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Distribuzione della popolazione e tipi della casa e dei centri

    Distribuzione della popolazione e tipi della casa e dei centri

    Popolazione accentrata e popolazione sparsa

    Come caratteristica demografica tradizionale del Lazio si può segnalare che la popolazione è prevalentemente accentrata, anzi vive di solito in centri compatti: il censimento del 1931, in base al quale fu compilato anche un « Repertorio » di tutte le località abitate, dava per l’intero Lazio il 79% di popolazione accentrata e il 21% sparsa in campagna. Ma la ripartizione per province mostrava grandi divari: appena l’ii/o di popolazione sparsa nella provincia di Roma, il 18% in quella di Viterbo, il 24% in quella di Latina, il 30% in quella di Rieti, il 57,7% in quella di Frosinone. Quest’ultima provincia è dunque la sola nella quale prevalga la popolazione sparsa in case rurali sui fondi coltivati, ma il fenomeno è recente: secondo il censimento pontificio del 1853, in quella parte della provincia che allora apparteneva allo Stato della Chiesa, la popolazione sparsa era, se non inesistente, certamente ancora molto scarsa. Ancor più recente è naturalmente l’insediamento sparso nelle aree di bonifica della Maremma Laziale, dell’Agro Romano, della Pianura Pontina.

    Una condizione speciale si osserva nei comuni di montagna della provincia di Rieti, come nella limitrofa regione della provincia dell’Aquila: in particolare nei territori di Accumoli, Amatrice, Leonessa, Borgorose, Pescorocchiano, Fiamignano e Petrella Salto. In essi la popolazione vive — e da tempo remoto, forse già dall’antichità — in aggregati di modesta entità demografica, indicati localmente col nome di «ville»; il su citato Repertorio del 1931 li considera come centri, onde, ad esempio, ne registra 67 nel solo comune di Accumoli!

    Case sparse della zona di Cerveteri nel comprensorio dell’Ente Maremma.

    Ma secondo la definizione del concetto di centro precisata dal censimento del 1951 (1), la maggior parte di questi aggregati non può classificarsi come centri.

    Il censimento predetto ha perciò introdotto il termine di « nucleo » per indicare un « aggregato di case con almeno cinque famiglie, privo del luogo di raccolta che caratterizza il centro abitato ». Le «ville» dei comuni sopra ricordati possono, in molti casi, farsi rientrare tra i nuclei, ma in altri non rari casi, l’assegnazione all’una o all’altra categoria (centri o nuclei) è incerta, anche perchè molti nuclei vanno rapidamente acquistando i requisiti (chiesa, scuola, negozi, servizi pubblici di trasporto) che caratterizzano i centri. Comunque, le « ville » non sono popolazione sparsa e questa forma particolare di insediamento, che è, come si è detto, antica, meriterebbe uno studio speciale.

    In altri casi il concetto di nucleo (che il censimento ha esteso a tutta l’Italia) appare di applicazione ancora più incerta. Nella Campagna Romana, non pochi casali antichi e un numero molto maggiore di casali o fattorie sorte in seguito alla bonifica moderna, sono classificati, per l’esistenza di edifici accessori, come nuclei (372 nuclei sono rilevati nel solo comune di Roma!) mentre si tratta, come diremo anche in seguito, di insediamenti rurali isolati. I dati del censimento del 1951 debbono pertanto, per questo riguardo, accogliersi con cautela, pur rinunziando qui a correggerli, in attesa che ciò possa avvenire quando siano resi di pubblica ragione tutti i dati relativi al censimento del 1961. Secondo i dati del 1951 la popolazione sparsa sarebbe del 4,3% appena in provincia di Roma, dove lo straordinario incremento dell’Urbe e di molte città minori soverchia la dispersione rurale dovuta al ripopolamento delle aree bonificate, del 17,6% in provincia di Viterbo, del 23% in provincia di Rieti, del 34,5% in provincia di Latina e del 44,1% in quella di Frosinone.

    Montecelio. Esempio di popolazione accentrata.

    Popolazione sparsa lungo il litorale laziale tra San Felice Circeo e Terracina.

    Un rapido esame ancora dei dati della popolazione sparsa al 1951 ci permette di notare i contrasti fra la Tuscia Romana — nella quale prevaleva ancora l’habitat a centri compatti e le abitazioni disperse in campagna erano rare (si noti tuttavia che la situazione del 1951 deve ritenersi profondamente modificata perchè l’intervento dell’Ente Maremma, come si è già detto, ha permesso in quest’ultimo decennio

    l’insediamento di ben tremila nuclei familiari nella zona laziale) — e la Ciociaria, dove per contro si hanno aree con più di 150 ab. sparsi per kmq. (con valori massimi di 168 a Boville Ernica, di 169 a Ceccano, di 265 a Isola del Liri secondo calcoli di G. Fratelli). E del pari i contrasti fra il Lazio montano, dove la scarsità delle aree coltivabili e la qualità delle colture perpetuano la permanenza di centri compatti in cui abitano anche i contadini, e le aree di bonifica recente dell’Agro Romano — e soprattutto della bonifica pontina — dove, su un vasto territorio in passato privo di abitazioni sparse permanenti, la densità della popolazione sparsa supera i 50 ab. per kmq.

    Casa colonica nell’Agro Pontino.

    Casale Falcognana.

    La forma della casa

    Non c’è da meravigliarsi se nel Lazio, paese di antichissimo popolamento, si incontrino ancora reliquie di tipi molto rudimentali di abitazioni; non sempre peraltro si tratta di sopravvivenze di remota arcaicità.

    Come tipi molto antichi si possono segnalare, soprattutto nell’ambito del Vulcano Vulsinio, le abitazioni scavate nel tufo (trogloditiche) delle quali peraltro pochissime sussistono ancora, per esempio a Grotte Santo Stefano, a Lubriano, a Celleno; esse erano più numerose in passato, come ci viene attestato da vecchi scrittori; oggi sono usate dall’uomo come ricoveri temporanei (e di questi se ne scavano ancora), ovvero sono adibite a stalle (soprattutto per maiali), a cantine, a depositi, ecc. Alcune di queste mostrano ancora, nella struttura interna, che servirono in origine di abitazione; altre sono state probabilmente utilizzate sempre per usi rustici e di queste se ne vedono spesso in gran numero alla base delle rupi sulle quali è costruito il villaggio attuale, e conferiscono a tutto l’insieme un aspetto quanto mai caratteristico, come può vedersi, ad esempio, anche a Orte, a Calcata, e in altri numerosi paesi.

    In rapporto con gli spostamenti dei pastori di pecore e con la necessità di dimore temporanee per permettere la permanenza degli agricoltori presso i campi, in partico-

    lari momenti dell’anno, era la presenza, nelle campagne del Lazio, di numerosi tipi di capanne. La capanna conica, a base circolare, costruita interamente con materiali vegetali — pali di legno, frascame, paglia — tradizionale dimora invernale dei pastori transumanti, tende a scomparire; comunque è da classificarsi tra le dimore temporanee. La capanna a base rettangolare o quadrata, pur costruita con solo materiale vegetale, ma più complessa perchè talora divisa all’interno in due ambienti, era usata anche come dimora permanente; anzi, alla periferia dei Colli Laziali e nella Campagna Romana, esistevano aggruppamenti e talora veri villaggi di capanne, abitati temporaneamente in origine (estivi), poi divenuti permanenti; ora sono quasi ovunque scomparsi

    o sostituiti da abitazioni in pietra. Scomparse sono anche le « lestre» dell’Agro Pontino, capanne costruite con piccoli tronchi, frasche e paglia, a pianta subellittica, con pareti dapprima verticali, in alto terminanti a cono o a cupola. Esse contenevano un unico ambiente, con giaciglio alle pareti, un focolare al centro e pochissimi arredi; vi si accedeva per una porta bassa. Raccolte di solito in gruppi o villaggetti, recinte da staccionate di legno che racchiudevano il bestiame di notte, esse erano in un recente passato molto frequenti, come si desume anche dalle carte topografiche, e venivano considerate come una forma molto primitiva e arcaica dell’abitare umano. Nel Lazio meridionale e nei Lepini come sinonimo di capanna si usa il termine «caprareccia»: di queste caprarecce, abitate permanentemente dall’uomo (malgrado il loro nome), sussiste ancora un buon numero, specie nella regione lepina, ausonia e adiacenze. Esse presentano una costruzione di pietra, costituita da uno spesso e robusto muro di pietre a secco, sulla quale si eleva un tetto di paglia; la pianta è quadrata o rettangolare, raramente circolare. Sono frequenti negli oliveti o in luoghi aridi e sassosi, con scarse coltivazioni: talora si riscontrano in piccoli gruppi; nel comune di Priverno vi è anche un vero villaggio di caprarecce.

    Casale di Marco Simone.

    La casa di pietra nelle forme più elementari consta di un solo ambiente, più o meno allungato, con la porta e un’unica finestra: ve ne sono che servono di abitazioni temporanee, altre permanenti, ma le une e le altre ormai rarissime. Nel Lazio meridionale sussistono sparuti resti di case di argilla, talora impastata con paglia, rivestita all’esterno da intonaco e costituita da un unico ambiente, ovvero da due giustapposti, divisi da un semplice tramezzo, o anche sovrapposti: in tal caso l’edificio è talora più alto che lungo; il locale o i locali a terreno sono adibiti a stalle, depositi, ecc., quelli superiori ad abitazione (e cucina).

    Vedi Anche:  Storia del Lazio

    Casa del Viterbese.

    Casale presso Fiumicino.

    Di qui si è sviluppata quella che può dirsi la casa latina, il tipo più comune nel Lazio. Nella piana di Sora e altrove in provincia di Frosinone, ve ne sono esempi ad un solo piano, costituito per lo più da quattro ambienti, divisi non più da tramezzi, ma da muri veri e propri, e forniti ciascuno di finestre. Questo può considerarsi il caso più semplice e forse più antico. Case ad un solo piano, di forma allungata e divise in più ambienti, sono frequenti nelle colline sabine, dove però appaiono più evolute e non sembrano perpetuare un tipo di remota antichità. Ma la casa latina vera e propria nel suo tipo specifico e più diffuso è a due piani, tutta in pietra, con rustico incorporato : questo (stalle, depositi, ecc.) occupa il pianterreno; l’abitazione è al piano superiore cui si accede per una scala esterna. Questa in alcuni casi, ormai assolutamente sporadici e rarissimi, è in legno (qualche sopravvivenza esiste o esisteva fino a qualche anno fa in paesi della montagna lepina), ma di regola è anch’essa in pietra e si svolge di solito lungo la facciata ; in tal caso termina in alto con un semplice ballatoio che immette nel piano superiore; sotto il ballatoio è la porta di accesso al pianterreno. La casa non ha di regola più di quattro ambienti (compresa la cucina) ed ospita una sola famiglia.

    Non mancano esempi, specie nel Lazio settentrionale, di scala esterna perpendicolare alla facciata; in tal caso le porte di accesso al pianterreno possono essere due, ai due lati della casa: una di esse dà sempre accesso alla stalla.

    Il ballatoio di accesso al piano superiore è spesso ingrandito e trasformato in un vero e proprio balconcino, sorretto da un arco : si passa al « profferlo » elemento caratteristico dell’architettura urbana a Viterbo, ma non raro anche in centri minori del Viterbese.

    La casa si complica quando ad un corpo unico se ne affiancano altri accessori, perchè la famiglia è più numerosa o perchè l’abitazione viene adattata per due famiglie. Nella piana reatina, dove intensa è l’attività agricola, la casa è più grande, di forma rettangolare, col tetto a due o anche a quattro spioventi, molto sporgenti; più numerosi e spaziosi sono gli ambienti destinati all’abitazione. Sotto lo stesso tetto è spesso incluso il rustico: in prima linea il ricovero per suini (porcile), inoltre uno o più pagliai o un fienile, talora il forno e una vasca con fontana per lavare.

    La casa a scala esterna è comune anche nel « Lazio abruzzese » (Amatrice, Leonessa), ma quivi compare anche la scala interna, suggerita dalla necessità di protezione dai rigori invernali ; essa non manca anche altrove nel Lazio, dove quella necessità non è altrettanto evidente, e può considerarsi come una miglioria rispetto al tipo originale.

    Non mancano altre varietà suggerite da condizioni diverse. Nelle regioni di collina, nelle quali la casa è spesso costruita in pendìo, si ha un seminterrato con un’ampia stalla protetta da tettoia, e un pianterreno ad uso di abitazione; ovvero più spesso, un pianterreno con stalla e cucina e un piano superiore ad uso di abitazione, con annesso fienile. Ogni piano ha un proprio ingresso. Tipi di questo genere sono frequenti nella regione Cimina, nella Teverina, nelle colline Reatine.

    Il viaggiatore attento potrà rilevare altre varianti del tipo comune, che possono porsi in relazione con l’economia prevalente: senza scendere a particolari è evidente la semplicità dei tipi di case nelle aree ad oliveti, nelle quali non si richiede la costante permanenza in loco del contadino, di contro alla più complessa struttura delle case nei territori dove prevalgono il vigneto, o il frutteto o le colture orticole.

    Casa rurale presso Sutri.

    Trevignano. Case presso la riva del Lago di Bracciano.

    Nelle regioni di montagna, dove prevale l’economia pastorale, le case sono spesso più alte, con pianterreno e due piani: l’ultimo è adibito a deposito ed è fornito di un ballatoio che corre lungo tutta la facciata o magari si prolunga anche su uno o due dei lati più corti dell’edifìcio: uno serve soprattutto per seccare i prodotti. All’ultimo piano si accede di solito con scala esterna, spesso a pioli ; così nei « pésili » della valle del Salto.

    Un tipo di dimora assai antico, proprio della Campagna Romana in senso stretto, è il « casale » — un tempo molto diffuso — che si collega, con l’economia agricolo-pastorale della Campagna; esso per l’unicità della costruzione può ancora definirsi come abitazione isolata, anzi l’isolamento su vasti latifondi, del resto deserti, poteva in passato designarsi come una caratteristica essenziale e molto appariscente; ma ospita stabilmente più famiglie, oltre ai lavoratori stagionali talora assai numerosi; può perciò designarsi come una forma intermedia.

    Il casale, centro unico di una « tenuta », nella sua forma più semplice è una costruzione massiccia, quadrangolare o più spesso rettangolare, con un vasto cortile interno, cui si accede di solito per un’unica ampia porta. L’edificio è a due piani; nel cortile interno può trovar posto, ove occorra, il bestiame della tenuta: ai lati del cortile sono disposte stalle, depositi (soprattutto granai), cantina o tinello e anche qualche stanza di abitazione con cucina. Al piano superiore, al quale si accede dal cortile per una scala esterna, sono le stanze ad uso di abitazione del proprietario. Ma il casale

    ha spesso assunto, in progresso di tempo, una maggiore complessità per l’aggiunta all’edifìcio principale di altri edifici minori, addossati o giustapposti. Spesso poi nel casale è incorporata una chiesetta o cappella. Talora i piani superiori sono due e in tal caso, restando al pianterreno le stalle per i bovini, le rimesse per cavalli, la cantina, al piano superiore sono trasferiti gli ambienti adibiti a dispensa e a granaio: quando questo è situato a un piano superiore l’accesso « è dato da uno speciale tipo di scala a scarsa pendenza, pavimentata ad acciottolato, molto allungata e con sviluppo sia rettilineo, sia elicoidale, sia a due rampe. Chiaro è lo scopo di tale tipo di accesso, che permetteva di giungere al piano del granaio anche alle bestie da soma cariche di sacchi di grano » (Fondi).

    Non rari erano i casali forniti di torri. In periodi di lotta fra i signori feudali o in epoche di brigantaggio, molti casali furono addirittura fortificati con torri e bastioni o protetti da un fossato con ponte levatoio, così da essere convertiti in veri e propri fortilizi o castelli. Ve ne sono di veramente imponenti, nei quali le stanze dei piani superiori, adibite ad uso di abitazione, sono ampie e bene arredate, come quelle di un palazzo. Così, per una ragione o per l’altra, la struttura primitiva del casale risulta molto spesso, oggi, assai difficile a ricostruirsi. Nelle grandi e moderne aziende agricole, che oggi si sono sostituite alle antiche tenute, il casale ha subito una evoluzione che lo ha riformato, ampliato con costruzioni accessorie, e addirittura trasformato: Marco Simone, Castel di Decima, Castel Giuliano, Torrimpietra sono, con molti altri, esempi imponenti. Tra le aggiunte vi è molto spesso una dispensa, o spaccio di generi vari, la scuola, la stazione sanitaria, oltre alla chiesa; compaiono altri edifici intorno: il casale diviene un centro.

    Ma da tempo si chiamano casali anche le poche vecchie costruzioni isolate sulla costa (casali di San Lorenzo, di Santa Severa, un vero castello-fortezza, ecc.) e soprattutto quelli — pochissimi — lungo la Via Appia, nel tratto che percorre la Pianura Pontina (Tre Ponti, Mesa) ; questi tuttavia differiscono sia per struttura, sia per destinazione (luoghi di sosta con stalla, spaccio di generi alimentari, ecc.).

    Casale del Lazio settentrionale a scala esterna.

    Distribuzione dei tipi prevalenti di dimora rurale nella provincia di Roma (zona collinare-montana settentrionale e Agro romano), secondo M. Fondi.

    Br. = Bracciano; Cam. — Campagnano; Cer. = Cerveteri; Civ. = Civitavecchia; M.R. = Monterotondo;

    Pai. — Palombara; Pom. = Pomezia; Ponz. = Ponzano; Ti = Tivoli; To. = Tolfa.

    Alla periferia del Lazio si incontrano esempi di case di tipo diverso da quelli della casa latina pur considerata nelle sue varianti. Nelle campagne del Viterbese, con propaggini a sud fino al territorio di Vetralla e Ronciglione, e anche, più raramente, a nord presso Acquapendente, compare la casa a torre con muri massicci, di tre o quattro piani, col tetto ad uno o più spesso a due spioventi; la scala è di solito interna e si sviluppa nel corpo della torre. Il pianterreno è adibito a stalla, i piani superiori a locali per abitazione; l’ultimo piano a granaio, sormontato talora da una torretta che ha funzione di colombaia. Quasi sempre alla torre furono addossati successivamente altri edifici più bassi ; spesso, se la torre è in pendìo, sotto un lato della torre, in altri casi ai due lati della torre, che viene pertanto ad occupare una posizione mediana. La torre colombaria vera e propria, tanto caratteristica della Toscana e di alcune parti dell’Umbria, si incontra nella Val Teverina proprio al confine con l’Umbria e può pertanto ritenersi importata di qua. Non altrettanto oserei affermare per la casa a torre, i cui tipi più semplici sono assai antichi: ve ne sono che risalgono almeno al secolo XVI, ma nella più parte dei casi, restauri o trasformazioni posteriori impediscono di ricostruire con sicurezza la struttura originaria.

    Vedi Anche:  La Tuscia romana

    Casa rurale di argilla e paglia del Lazio meridionale.

    All’estremità opposta del Lazio, nella regione subcostiera da Gaeta al Garigliano, e anche qua e là nel retroterra collinoso, si incontra la casa caratteristica dell’architettura campana con copertura a terrazza, a volta o a padiglione con loggiati ad arco nella facciata e terrazzini, soprattutto al primo piano, cui si accede per scala interna. E questa una delle tante caratteristiche che fanno di questa regione un lembo di Campania aggregato oggi amministrativamente al Lazio.

    Nelle Isole Ponziane il tipo più elementare si presenta con il tetto a lamia, caratteristico nei suoi particolari, ma strutturalmente informato alla più grande semplicità e di tipica importazione dal Napoletano. La casa rurale dell’arcipelago ha come complemento l’aia, formata da un lastricato all’incirca quadrato.

    Le dimore temporanee

    Più breve può essere il discorso sulle dimore temporanee, non perchè esse non presentino forme e tipi di grande interesse, soprattutto per l’etnologo, ma perchè in complesso la loro diffusione va gradatamente riducendosi, e perchè di alcune si è già fatto cenno in precedenza.

    Si possono distinguere le abitazioni di pianura o collina, e quelle di alta montagna. Tra le prime (prescindendo da sporadici ricoveri in grotta) le più caratteristiche erano in passato le già descritte capanne coniche dei « pecorari » che svernavano nella Campagna Romana e adiacenze: esse erano costruite di solo materiale vegetale, contenevano un unico ambiente col focolare in mezzo e giacigli alle pareti, e una sola piccola porta. Le pecore erano tenute all’aperto entro recinti di reti (mandre). Queste capanne, tante volte descritte, sono ora praticamente scomparse.

    Altri tipi di capanne, per lo più a pianta quadrata o rettangolare, erano quelle dei lavoratori alla giornata occupati nei soli mesi estivi, per opere agricole; a differenza delle capanne dei pastori, esse si riunivano spesso in villaggi, dei quali restano ormai sparute reliquie. Se ne è già parlato.

    Nella Tuscia Romana, dove in passato era ancor molto diffusa la macchia, folta e rigogliosa, si incontravano capanne di carbonai, anch’esse costruite con solo materiale vegetale, di regola con un ambiente; ospitavano in genere carbonai della Toscana meridionale. Presenti ancora, ma rare, nel gruppo montuoso degli Ausoni-Aurunci.

    Capanna di contadini presso Saracinesco.   

     Capanna nei Monti Lepini.

    Capanna sulla strada Roma-Rieti.   

     Ricovero di pastori nei Monti Simbruini.

    Frequentissimi ancor oggi tutto intorno alle falde dei Colli Laziali, nelle campagne di Zagarolo e Gallicano e in tutta la Ciociaria, i ricoveri utilizzati da persone adibite alla sorveglianza dei raccolti, specie della frutta, dell’uva, ecc.; molte di queste sono costruzioni in pietra, ad un solo ambiente, di piccole dimensioni e del tutto rudimentali.

    Un tipo speciale è quivi il «tinello», proprio delle aree a vigneto: è una piccola costruzione in pietra destinata a raccogliere il prodotto prima che sia trasportato in paese, ed anche a dimora notturna del vignarolo. In questo caso vi è talvolta un vano superiore cui si accede per una scala esterna. L’utilizzazione è perciò stagionale, ma l’edificio è permanente: quasi sempre la facciata, cioè il lato su cui si apre la porta, è preceduto da un pergolato sostenuto da pali di legno o da pilastri. Questi tinelli pullulano nella campagna di Zagarolo e conferiscono al paesaggio una impronta di gaiezza.

    La casa dei centri

    In tutti i vecchi centri del Lazio la casa tradizionale non differisce fondamentalmente, sia per materiale da costruzione sia per struttura e disposizione interna, dai tipi più comuni della casa rurale. Modificazioni si verificano per la ristrettezza dello spazio, poiché nei centri compatti le case sono addossate le une alle altre, onde compare molto spesso un piano superiore che peraltro rappresenta una aggiunta successiva: le case appaiono più alte che larghe. Alla scala esterna se ne sostituisce talora una interna o seminterna; i locali terreni sono utilizzati per cantine o ripostigli, anziché per stalle, e infine si introduce talvolta qualche miglioria che obbedisce peraltro a motivi estetici. Tra questi è da segnalare il « profferlo », molto noto e tante volte descritto come elemento architettonico della casa di Viterbo. Quivi la scala esterna, solidamente costruita, dà accesso ad un vero e proprio balcone poggiante su un ampio arco, spesso assai elegante, talora sostenuto da pilastri: entro l’arco si apre la porta di accesso al pianterreno. Il profferlo caratterizza — e più caratterizzava in passato

    — le abitazioni signorili di Viterbo; ma in forme più elementari si nota in altri paesi dei dintorni, come a Bomarzo e a Vitorchiano, un villaggio tipico quest’ultimo, che merita speciale menzione perchè è rimasto — si può dire — immutato dal Medio Evo, tanto che fu oggetto di uno studio speciale come modello di architettura urbanistica medioevale.

    Case di Ferentino.

    Quartiere medioevale di Gaeta.

    Carta dei centri abitati secondo il censimento del 1951.

    Case rustiche a Paganico (Rieti).

    Soriano nel Cimino.

    Le stalle e gli altri elementi del rustico non possono naturalmente essere incorporati o affiancati alle case per difetto di spazio, ma sono allogati nelle immediate vicinanze del paese. Fu già segnalato che nei centri abitati, che sorgono su rupi a picco di tufo o di altra roccia facilmente scavabile, la parte inferiore della rupe, sotto le case, è perforata da grotte ad apertura quadrangolare contenenti di solito un solo vano, che servono per cantine, ripostigli, stalle o, quelle più basse, per ricoveri di maiali: le precede talora un piccolo recinto accessibile da una stradella. Altrove, più spesso, i rustici sono alla periferia del paese, ma non isolati, bensì associati ad esempio lungo una strada di campagna, uscente dall’abitato: sono piccole costruzioni ad un piano, o più raramente a due, con tetto ad uno spiovente; contengono ricoveri (per suini), depositi, ecc. In alcuni paesi, per esempio a Saracinesco, i ricoveri per i suini sono associati in uno spiazzo a breve distanza dal centro : sono proprio singolari villaggi per suini, sorvegliati talora da guardiani notturni.

    In alcuni centri nei quali si hanno strette stradette incassate nella rupe di tufo a pareti verticali, queste pareti sono incavate da vani che servono per cantine o depositi, raramente per stalle: se ne vedono a Calcata, a Bomarzo e in altri paesi della Tuscia Romana, ma anche nella superstite parte vecchia di Zagarolo, ecc.

    Nella Tuscia Romana e nella regione laziale in genere si sono costruite in vari paesi, in prossimità dei rustici allineati su strade irradianti, anche nuove case di abitazione, nelle quali la popolazione si trasferisce abbandonando le vecchie dimore asserragliate del vecchio centro: si avvia in tal modo la formazione di nuovi modesti quartieri periferici.

    Secondo i dati del censimento 1951 i centri nel Lazio sono 839. La carta riportata a pag. 261 ne mostra la distribuzione secondo l’entità numerica della popolazione.

    Tipi dei centri

    I vecchi centri del Lazio, compatti, con case ammassate senza soluzione di continuità, distesi su dorsali allungate, o appollaiati su cocuzzoli, o disposti su sproni affacciati a picco su due torrenti che confluiscono ai piedi dello sprone (una caratteristica già più volte segnalata), hanno tutti, dico così, un’aria di famiglia che non sfugge al visitatore. I centri di sprone, propri soprattutto della Tuscia Romana (Civita Castellana ne è l’esempio più spettacolare), ma frequenti anche nell’area del vecchio Lazio, sono così descritti, con viva efficacia, dal Fondi: «L’agglomerato, quasi sempre compatto, si distende allungato fino a confondere le fondamenta delle case marginali con i tufi a picco sottostanti; la sua pianta è semplice: una o due vie mediane longitudinali attraversate da più strette vie trasversali; a una estremità, la piazza grande con la chiesa, il municipio e gli altri edifici pubblici.

    Vedi Anche:  I Castelli Romani

    Tolfa. Parte dell’abitato costituita unicamente da rustici.

    Poggio Mirteto.

    Arsoli (Roma).

    Sulla via longitudinale che immette nella piazza prospettano le case abitate dai professionisti e dai negozianti, con le botteghe al piano terreno e le facciate intonacate e adorne talora da balconcini che rivelano la loro natura piccolo-borghese. Le rimanenti vie, spesso a gradini o ad acciottolato, tortuose e ripide si aprono fra grandi blocchi di edifici giustapposti che rivelano alcuni caratteri rurali e sono abitati per la maggior parte da famiglie di salariati agricoli ». Questa descrizione si applica bene soprattutto ai centri della Tuscia Romana, ma è frequente anche altrove. La via longitudinale che costituisce l’asse dell’abitato non sempre si svolge pianeggiante e più o meno rettilinea, spesso si svolge in pendenza, tortuosamente (Roccamassima, Bracciano); in tal caso non sempre la piazza ha posizione centrale.

    Una via di Barbarano.

    Riano (Roma).

    Nei centri situati su pendìi, specialmente se di qualche entità, si hanno spesso più strade all’incirca parallele, che si svolgono secondo le isoipse e sono raccordate da stradette a forte pendìo o da androni e archivolti o addirittura da scale. In qualche caso tra la parte più bassa del paese e la più alta vi è uno spazio non ancora occupato da case: così a Cori, dove anche nell’uso locale si distingue una Cori alta e una Cori bassa; una strada esterna raccorda talora, con numerosi tornanti, le due parti.

    Molti centri, anche di non grande entità, furono cinti di mura, ora spesso in rovina, o ridotte a miserevoli avanzi, ma in qualche caso ancora ben conservate, almeno in parte. Vi si apre una porta, o più spesso due di accesso all’abitato, ai due estremi di esso. Nei centri in pendìo spesso si aderge al sommo un robusto castello; di questi si possono ammirare nel Lazio esempi imponenti e tuttora ben conservati, come è il caso di Bracciano, Sermoneta, Paliano, Nemi, Bassano di Sutri, ecc. Ma anche altrove, accade spesso al visitatore di trovare impensatamente, in importanti o modesti e oscuri paesi, castelli o rocche più o meno conservati (ad es., a Gaeta, Bolsena, Itri, Minturno, ecc.), ma meritevoli di attenzione anche per le parti interne (sale con affreschi, ecc.). Non di rado intorno al castello vi è il borgo vero e proprio, cioè un insieme di case con la consueta struttura, addossate al castello stesso e separate da viuzze talora strettissime con volte e androni, che servivano evidentemente di abitazione per il personale più immediatamente adibito ai servizi del castello stesso e dei suoi proprietari: così a Palombara Sabina, a San Polo dei Cavalieri, a Nemi, a Bomarzo, ecc. In qualche caso il castello fu costruito su una altura rupestre a fianchi precipiti di modo che non vi era spazio che per il castello col borgo: così a Cori, a Isola Farnese, ecc. che sono rimasti immutati o quasi fino ai tempi nostri.

    Barbarano.

    Una via di Genazzano.

    Dopo quanto si è detto non sembra necessario esporre una completa classificazione dei centri del Lazio secondo la posizione topografica. I due casi più frequenti sono dati dai centri che abbiamo denominato di sprone, caratteristici, come si è già detto, della Tuscia Romana e del Lazio antico (Valmontone, Labico), e dai centri di pendìo, dei quali esempi tipici sono Palestrina, Sezze, Cori, Bracciano, ecc.

    I centri di dorsale sono pure abbastanza frequenti: tra i maggiori e più caratteristici è Segni. Tra i centri che furono detti di cocuzzolo si segnalano Saracinesco, Fumone, Castel San Pietro Romano, Rocca Priora, ecc.

    Più rari sono i centri di fondovalle, evitati soprattutto per il regime irregolare dei maggiori fiumi soggetti a piene pericolose: i più notevoli corrispondono a guadi o ponti, come Ceprano e Pontecorvo. Notevole è che non ve ne sia alcuno importante sul Tevere a monte di Roma, proprio per l’anzidetta ragione. Come si è già avvertito i centri tiberini sono in alto sui pendìi che scendono all’impluvio del fiume, e fra questi ce ne sono taluni che possono classificarsi di terrazzo.

    Centri che possono dirsi di conca si hanno nel Lazio settentrionale, a confine con l’Abruzzo, nelle conche di Leonessa, di Amatrice ed anche in quella di Rieti: sono in genere piccoli aggregati (ville) che non occupano, come quasi sempre avviene anche altrove, il fondo della conca, ma sono disposti ai margini, spesso su piccole eminenze.

    Pianta di un casale della Campagna Romana (da Piccinato).

    1, castello; 2, cappella; 3, granai; 4, case dei coloni; 5, abbeveratoi.

    L’ampliamento recente e attuale dei centri avviene di solito, non a spese del vecchio abitato, ma con appendici periferiche che si allungano sulle strade irradianti all’esterno; talora il nuovo abitato è così distinto dall’antico anche per struttura, che come tale lo designano gli stessi abitanti: Ariccia nuova, Tivoli nuova, ecc. A Ronciglione, affiancata all’antico centro di sprone con le sue case nere e ammassate, si è sviluppata una parte nuova con una larga strada, l’arteria che unisce Roma a Viterbo, che sale snodandosi verso il Lago di Vico, intercalata da slarghi e da piazze.

    I centri marittimi costituiscono un caso a parte, ma di non grande interesse perchè ripetono la configurazione comune a moltissimi centri italiani consimili: una lunga serie di costruzioni lungo il mare in fila più o meno serrata, semplice o più spesso doppia: Santa Marinella, il Lido di Ostia, Anzio, Nettuno, la spiaggia della rada di Gaeta, Formia, ecc. Ma Gaeta antica — sulla punta estrema del Promontorio d’Orlando — e Sperlonga, su uno sprone costiero dei Monti Ausoni, si differenziano dagli altri centri marittimi.

    Tutto quanto si è detto finora riguarda in sostanza i tipi delle case e dei centri di tradizione antica: dell’edilizia moderna basterà dire poche parole. Via non si deve tacere che alcuni centri anche di notevole importanza, distrutti interamente o in gran parte dall’ultima guerra, furono ricostruiti con radicali mutamenti della loro fisonomia originaria: Viterbo, Cassino, Velletri, Frascati, Anzio, Cisterna, Valmontone, Tivoli, ecc., dei quali parleremo anche in seguito. Dove una parte vecchia è conservata, il contrasto tra questa e l’edilizia urbana recente è quanto mai stridente anzi « disturbante ».

    L’edilizia delle aree di bonifica recente è stata alcuni anni fa descritta dal Pratelli. Nella bonifica pontina l’Opera Nazionale Combattenti ha introdotto una dozzina di tipi diversi di case rurali, tutte destinate ad una sola famiglia, dapprima assai semplici ad un solo piano, poi, dopo il 1937, a due piani con scale esterna e interna: il pianterreno ha un’ampia stalla, una cucina, talora un magazzino, sempre un portico; al piano superiore vi sono di solito tre ambienti.

    Tutti i tipi hanno, oltre al portico, che serve per custodire carri, attrezzi, ecc., una vasca per lavare, un abbeveratoio, un pollaio, un forno, e il pozzo con pompa a mano. Le dimore sono poste lungo le strade di bonifica, ad una distanza di 25 m. dall’asse, col fronte lungo l’andamento della strada.

    Altri tipi, che interessano piuttosto dal punto di vista tecnico che da quello geografico, si incontrano nella bonifica dell’Isola Sacra, in quella dell’Istituto di Santo Spirito, ecc. ; in alcune aziende funge da centro della bonifica un grande edificio come quello della bonifica di Torrimpietra, o le grandi fattorie delle vaste aziende della Maremma Laziale, ove sono stati pure costruiti fino ad oggi nove borghi di servizio (Ceri, Argento, Sasso, Roggi, ecc.) e 2640 case rurali. A Maccarese il centro della bonifica è il vecchio casale interamente trasformato nella struttura e completato da numerosi annessi. Casi analoghi si riscontrano anche altrove (Lunghezza, Marco Simone, Decima).

    Nella più vasta delle bonifiche, quella pontina, furono costruiti oltre tremila case rurali ed una ventina di « borghi di servizio », cui furono dati in gran parte nomi ricordanti località famose nella prima guerra mondiale, con scuole, uffici sanitari, chiese, negozi, ecc. E furono poi costruiti anche centri urbani, sviluppatisi notevolmente in questi ultimi anni: Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia e Latina, originariamente costituita quest’ultima da due piazze centrali vicine, più circoli di strade intorno al centro a distanza sempre maggiore, e da strade irradiantisi come raggi di quei circoli. Questa pianta radiale non fu peraltro potuta mantenere nella più recente espansione alla periferia del nucleo originario.

    Quanto a questi nuovi centri, alle maggiori città laziali ed al loro sviluppo sia topografico che demografico, si rimanda ai capitoli descrittivi dove di ciascuno di essi è fatto un ampio cenno.

    Centri di cocuzzolo nei Colli Albani.

    Un centro di pendìo, Palestrina, e un centro di cocuzzolo, Castel San Pietro Romano.