1940 e il 1946 solo per i boschi della Sila si reputa che la quantità di legno portata via sia stata di 3 milioni di me. Ma dopo il 1950 l’opera di riboscamento potè rianimarsi: e negli ultimi due lustri 25.000 ha. sono stati ripiantati ad alberi.

    Le produzioni odierne della foresta

    Per quanto così impoverita, la Calabria rimane, in relazione con la sua ampiezza, una delle regioni d’Italia più fornite di boschi: la cui area — inclusi i castagneti — è ora di 387.500 ha., pari al 26% della sua superfice. In tale aliquota solamente alcune regioni del Nord le sono avanti: il Trentino, la Liguria e la Toscana, e dopo quest’ultima la Calabria ha pure, come quantità totale, la maggior area boschiva della Penisola. I 2/3 di questa area sono coperti da fustaie, fra cui — meno che in Sila — sono le latifoglie a predominare: e precisamente il castagno (da 800 a 1100 m.) e il faggio (da 800 a poco meno di 2000 m.). Il resto è boscaglia cedua: ma in questa la più frequente è la quercia. In ogni modo l’unica zona ove il manto dei boschi figura conservato in rilevante misura è la Sila, la cui ampiezza insieme con la impervia natura dei fianchi e coi rigori invernali furono — in una società poco evoluta come la bruzia, fino a quindici anni fa — elementi di repulsione per uno stabile popolamento umano (l’unico nucleo abitato, alla giunzione del Neto con l’Arvo, fu un’eccezione dovuta — quando Gioachino vi creò il suo Monasterium nel 1190 — a impulsi religiosi di una forza non più conosciuta nei secoli seguenti, e verso il 1525 — quando vi si formò il villaggio di San Giovanni — a una forma di evasione fiscale antispagnuola che non si ripetè più in simili termini). Di guisa che i boschi silani sono, da per sè soli, un po’ meno di un quarto di quelli della penisola bruzia (cioè 90.000 ha.) e risultano costituiti per il 70% da fustaie: proporzione che non si registra in alcuna altra zona di Calabria. Ma per la notevole elevazione del rilievo e per la diversa costituzione dei suoli, i boschi della Sila non appaiono dominati da una unica specie: e nel loro spazio si alternano il pino nero (da cui è tenuto il 42% del manto), il faggio (24%), la quercia (16%) e il castagno (10%). E il residuo 8% è dato da aree promiscue.

    Il vivaio forestale di Fossiata, in Sila.

    Come si è già visto nei panorami iniziali di quest’opera, il castagno — da cui nel Bruzio sono ricoperti 71.000 ha. in fustaia e 25.000 ha. in ceduo — fascia le aree basali del rilievo silano, e le zone ove è più denso sono quelle da 800 m. in su : intorno a 8oo m. il suo rivestimento dilata al di sopra della fascia degli olivi, e sui fianchi della valle del Crati — non solo quelli silani, ma anche quelli padani, ove però la zona del castagno inizia a minore quota: cioè fra 500 e 600 m. — i più alti insediamenti stabili si trovano in genere là dove gli ultimi olivi si intersecano con i primi castagni : fenomeno che si ripete lungo i fianchi sud orientali del rilievo, fra il Simeri e il Neto. Su l’altopiano invece — e specialmente sui suoli granitici della sua parte mediana — il vero signore per ampiezza di copertura (da 35 a 38.000 ha. in forma schietta) e per vitalità è il pino nero, o più propriamente « silano ». E qui il suo manto, ove non è stato rovinato o aperto dagli uomini, si mostra foltissimo, con una densità di piante da 700 a 1000 per ha. nelle fustaie adulte, e la sua produzione è in media di 8 me. ad ha. nelle pinete più fertili. Inoltre, nella sezione di altopiano fra i corsi del Mucone e del Neto, diverse decine di migliaia di piante sono riservate per la fornitura di resina (in media ogni pianta ne dà un paio di kg. annualmente) la cui produzione totale, di 800-1.000 q. vien ammassata nella distilleria statale di Cupone, per l’estrazione di trementina e pece greca.

    Però nelle parti della Sila più umide e a estremi invernali più rigidi, il pino di Calabria è soppiantato dal faggio: che predomina al di sopra di 1400 m. e nei suoli provenienti da gneis — quindi sul lato ovest dell’altopiano — è più fiorente. Ma da questo lato la prossimità di una zona così popolata e a struttura economica polimerica, come la valle del Crati, si è riflessa da secoli remoti in una spietata distruzione del faggio: e l’alberatura quindi resta bene conservata solo sui dorsi cupoliformi del rilievo. Infine pure su l’altopiano — in special modo nei suoi dolci impluvi — il suo manto è stato largamente aperto e frequenti, nelle aree pertinenti ai comuni cosentini, sono le schiarite tenute da felci o da cespuglieto, e più numerose, anche se frazionate, le zone nude — per un totale di 75.000 ha. — coltivate prima della riforma agricola da braccianti poveri, a segale o patata o fagioli, ma in maggior misura — in media i 2/3 — destinate ai pascoli estivali: zone una cui parte (un po’ meno di 13.000 ha.) fu assegnata dopo il 1952 alle comunità di coltivatori stabilite in Sila ad opera della riforma agricola.

    Ma quest’ultima investe non più di un decimo della regione silana. E il resto di tale area rimane legato a una condizione pastorale e forestale: la prima in fase di ridimensione ora, grazie a iniziative che puntano ad una selezione o ad uno sta-bulamento del bestiame, e la seconda in pieno rifiorimento da cinquanta anni in qua, per merito dell’azienda statale che ora governa la metà delle fustaie, ha in opera notevoli riboschimenti (se ne è dianzi parlato) e cura in stazioni ben dislocate le colture di vivaio (con una produzione totale di 15 milioni di piantine per anno) e va pure risanando numerose aree di pascolo, per alleggerire la pregiudizievole pressione del bestiame nel ceduo e nel cespugliato e insieme agevolare la sua stabile dimora in altopiano, con alpeggio estivale su le pendici più elevate.

    Con la copia e varietà di legni della Sila, non vi è zona della penisola bruzia che può fino a ora competere. Tra le aree discretamente rivestite di boschi non si può di sicuro includere la mole del Pollino, che sul lato meridionale è invasa da pascoli molto asciutti e alquanto povera di bei rivestimenti (tra i meno ristretti ricordo quello di faggio — 2.000 ha. — della Manfriana, che sale per il fianco orientale della serra Dolcedorme ma al di sopra di 2000 m. è formato di pino loricato, e quello unicamente di faggio — intorno a 500 ha. — di Lagoforano, e infine per le diramazioni della catena, i frazionati manti di leccio di cui si ornano fra 800 e 1250 m. la serra Mala e la serra Gada nel bacino del Lao, e fra 500 e 1000 m. le groppe di San Lorenzo, di Albidona e di Castroregio). Ma merita una parola il rilievo calcare che dal solco di Campo Tenese fa da muraglia fino al dorso di Montea, ricoperto su di un’area di per lo meno 15.000 ha. specialmente da leccio (da 900 a 1200 m.) e poi da faggio — un po’ rado e non fiorentissimo per la asciuttezza del suolo — che supera di frequente i 1800 e nel culmine di monte Pellegrino sfiora i 2000 m. E va aggiunta la dorsale paolana che gli si lega e che nel suo tronco più asserragliato — cioè lungo i 20 km. fra le groppe del Nicolino e del Luta — è chiomata al di sopra di 900 m. da faggio per più di 7.000 ha. e a un po’ minore altitudine (come nel bacino di raccolta del fiume Esaro) conserva dei bei manti di leccio.

    Una segheria silana.

    A sud della zona istmica — ove sono rilevanti solo i rivestimenti di sughero: ricordo quelli di Pianopoli e di Borgia — si noverano non più di 3/10 dei boschi da cui la Calabria trae un utile economico. La Serra conserva meno di 10.000 ha. di bosco, in buona parte costituiti da faggio : che si aduna sui bordi rialzati di ovest, più umidi e freschi, ma poi sul dorso cacuminale del Pecoraro, fra 1200 e 1400 m. e intorno al monastero certosino fra i 900 e i 1200 è soppiantato da un magnifico manto di abete bianco — che si spande per 3.000 ha. — e fra Mongiana e Fabrizia lascia il posto a un’area di pino nero (non più grande di 1.200 ha.). Invece sugli spalti orientali di questo rilievo è fieramente rovinato il bosco di Stilo (in origine di 8.000, e ora meno di 5.000 ha.) che fu una vera cava di legna nel periodo di efficienza degli stabilimenti di siderurgia fondati nel 1782 a Mongiana e l’anno dopo a Ferdinandea, e che rimasero in opera fino verso il 1863. Così pure ovunque frazionati sono i querceti di quella singolare e in cima piattissima quinta che salda i due estremi massicci bruzi : il leccio qui riveste (da 700 a un migliaio di m.) più le pendici abrupte che i ripiani culminali, coltivati qua e là — a cereali e patata — e tenuti a pascoli, perchè a motivo della sua ubicazione fra due zone così piene di vita come le piane di Gioia e di Locri e per la sua altitudine minore dei rilievi contermini, la quinta che si disegna fra i piani della Limina e i piani di Zervò è da remota età area di notevole transito e oggi è immagliata da alcune strade di valico, da cui l’estrazione del legno è naturalmente favorita.

    Nella più meridionale cupola della penisola torna a dominare il faggio, in quanto che la quercia — che pure sale con qualche residuo a una quota eccezionale di più di 1300 m. — è stata fortemente eliminata, o rimane ai bordi (come fra Africo e Bran-caleone). Il faggio quindi riveste l’Aspromonte per qualcosa come 12.000 ha., da 800 m. in su, fino in cima a Montalto (cioè a 1965 m.) con vari inclusi di pino nero (i più degni di nota nel bacino di raccolta del rio Aposcipo a sud e del rio Torbido a nord, fra i 1000 e i 1500 m.). Ma la pianta che in misura più radicale è stata scompigliata nella sezione meridionale della penisola è sicuramente il castagno : questa area della regione ne ha unicamente 1/7 del totale, e quel poco frantumato in oasi che abitualmente sono a portata di mano di vari villaggi, come ad es. a Palermiti, Cenadi, Olivadi e Montepaone sui primi rilievi ionici, a Cardinale e Davoli nel bacino dello Ancinale, a Fabrizia e Mongiana su l’altopiano della Serra, e poi a Delianuova, Sinopoli, Cerasi, Podargoni, Santo Stefano, Cardeto ecc. fra gli sproni di Aspromonte.

    Valori medi della produzione agricola e forestale vendibile per ha., intorno al 1961.

    Perciò il valore della produzione dei boschi è molto più elevato nella parte del Bruzio che sta a nord della strettoia istmica: la Calabria dà ora ogni anno fra i 350 e 370.000 me. di legno da lavoro — per 2/3 proveniente da nord — e intorno a 70.000 q. di legna da bruciare — di cui 3/4 da nord — e 100.000 me. di carbone di legna (pari a 1/5 della produzione nazionale, ma come questa in pronunziantissimo calo — nel 1948 era di 775.000 me. — dopo la forte divulgazione dei gas liquefatti). E le sue rese figurano un poco più alte per le fustaie (1,8 me. ad ha. contro 1,7) e per i cedui pari (1,5) alla media nazionale. Inoltre, dopo la Toscana, la Calabria è la regione d’Italia che dà la maggior quantità di castagne — pur venuta di molto diminuendo negli ultimi lustri, congiuntamente a quella nazionale, da 830.000 q. nel 1938 a qualcosa intorno a 600.000 fra il ’53 e il ’55 e bruscamente a meno di 300.000 dopo il ’58 (nel 1961 neanche 250.000 q.): una produzione che resta in ogni modo pari ai 5% di quella nazionale e deriva per 4/5 dai margini silani e dalla catena pao-lana, ove la resa media di tale frutto è di 12 q. ad ha. (più a sud invece è di 7-8 q.). Nè infine trascurabile è la produzione di sughero: 9.000 q. in media (dai bacini del Savuto, del Corace e del Simeri sui fianchi sud orientali della Sila e dalle groppe della zona istmica).

    Il legno da lavoro che per lo più — meno che in Sila — ha una prima manipolazione in numerosi impianti mobili di segheria piazzati a lato delle stazionane ferroviarie o a bivi di strade, è dato da qualunque genere di fustaia: in particolare dal faggio — per un po’ meno di 3/10 — la cui resa aumenta via via da nord a sud (3 me. ad ha. nella catena padana, 4 sugli altopiani silani, 6 sui rilievi della Serra e 7,5 in Aspromonte) e da cui è ricavato materiale per casse di agrumi, pezzi da tornio, parti di veicoli rurali e di imbarcazioni ecc., e poi — pure in misura di un po’ meno di 3/10 insieme — da pino nero e da abete bianco (la resa nei boschi della Serra è saliente: da 9 a 10 me. ad ha.) per la fornitura di travi e tavole, e in più notevole quantità (il 38%) dal castagno per materiale da botti e pali da viti: destinazione questa ultima alquanto aumentata dopo il 1930, per la ricostruzione dei vigneti. Infine da quercia (il 5%) per traversine e parti di strumenti rurali. E fra le produzioni dei boschi non va dimenticata (nei comuni sul lato meridionale di Aspromonte, in alcuni paesi della Serra e in diversi presilani intorno a Catanzaro) quella del ciocco di erica per pipe, destinato a industrie d’oltralpe e perfino degli Stati Uniti, e quella dei funghi per cui la Calabria ha, dopo la Toscana e il Piemonte, la maggior produzione in Italia (fra 10 e 12.000 q. per anno: cioè il 12% del totale nazionale).

    Il valore globale della produzione della terra

    Con tal varietà di forme di coltura, come quelle a cui ho dedicato la mia minuta illustrazione, il valore globale della produzione della terra — tolto naturalmente ogni carico di gestione — in Calabria è però debole: qualcosa intorno a 116 miliardi come media degli anni fra il 1957 e il 1961, che formano solo il 3,8% del valore della produzione della terra in Italia. E la Calabria è una regione ove vive il 4,2% della popolazione nazionale e il 6% (giusto il censimento del 1961) di coloro che in Italia si dedicano a lavori agricoli o dei boschi: una regione che — e questo è l’elemento da metter in maggior risalto — dopo l’agricoltura non ha per ora alcuna notevole sorgiva economica. A guardar più in dettaglio — come ha lo scopo di fare qui la carta a pag. 361 — solo le zone delle colture di pregio segnano un valore medio ad ha. delle produzioni vendibili che supera o sfiora la media nazionale di 160.000 lire (ad es. il comune di Rossano 225.000, la pianura eufemiate 170.000, i comuni litorali catanzaresi fra lo Alli e l’Ancinale 180.000, la piana di Gioia 280.000 e la piana di Locri 160.000, la riviera di Reggio intorno a 300.000): ma la media regionale rimane alquanto al di sotto — cioè a un valore di 110.000 lire ad ha. — e specialmente sul fianco ionico e sui rilievi calcari fra il Crati e il Lao i ricavi non giungono più volte a 60.000. Ciò significa povertà: che più chiara risulta quando il debole frutto della terra lo si pone in relazione con la fortissima aliquota di popolazione che su la terra gravita e su le sue produzioni unicamente vive. E invero il valore della produzione della terra ripartito per il numero di quanti si dedicano ai coltivi, ai pascoli e ai boschi, pone la Calabria a uno degli ultimi posti fra le regioni d’Italia, con una quota annualmente di neanche 360.000 lire per persona che lavora (la media nazionale ora è di almeno 675.000 lire). Ma si pensi che in Calabria la famiglia rurale è numerosa — una media di un po’ meno di cinque persone per le 218.000 famiglie rurali contate nel 1951 : per il 1961 non si conoscono i dati — e per quanto donne e adolescenti sian considerati a volte come popolazione attiva, il numero di quelli che lavorano nei vari rami agricoli dianzi ricordati —    323.000 persone nel 1961 — è meno di metà della popolazione che vive sui proventi della operosità agricola: popolazione che, per quanto in calo, supera di certo oggi le 800 mila unità. E quindi, se il valore della produzione della terra lo si fraziona —    come è razionale — per questo quantitativo di persone, la misura a persona si contrae a 146.000 lire annualmente. Ma neanche questo valore è giusto: perchè il frutto della produzione della terra non va integralmente a chi in qualche modo vi lavora. Ai nostri giorni, pur dopo che la riforma ha operato radicali novazioni sul fronte ionico della penisola, il 52% della superfi.ee agricola della Calabria è tenuto da aziende che misurano da 25 ha. in su: e per lo meno l’aliquota degli introiti di tali aziende che va ai proprietari (legati a una professione di diverso genere e lontani per lo più di dimora) e che si può stimare prudenzialmente a 15-18 miliardi, va sfrondata dai proventi della produzione che restano in mano a quanti veramente lavorano la terra: perciò la reale misura dei proventi di cui fruiscono le classi agricole non supera ora in effetti le 122.000 lire a persona, in media. In media: perchè se quel valore si rialza molto là ove predomina una coltura di pregio, e il coltivatore ha in sua mano la proprietà o una gestione in affìtto della azienda — una condizione che, secondo le rilevazioni del censimento agricolo del 1961, avevano solo 1/6 del numero totale delle unità aziendali — diversamente si deprime nelle aree del seminato nudo o del magro oliveto, ove gli addetti agricoli sono in genere mano operaia a giornata (cioè braccianti che lavorano per una media fra 200 e 240 giorni annualmente) e infine in alcune aree interne di coltivazione promiscua, tenute da coloni legati da forme di conduzione antiquate che lasciano loro solo 1/30 poco più delle produzioni vendibili. E in questo stato nel 1951 (non si dispone di una documentazione più aggiornata) era il 53% della classe agricola della Calabria.

    Scilla: in posizione alta il quartiere dei contadini e lungo il mare il quartiere dei pescatori.

    Un quadro veramente gramo e meschino, che però non è fatalmente chiuso fra le morse della inefficienza, non pare irrimediabile: pur nella jattura comune — così per il giardinaggio come per il latifondo — di aver deficiente capitale per gli esercizi colturali, qualche sintomo di maggior dinamismo è visibile ora: e mi riferisco non ai risultati della riforma agricola pianificata dopo il 1950 e di cui — per la brevità del suo periodo e per l’orientamento finora un po’ sperimentale e non univoco della iniziativa — non si può per ora giudicare esaurientemente. Ma mi riferisco ad alcuni segni di progredimento che l’agricoltura della Calabria ha manifestato negli ultimi lustri per interna energia. Così — giuste le deduzioni di Zattini per il primo anteguerra e di Ferrari per il secondo anteguerra — il valore medio della produzione per ha. è aumentato fra il 1914 e il 1936 del 57%: un aumento che in buona parte fu conseguenza dei flussi di capitale provenienti dagli emigrati, e permise — fra il 1920 e il 1930 in modo più vivo — la dilatazione delle onerose colture di pregio. Ma finiti quei flussi, anche l’aumento della produzione si è indebolito: fra il 1936 e il 1952 pare che la sua misura giunga sì e no a 12%. Però negli ultimi venti anni qualche novità vi è stata : e la novità è segnalabile nello spostamento, o meglio nella variazione dei valori proporzionali con cui le principali colture partecipano al valore globale della produzione della terra. Tra il 1936 e il 1938 il valore della produzione dei cereali formava il 22,2% dei proventi dal suolo; ma verso il 1950 quel valore era declinato a 12,7% e oggi (media fra il 1958 e il 1961) è di 10,5%. Un vero crollo. Però fra i seminati un aumento non trascurabile vi è stato per la patata e per le ortaglie, il cui valore insieme da 8,1% nel 1938 ha superato ora il 12%, e per le colture industriali che, a zero nel 1938, figurano ora per l’i,3% sul totale. In ogni modo il valore della produzione dei seminati, che investono attualmente il 51,7% dell’area produttiva di Calabria in forma integrale (a cui va aggiunto un buon 8% in forma promiscua, con olivi, viti ecc.) supera di poco il quarto — la media negli ultimi anni è di 27% — del valore globale della produzione (nel 1938 la misura era di 35,5%). A tal diminuzione del valore dei seminati e in modo particolare del frumento — che per vero è dopo il 1952 fenomeno nazionale, ma qui è più risentito e nei latifondi a regime granicolo e pastorale (quelli che la riforma lasciò esistere) si riflette nel maggior peso dato da diversi anni agli allevamenti — fa da contraltare un aumento robusto del valore delle colture ad albero, il cui rivestimento equivale a 17,3% dell’area produttiva in forma integrale, ma i cui risultati economici formano attualmente il 45,2% dei proventi totali della produzione (nel 1938 la misura loro in questo totale era di 38,5%)-

    La abrupta costa settentrionale di Aspromonte. Nel mare di fronte ad essa si esercita la pesca del pesce spada.

    Questo aumento però non è stato uniforme per le colture ad albero, e si deve unicamente a due colture di pregio: la vite, la cui parte di valore si è portata da 4,8% negli anni fra il 1936 e il 1938 a 6,1% negli ultimi anni; e gli agrumi che sono balzati nel medesimo periodo da 7,7% a 12%. Invece la parte degli olivi è declinata: da 24% a 22,5%. Va poi ricordata la discreta stabilità nei valori delle forniture derivate dagli allevamenti: cioè il formaggio e le uova e il cuoio, la cui partecipazione agli introiti agricoli è ora di io,8%. E pur degno di rilievo mi pare l’aumento del valore proporzionale delle produzioni forestali la cui misura fra il 1936 e il 1938 era, a paragone del totale delle produzioni dei coltivi, pari a 6,2% e negli ultimi anni si è portata a 8,4%.

    Le variazioni indicate sono sicuramente significative: al di là di quei fenomeni che ripercuotono le modificazioni del mercato nazionale, è chiaro che qualcosa, pur adagio e incertamente, si muove nella vita agricola — e, diciam pure, nella povertà — della Calabria: così nel più montano nord come nella parte meridionale della penisola. Il nord che — a parte il grano, da cui cava attualmente solo 1/7 del valore globale della sua produzione — vede le sue principali fonti di introito nei prodotti dei boschi (che gli rendono un valore eguale a quello dei cereali), nella frutta polposa derivata da colture promiscue (per un po’ meno di 1/7 del totale), nelle colture della patata e delle ortaglie (per 1/io) e degli oliveti (per 1/12). E il sud, ove il 50% del valore della produzione agricola è dato unicamente da tre coltivazioni: gli agrumi che fruttano un quarto del valore globale, l’oliveto che dà un sesto e il vigneto che dà intorno a 1/10. L’età della granicoltura e degli armenti che itinerano a ogni mutare di stagione, va quindi declinando in Calabria.

    Quanto ricava la Calabria dai suoi mari

    Al termine di questa descrizione economica vien naturale di chiedere in qual misura, dopo le produzioni della terra, la Calabria fruisca di quanto dà il mare: perchè la penisola bruzia è la regione d’Italia — come si è già rilevato — bagnata dal mare più a lungo, e cioè per 780 km. Ma ho avuto pure modo di chiarire più volte come la società bruzia si è tenuta per quindici secoli — e fino a pochi lustri fa — fortemente chiusa fra i suoi monti, e unicamente lungo le rive dello Stretto e in un’esile catena di scali ben guardati dai monti, lungo la riviera occidentale, rimase in relazioni più o meno continuate con le vie del mare. Perciò la Calabria, a eccezione di quei rari punti ora ricordati, non ha delle tradizioni marinare, e non vi è quindi da cercar motivo in sfavorevoli condizioni della natura — che pur esistono — per giustificare il poco rilievo che la pesca ha per la vita della popolazione bruzia. Si pensi che la popolazione delle giovani marine ioniche è formata per lo più da agricoltori e fino a ora non ha guardato (o ha guardato molto scarsamente) al mare come a fonte di lavoro. Gli sfavori, o meglio le deboli vocazioni della natura per la pesca sono stati segnalati una trentina di anni fa dal Police: la platea continentale di fronte ai litorali bruzi ha un’ampiezza esigua e solo in alcune zone sfiora i 7 o 8 km. : ad es. nel golfo eufemiate ove si scaricano l’Amato e l’Angitola (e poco a nord il Savuto) ricchissimi di sfasciumi cristallini e sedimentari ; lungo la costa meridionale del Poro ove finiscono i sedimenti del Mesima; di fronte agli sfoci dei fiumi che la Serra manda al mare ionico — cioè il Torbido e lo Stilaro e l’Ancinale — e specialmente di quelli che vi manda il rilievo silano — quindi lungo la costa fra la Roccelletta e la punta delle Castella e fra Crotone e l’uscita del Trionto — e infine di quelli che drenano il fianco marnoso del Pollino (cioè il Saraceno e il Ferro davanti le cui foci, a distanza di 10 km. dal litorale, si eleva il minuscolo banco di Amendolara, che il mare nasconde con un’altitudine minima di 26 m.). Via in vari punti la platea si contrae a qualche decina di m. (ad es. lungo lo Stretto). La sua area totale in ogni modo è limitata, in relazione con lo svolgimento della costa: sì e no 2.800 kmq. Come dire una media di 3,7 kmq. di platea per ogni km. di litorale. Per di più l’irrigazione fluviale, che ovunque modifica le condizioni superficiali della fascia marina lungo le coste — con una stagionale alterazione di temperature e una discreta mitigazione di salinità, e in modo particolare con lo scarico di una certa quantità di sostanze planctoniche — qui in Calabria non è notevole per la poca ampiezza dei bacini fluviali e la efficienza solo stagionale dei fiumi : il materiale di sfasciume è quindi agevolmente rimescolato e prelevato dalle correnti superficiali che sfiorano, ma con debole impulso, i litorali della penisola e cioè quello ionico dal golfo tarentino in direzione dello Stretto, con una velocità di 300 m. a ora più o meno, e quello occidentale (con ritmo però instabile) dal golfo di Policastro verso la medesima direzione. E tale confluire delle correnti verso lo Stretto, congiuntamente con i possenti fenomeni — non solo orizzontali ma anche verticali — originati dal contrapporsi di ciascuna fase delle maree a nord e a sud dello Stretto (o più precisamente della linea nodale fra lo scoglio di Scilla e la punta di Faro) che ammassa gran ricchezza di plancton fra il capo Vaticano e la punta di Melilo — ove bensì la platea manca — : la qual cosa cagiona una rilevante pescosità nella sezione più meridionale del litorale bruzio (e infatti vi sono conosciute intorno a 130 varietà di pesci). Ma pure lungo la costa ionica, fra il golfo squillacio e quello sibarita, discreta è la quantità dei pesci a motivo della maggior portata dei fiumi che vi si versano.

    Palmi: le barche di nuovo tipo (con aggetto a prua) per la pesca del pesce spada.

    Donne di Bagnara, alla tratta del pesce.




    Lampare a Marina di Catanzaro.

    E quindi, per quanto poco favorita, non si può dire che la Calabria sia negata per natura a una industria della pesca (cosa già riconosciuta dal Grimaldi e dal Galanti, che ai termini del diciottesimo secolo avevano parole di deplorazione per il vile peso in cui i bruzi tenevano le fonti ittiche dei mari fiancheggianti la penisola). Ma la ragione che più ha inibito la sua istituzione, da quando la costa fu ripopolata, è stata a parte le scarse esperienze — la comune responsabile degli immobilismi della Calabria: la povertà di capitale. Povertà che nei villaggi della costa ha conservato metodi di pesca antiquati e un gran numero di barche minime a vela o a remo: il 72% delle imbarcazioni bruzie sono ora di questo tipo (ma cinque anni fa l’aliquota era di 85,8% e nel 1951 di 96%) e attualmente si noverano solo 33 motopescherecci con una stazza media di 20 t. (un po’ meno rari negli scali di Crotone e del golfo sibarita che ne ospitano più di metà) e intorno a 750 motobarche (il cui numero però è quintuplicato dal 1953) che si adunano per 3/4 negli scali dello Stretto. La medesima deficienza infine ha fiaccato ogni iniziativa tesa a edificare dei minuscoli porti da ricovero, di cui la Calabria è in modo incredibile sfornita: gli unici ora in funzione sono quelli di Tropea e Scilla sul mare occidentale e di Soverato e Marina di Catanzaro (a soli 15 km. fra loro) sul mare orientale. E insieme a essi — unicamente per scrupolo notariale ricorderò quelli ora in costruzione nella rada del Toro a 2 km. a nord di Cetraro e nella rada di Agliastro a 4 km. a nord di Palmi. Questo persistere di condizioni insostenibili ai fini di una regolare operosità, non solo limita molto la rimodernatura della flottiglia, ma contrae in genere la pesca ai mesi di buona stagione. In inverno rare unità prendono il mare: sono mesi di magra e di inerzia durante cui i pescatori rimangono inoperosi. Del resto i pescatori sono in totale sì e no l’i% della popolazione che lavora e il numero loro è un po’ rilevato unicamente sui litorali dello Stretto e su quelli vicini. Perciò la produzione della pesca è mediocrissima: una media di 50-60.000 q. annualmente, dati per metà da alici, sarde, sgombri, per 1/10 da merluzzi e triglie, per 1/12 da molluschi (in particolare polpi e calamari lungo lo Stretto e seppia sul litorale ionico) e per 1/20 da crostacei (aragoste e gamberi). E già da qualche lustro è declinata — e oggi trascurabile: una media di 480 q. negli ultimi cinque anni — la pesca del tonno, che agli inizi del secolo aveva qualche buon impianto di fronte ai litorali del Poro (Tropea, Vibo e specialmente Pizzo).

    Pizzo: la pesca del tonno.

    Lo Stretto visto dalla spiaggetta di Catona: una grande via di transito marino, ma sul lato bruzio un campo di pesca poco frequentato, come indica pure la minima taglia delle barchette qui ritratte.

    Diversamente si è meglio conservata, lungo il dirupato litorale fra Palmi e Scilla — dato che qui c’è uno dei rari punti del litorale mediterraneo ove lo xiphias si affolla quando va in fregola — la pesca, antichissima per tradizione e modi, del pesce spada di cui molti secoli fa lasciò una minuta descrizione Polibio (che per questo mare aveva navigato). La si esercita con particolari regolamenti di remota istituzione, dagli inizi di aprile — quando lo xiphias compare — fino a metà estate — quando lo xiphias emigra verso le coste peloritane, ove la pesca ha maggior respiro e vien svolta in modo più razionale e fino dai secoli medioevali godè di alcune libertà (quel che non fu in Calabria, ove la fiscalità feudale la impoverì). E vi partecipano in media 420-460 uomini (per metà con dimora a Bagnara, 1/3 a Scilla, il resto a Cannitello e a Favazzina e qualcuno a Palmi) che stazionano in zone di mare prestabilite, fino a qualche anno fa con minuscole e agili imbarcazioni (chiamate « lontri » dal lat. linter) manovrate da cinque o sei persone. Questi uomini pescano mediante una particolare fiocina chiamata « traffinera » (o « delfinera »). E prima del 1957 erano guidati con bandierine da esperti segnalatori che si appollaiavano lungo i dirupi della riviera a strapiombo sul mare e potevano vedere quindi lo xiphias a gran distanza. Ma un tal genere di pesca, legato come era — per i suoi posti di avvistamento — alle condizioni del rilievo lungo la costa, si limitava naturalmente a una zona di non più di 300-500 m. dalla spiaggia. Ora però il tipo di imbarcazione è migliorato con l’adozione di un sistema in uso sul litorale di Faro, ove l’avvistamento dei pesci è mansione di una barca a remi (una « feluca ») armata di un albero a pioli alto più o meno 20 m. e in cima a cui si pone il segnalatore. Da qualche anno poi l’originale « feluca » è stata fornita di un lungo aggetto a prua, a mo’ di pontile, destinato al fiocinatore (che dianzi agiva, pure nel mare di Faro, da un minuscolo sveltissimo « lontro » fiancheggiante la « feluca »). E poiché il nuovo tipo di imbarcazione svincola la pesca allo xiphias dai legami con le postazioni di terra e consente ai pescatori di esercitare una fascia marina di almeno 2 km. di ampiezza, esso ha avuto rapidamente fortuna sul litorale fra Scilla e Palmi. Però i ricavi di tale pesca registrano annualmente sbalzi notevoli che paiono derivare da una fluttuazione triennale di condizioni marine interne: e perciò in anni buoni sono di 800 q. in media e in anni magri di 500 q. Una produzione che — per quanto di qualche valore economico per le popolazioni rivierasche — ha un mercato unicamente regionale e alimenta per 7/10 la regione dello Stretto (il resto giunge abitualmente fino a Napoli e di rado va più a nord).

    L’antichità di modi della pesca, come quella degli strumenti con cui ara e frantuma la sua terra il contadino di 300 comuni per lo meno della Calabria, sono il segno della povertà e dei ritardi e di un cumulo di conseguenti inibizioni e contraddizioni che intorpidiscono e irretiscono fino ai nostri giorni la vita economica di questa regione.

    Vedi Anche:  Le industrie e i traffici