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Uno sguardo al passato

    Uno sguardo al passato/h1>

    La preistoria.

    Le ricerche alquanto intense effettuate durante gli ultimi anni nell’Abruzzo possono permetterci di tracciare un quadro della regione nei remoti tempi della preistoria. Molto merito va attribuito al noto paletnologo A. M. Radmilli che, dopo numerosi studi accuratamente condotti in varie località, ci ha dato anche buoni lavori di sintesi. Insignificante è invece il materiale riguardante il Molise, ricavato da scavi risalenti alla fine del secolo scorso, che hanno portato alla luce, fra un numero limitato di reperti minori, una grossa amigdala di tipo acheuleano presso Ceppagna di Venafro e resti di una capanna del Neolitico contenente una sepoltura umana, presso Sepino.

    L’influenza dell’ambiente naturale sull’uomo primitivo è stata determinante. La morfologia così varia e le notevoli oscillazioni climatiche, dalle quali sono dipesi il ritiro o l’espansione delle nevi permanenti, hanno condizionato con chiara evidenza l’antichissimo popolamento; è naturale quindi che gli insediamenti preistorici si siano stanziati in maggioranza nella zona subappenninica e, in misura minore, al margine delle grandi conche interne allora occupate da estese superfici lacustri. Solo nei periodi interglaciali gli antichi cacciatori nomadi poterono popolare l’Abruzzo interno; durante gli altri periodi il manto nevoso li respinse inesorabilmente a quote minori.

    Le prime fasi culturali, che abbiamo potuto ricostruire attraverso la localizzazione dei più antichi insediamenti preistorici e l’esame dei manufatti litici del Paleolitico inferiore, ebbero inizio alla fine dell’interglaciale Mindel-Riss e si svilupparono durante tutta la glaciazione rissiana. In base a quanto finora è stato scoperto, i primi abitatori della regione dovrebbero risalire a circa 300-350 mila anni fa. Cacciatori nomadi, ponevano le loro sedi — per lo più tende fatte con pelli o rudimentali ripari di frasche — in mezzo ai boschi che i rigori del clima facevano estendere su buona parte del versante adriatico; la materia prima per i manufatti litici era reperibile in gran quantità nelle numerose vallate percorse dagli ampi fiumi dal letto colmo di ciottoli. Le acque erano abbondanti ma pericolose, e da ciò derivò la necessità di porsi ad una certa altezza al di sopra di esse, mentre è certo che le caverne furono abitate di rado in questo periodo, più che altro occasionalmente, contrastando tale forma di insediamento con le necessità della vita nomade. Ed è per questo che i reperti del Paleolitico inferiore, consistenti in amigdale e schegge sono stati trovati per lo più sui terrazzi fluviali, in superficie o nei conglomerati.

    Molto frequentata era soprattutto la valle del fiume Vibrata, al margine settentrionale del Teramano, fra Tordino e Tronto, presso l’attuale Corròpoli, dove sono state rinvenute amigdale del chelleano e dell’acheuleano. Si tratta di resti trovati ad altitudini che in genere non superano i 200 ni., come gli altri, più a sud, dei terrazzi del Tavo, del Nora e dell’Alento. L’insediamento più interno sembra essere localizzato presso Pòpoli, in località Le Svolte, in un deposito lacustre importantissimo anche per le altre fasi preistoriche. Un’altra plaga dove sono stati rinvenuti resti di culture più avanzate è quella del versante settentrionale e occidentale della Maiella, dove i cacciatori nomadi si spinsero a quote fra i 700 e gli 875 metri. Nella valle dell’Orta, affluente della Pescara, i frequenti manufatti litici ci dimostrano una notevole penetrazione fino al limite delle nevi permanenti: è particolarmente noto l’importante deposito lacustre della Valle Giumentina, presso Caramànico Terme, nel quale sono stati trovati interessanti materiali per molti strati.

    Principali stazioni preistoriche abruzzesi.

    1, Madonna del Freddo presso Chieti;

    2, Valle Giumentina presso Caramànico Terme; 3, Corròpoli; 4, Le Svolte presso Pòpoli; 5, Cepagatti; 6, Abbateggio; 7, Foce del Foro; 8, Ortona; 9, Penne; 10, Colle di Pietrabona; 11, Loreto Aprutino; 12, Colonnella; 13, Grotta Achille Graziani; 14, Maiella; 15, Riparo Maurizio presso Venere; 16, Grotta Tronci; 17, Campo delle Piane presso Montebello di Bertona; 18, Roccaraso; 19, Pescopennataro; 20, Villaggio di Rìpoli; 21, Villaggio del Pianac-cio; 22, Villaggio di Ortucchio; 23, Campo Perìcoli; 24, Grotta di Ciccio Felice; 25, Villaggio di Fonti Rossi; 26, Grotta Sant’Angelo.

    Il giacimento rissiano della Valle Giumentina presso Caramànico Terme.

     

    Il Paleolitico medio è nettamente condizionato dai grandi mutamenti climatico-ambientali, in connessione con il progressivo sopraggiungere dell’interglaciale Riss-Wiirm. I cacciatori nomadi si spingono sempre più in alto dove i ghiacciai scompaiono e più vigorose si sviluppano le selve. Risalgono le valli e le pendici montane, penetrano all’interno dell’aspra regione, fino ad allora proibita dalle nevi e dai rigori del clima. Il nomadismo si attenua di fronte all’utilizzazione delle grotte come comodi rifugi contro le intemperie e le fiere, la tecnica di lavorazione degli strumenti si evolve gradualmente. Non stupisce quindi il fatto di trovarsi di fronte a manufatti di tipo musteriano arcaico ad altitudini che parrebbero eccezionali, come sulla Maiella, a quota 2050, e nella Conca della Maielletta, a 1662 metri. Del resto, oltre alle zone più elevate o interne, risultano ancora popolate le terrazze fluviali adriatiche, come quelle ormai tradizionali della valle della Vibrata, e altre località (Le Svolte, Valle Giumentina, ecc.). Con la glaciazione wurmiana il popolamento riguardò in prevalenza zone meno elevate, fino a quasi 800 m. sulle falde della Maiella, mentre durante la fase di ritiro dei ghiacci (Wurm III), circa 18.000 anni fa, apparve l’Homo Sapiens del Paleolitico superiore che in Abruzzo è associato alla cultura bertoniana, così chiamata perchè i primi ritrovamenti avvennero presso Montebello di Bertona. Ben più dotati dei progenitori, sia come sviluppo psichico sia come evoluzione dei caratteri somatici, in possesso di una cultura nettamente più progredita, i bertoniani segnarono la fine del nomadismo tipico, sostituendolo con spostamenti stagionali, stimolati indubbiamente dal clima alquanto freddo, di tipo continentale. Oltre a dimorare nelle caverne, essi iniziarono la costruzione di vere e proprie capanne, delle quali la traccia più antica è stata trovata al Campo delle Piane presso Montebello. Attraverso le valli dell’Aterno-Pescara e del Sangro i bertoniani raggiunsero in massa le conche interne. Le svariate grotte ai margini del bacino lacustre del Fùcino ne ospitarono in gran numero: stabilmente quelle favorite dall’esposizione a solatìo, come la Grotta Tronci e il Riparo Maurizio presso Vènere, solo occasionalmente nella stagione estiva quelle esposte a nord, come la Grotta Afra e quella di Ciccio Felice, che si aprono nei calcari di Monte Salviano, presso Avezzano.

    La Grotta Tronci e il Riparo Maurizio, al margine settentrionale del Fucino, presso Vènere.

     

     

     

    La Grotta di Ciccio Felice, aperta nei calcari del Monte Salviano presso Avezzano.

     

    Col susseguirsi dei millenni la cappa nevosa del Wùrmiano arretrò gradualmente e il clima divenne sempre meno freddo e più asciutto; i grandi animali cominciarono a scarseggiare, si spinsero più in alto e varie specie si estinsero. In tale situazione critica per i popoli cacciatori viene ad essere collocato l’inizio del Mesolitico, circa 13.000 anni or sono. L’uomo, affine a quello di Crò-Magnon, come ben ci dimostra il cranio dell’Uomo del Fùcino trovato insieme ai reperti mesolitici nella Grotta di Ortucchio, si evolve a forme di vita stanziale nella quale da certi manufatti e resti di animali si può arguire un’attività di taglio e raccolta di vegetali, a integrazione del limitato bottino della pesca e della caccia, basata ormai su uccelli e piccoli mammiferi. Assai più recente è invece l’Uomo della Maiella, di tipo protomediterraneo, trovato in una tomba presso Lama dei Peligni, che può dimostrarci l’avvento, alla fine del Mesolitico, di nuove popolazioni venute probabilmente dalla Penisola Balcanica. Queste si diffusero nella nostra regione circa 8000 anni fa, quando il clima da continentale era divenuto gradualmente marittimo, con abbondanti piogge e temperature non rigide.

    Ha inizio il Neolitico, caratterizzato dall’affermarsi dell’agricoltura stanziale, dalle prime attività di allevamento, dall’abbandono delle grotte per i villaggi di capanne, dalle belle ceramiche spesso decorate con impressioni digitali e con motivi a unghiate. A questo riguardo è importantissimo il Villaggio Leopardi presso Penne, che risale a circa 6500 anni fa, come pure il materiale rinvenuto nella valle del fiume Orta presso Bolognano, entro la Grotta dei Piccioni, frequentata saltuariamente forse per motivi rituali. Ma il maggior fulgore del Neolitico si manifestò 5000 anni or sono con genti che dettero inizio, nella valle della Vibrata, a una cultura particolarmente evoluta, detta di Rìpoli dalla località presso Corròpoli dove se ne sono trovate vaste tracce. Le genti di questa cultura si stanziarono preferibilmente non lungi dalla costa adriatica, in plaghe fertili e ricche d’acqua; abitavano in villaggi di capanne a pianta per lo più ellittica o circolare, parzialmente scavate nel terreno e coperte da frasche impastate con argilla. Interessante è la disposizione di queste capanne nell’insediamento di Pianaccio, presso Tortoreto, con l’ingresso volto verso uno spazio libero centrale che potrebbe ben essere il centro del villaggio stesso. La civiltà di Rìpoli si manifesta, oltre che nei manufatti litici, molto vari e finemente lavorati, nelle magnifiche ceramiche gialle o rossastre dalla caratteristica decorazione dipinta, la cui diffusione dall’Emilia alla Campania dimostra la grande importanza di queste genti e i prodromi di un’attività commerciale accanto a quella agricola tradizionale. All’interno della regione, resti di questa cultura sono stati trovati nella conca del Fùcino e nell’alta valle del Liri.

    L’inizio del periodo Eneolitico, che viene fatto risalire a circa 4500 anni fa, coincide con l’invasione di genti egeo-anatoliche di tradizione pastorale dotate di nuovi tipi di armi, come l’arco e le asce, e di un materiale ben più largamente utilizzabile, il metallo. La fusione fra questi e l’elemento indigeno determinò una nuova fase culturale che ha preso nome da Ortucchio, centro ai margini della conca fucense, presso il quale sono stati trovati resti di un villaggio. La base di questa civiltà era però ancora l’agricoltura, come confermano gli attrezzi ivi rinvenuti. Per trovare in Abruzzo genti con prevalente attività pastorale bisogna giungere all’età del bronzo, nella quale occupa un posto fondamentale la civiltà appenninica.

    Questa civiltà, basata sulla pastorizia transumante, si rivela in Abruzzo con tracce più scarse che in altre regioni, come a nord le Marche e a sud la Puglia, probabilmente perchè gli agricoltori indigeni riuscirono a conservare la supremazia. La sua diffusione, in connessione con i movimenti dei pastori dalla montagna al piano, avvenne in senso trasversale riguardo ai rilievi. Dalle tombe possiamo avere preziose testimonianze dell’epoca, con il motivo più tipico rappresentato dalla ceramica nerastra buccheroide — dalle forme quanto mai varie — ornata con disegni geometrici incisi e con motivi a punteggiatura. Ne sono stati rinvenuti abbondanti reperti nelle caverne di Salomone e di Sant’Angelo nella valle della Vibrata, nella Grotta A Male presso Assergi e nel Grottone di Val di Varri presso Carsòli. Gli avanzi dell’unico villaggio finora ritrovato sono stati scoperti presso Collelongo, nella Màrsica.

    Manufatti litici abruzzesi, di dimensioni ridotte di un quarto.

    i, scheggia-raschiatoio del Clactoniano antico (terrazzi fluviali Zannini); 2, raschiatoio discoidale del Musteriano (valle della Vibrata); 3, arma a punta del Musteriano (valle della Vibrata); 4, grattatoio a uso inverso (facies bertoniana del Paleolitico superiore); 5, cuspidi di freccia e punta di lancia della cultura di Rìpoli, villaggio neolitico del Pianaccio. (Disegni tratti da A. M. Radmilli).

    Assai maggiori sono le testimonianze della cosiddetta civiltà subappenninica, che si fa risalire a circa 1300 anni a. C., quando da nord discesero genti terramaricole e si fusero con i locali, dando luogo a una cultura basata sull’economia agricolo-pastorale. Le frequenti incursioni di popolazioni diverse ebbero un riflesso sui vil-laggi, posti in alto o in luoghi appartati atti alla difesa, mentre si ripopolarono le grotte. Oltre che nelle località già abitate da genti appenniniche, sono stati trovati resti della cultura subappenninica in due villaggi presso Tortoreto, al Campo delle Piane presso Montebello, nella Grotta dei Piccioni presso Bolognano, nel Grottone dei Corvi a Serramonacesca, in varie grotte del Fùcino e in grotticelle e nicchie del Campo Perìcoli sul Gran Sasso, a ben 2200 m. di altitudine, abitate dai pastori nella stagione estiva.

    L’età del ferro e gli albori della storia. L’Abruzzo e il Sannio preromani.

    Con l’evolversi della civiltà subappenninica appare il ferro come nuovo metallo nobile e si sostituisce gradualmente al bronzo prima negli oggetti ornamentali, poi nelle armi. Siamo agli albori della storia, che si fanno risalire all’incirca al X secolo avanti Cristo.

    Le vestigia sono funerarie, basate essenzialmente sull’inumazione, a differenza dell’Italia centrale (escluse le Marche) e settentrionale dove prevale o si alterna il rito dell’incinerazione. Ed è dalle fosse rettangolari incavate nel terreno che insieme agli avanzi umani sono stati portati alla luce vasi di ceramica e di bronzo, armi, oggetti d’ornamento, utensili che testimoniano l’espansione della civiltà picena. Probabilmente indigena, dovuta a stirpi protosabelliche, essa si irradiò dalle Marche verso sud fin oltre il fiume Pescara, risalendo all’interno sino alla conca peligna, mentre la cultura greca cominciava a porre i propri avamposti nella nostra penisola.

    Il noto archeologo recentemente scomparso Amedeo Maiuri così compendia egregiamente i caratteri di queste genti: « La civiltà picena dell’età del ferro rispecchia il peculiare carattere unitario d’un popolo guerriero pastorale e agricolo con una singolare predilezione per le ricche armature e per l’adornamento della persona, fastoso nella straordinaria quantità dei monili d’oro e d’ambra. E al territorio piceno e abruzzese dobbiamo i primi prodotti d’arte della civiltà italica in vere forme di statuaria: la vigorosa testa di guerriero di Numana e, monumento che sintetizza mirabilmente il costume italico e guerriero delle stirpi sabelliche del VI e V secolo, la statua in calcare di Capestrano ». La civiltà italica, quindi, esente da contatti piceni solo nelle parti più interne come la Màrsica e l’alto bacino dell’Aterno, si innesta sul tronco di quella fiorente cultura e la fa propria.

    Più a sud, nel Sannio, il primo insediamento delle popolazioni sabelliche, miste talora a genti ausonie mediterranee, coincide con la costruzione di poderose cinte di mura megalitiche, come quella di Pietrabbondante nel Molise. Tracce della civiltà picena si possono notare nella più importante necropoli della regione, quella di Alfedena nell’alta valle del Sangro, al limite tra Abruzzo e Molise, della quale sono state riportate alla luce circa 1400 tombe.

    I popoli della civiltà italica si differenziarono ben presto fra di loro, pur appartenendo a un ceppo unico. La struttura pluricellulare dell’Abruzzo, l’ambiente naturale spesso aspro e ostile, l’isolamento dovuto alle scarse vie di comunicazione furono le ragioni fondamentali dello sgretolamento in molteplici gruppi umani, fieri delle loro leggi e della loro indipendenza. Negli altipiani centrali fra l’Aterno e il Tirino e nel Subappennino fra la Pescara e il Fino si possono individuare i Vestini, nella conca di Sulmona i Peligni che raggiunsero, attraverso le strette gole dell’Aterno, la conca subequana, mentre più ad ovest i fierissimi Marsi contendevano il Fùcino agli Equi, con i quali confinavano a nord. Più a settentrione, all’interno, i Sabini dominavano l’alta valle dell’Aterno, oltre a vaste plaghe fuori dell’Abruzzo, mentre nel Sangro, verso sud, si estendeva il territorio dei Sanniti, Pentri fra il Trigno e il Biferno e Caraceni fra l’alto Trigno e il medio Sangro. Il versante adriatico rivelava invece una minore frammentazione, dominando i Pretuzi da nord fino al fiume Saline, al centro i Marrucini, in una plaga assai limitata intorno all’attuale Chieti, e più a sud i Frentani, dal cui ceppo si distaccarono a un certo momento i Larinati.

    Alfadena, nell’alta valle del Sangro, sede della più importante necropoli abruzzese.

     

    Purtroppo ben poco sappiamo delle vicende di questi popoli fino a che non si trovarono a contatto con Roma, e tutt’al più possiamo ricostruire a grandi tratti la struttura politica, sociale e religiosa. Il villaggio (tonta), spesso fortificato, era il centro politico con a capo un meddix coadiuvato da una duplice assemblea. Un sentimento religioso assai profondo collegava le popolazioni dei vari villaggi e città, che facevano capo a santuari dedicati a divinità per lo più agresti, come Cèrere, venerata ovunque, e Angitia, fra i Marsi e i Peligni. Per i contatti fra i vari centri, oltre ai limitati scambi commerciali ebbe notevole peso la transumanza, esercitata frequentemente dai popoli dell’interno a tradizionale base agricolo-pastorale; si può affermare, anzi, che a tali spostamenti stagionali risalgono le tracce più antiche di quelle che poi diverranno le maggiori vie di comunicazione della regione.

    Dalla civiltà italica alla fine della dominazione romana.

    Al VI secolo a. C. risalgono i primi fatti storici attendibili, legati ai nascenti contrasti con Roma, nella parte centrale della penisola dominata dagli Etruschi e colonizzata dai Greci. Attorno alle genti che abitavano la nostra regione, i Latini occupavano il Lazio attuale con i Volsci e gli Ernici, gli Osci la Campania; a sud, gli Irpini, i Lucani e gli Apuli erano a contatto con i Sanniti e i Frentani; a nord, oltre che con la potenza etrusca, Sabini e Pretuzi confinavano con Umbri e Piceni.

    Le prime ostilità contro la nascente potenza romana sono dovute agli Equi, che dai margini della conca fucense si espandevano sul versante tirreno mirando alle fertili pianure costiere. Dopo alterne e oscure vicende durante l’epoca della monarchia, questo popolo, alleato con i Volsci, costituì per un lungo periodo, durante il V secolo, un costante pericolo per Roma repubblicana, indebolita dal cambiamento di regime e dalle lotte intestine.

    Ma sin dalla seconda metà di questo secolo cominciarono a imporsi come potenza sempre più forte, anche se spesso poco compatta, i Sanniti, che dalle montagne erano discesi nella regione occupata da Greci e da Etruschi. Approfittando della debolezza delle pur fiorenti città campane, spesso dilaniate dalle contese interne, i Sanniti si erano impadroniti di molte di esse, quali l’etrusca Capua e la greca Cuma. Ma dal contatto e dalla fusione con civiltà tanto diverse e più progredite si generarono nuove popolazioni che non tardarono a rinnegare l’antica stirpe: Capua, ad esempio, si mostrò ben presto ostile e sostenne con i Sanniti lunghi e sanguinosi conflitti.

    Si può dire quindi che fino alle guerre con Roma questo popolo abbia lottato per lo più contro i propri antichi compatrioti imbastarditi dalla civiltà greco-etrusca. E Roma sul principio mostrò molta prudenza con la potente lega di questi montanari guerrieri, alleandosi con essa nel 354 per far fronte alla costante minaccia dei Galli e delle popolazioni limitrofe. Solo nel 342, in seguito ad una ennesima contesa dei Sanniti con i Campani e alla richiesta di aiuto contro di essi da parte dei Sidicini e di Capua, i Romani iniziarono la prima di quelle tre guerre, dette sannitiche, che in mezzo secolo li porteranno ad aver ragione dei forti rivali. Guerra breve, che

    dopo un anno terminò con una pace di compromesso, senza veri vincitori nè vinti, e con una nuova alleanza.

    Ma ormai Roma era divenuta il simbolo della lotta contro i Sanniti sia per i Campani, sia per gli Apuli che dovevano subire ogni anno gravose condizioni da parte dei pastori transumanti. Negli anni seguenti i Sanniti dovettero combattere con alterne vicende contro gli Epiroti, lasciando così mano libera ai Romani che in tal modo si impadronirono definitivamente di Capua e fondarono due colonie a Cales (Calvi) e a Fregelle (Ceprano), ai confini del Sannio, ponendosi in ottima posizione strategica nei riguardi dei grandi avversari.

    L’aiuto dei Sanniti a Napoli assediata, nel 327, fu la scintilla che segnò l’inizio della seconda guerra, portata avanti per vari anni con molta prudenza da ambedue le parti, ma con indubbio vantaggio per i Romani che giunsero fino in Apulia, ostacolati vanamente dai Vestini, alleati dei Sanniti. Evidentemente la Lega mancava di coesione e di decisione e il tempo giocava a favore dei Romani, ma questi caddero nell’errore di voler accelerare la conclusione. Così nel 321 furono accerchiati alle

    Il teatro romano di Pietrabbondante, nell’alto Molise.

    Forche Caudine, nel Beneventano, e costretti ad arrendersi poco onorevolmente. Benché grave, questo fu però solo un episodio della lunga guerra: anche se Marrucini Frentani, Marsi ed Equi si unirono ai Sanniti, i Romani ripresero presto il sopravvento sconfìggendo i Frentani, conquistando la città apula di Lucerà e infine penetrando nel cuore del Sannio fino ad espugnare Bovianum, roccaforte della lega. Nel 304 si concluse la pace con il passaggio di tutta la Campania sotto l’egemonia di Roma e la rinuncia dei Sanniti ad ogni espansione territoriale, mentre i popoli che per essi avevano parteggiato strinsero alleanza con i vincitori. Fu allora che nel territorio degli Equi avvenne la fondazione delle colonie di Carseoli e di Alba Fucens.

    Solo sei anni dopo, forse per prevenire le sempre maggiori mire espansionistiche romane, i Sanniti scesero nuovamente in campo aperto, alleati in una potente coalizione con Etruschi, Galli, Sabini, Umbri e Lucani. Questa nuova guerra fu incerta a lungo, fino a che nel 295 l’esercito dei confederati non fu decimato presso Sentino.

    Albe e gli scavi di Alba Fucens con lo sfondo del Monte Velino.

     

     

     

    Rovine di Peltuinum sul colle di Ansidonia.

    Ma se la coalizione era disfatta il Sannio non era domo, e Roma dovette combattere ancora per cinque anni, con alterne vicende, prima di concludere la pace con miti condizioni per i Sanniti. Questa vittoria infruttuosa destò malumore a Roma e nello stesso anno (290) un nuovo esercito, col pretesto che i Sabini avevano aiutato i Sanniti, conquistò a sud dell’Umbria quasi tutto il loro territorio, indi occupò il paese dei Pretuzi dove fu fondata Hadria, l’attuale Atri. Così Sabini e Pretuzi fecero le spese dei Sanniti sconfitti, e Roma, che nel 291 aveva fondato una forte colonia anche in Apulia, a Venusia, aveva ormai ultimato l’accerchiamento delle bellicose e indomite popolazioni del cuore della penisola.

    Non molto ancora durò l’indipendenza dei Sanniti, sempre ribelli ed alleati con ogni avversario di Roma. Quando Pirro, che era stato una seria minaccia per la potenza romana, nel 275 ripartì deluso, l’Italia meridionale fu alla mercè dei vincitori che in breve tempo la assoggettarono. Qualche anno dopo anche il Sannio era ormai quasi completamente annesso e coperto di colonie, ad eccezione della parte più interna, il paese dei Pentri, che potè godere ancora di una certa autonomia.

    Così ebbe inizio il processo di romanizzazione della regione: i contrasti si placarono gradualmente nel progressivo avvicinamento a Roma, con la quale i popoli

    italici cominciarono ad avere in comune le sorti. La prova del fuoco fu durante la seconda guerra punica, nel 211, quando le scorrerie di Annibale misero a dura prova la resistenza di questi popoli. I Sanniti defezionarono, ma solo in parte, poiché il cuore della regione, abitato dai Pentri, rimase saldamente unito a Roma. E terminate le guerre puniche il processo di unificazione riprese più vigoroso di prima. Verso la metà del secondo secolo, simbolo di unione fra i popoli, fu aperta fra Roma e la conca peligna la Via Valeria, che però solo due secoli più tardi sarà prolungata fino all’Adriatico.

    Non furono dunque le solite cause di prestigio e di supremazia territoriale che portarono i soci italici all’ultimo conflitto, ma ben più profonde ragioni d’indole sociale, dovute essenzialmente alla disparità di trattamento nei confronti dei cittadini romani. Solo la concessione della cittadinanza, pervicacemente ostacolata a Roma, avrebbe potuto sanare le divergenze e compensare i soci della spartizione a favore dei soldati vittoriosi di parte dei loro territori. E la rivolta scoppiò, dopo lunghe contese, alla fine del 91. «Quella che insorgeva era l’Italia più povera, montagnosa, del centro e del Mezzogiorno, i Marsi, i Peligni, i Piceni, i Sanniti; ossia le regioni che più avevano sofferto della crisi, la quale stava mutando la faccia della penisola; le regioni in cui le confische del suolo erano state più frequenti; le regioni meno ricche di strade, più lontane dalle città e dalle grandi vie del commercio; le regioni del latifondo e della pastorizia » (G. Ferrerò – C. Barbagallo).

    Avanzi romani ad Altilia, presso Sepino.

     

    Corjinium, nel paese dei Peligni, divenne con il nome di Italica la capitale dei Confederati, i quali basarono la propria organizzazione civile e militare su quella romana, che ormai ben conoscevano. Fu eletto un Senato di 500 membri e approntato un esercito di 100 mila uomini, e nella capitale furono battute per più di un anno monete con impresso per la prima volta il nome di Italia. Il primo anno di guerra alquanto incerto e il pericolo della defezione degli Etruschi e degli Umbri in Italia e dell’ostilità di Mitridate in Oriente suggerirono ai Romani di spegnere la rivolta non con le armi, ma con le concessioni. Così nell’89 venne approvata la legge Plauzia-Papiria che concedeva la cittadinanza romana a tutti gli Italici che l’avessero chiesta entro il termine di due mesi. Il risultato logico fu quindi l’affievolirsi della resistenza dei Confederati: presa e distrutta Sulmona da Siila, l’ultimo lembo di territorio degli Italici che non deposero le armi fu una delle plaghe più interne del Sannio, con capitale Aesernia (l’odierna Isernia), mentre Corfinio apriva le porte a Lucio Giulio Cesare. Poco dopo, con la morte in battaglia del grande condottiero marso Pompedio Silone e la presa di Bovianum, sopraggiunse la fine. Da allora non possiamo più parlare di storia dei Sanniti o degli altri popoli italici, ma unicamente di storia romana. L’appartenenza alla IV Regio (Sabina et Samnium) di quasi tutti i territori corrispondenti agli attuali Abruzzo e Molise nella ripartizione augustea dell’Italia ce ne mostra il completo inserimento nel ben più vasto ambito dell’Impero Romano.

    Fu in questo ambito che fin dal I secolo a. C. si misero in luce, non più per la forza delle armi ma per altezza d’ingegno, uomini rimasti famosi, quali il poeta Ovidio da Sulmona, lo storico Sallustio da Amiternum e, minori di fama ai nostri tempi, l’oratore e proconsole Asinio Pollione e il poeta Ulpio Marcello da Teate, il poeta Domizio Marso, il giureconsulto Nerazio Prisco da Saepinum e il precocissimo poeta Lucio Valerio Pudente nato ad Histonium. E certamente di famiglia originaria di Hadria fu l’imperatore Adriano, che esercitò il potere supremo dal 117 al 138, all’apogeo della grandezza romana.

    I fatti storici dall’alto medioevo all’avvento degli Angioini.

    Con la caduta dell’Impero Romano le virtù civili e morali che avevano ormai unito strettamente questi popoli a Roma trovarono un nuovo impulso nel Cristianesimo. La Provincia Valeria fu tra le prime a ricevere la predicazione del Vangelo e il Cristianesimo ebbe i suoi fulcri nelle diocesi di Amiterno e Sulmona. Scarse ma ben documentate sono le notizie di un monachesimo alquanto fiorente; monachesimo che, testimoniato anche dagli scritti di San Gregorio Magno, ebbe la maggior gloria nell’educazione di Bonifacio IV, nativo della Màrsica, che fu pontefice dal 608 al 615.

    I Longobardi distrussero molti monasteri e città dal passato insigne, quali Amiterno e Corfinio. E quando, vent’anni dopo la costituzione del Ducato di Spoleto (572), importante organismo unitario che ebbe un ruolo di prim’ordine nella storia di buona parte dell’Abruzzo, furono in esso incorporati i territori dei Marsi, Equi, Vestini e Peligni, la tradizione cristiano-romana era ormai impersonificata solo nel Vescovo di Sulmona e Valva. Località, quest’ultima, che sorta sui ruderi della gloriosa Corfinio intorno a una monumentale abbazia, aveva sostituito l’importanza tradizionalmente derivatagli dal suo ruolo di capitale italica con i nuovi valori del Cristianesimo. Contemporaneamente le popolazioni si rifugiavano all’ombra protettrice dei castelli, elevati dai numerosi feudatari ad affermare la loro potenza e la loro giurisdizione.

    La parte meridionale dell’Abruzzo e il Molise appartenevano all’altro importante ducato longobardo, quello di Benevento. Nell’843 quasi tutti i territori dell’attuale regione dettero luogo alla formazione del contado autonomo di Marsia, al quale fu unita la contea di Teate che Pipino, figlio di Carlo Magno, aveva strappato nell’801 ai duchi di Benevento, occupando Chieti. Così ampliata, la contea aveva una funzione essenziale di difesa sia contro eventuali ritorni offensivi dei Bizantini, sia contro le incursioni dei Saraceni. Ed è proprio contro questi ultimi che l’imperatore Lodovico II condusse una spedizione nella seconda metà del secolo IX, da ricordare soprattutto per la fondazione su un’isoletta in mezzo al fiume Pescara della famosa abbazia di San Clemente a Casauria, che svolse da allora per più secoli un’elevatissima funzione religiosa e culturale.

    Verso la metà del Mille si delinea l’avanzata dei Normanni dalle terre della Capitanata e dal principato di Capua. Nel 1053, dopo avere incontrato fiera resistenza nelle regioni interne, il conte Ugo riuscì a togliere vasti territori ai Longobardi, abbattendone le signorie feudali e sostituendole con i giustizierati. Ma la più grande affermazione avvenne con il conte Ugo II, che potè costituire il vasto Comitatus Molisii sul territorio delle cinque diocesi di Venafro, Isernia, Guardialfiera, Boiano e Tri-vento. La secolare aspirazione dei Longobardi e dei Bizantini di fare dell’Italia meridionale un unico stato indipendente ebbe suo compimento con il normanno Ruggero, che uniti tutti i territori, portò il confine settentrionale alla linea che non fu più mutata. Nel 1143 cadde anche la contea dei Marsi e da allora l’Abruzzo non solo fu completamente e direttamente sotto il controllo normanno, ma costituì — per sette secoli — parte integrale di quel Regno di Napoli dal quale non doveva più separarsi.

    Abside della Basilica Valvense a Cor-finio, importante fulcro religioso del medioevo.

     

    L’unità territoriale di tutto il Mezzogiorno era quindi stata portata a termine, e con essa i Normanni trasmisero l’idea dell’unità monarchica nel senso, come scrive Benedetto Croce, « di uno stato governato dal centro, con eguali istituzioni e leggi, magistrati e funzionari; e questa forma vi durò sempre, e, nonché mutarla nel fatto, non se ne concepì altra nemmeno in idea ».

    Molte sono le considerazioni che potrebbero essere fatte sulle cause che favorirono l’unione delle regioni meridionali. Il Croce cita a ragione il fatto che « le regioni interne ottenevano gli sbocchi sul mare, e alla pastorizia degli Abruzzi si aprivano, indispensabili ai suoi bisogni, le pianure delle Puglie per pascolo e svernamento ». Ragioni, quindi, di complementarietà geografica ed economica, ma soprattutto è importante il fatto che « nessuna città o provincia ebbe mai più tale vita e vigore particolare o tale necessità da staccarsi dal resto e far parte da sè, come pur era accaduto nell’alto medioevo ».

    Gli avanzi dell’antico castello di Pescina.

    Malgrado gli intenti dei re normanni, i feudatari conservavano però una notevole potenza che li portava spesso a contrastare nei loro territori l’autorità centrale. Raggiunsero una posizione di preminenza i conti di Loritello e Manoppello, quelli del Molise e quelli di Celano, discendenti dagli antichi conti dei Marsi, come pure alcuni vescovi, fra i quali primeggiava quello aprutino, che teneva sotto il proprio dominio tutto il Pretuzio (l’attuale Teramano).

    L’equilibrio venne presto turbato dall’imperatore Federico Barbarossa, contrastato nelle sue mire dai conti del Molise e appoggiato invece da quelli di Loritello. Ma le contese si fecero ben più aspre con la discesa del successore Enrico VI che reclamava sulla regione quei diritti che gli venivano da parte della moglie, Costanza d’Altavilla. Personaggio centrale di questo periodo è il conte Pietro di Celano che, dopo aver sostenuto strenuamente Enrico VI, assunse alla morte di Costanza il baliato di Federico II insieme con Berardo di Loreto, conte di Conversano. Ma l’ambizioso

    conte si trovò ben presto a contrasto con il giovane imperatore, date le sue aspirazioni ad ampliare il proprio territorio. Forte dell’appoggio di Ottone IV, invase il ducato di Spoleto, mentre un figlio diveniva arcivescovo di Capua e l’erede e successore Tommaso gettava le basi di un’eventuale annessione del Molise mediante ben progettate nozze. E l’ambizione di Tommaso non fu certo inferiore a quella del padre: aspre furono le contese con Federico II, e solo l’intercessione della curia romana potè creare fra i due un temporaneo accordo, ma con grande vantaggio dell’imperatore che riuscì facilmente ad arginare la crescente potenza del conte. L’accordo finì ben presto con l’esilio di Tommaso che, forte dell’appoggio di Innocenzo IV, potè ritornare alle proprie terre solo dopo la morte di Federico II.

    Cospicui furono i meriti del grande imperatore. Egli mutò notevolmente l’organizzazione normanna e portò ad estreme conseguenze la concezione dell’autorità imperiale, in antitesi con quella papale e al disopra dei particolarismi sia feudali che comunali; infatti molti feudi furono cancellati, molti castelli abbattuti, mentre contemporaneamente veniva esercitata una strenua repressione ad ogni accenno di formazione comunale. Nel 1231, con le Costituzioni di Melfi, il monarca ribadì l’accentramento del potere: la legislazione fu portata ad una elevatezza mai più conosciuta dai tempi di Roma antica, l’amministrazione civile e giudiziaria fu affidata a ufficiali regi, mentre ai feudatari furono tolte tutte quelle prerogative che potevano pregiudicare la libertà civile. Conservata la precedente suddivisione del regno in giu-stizierati, furono istituite periodiche assemblee; dal 1233 abbiamo nelle nostre regioni

    Il castello di Celano, sede degli antichi Conti, in posizione dominante sulla piana del Fùcino.

     

    10 Iustitieratus Aprutii retto da assemblee giudiziarie e amministrative, dette curie generalizie, che si riunivano due volte all’anno a Sulmona.

    Con la morte di Federico iniziò il tramonto degli Svevi in Italia. L’erede Corrado IV contrapposto al figlio naturale Manfredi, la lotta contro quest’ultimo di Clemente IV, che chiama in aiuto Carlo d’Angiò, con il noto epilogo nella battaglia di Benevento, la tragica fine di Corradino, ultimo rampollo svevo, sconfitto presso Tagliacozzo (1268) e giustiziato a Napoli, portarono all’inizio del predominio angioino. Da un punto di vista locale, questi eventi segnano, con il definitivo distacco del Molise dalla contea di Celano, la decadenza di quella che fu per lungo periodo una delle più potenti famiglie dell’Abruzzo: l’ultimo conte, Ruggero, ebbe limitato

    11 potere a Celano stessa e al retrostante altipiano delle Rocche.

    Il dominio degli Angioini e degli Aragonesi.

    Nel 1272 Carlo aggregò il Molise al giustizierato di Terra di Lavoro, facendolo scomparire per sempre come entità politica autonoma. Nello stesso anno fu effettuata la suddivisione della regione in Abruzzo Citra e Ultra (ftumen Piscariae), mentre con un documento di solo due anni prima il re aveva sancito la ricostruzione della città dell’Aquila, che la tradizione vuole ideata da Federico II, fondata dal figlio Corrado e distrutta nel 1259 da Manfredi. La città, che in breve volger di tempo sarebbe divenuta un grande centro politico e culturale, la seconda di tutto il Regno dopo Napoli, si sviluppò rapidamente; già il papa Alessandro IV, ponendola sotto la propria protezione, l’aveva riconosciuta nel 1257 come libero comune e vi aveva trasferito dall’antica Forcona la sede vescovile. Ma L’Aquila costituì solo un’eccezione. Con Carlo d’Angiò si interruppe il processo di unificazione nazionale che stava tanto a cuore agli Svevi. Riaffiorano gli interessi particolari e con essi risorgono sulle vecchie rovine i castelli e le rocche; si aggravano i conflitti fra i baroni, ritornati alla potenza di un tempo. Malgrado ciò gli Angioini mantennero la precedente suddivisione amministrativa in giustizierati, con burocrati e giustizieri riuniti nella Magna Curia, presso il re.

    La storia dell’Abruzzo si riduce essenzialmente a episodi locali, riguardanti più che altro la città dell’Aquila, mentre la politica e gli eventi fondamentali che si riferivano a un ambito ben più vasto avevano il loro fulcro pressoché unico in Napoli, capitale del Regno. Ed anche se il potere regio era fermamente tenuto dagli Angioini e se il re Roberto dava splendore alla corte napoletana con il mecenatismo e con la ricchezza dovuta alle connessioni finanziarie con Firenze, nelle nostre regioni questo potere risulta alquanto attenuato. L’autorità centrale infatti era molto spesso sostituita dallo strapotere delle famiglie feudali, che erano risorte più forti di prima, mentre L’Aquila, fiera delle proprie libertà comunali, esercitava il predominio su vasti territori attorno. Un’idea dell’importanza della città è data dalla consacrazione a pontefice, nel tempio di Collemaggio, dell’abruzzese Pietro da Morrone col nome di Celestino V (1294).

    Le lotte fra i successori di Roberto si riflettono nei conflitti cittadini fra le famiglie dei Camponeschi e dei Pretatti all’Aquila, fra Merlini e Quadrari a Sulmona, fra Melatini e De Valle a Teramo, ciascuna delle quali parteggiava per uno dei pretendenti al trono. Altre grandi famiglie feudali erano i Di Sangro, che estenderanno in seguito il potere anche in Puglia, i Cantelmo di Pòpoli, i Del Balzo, gli Acquaviva. Intanto gli avvenimenti del regno sono quanto mai intricati. Ucciso Andrea, erede di Roberto d’Angiò, saliva al trono Giovanna I, e nel conflitto fra essa e Luigi d’Ungheria, fratello di Andrea, le principali città abruzzesi, con in testa L’Aquila, presero le parti di Luigi in un susseguirsi di lotte senza fine.

    Il portale di Santa Maria di Collemaggio, il più insigne edificio religioso dell’Aquila.

    Un particolare risalto ha in questo periodo la concessione dell’autonomia da parte di Giovanna a Senàrica, minuscola comunità rurale della valle del Vomano, che poco dopo la metà del Trecento si costituì in repubblica, con proprie leggi e proprio sigillo, sotto il governo di un doge liberamente eletto e ben presto strinse alleanza con Venezia di cui si considerò per secoli « serenissima sorella ».

    Nel 1382, contro la regina Giovanna si volse Carlo Durazzo che, dopo averla fatta uccidere, assediò L’Aquila; la città resistè e aprì entusiasticamente le porte al vincitore Luigi d’Angiò, che però doveva morire solo due anni dopo. Ad esso successe il figlio Luigi II, mentre successore di Carlo Durazzo fu Ladislao che assalì nuovamente L’Aquila e la occupò nel 1392. Toccò a Giovanna II, succeduta a Luigi, di riprendere la città e con essa il predominio su vasta parte dell’Abruzzo. Ma il fatto che essa alternò i suoi favori tra Angioini e Aragonesi determinò proprio in Abruzzo lo scontro definitivo, nella sanguinosa contesa fra Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona, i cui eserciti erano rispettivamente guidati dai famosi capitani di ventura Muzio Attendolo Sforza e Braccio da Montone. Il primo, inviato dalla regina Giovanna a liberare L’Aquila dall’assedio di Braccio, morì annegato, e solo la perizia di altri due condottieri, Iacopo Caldora e Francesco Sforza, fecero ottenere a Giovanna la vittoria (1424).

    I resti della Rocca di Calascio, il più elevato castello della Penisola.

     

     

     

    Casa medioevale in Via Valeria a Tagliacozzo.

    Morta Giovanna nel 1435, Alfonso dAragona conquistò definitivamente, con l’appoggio dei Visconti, il Regno di Napoli (1442), riunendolo alla Sicilia che ne era separata dal tempo della guerra dei Vespri. In seguito a questi eventi assume sempre maggiore importanza lo stato feudale dei Caldora, che già aveva avuto particolare lustro dalla figura del condottiero Iacopo, che abbiamo visto combattere sotto le mura dell’Aquila. Questo vasto feudo aveva avuto il nucleo originario nella contea di Trivento nel Molise e si era esteso verso l’Adriatico, specialmente nella Puglia, dalla quale i Caldora ricavarono il titolo di Duchi di Bari. Sono pure da ricordare i conti Monforte di Campobasso, e in special modo Cola, capitano di ventura.

    Con gli Aragonesi i baroni, già tanto potenti, aumentarono il loro prestigio a tal punto da poter perfino modificare le pene stabilite dalla legge. Le terre demaniali si riducevano sempre più a causa delle continue infeudazioni e anche se con Alfonso si rinnovò nel Regno la magnificenza di Roberto d’Angiò, gravi erano le divisioni interne soprattutto a causa della netta frattura fra la classe baronale, la sorgente borghesia e il volgo.

    Il figlio di Alfonso, Ferdinando I, detto anche Ferrante, respinse il nuovo attacco angioino del re Renato, dopo una lunga guerra iniziata nel 1459, nella quale ebbe come alleati il papa e il condottiero albanese Giorgio Castriota Skanderbeg. Conseguenza locale di questa guerra fu il permanere di nuclei albanesi nel Mezzogiorno e nel Molise, dove ancora ne esistono alcune comunità. L’Aquila ebbe molte concessioni e favori da Ferdinando, che era stato da essa appoggiato nel conflitto. Via in occasione della congiura dei baroni (1485), protetti dal papa e da Venezia, la città si dette alla Chiesa contro gli Aragonesi. Un anno dopo, disfatti i baroni e costretto il papa alla pace, Ferdinando I rientrava in possesso dell’Aquila, togliendo ad essa gran parte dei privilegi precedentemente concessi. Nel 1494 Alfonso II, succeduto a Ferdinando, si trovò di fronte alla calata di Carlo VIII, che mirava a riconquistare il Regno di Napoli. L’Aquila, sempre avversa agli Aragonesi, aprì le porte agli invasori, ma di lì a poco, con il ritorno del re in Francia, venne nuovamente occupata dalle truppe di Ferdinando II, succeduto in quel periodo ad Alfonso, e dovette subire violente rappresaglie.

    La chiesa di Santa Maria Assunta ad Assergi.

    Brevissimo fu il regno di Ferdinando, e la nuova discesa dei Francesi trovò il successore Federico alle prese con Luigi XII, forte dell’aiuto di Ferdinando il Cattolico e del papa Alessandro VI. In tale contesa L’Aquila, che aveva questa volta prese le parti degli Aragonesi, dovette nuovamente subire tristi conseguenze dopo la vittoria francese. Sopraggiunti ben presto forti dissensi fra gli alleati vincitori, nel 1504 l’Abruzzo e il Molise passarono sotto il diretto dominio spagnolo, in seguito alla vittoria di Ferdinando il Cattolico, con l’istituzione del Vicereame in tutto il Regno di Napoli.

    Il Palazzo del Comune di Campli, antico Palazzo Parlamentare del Trecento.

    Il vicereame spagnolo e il periodo borbonico.

    Quando poi, nel 1528, nel quadro delle lotte fra Carlo V e Francesco I, si ebbe una nuova spedizione dei Francesi sotto il comando di Lautrec, L’Aquila, abbandonata a se stessa, si consegnò ad essi. In seguito alla loro disfatta la città tornò sotto il governo del viceré Filiberto di Chàlons, principe d’Orange, ma avvennero tali disordini che il viceré, dopo essere venuto personalmente all’Aquila, la abbandonò a crudeli espoliazioni, impose ai cittadini un forte tributo e dette inizio alla costruzione del castello ad reprimendam Aquilanorum audaciam. Con questo fatto aveva termine la vivace vita comunale, congiunta ad una tradizionale autonomia politica, di questa città che per sì lungo tempo era stata il simbolo della terra d’Abruzzo. E la privazione di ogni potere politico sul contado e sui castelli circostanti fu solo minimamente compensata dalla scelta dell’Aquila come sede di Udienza per una seconda provincia d’Abruzzo allora costituita. Al tempo stesso in tutta la regione fu domato il potente baronaggio che tanta parte aveva avuto nelle vicende civili e politiche dei secoli passati.

    Parallelamente alla decadenza dell’Aquila aumentò l’importanza di Chieti, che già aveva cominciato ad emergere sia come centro amministrativo che come sede religiosa, tanto da dare il nome all’ordine dei Teatini, fondato nel 1524 a Roma da San Gaetano da Thiene e da Pietro Carafa, già vescovo della città, il quale avrebbe raggiunto nel 1555 il soglio pontifìcio con il nome di Paolo IV. Chieti fu elevata a sede arcivescovile nel 1526 e nello stesso periodo fu fortificata dal duca d’Alba, viceré di Napoli, quale baluardo presso la costa contro le invasioni dal Nord, che sì frequentemente si erano ripetute nel passato. Ciò non impedì alla città di subire più di un assalto da parte dei Turchi, fra i quali è rimasto memorabile quello del 1566, condotto dall’armata di Solimano. In questo frangente Chieti e le città costiere da Francavilla a Vasto subirono disastrosi saccheggi mentre è rimasta leggendaria la fiera resistenza della piazzaforte di Pescara, difesa dal duca d’Atri.

    In questo secolo ebbero grande influenza nelle vicende delle due regioni molte nobili famiglie, alcune delle quali non abruzzesi: gli Orsini e poi i Colonna a Tagliacozzo e ad Avezzano, i Piccolòmini a Celano, i Colonna, i Delannoy e, dal 1610, i Borghese a Sulmona. Nello stesso periodo l’Aquilano era in buona parte diviso fra gli Orsini e i Farnese, i quali possedevano anche vasti territori sulle colline adriatiche (Penne e Campii) e, sulla costa, Ortona a Mare, dove Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V, visse a lungo e morì nel 1581. Più a sud Vasto apparteneva ai marchesi D’Avalos, sempre in lotta con la vicina Lanciano, e Tèrmoli ai Di Capua. Non si può certo dire che frequente fosse l’accordo fra tali potenti, e spesso prepotenti, famiglie principesche, mentre l’autorità centrale non era in grado di estinguere le numerose contese. Tanto più che all’aggravarsi del disordine contribuiva il diffuso brigantaggio, piaga che imperverserà anche durante quasi tutto il Seicento: leggendario è il nome di Marco Sciarra, le cui bande ben organizzate furono disperse verso la fine del secolo.

    Il portale di accesso del Castello dell’Aquila.

    Nel Seicento l’Abruzzo e il Molise, pur nella generale decadenza, vissero un periodo di relativa calma, ma nel 1647 la rivolta napoletana di Masaniello ebbe anche qui una notevole ripercussione. Chieti, ceduta in signoria a Ferrante Caracciolo, fu il centro di una rivolta repubblicana che trovò valido appoggio nelle città dell’Aquila, di Lanciano e di Guardiagrele e si estese successivamente a tutta la regione. Unici baluardi della resistenza spagnola furono le fortezze di Pescara e di Civitella del Tronto, roccaforti tradizionali dei viceré, e il castello dell’Aquila. La lotta impari contro il potere spagnolo ebbe logicamente un esito negativo, e la repressione non si fece attendere. Ma la guerriglia continuò e il brigantaggio trasse da tale situazione nuove energie, dilagando per tutto il paese fino a quando non fu estirpato, fra il 1683 e il 1688, dalla spietata repressione del viceré Marchese del Carpio.

    Il Settecento iniziò con un luttuoso avvenimento che si ripercosse in tutta la regione: L’Aquila fu distrutta quasi completamente dal violento terremoto del 1703 e, anche se ricostruita con una certa sollecitudine, subì un colpo decisivo nella sua

    Il suggestivo scorcio di un’antica via a Santo Stefano di Sessanio.

    economia. Scomparve nel 1701 la minuscola repubblica di Senàrica. Gli Austriaci, che avevano sostituito i Francesi nelle continue dispute con gli Spagnoli, in seguito al trattato di Utrecht (1713) ottennero il possesso del Regno di Napoli. Nel quadro di questi avvenimenti è rimasta memorabile, nel 1707, la vivace resistenza di Pescara, piazzaforte di sempre maggiore importanza per la posizione strategica all’inizio della principale via di penetrazione verso l’Abruzzo interno.

    Breve fu il predominio austriaco, poiché nel 1734 ebbe inizio con Carlo III il lungo periodo borbonico che sarebbe definitivamente terminato solo con l’annessione al Regno d’Italia. Indubbiamente sia l’Abruzzo che il Molise dettero in questo secolo un notevole contributo morale e civile, ma i complessi problemi sociali, solo attenuati da un generico tenue riformismo, continuavano a premere sulle popolazioni. Tale precaria condizione dette luogo a sporadiche sommosse popolari, tra le quali è da ricordare quella di Penne nel 1779. Vìa quel certo spirito di insofferenza, che ha sempre permeato il carattere abruzzese fin dai tempi dei Marsi e dei Sanniti, spronò questo popolo, benché sembri un controsenso, alla resistenza contro l’esercito francese.

    Civitella del Tronto, sormontata dalla Fortezza, simbolo dell’ultima resistenza dei Borboni.

    Nel 1799 nelle gole di Antrodoco bande locali bloccarono e sconfissero duramente i Francesi che si ritiravano a nord, dopo che nello stesso anno contro di essi era insorta anche LAquila, brutalmente saccheggiata. Indubbiamente il liberalismo aveva ben poca presa nell’Abruzzo interno. Pescara invece, in posizione più aperta e quindi più accessibile anche alle nuove idee, non aveva ostacolato nel 1798 le truppe del generale Duchesne e per prima aveva innalzato in Abruzzo l’albero della libertà. E un esempio memorabile di valore dette la città l’anno seguente, quando le milizie borboniche, dopo la restaurazione monarchica, ne assediarono la fortezza. La resistenza, guidata da Ettore Carafa d’Andria, fu strenua ma inevitabile fu la capitolazione, anche se con l’onore delle armi. In seguito a tali eventi si impongono alla memoria due fra le più illustri vittime della reazione borbonica : il difensore di Pescara e Gabriele Manthoné, ministro e capo dell’esercito durante la repubblica partenopea. All’interno la guerriglia continuò, con intenti repubblicani, nel periodo murattiano, e nel 1814 si ribellarono Città Sant’Angelo, Castiglione Messer Raimondo e Penne.

    La restaurazione borbonica non fece che fomentare nuovi moti: ad Amatrice nel 1831, nuovamente a Penne nel 1837, all’Aquila, dove la ribellione fu essenzialmente contadina e artigiana, nel 1841, a Pràtola Peligna nel 1848. Ogni città ebbe illustri esponenti liberali e repubblicani, ma, all’infuori di sporadiche sommosse e di un cospicuo contributo culturale, le due regioni ben poco dettero alla causa dell’unità italiana.

    Ciò fu ben chiaro nel 1860, quando il Regno fu congiunto al resto dell’Italia. Le popolazioni, poco partecipi delle idee e delle istanze liberali, subirono con una certa indifferenza il mutamento politico. Ci furono anche esempi di resistenza contro l’esercito sabaudo, come nella roccaforte di Civitella del Tronto, che cedette solo il 20 maggio 1861, guadagnandosi il titolo di ultimo baluardo dei Borboni.

    Le due regioni nelle vicende del nuovo Stato unitario.

    Ormai l’Abruzzo e il Molise facevano parte dell’Italia politicamente unita e indipendente, ma non fu facile, come del resto per tutto il Mezzogiorno, l’inserimento nel nuovo organismo nazionale. Il banditismo prese nuovo vigore e nuovo aspetto: non si trattava più di bande ladresche isolate, nate dalla miseria e dall’insofferenza, ma di contingenti ben armati e organizzati, formatisi spesso nell’ostile stato pontificio, che penetravano nel confinante Abruzzo, forti dell’asperità dei luoghi e dell’appoggio che ricevevano dal non esiguo stuolo di simpatizzanti. Grande brigantaggio politico, dunque, al quale lo Stato reagì così violentemente da schiacciarlo, per merito del generale Cialdini, nel breve volgere di un anno, ma che lasciò per almeno un decennio la conseguenza di un banditismo minore diffuso un po’ dovunque nel Mezzogiorno.

    La vita politica e culturale, inoltre, non ebbe più quel vigore che aveva caratterizzato le due regioni in altri tempi. La decadenza dell’Aquila aveva influito su un cospicuo movimento centrifugo, a tutto vantaggio delle sedi più importanti, quali Roma e Napoli. E oltre a ciò proprio alcuni fra i più noti spiriti abruzzesi, come il D’Annunzio o il Michetti, sommersero nella retorica del tempo la viva e dolente realtà sociale del loro paese, come magistralmente scrive Raffaele Colapietra : « Abruzzo cantato, mimato, contraffatto dagli abruzzesi satrapicamente inurbati a Roma o a Napoli a fine Ottocento: uno dei più coscienti e dannosi stravolgimenti retorici di cui una classe intellettuale, pur dotatissima, si sia potuta rendere responsabile nei confronti della propria terra. Gli stessi imponenti fenomeni di massa… la pastorizia, il brigantaggio, l’emigrazione, si prestavano magnificamente ad una letteratura mistificatrice a forti od idilliche tinte, sicché ne venne completamente offuscata alla coscienza nazionale la reale e dolorosissima incidenza ». E, benché l’argomento sia stato alquanto discusso, lo stesso Benedetto Croce, quantunque abbia mostrato con acuti saggi (Montenerodomo, Pescassèroli) il suo attaccamento filiale alla terra natia, non può non essere considerato come uno dei più illustri figli adottivi di Napoli.

    Nemmeno i più noti esponenti politici, fra cui Silvio Spaventa, nato a Bomba in provincia di Chieti, uniformarono la loro attività a quelle forti istanze sociali che presupponevano una radicale azione rinnovatrice. Del resto, per tutto l’Ottocento e per i primi anni del Novecento, ci troviamo di fronte nella regione a un particolare legame fra politica e grossa proprietà terriera e armentizia, a prescindere dall’appartenenza all’uno o all’altro partito. E se qualche problema fu affrontato, il tentativo di soluzione risultò per lo più insufficiente, poiché impostato su basi paternalistiche. Rimaneva, specie in Abruzzo, un fermento di base, dato da una sensibile adesione di molte zone, fra cui la conca peligna e la valle della Pescara, agli ideali socialisti. E tale fermento non potè certo attenuarsi nella Màrsica, dove la gestione agricola che seguì il prosciugamento del grande Lago Fucino era stata imperniata dai Torlonia su sistemi di sfruttamento capitalistico dell’eccedente mano d’opera e dove il tragico terremoto del 1915 fu seguito da inadeguati provvedimenti che si concentrarono quasi unicamente sulla ricostruzione e sul potenziamento di Avezzano, sede dei Torlonia. Qui le lotte di classe si inasprirono, ed ebbe, ancor giovanissimo, l’esordio politico il più autorevole esponente del socialismo abruzzese, Ignazio Silone, nato a Pescina nel 1900.

    Il cospicuo esodo verso l’estero, naturale conseguenza di questo stato di cose, interrotto dalla prima guerra mondiale, riprese fino al consolidarsi del potere fascista. Da allora, ostacolato da nuove leggi, ebbe un ristagno solo in parte compensato dalle migrazioni interne, mentre il distacco del circondario di Cittaducale dalla provincia dell’Aquila impoveriva ulteriormente la montagna abruzzese e rendeva ancor più eccentrica, e quindi scomoda, la posizione del capoluogo. Fu invece positiva l’istituzione della nuova provincia di Pescara, stimolata dal più noto esponente abruzzese del passato regime, il barone Giacomo Acerbo, che intuì quanto progresso avrebbe portato all’economia dell’Abruzzo intero la valorizzazione di quella città, favorita dalla eccellente posizione geografica. E da allora che diviene ancora più brusco e sensibile lo spostamento dell’asse economico regionale dall’Aquila a Pescara.

     

    Sul finire dell’ultima guerra la regione fu teatro di due drammatici avvenimenti che preludevano al tragico epilogo prima della rinascita democratica. L’albergo di Campo Imperatore fu testimone della prigionia di Mussolini, dopo la caduta del governo fascista, e della sua liberazione da parte di un commando tedesco, avvenuta dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, che permise al dittatore il ritorno al potere nella cosiddetta repubblica di Salò. A Pescara invece, in seguito all’armistizio, si imbarcarono il 9 settembre, per raggiungere il comando alleato a Brindisi, i sovrani, il governo e lo stato maggiore, abbandonando il Paese alla mercè dei tedeschi.

    E l’ultima guerra doveva dolorosamente mostrare ancora una volta l’importanza dell’Abruzzo come cardine difensivo. Fu qui infatti che il fronte di avanzata delle truppe alleate si fermò dopo lo sbarco inglese a Tèrmoli del 5 ottobre 1943. Fu l’inverno più tremendo della lunga storia abruzzese, durante il quale i tedeschi bloccarono gli avversari sulla famosa linea Gustav, che da Ortona a Mare passava per Orsogna, Guardiagrele e la valle del Sangro, protetta alle spalle dal massiccio della Maiella e dall’altipiano delle Cinquemiglia, proseguendo, fuori della regione, per Montecassino e il Garigliano. La resistenza fu accanita, con enormi perdite da ambo le parti, e uno dei fulcri fu il valico di Roccaraso, dove un corpo di paracadutisti tedeschi fermò per sette mesi gli alleati che dal 24 novembre non riuscirono ad avanzare oltre lo sperone roccioso che sovrasta Castel di Sangro. Nello stesso periodo le mine tedesche cancellarono letteralmente una quindicina di centri nella valle del Sangro e sulla costa: Ortona a Mare, Gessopalena, Lama dei Peligni, Taranta Peligna, Ateleta, Castel di Sangro, Alfedena, tanto per citarne qualcuno, erano dopo la guerra cumuli informi di macerie. Roccaraso, sull’altipiano, seguì la stessa sorte, mentre Rivisòndoli fu distrutta solo a metà e il piccolo villaggio di Pietransieri subì una feroce rappresaglia nazista che costò la vita a ben 127 abitanti. Le maggiori città e le industrie erano intanto più volte bombardate e devastate. Soltanto nella prima metà del maggio 1944 fu aperta a Cassino una breccia sul fronte difensivo e i tedeschi dovettero ritirarsi sulla vicina linea Hitler, impostata sulla valle della Pescara, che però risultò in breve tempo insostenibile. Così le armate alleate ripresero ad avanzare, e l’Abruzzo ebbe il particolare onore di vedere in testa il Corpo di liberazione italiano che nel mese di giugno, dopo aspri combattimenti sostenuti dalla divisione Nembo a Opi e ad Alfedena, raggiunse Orsogna, Guardiagrele, Chieti, Teramo e, all’interno, Sulmona e L’Aquila.

    Ortona. Piazza Plebiscito nel dicembre 1943.

     

    Il dopoguerra, con la ripresa delle libere contese politiche, ha fatto notare nelle due regioni un certo equilibrio nello schieramento dei partiti: più conservatore il Molise, più vario l’Abruzzo, dove alle aree nelle quali per tradizione predominano le sinistre, come la valle della Pescara, la conca peligna e la Màrsica, se ne contrappongono altre, come quasi tutto il Chietino, a forte prevalenza democristiana. Il fatto più notevole dell’ultimo ventennio è stato l’attuazione della riforma agraria nel Fùcino, ma questa non può essere considerata che un punto di partenza per la soluzione di tanti problemi economici e sociali che, prescindendo dalle sterili contese fra L’Aquila e Pescara per la guida della regione, attendono da lungo tempo una sollecita azione riparatrice.

    Vedi Anche:  Il Parco Nazionale d'Abruzzo e il Giardino Botanico di Campo Imperatore.