Vai al contenuto

Storia del Piemonte

    Richiami al passato

    Il Piemonte preistorico

    Sebbene, come s’è già accennato, non si debba, a rigor di termini, parlare di Piemonte prima del tardo Medio Evo, nulla vieta, tuttavia, di inquadrare le vicende del passato nel suo territorio — anche se questo gli sarà riconosciuto solo più tardi — e quindi di accennare ad una preistoria, se non del Piemonte, nel Piemonte. Sfiorata, ma non attraversata, dalle grandi vie europee del commercio paleolitico, la nostra regione manca, per quella remota età, di tracce sicure della presenza e dell’industria dell’uomo.

    Per il Neolitico, invece, le testimonianze di gruppi umani in Piemonte sono abbastanza numerose, ed appaiono raccogliersi specialmente nella valle del Tanaro e nelle Langhe da una parte, nelle maggiori vallate alpine dall’altra. Risalgono, di fatto, al Neolitico il grosso centro capannicolo di Alba, che ha dato numerosissimi oggetti di pietra levigata, e la stazione del villaggio del Cristo, ora sobborgo di Alessandria. Grande arteria delle comunicazioni fra il Piemonte centro-meridionale, la Lombardia e l’Emilia, la valle del Tanaro ha assai probabilmente indotto a fissarsi nella località ora accennate gente di provenienza padano-orientale e transappenninica, mentre l’ubicazione delle molte località delle Langhe, abbondanti di reperti preistorici, mostra chiaramente come i neolitici della zona intrattenessero relazioni commerciali con le popolazioni della riviera ligure attraverso i passi dei Giovi, del Turchino, di Cadibona. Il fatto che siano frequenti i ritrovamenti di oggetti neolitici nelle Langhe, e, sparsi qua e là, anche in altri territori collinosi, come l’alto Monferrato e la collina di Torino, laddove nella pianura sottostante sono quanto mai scarsi, è forse da mettersi anche in rapporto con lo stato della pianura stessa, nelle zone più depresse occupata da vasti ristagni d’acqua e solcata da correnti fluviali capricciosamente divaganti.

    Il gruppo alpino di centri neolitici comprende il riparo sotto roccia di Vayes in vai di Susa, e le stazioni di Montjovet, di Sarre, di Villeneuve, di Arvier in valle dAosta. Anche qui si possono notare vestigia di contatti con le popolazioni del versante opposto (valli del Rodano, dell’Isère, dellArc). Durante l’Eneolitico e nella successiva età del bronzo, un terzo gruppo di sedi umane si profila sulla scena del primo popolamento del Piemonte: quello rappresentato dai giacimenti palafitticoli rinvenuti nelle torbiere di Trana, di San Martino, presso Ivrea, a Novaretto (Susa), a Mercurago (Arona) e ad Avigliana. Mentre anche i maggiori fiumi, perduta a poco per volta la travolgente irruenza d’un tempo, e approfondito notevolmente il loro letto, diventavano avvicinabili, dalla sommità delle colline, dalle grandi vallate, dalle conche lacustri le sedi umane scendevano a di sporsi lungo il Po e sui terrazzi dei suoi maggiori affluenti. Presero così a differenziarsi numerose popolazioni locali (Bagienni, Stazielli, Vibelli, Caturigi, Secusini, Taurini [o Taurisci], Salassi, Victimuli, Libi o Libici, Leponzii, Vertamacori, ecc.) sulla cui appartenenza ai Liguri o ai Celti già gli antichi autori, animosamente, ma con scarso frutto, discutevano.

    Sia essa importata od originaria, la civiltà delle terramare, fiorente nella media valle del Po, non ebbe in Piemonte che qualche influsso sporadico. Parimenti nessuna traccia notevole lasciò, nella nostra regione, durante l’età del ferro, la civiltà villanoviana, che pure si estese a nord dell’Appennino, sviluppando in Bologna un centro così cospicuo. E siamo al secolo VII avanti Cristo. La stessa civiltà alpina e subalpina di Golasecca, tanto vicina al Piemonte nel suo nucleo di diffusione a sud del Lago Maggiore, non riuscì a penetrare che timidamente nel Novarese (Ameno). Ugual sorte toccò alla splendida civiltà etrusca. Ecco un’altra ondata di genti, ma più ancora di forme di vita e di tecniche nuove che, ancora vigorosa in Lombardia, alle porte del Piemonte perde il suo slancio espansivo e si esaurisce. I due o tre monumenti etruschi trovati in Piemonte sono di chiara provenienza esterna.

    Iscrizioni preistoriche (le « meraviglie ») su pareti del Monte Bego lisciate dai ghiacciai quaternari.

    Mentre dunque un fervore di vita e di esperienze anima i popoli e le culture di diversa origine che, nelle zone centrali e orientali della conca padana, si muovono, cozzano, si sovrappongono gli uni agli altri, entro il grande arco subalpino il tumulto si placa nella permanenza delle medesime genti e nell’osservanza dei vecchi costumi. Buona parte degli abitanti del Piemonte di allora era effettivamente di stirpe ligure e rimase a lungo indenne da urti violenti.

    Ma giunse anche per il settore occidentale della valle Padana l’ora delle invasioni, della lotta, delle trasformazioni. E fu quando, nel IV secolo a. C., i Galli di Segoveso e di Belloveso, valicate le Alpi al Monginevra o al Piccolo San Bernardo, si rovesciarono sulla nostra pianura, respingendo gradualmente verso sud i Liguri e cel-tizzando le terre a settentrione del Po. In realtà, come mostra la sopravvivenza di numerosi toponimi uscenti nel suffisso ligure « asco », i più antichi abitatori del paese continuavano la loro vita nella parte meridionale del Piemonte, dove l’elemento ligure è tuttora largamente diffuso, sino a diventare prevalente nelle convalli appenniniche. Ma anche zone d’alta montagna dovevano essere frequentate, se dall’età neolitica cominciano ad incidersi sulle rocce levigate del Monte Bego (nelle Alpi Marittime) le 36.000 figurazioni, dette localmente «meraviglie», che si succedono anche nelle età del bronzo e del ferro e che lasciano ancora sospesi tanti interrogativi.

    Nel novembre del 218 a. C. la discesa di Annibale dal Monginevro per la vai di Susa mise a rumore le quiete campagne piemontesi e urtò nella fiera resistenza dei Taurini. Con questo atto di ostilità all’invasore, che antichi autori ricordano come un sacrificio compiuto dalla piccola capitale dei Taurini sull’ara della madre Roma, il territorio del Piemonte entra finalmente, e, si potrebbe aggiungere, relativamente tardi rispetto alle altre parti d’Italia, nel grande alveo della storia.

    Nella luce della civiltà di Roma

    Anche la conquista romana del Piemonte si effettuò con ritardo nei confronti delle altre regioni della penisola. Tale conquista cominciò, di fatto, nel corso del II secolo a. C., ma noi ne conosciamo soltanto qualche episodio isolato, come la fiera resistenza dei Salassi alla penetrazione romana in valle d’Aosta, che portò, nel 100 a. C., alla fondazione di Eporedia (Ivrea). La realtà è che il territorio piemontese cominciò ad avere importanza per i Romani solo dopo l’occupazione della Gallia transalpina da parte di Giulio Cesare. Questi, per recarsi nelle Gallie, valicava comunemente il Matroiia Mons o Alpis Cottia (Monginevra) e, sembra, anche ì’Alpis Graia (Piccolo San Bernardo). In più, aveva reso praticabile ai carreggi delle sue legioni l’Alpis Poenina (Gran San Bernardo).

    Era chiaro che, per garantirsi un saldo possesso delle Gallie e per potere agevolmente commerciare con esse, Roma doveva render sicuro il passaggio delle Alpi e prolungare in territorio piemontese la mirabile rete di strade che, attraverso l’Appennino, già collegava all’Urbe la pianura veneta, emiliana e lombarda. Ciò si ottenne non senza serie difficoltà e rinvii nel tempo, perchè, come rivela la durezza di Terenzio Varrone Murena contro i Salassi (25 a. C.), specialmente in montagna non mancarono le opposizioni e le ribellioni al dominio avanzante di Roma. Solo Augusto, debellando definitivamente i popoli alpini, stabilì la pax romana nella nostra regione.

    Ma era una pace vigilata e vigilante. Bisognava evitare che possibili velleità di riscossa da parte dei montanari, soggiogati ma pur sempre infidi, indebolissero la difesa dell’Italia verso la Gallia transalpina. La cerchia montana del Piemonte fu quindi divisa — a differenza del restante delle Alpi — in province (delle Alpes Mari-timae, delle Alpes Cottiae, delle Alpes Graiae e Poeninae) e il confine d’Italia, invece di giungere alle vette fu lasciato, fino a Diocleziano, alla base del nostro versante. Così i praefecti militari prima e poi i procuratores sorvegliavano anche l’ingresso delle merci, che pagavano la quadragesima Galliarum a Carema in valle d’Aosta, presso Avigliana, all’imbocco della vai di Susa, a Pedona (Borgo San Dalmazzo) all’ingresso della valle della Stura di Demonte.

    Per mantenere tranquillo il paese e per consentire il libero movimento degli eserciti e dei traffici sulle arterie stradali era poi necessario dedurre, nelle località più adatte, colonie e presìdi di truppa. Ecco sorgere così, abbastanza numerosi, i centri romani del Piemonte, i più importanti dei quali, corrispondendo a nodi di grandi strade, mostrano appunto di dovere il loro originario sviluppo a cause d’ordine militare e commerciale. Sulla via che da Placentia mette ai valichi aostani passando a nord del Po si fissano Vercellae, Eporedia (Ivrea) ed Augusta Praetoria (Aosta), donde divergono le strade che s’inerpicano verso l’Alpis Graia e YAlpis Poenina. Sulla diramazione che prosegue per il Monginevro si trovano, all’entrata della vai di Susa, Augusta Taurinorum (Torino) e, nella valle, Segusio (Susa). Un’altra via romana portava pure da Placentia ad Augusta Taurinorum passando a sud del Po, e su di essa sorsero Dertona (Tortona) — importantissimo centro anche per le comunicazioni con Genova, lungo un tronco della via Postumia — e Hasta (Asti). Sempre da Augusta Taurinorum una minore arteria per Pollentia (Pollenzo), all’imbocco della valle del Tanaro, e per Augusta Bagiennorum (Benevagienna) conduceva a Vada Sabatia (Vado Ligure).

    Ruderi di ponte romano sulla strada delle Gallie (Saint – Vincent, valle d’Aosta).

    L’assenza di centri urbani di origine romana nel Piemonte meridionale, in relazione con la mancanza di vie che portassero oltralpe, conferma la prevalente importanza data allora al Piemonte come area di transito per le comunicazioni con le regioni occidentali d’Europa. La romanizzazione delle campagne è attestata da numerosi ritrovamenti di tombe e di suppellettili e dalla frequenza dei toponimi terminanti in ianum (Alpignano da Alpinius, Carignano da Carnius, Germagnano da Germanius, ecc.). Con tutto ciò è probabile che la vita rurale molto conservasse dell’antica rozzezza ligure e celtica. Nelle città, invece, lo sforzo di modellarsi sulla falsariga dei centri provinciali romani appare soprattutto dalla tradizionale gerarchia dell’ordinamento municipale, con i decemviri, i quattuoviri, gli edili, i curiali, e dalla costruzione di templi e teatri, terme, fori, basiliche, che vennero ad abbellire le piccole colonie.

    Strade e centri romani del Piemonte.

    Accanto ai centri stradali, alcuni altri vennero sorgendo o affermandosi come luoghi di commercio e sede di industrie: tali Carreo Potentia (Chieri), Aquae Sta-tiellae (Acqui), già nota per i suoi fanghi, Industria, presso Monteu da Po, da cui sono usciti squisiti bronzi di fattura locale. Ma la pianta quadrata di Torino e di Aosta, che ripete quella di un castrimi romano, è un ulteriore chiaro riflesso delle funzioni essenzialmente militari che si affidavano ai principali centri del Piemonte.

    Sorprendente è, di fatto, il numero delle iscrizioni che ricordano legionari torinesi, parecchi dei quali saliti ad alti posti di comando.

    Roma cerca così di radicare le sue basi militari e le sue istituzioni civili in una terra e fra uomini che ben poca materia offrono alla curiosità degli storici. Non grandi personaggi, ove se ne tolgano l’onesto Pertinace, nativo di Alba, imperatore per tre soli mesi, e il focoso Massimo, il santo vescovo che fulmina con le sue omelie i pagani ancora numerosi nella stessa Torino e nelle campagne (e siamo alla fine del IV secolo). Non sublimi monumenti, non particolari ragioni di richiamo. Quelle montagne che ai giorni nostri diverranno palestra di alpinismo, campo sportivo, rifugio di villeggianti, erano allora le infames frigoribus Alpes di Livio, un mondo di gelo e di cupi orrori che s’attraversava per necessità, in mezzo a mille pericoli, quam maximis itineribus. Di qualche prodotto della terra e dell’industria piemontesi compare menzione in Plinio.

    Tutte le altre notizie, poche veramente, di avvenimenti capitati nella regione, sono ancora notizie di carattere militare e guerresco. Rimasto è, per esempio, il ricordo della ribellione di coorti batave di passaggio in Piemonte durante la guerra di Galba e Vitellio (65 d. C.): ribellione che gettò lo spavento fra i Torinesi e che fu domata dalla legione XIV Gemina. Come si sa — anche da tracce toponomastiche — di Dalmati Diviteni e di Sarmati messi a presidiare, fra il III ed il IV secolo, alcune località del Piemonte centrale. Più importanti notizie sono quelle che riguardano la vittoria di Costantino su Massenzio nel 312, dopo una battaglia svoltasi nella pianura torinese, e l’astuta campagna di guerra nel corso della quale Stilicone sbaragliò a Pollenzo (402) i Visigoti di Alarico.

    Le vicende dell’epoca romana, pur non offrendo indizio alcuno di riconoscimento dell’unità che farà del Piemonte una regione, gli assegnano tuttavia, giova ripeterlo, un posto a sè nella storia delle relazioni fra l’Italia e larga parte dell’Europa. Questo posto, che il Piemonte conserverà per i secoli, rende particolarmente tormentata la sua vita durante l’età di mezzo.

    Torino romana. In primo piano, rovine del teatro; in secondo piano, tratto di mura e la Porta Palatina.

    Sullo sfondo del Monte Emilius, i maestosi avanzi del teatro romano di Aosta.

    Le invasioni e gli albori dello Stato sabaudo

    La caduta dell’Impero romano mette di fatto i barbari, che si succedono a raccoglierne la pesante eredità, nella necessità di assicurarsi essi pure i valichi delle Alpi Occidentali e di dare al paese sottostante una organizzazione atta ad agevolarne la difesa. La lotta fra Odoacre e Teodorico, che doveva portare sotto il dominio ostrogoto anche il Piemonte, vi richiamò nel 497 orde di Borgognoni che, dalla Moriana, attraverso i paesi della vai di Susa, rovesciatisi sul contado torinese, lo misero a ferro e fuoco. Tanto i Goti quanto i Bizantini, che li soppiantarono per breve tempo, curarono particolarmente l’ordinamento militare della regione, facendone centro Torino, mentre le altre città subalpine decadevano e l’industria addirittura scompariva.

    I Longobardi, provenienti nell’autunno del 569 da oriente, lungo la valle del Po, cercarono di attestarsi ai grandi valichi delle Alpi Occidentali, ma furono prevenuti dai Franchi che, superato il versante opposto, scesero ad occupare tutta la valle di Susa fino ad Avigliana. La creazione di un certo numero di ducati longobardi (Torino, Asti, Ivrea, ecc.) dà inizio al frazionamento politico-territoriale che dovrà rendere così difficile l’attività unificatrice dei Savoia. L’oscurità dei tempi è tuttavia percorsa da bagliori di luce che scienza e fede innalzano dai monasteri di fresco fondati alla Novalesa, a Villar San Costanzo, a San Dalmazzo, a San Pietro in Savigliano.

    Vedi Anche:  Attività industriale e commerciale

    Il primo passaggio del Moncenisio che gli annali della storia ricordino e l’aggiramento di un esercito longobardo alle Chiuse di San Michele in vai di Susa — episodio immortalato nell’Adelchi manzoniano — aprirono nel 773 a Carlo Magno le vie del Piemonte. Anche qui il feudalesimo carolingio si concretò nella istituzione di una serie di comitati, in parte ricalcanti i limiti dei ducati longobardi. Sulla fine del secolo IX, se le feroci scorrerie degli Ungheri riuscirono appena a lambire lungo il Ticino il territorio piemontese, questo tu più impressionato che realmente danneggiato dall’audacia di predoni saraceni. I quali, dalle loro basi sulla costa provenzale, si spinsero a taglieggiare pellegrini e mercanti, fin sui passi alpini più frequentati. In vai d’Aosta, però, dopo i Burgundi, tennero duro i Franchi.

    Durante lo sfacelo dell’Impero carolingio (fine del secolo IX) Guido di Spoleto, diventato re d’Italia e imperatore, organizzò, sull’esempio dei Franchi, le regioni di confine del Piemonte e della Lombardia in marche, comprendenti ciascuna più comitati. Successivi sviluppi di questo sistema difensivo condussero, nel corso del X secolo, alla formazione in Piemonte di quattro marche: la marca d’Ivrea o Ansca-rica, la marca di Torino o Arduinica, la marca delle Liguria occidentale o Aleramica e la marca della Liguria orientale od Obertenga. Con Olderico Manfredi, e con Adelaide sua figlia, la marca di Torino divenne la più estesa, spingendosi dalle Alpi Graie e Cozie fino al mare, e la più potente, mentre su quella di Ivrea gettava un’ombra di tramonto la triste fine di Arduino, il vinto re d’Italia, ritiratosi nella pace di Fruttuaria.

    Intanto sull’altro versante, in Savoia, e di qui in Moriana e in Tarantasia, andava ampliandosi il piccolo Stato alpino che il destino chiamava a dare un volto al Piemonte. Già padroni, sin dal 1022 all’incirca, della vai d’Aosta e dei valichi che mettono in vai di Susa, i Savoia balzarono di colpo al possesso di buona parte del Piemonte quando Adelaide, l’energica signora della grande marca di Torino, andò sposa a Oddone (1046). Lo smembramento delle marche piemontesi, favorito dall’imperatore Enrico IV, ridusse gli eredi di Oddone e di Adelaide a non conservare che la valle di Susa. Ma era possesso prezioso, militarmente e commercialmente, e dai posti avanzati della vai di Susa i Savoia, sempre memori della ricca pianura, dei suoi aperti orizzonti, e del contatto vivificante del mare, partirono come ossessionati dal proposito, fermamente perseguito, di ricomporre in un solo Stato i frantumi della marca avita.

    La massiccia e pur ardita mole della Sacra di San Michele domina l’ingresso della valle di Susa dalla vetta del Monte Pirchiriano (m. 962).

    « Pedemontis » « Pedemontium » … « al piede dei monti ». (La pianura del Po all’altezza di San Mauro Torinese).

    L’ambizioso disegno riuscì, come è noto, ma il suo coronamento fu assai lungo e diffìcile. Anche perchè, frattanto, le condizioni demografiche, economiche e sociali del paese erano mutate profondamente, mentre si modificava la situazione politica. L’ondata di aumento della popolazione, che dà nuova linfa all’Europa dall’XI secolo alla metà del secolo XIII, conduce anche in Piemonte al bisogno di nuove terre coltivabili. E il periodo dei grandi « roncamenti » (disboscamenti) e delle solide opere di bonifica che, aggiungendosi alle già esistenti, nuove abbazie benedettine e cistercensi (come San Solutore a Torino, Santa Maria a Cavour, l’abbazia femminile di Caramagna, quelle di Staffarda, di Casanova, di Pollenzo, di Rivalta Torinese) compiono in vasti tratti del territorio piemontese, arricchendosi di «corti» e di «grange». Tra i campi rifiorenti sbocciano così alcuni tra i più insigni monumenti del Piemonte: le abbazie di Vezzolano, di Sant’Antonio di Ranverso, di Staffarda.

    Ma il rigoglio è maggiore ancora nelle città, dove l’animarsi dei commerci e la crescente domanda di manufatti generano ceti di mercanti e di artigiani che, insieme ai militi, agli altri cittadini e a gruppi del contado, si danno liberi ordinamenti comunali, appoggiandosi, per lo più, all’autorità del vescovo. Asti, Alba, Vercelli, Ivrea, Tortona fervono di lavoro, e nonostante le frequenti contese intestine, s’abbelliscono, s’ingrandiscono ed accumulano merci e denaro, che poi esporteranno anche fuori d’Italia.

    Facciata dell’abbazia di Staffarda, antico centro cistercense di bonifica della campagna saluzzese.

    Borghi nuovi nella zona centrale del Piemonte.

    L’intensificarsi dei traffici (dovuto anche alle Crociate) fra l’Oriente, le nostre repubbliche marinare e i nuovi centri di gravità economica dell’Europa — le città fieristiche delle Fiandre e della Champagne — rimette in valore la posizione intermediaria del Piemonte e fa affluire carovane di mercanti, attraverso i suoi valichi alpini ed appenninici, sulle sue strade. A questo movimento partecipa anche il Piemonte meridionale, e le popolazioni esuberanti, e non di rado vessate, delle campagne, sotto la protezione dei grossi Comuni trovano, con quelli, conveniente raccogliersi lungo le vie del commercio, di fresco sistemate, e fondare nuove città. Sorgono in tal modo, dalla metà del secolo XII alla metà del secolo XIII, Alessandria, Cuneo, Mondovì, Savigliano, Fossano, insieme a un discreto numero di « villenove » e di « villefranche ».

    Il mondo politico, esso pure in fermento, reagì allo sbriciolamento feudale e comunale con la formazione di Stati regionali che acquistarono presto notevole importanza. Col favore di un relativo isolamento e dell’incombente guardia del Monviso, i marchesi di Saluzzo si fissarono, dopo vari tentativi di affermarsi in vai Stura e in Cuneo, tra la Varaita e il Po. Proteggendosi con il possesso di solitarie, intricate dorsali collinose, e muovendo lungo il Po, i marchesi di Monferrato cercarono di estendere il loro dominio dalla Dora Baltea alla Sesia, e dal basso Cana-vese alla Scrivia. Ma anche i maggiori Comuni si erano foggiata una discreta base territoriale, ed Asti era in testa, gravitando con le sue forze verso il pianalto cuneese.

    La lotta per il predominio in Piemonte

    In mezzo a questo mosaico di formazioni statali miravano a farsi strada potenze esterne. Dalla Provenza, Carlo d’Angiò scese nel 1259, attraverso il colle della Maddalena, nella piana di Cuneo e dilagò con i suoi eserciti nel Piemonte meridionale, non nascondendo progetti di ulteriore espansione. Da oriente si affacciava minacciosa la crescente signoria dei Visconti, che, già padroni del Novarese, miravano a varcare la Sesia, mentre a sud si infiltravano abilmente nella valle del Tanaro, spezzando quasi in due tronconi il dominio monferrino e tendendo ad Asti e ad Alba. Da settentrione, infine, ripresa energia, i Savoia si allargavano a macchia d’olio intorno a Torino, preparandone la caduta ed occupando quello che abbiamo chiamato Piemonte proprio.

    L’avanzata dei Savoia al di qua della cerchia alpina mise in allarme particolarmente gli Astigiani, cui necessitava di poter liberamente percorrere le grandi vie del commercio transalpino. Sicché, sulla grande lotta tra guelfi e ghibellini, s’innestò nel secolo XIII tutto un gioco intricatissimo di alleanze, di guerricciole, di paci fra gli Stati del Piemonte di allora: un gioco la cui posta principale, anche se non dichiarata, consisteva nel dominio delle strade e dei pedaggi, spesso rappresentanti per i Comuni e per i signorotti feudali la voce più importante del capitolo delle entrate. Tommaso I, vicario imperiale, Amedeo IV, il conquistatore di Torino (1250), e Tommaso II, per qualche tempo prigioniero degli Astigiani, furono le figure di prìncipi sabaudi che dominarono questo periodo di astuta, instancabile preparazione.

    Per meglio provvedere ad un tempo a gettare i ponti verso l’agognata valle del Rodano e ad allargare i possessi cisalpini, la Casa sabauda si divise nel 1285 nei tre rami della contea di Savoia (con l’alta valle di Susa), di Vaud, e di Acaia. I principi d’Acaia, dalla loro piccola capitale di Pinerolo, signoreggiavano sui territori piemontesi fra Po, Alpi e Dora Riparia, e si dimostrarono subito dinamicamente intraprendenti. Non tardarono, di fatto, a individuare come locus minoris resistentiae il corridoio fra i marchesati di Saluzzo e di Monferrato e vi si incunearono, mirando dritto al cuore dello Stato angioino nel Piemonte meridionale. L’audace impresa sortì buon esito, ma impensierì maledettamente i Visconti, che fra il 1347 e il 1348 strapparono ai Savoia quasi tutte le loro recenti conquiste.

    Intanto il quadro politico entro cui agiva lo Stato sabaudo, ancora a cavalcioni della montagna, si chiariva e si semplificava. Sul versante esterno delle Alpi Occidentali i re di Francia riuscirono a impadronirsi del Ducato di Borgogna e di quel Delfinato cui i signori di Albon avevano legato direttamente, come appendice ultramontana delle loro terre, un tratto dell’alta valle di Susa, l’alta vai Chisone (il famoso « Bec Dauphin ») e, come dipendenza feudale, il marchesato di Saluzzo.

    Un angolo della casa dei prìncipi d’Acaia a Pinerolo.

    Nella grande valle del Po, deciso e forte appariva l’antagonismo dei Visconti, ai quali il possesso del Piemonte proprio avrebbe dischiuso i valichi alpini. Sotto la minaccia di essere schiacciati contro la muraglia delle Alpi dalla monarchia francese, i Savoia dovettero abbandonare il pensiero della tradizionale espansione nei territori del Rodano e sentirsi indotti a riafferrare, cominciando da Amedeo VI, la bandiera degli antichi diritti sul Piemonte, come « marchiones in Italia » e come rappresentanti del potere imperiale.

    Da quel tempo, e cioè dalla metà del secolo XIV, si profilano sempre più chiaramente le due direzioni lungo le quali si esercita la controspinta sabauda alle ambizioni viscontee: la direzione lungo il Po, verso il Vercellese e il Novarese, e quella verso l’Appennino, con ultimo obbiettivo, il mare. La definitiva occupazione di Cuneo e di Biella da parte di Amedeo VI rappresenta il primo frutto dello sforzo sabaudo nelle due direzioni. Assicurando al Piemonte, col possesso di Nizza, uno sbocco al mare, Amedeo VII sembra addirittura rinverdire i fasti della marca ade-laidina. Ma una parte notevole della regione subalpina sfugge ancora all’influenza dei Savoia. Alessandria, Vercelli e Novara appartengono ai Visconti che, attraverso gli Orléans, praticamente dominano anche in Asti. I marchesati di Monferrato e di Saluzzo seguono una politica ambigua, fidando, per sopravvivere, nel perpetuarsi del contrasto savoiardo-visconteo.

    Il titolo ducale concesso ad Amedeo Vili, e la ricomposizione unitaria dello Stato per l’estinzione del ramo dei principi di Acaia, rafforzano ulteriormente il potere sabaudo che, obbedendo alle sollecitazioni dell’elemento locale, crea il Principato di Piemonte e sistema intorno a Torino, diventata ormai sede di università, i territori piemontesi, dando così l’avvio ad una loro unità politica ed economica. Anche i marchesati di Saluzzo e di Monferrato attendono a sistemarsi, centralizzando i propri poteri e gli uffici burocratici e fissando più precisi confini territoriali. Ma ormai l’equilibrio di forze è rotto, ed essi figurano come piccole isole, montana l’una, collinare l’altra, serrate da un Piemonte sabaudo che misura 16.000 kmq. di superficie. Poco dopo, di fatto, tanto l’uno che l’altro dovranno riconoscere la sovranità feudale del ducato di Savoia. Il quale, durante la sollevazione dell’Italia settentrionale e centrale contro i Visconti, mostrò addirittura di aspirare al confine dell’Adda. E comunque seppe abilmente valersi della congiuntura favorevole per compiere qualche altro progresso a spese dei vicini.

    Il castello di Fénis, dimora dei Challant, splendida testimonianza della vita feudale in valle d’Aosta.

    Possenti costruzioni dell’età feudale nel marchesato di Monferrato. Il castello di San Giorgio Monferrato.

    I discendenti di Amedeo VIII si trovarono di fronte a ben diverse circostanze, quando la Francia prese ad interessarsi direttamente alle sorti d’Italia, in appoggio agli Sforza, successori dei Visconti. Per di più, questo intervento colse lo Stato sabaudo in periodo di crisi di organizzazione interna. Ne conseguirono tempi grigi in cui lo Stato sabaudo, pur senza subire perdite di territorio, dovette sottostare ad umiliazioni e ad inframmettenze esterne. Le cose volsero ancora al peggio durante lo scatenarsi della lotta tra Francia e Spagna per l’egemonia in Italia e in tutta Europa (primi decenni del XVI secolo). Per la sua posizione geografico-politica, il Piemonte venne a trovarsi tra l’incudine e il martello, e non sempre l’abilità e l’accortezza dei duchi sabaudi riuscì a spuntarla in quel sottile gioco d’equilibrio e di contrappeso tra le potenze maggiori, che la posizione stessa del Piemonte richiedeva, e che parve diventare per alcuni secoli indirizzo politico caratteristico dei Savoia.

    Così, mentre ardeva il conflitto tra Francesco I e Carlo V, la regione subalpina divenne un campo di battaglia, continuamente corso, taglieggiato, saccheggiato dagli eserciti dei contendenti. Se il vessillo sabaudo continuò a sventolare sulle torri di Asti, di Vercelli, di Aosta, di Cuneo, di Nizza, il restante del Piemonte fu occupato dai Francesi. Il loro maldestro comportamento, facendo rimpiangere alle popolazioni sottomesse il regime sabaudo, fu non trascurabile fattore della sua vigorosa rinascita.

    Il Piemonte verso l’unità politica

    La maschia figura del trionfatore di San Quintino si staglia davvero imponente sullo sfondo della storia piemontese, quando si pensi al coraggio e all’energia con cui egli seppe piegare in suo favore una soluzione di compromesso (quale quella sancita nel 1551 dal Trattato di Cateau-Cambrésis), che trasformava praticamente il Piemonte in un condominio franco-spagnolo. Quindici anni ci vollero, in effetti, per riavere le piazzaforti piemontesi occupate dai presìdi francesi (Torino, Chieri, Pinerolo, Villanova d’Asti, Chivasso, poi Savigliano e Perosa) e spagnoli (Asti e Santhià): quindici anni nel corso dei quali Emanuele Filiberto venne restaurando su basi nuove le fortune dello Stato subalpino, modificandone profondamente la struttura politica, finanziaria, militare, fino a farne un organismo unitario, forte, solidamente accentrato nelle mani del Principe.

    Vedi Anche:  Marchesati e Langhe

    Se nuovi sono i criteri su cui, pur restando nel solco della tradizione dinastica, il « duca di ferro » ricostruisce dalle rovine l’edificio dello Stato — basterà ricordare l’istituzione di milizie paesane piemontesi, preludente ai moderni eserciti nazionali permanenti —, nuovi appaiono alcuni importanti orientamenti in politica estera. Anzitutto quelli per cui ci si volge decisamente all’Italia, non solo come al campo diviso e discorde che offre più invoglianti possibilità di espansione, ma anche come alla maggior patria. « Gli Spagnoli se ‘1 credono spagnuolo, i Francesi francese », dirà del duca un ambasciatore veneto, « ma tutti al certo si ingannano, perchè egli è nato italiano e tale vuole la ragione e vuole lui che sia tenuto ». Lui, che definirà il suo Stato « bastione della fortezza d’Italia » e che lo fortifica anche territorialmente, prima con l’acquisto delle contee di Asti e di Ceva, e poi con quelle di Tenda e di Oneglia. Altro cardine della politica filibertina sarà l’amicizia degli Svizzeri, che mentre gli consente una qualche sicurezza alle spalle, gli permette pure atteggiamenti di indipendenza, come l’invio di una flottiglia sabauda alla battaglia di Lepanto.

    Avendo ereditato dal padre l’idea-forza che il rinnovato Stato sabaudo dovesse organizzarsi essenzialmente sulla base regionale piemontese, Carlo Emanuele I sentì molesta e quasi umiliante la sopravvivenza dei marchesati di Saluzzo e eli. Monferrato. Ma questi non si reggevano su proprie forze. Il marchesato di Saluzzo, spentosi nel 1548 l’ultimo dei Del Vasto, era stato occupato ed annesso dal re di Francia. Il marchesato del Monferrato, estintasi nel 1522 la dinastia dei Paleologi, era stato aggiudicato da Carlo V ai Gonzaga di Mantova. Bisognava quindi, per liberarsene, affrontare i loro potenti protettori.

    Premuto anche dalla necessità di maggiori risorse economiche, il figlio di Emanuele Filiberto, l’irrequieto, ardimentoso Carlo Emanuele I, tanto brigò e fece che col Trattato di Lione del 1601 riuscì, come dirà più tardi in un suo celebre memoriale « a levare la pietra dello scandalo del marchesato di Saluzzo e il stecco di questi Stati di qua dei monti » ottenendolo dal re di Francia, cui cedeva, invece, gran parte delle terre sabaude transalpine. Il cambio parve grasso ai Francesi, ma Carlo Emanuele I riteneva (sono ancora sue parole) che « è molto meglio avere uno Stato unito tutto com’è questo di qua da’ monti che due, tutt’e due mal sicuri ». L’aperta pianura, assai più e meglio della frazionata montagna, si prestava alla creazione di uno Stato veramente solido per la sua compattezza. Il malfermo equilibrio territoriale in cui lo Stato sabaudo, posto a cavaliere delle Alpi occidentali, era venuto a trovarsi per gli ingrandimenti compiuti nella valle del Po, fu rotto dalla scelta definitiva del principe che, italianissimo di sentimenti e tutto infervorato da un programma d’azione italiano, dedicò la mente agilissima e il cuore impetuoso all’unità e all’irrobustimento dei suoi domini piemontesi.

    Baluardi alpini dei Savoia contro la potenza francese: i forti di Fenestrelle in Val Chisone.

    Sopra la gola di Bard (valle d’Aosta) ancora s’adergono le vecchie fortificazioni sabaude.

    Rimaneva ancora da eliminare il marchesato di Monferrato. Accomunando a tale intento quello, ugualmente tradizionale, di conquistare la Lombardia, Carlo Emanuele I si lanciò in avventure politiche a sempre più vasto raggio, cercando appoggi in mezza Europa. E quando, come scrive il Moscati, « egli sfida da solo quello che appare ancora il gigante spagnolo, lo spirito italiano si desta ammirato»: al duca « piccolo di corpo, ma d’animo grande — la definizione è del veneto Morosini — interprete, incitatore, forza viva di tutti gli odii, i malcontenti, le paure accumulate nella penisola contro il dominatore spagnolo, si guarda con estremo interesse da ogni parte d’Italia ». Il Tassoni, il Marini, il Testi dànno colorito nazionale e risonanza italiana alle sue gesta. Ma proprio questo scatenarsi di entusiasmi e di mire politiche finì per indisporre i prìncipi italiani, che furono uniti nell’attraversare i disegni del duca e nell’impedirne l’attuazione.

    I Francesi assediano Torino nel 1640 per 135 giorni. Un quadro della situazione militare.

    Non meno impetuosa, nel timore di un eccessivo ingrossamento dello Stato sabaudo, fu la reazione francese guidata dal Richelieu, che seminò le nostre terre di lutti e di rovine, e che fece pagare duramente ai Savoia, nel Trattato di Cherasco, l’acquisto di una parte del Monferrato. Poco prima di morire (1630) Carlo Emanuele I dovette, di fatto, riconoscere l’occupazione francese di Pinerolo e delle sue valli: cessione territoriale che segnò per il Piemonte l’inizio di un tristissimo periodo di vassallaggio. In realtà già Vittorio Amedeo I dovette piegarsi allo strapotere della Francia, che divenne ancora più pesante sotto la reggenza di Madama Reale, determinando la reazione dei cognati, il cardinale Maurizio e Tommaso, principe di Carignano. La lamentevole situazione del Piemonte stretto nella morsa di una guerra tra Francia e Spagna, e di una lotta civile tra i fautori delle due potenze, durò fino all’accordo del 1642.

    Ma il Trattato di Vestfalia (1648) e quello dei Pirenei (1655), riconfermando la Francia nel possesso di Pinerolo, ristabilivano la sua supremazia sul Piemonte. Carlo Emanuele I, mentre attendeva al risanamento delle condizioni del paese, tentò appena, con l’infelice guerra di Genova, di acquistare una certa libertà di movimento. Sotto la reggenza della vedova Giovanna Battista di Nemours il Piemonte ripiombava nella stretta osservanza del volere francese, e cioè di Luigi XIV e del Louvois.

    Vittorio Amedeo II svincola lentamente, pazientemente il suo Stato dal protettorato di Versailles, ed entra nella coalizione europea che si forma per mettere un freno alle preoccupanti ambizioni di Luigi XIV. Eserciti francesi entrano allora in Piemonte, moltiplicandovi le devastazioni e le stragi, ma Vittorio Amedeo II persiste animosamente nella lotta e aiutato dal cugino Eugenio, comandante delle forze imperiali, con la battaglia del 7 settembre 1706 libera Torino, assediata da lunghi mesi, ed infligge ai Francesi una memorabile, decisiva disfatta.

    Nel corso dell’assedio e delle azioni di guerra concomitanti, i cittadini di tutte le classi sociali e specialmente i popolani, convinti della necessità di difendere lo Stato ed il Principe per assicurare le proprie vite ed i propri beni, furono mirabili per spirito di dedizione alle sorti del paese e della dinastia. Tale dedizione ha come simbolo il cosciente sacrificio di un povero operaio biellese: Pietro Micca. In effetti, fino ad ora non abbiamo ricordato, come fattore della storia del Piemonte, l’insieme della sua popolazione. Ma, a partire dai tempi di Emanuele Filiberto, un complesso di leggi e di provvedimenti, spesso sorretti da un profondo senso di umanità, ha saggiamente fatto leva sulle migliori qualità morali dei Piemontesi e ha interpretato le loro intime aspirazioni. Il risultato fu quello di fare di una massa di gente, un popolo, anzi una nazione orgogliosa dei suoi sovrani e del posto che essi avevano saputo dare al Piemonte fra gli Stati d’Italia e d’Europa. In realtà, agli inizi del secolo XVIII il Piemonte, quasi l’unico Stato che realmente contasse nella vita della penisola, era entrato come elemento vivo e spesso decisivo nelle lotte per la sistemazione dell’equilibrio europeo.

    La vigorosa compattezza dello Stato sabaudo e la brillante campagna alpina del 1708 contro gli eserciti di Luigi XIV dettero ai vittoriosi negoziatori del Trattato di Utrecht (1713) la garanzia di aver trovato nello Stato subalpino la solida, tanto auspicata barriera contro la Francia. D’altro canto, all’Inghilterra soprattutto premeva che un gagliardo, robusto organismo politico sorgesse tra la Francia e l’Austria. Per questo ad Utrecht, mentre si concedevano al Piemonte le alte valli del Chisone, della Dora Riparia, della Varaita, portando, nelle Alpi Cozie, la frontiera allo spartiacque, si arricchiva lo Stato piemontese, oltre che della Valsesia, di terre fertili ed ubertose — quali il Monferrato, la Lomellina e l’Alessandrino — eliminandone lo straniero ed arrotondandone i confini. Si aggiunga, a coronare il trionfo di Vittorio Amedeo II ad Utrecht, la dignità regale, che gli venne con la Sicilia, ottenuta in cambio della rinuncia sabauda a ogni diritto sulla successione spagnola. Come è noto, nel 1718 Vittorio Amedeo doveva, però, acconciarsi ad avere la Sardegna in luogo della Sicilia.

    Ma l’opera non è ancora perfezionata. Rimangono da soddisfare le vecchie aspirazioni sabaude sul Milanese e sulla riviera ligure, ravvivate queste ultime dal possesso della vicina Sardegna. Carlo Emanuele III s’inserisce nella lotta per la successione polacca e per la successione austriaca con una decisione che può sembrare temeraria, e mentre Absburgo e Borboni assoggettano gradualmente il resto d’Italia, il Piemonte, fiero della sua indipendenza, e quasi rivendicando a sè la difesa degli ideali nazionali italiani, entra in guerra ora contro l’Austria, ora contro la Francia. Il timore di vedere i Borboni ripristinare il soffocante dominio spagnolo nella valle del Po persuase Carlo Emanuele III a rinunziare a più vasti acquisti nel Milanese e a contentarsi di spingersi alla linea del Ticino: la linea che Federico II nel 1248 additava come estremo limite orientale al suo vicario, Tommaso II di Savoia. Ma in questo modo sul Ticino si affacciava l’Austria, nuovo potente nemico. Pure, proprio l’Austria, con il Trattato di Worms del 1743, aveva riconosciuto l’ulteriore espansione territoriale nel Vigevanasco e nell’alto Novarese che doveva dare allo Stato sabaudo, e di conseguenza al Piemonte, la massima ampiezza.

    La candida basilica di Superga, eretta da Vittorio Amedeo II per la liberazione di Torino (1706), e poi tomba di molti Savoia.

    Le buone relazioni instauratesi fra Austria e Francia, i grandi antagonisti di prima, immobilizzarono per più di mezzo secolo il Piemonte, premuto tra le due potenze e anzi, come diceva Carlo Emanuele III, « rinchiuso nelle branche di una tenaglia ». Del lungo periodo di relativa tranquillità s’avvantaggiò il lavoro di ricostruzione, che ebbe a principale artefice il ministro Bogino e che fu continuato sotto Vittorio Amedeo III.

    La bufera della rivoluzione francese colse quasi di sorpresa re e consiglieri, che invano cercarono di opporsi al suo dilagare nella penisola, progettando una federazione degli Stati italiani. Il Piemonte dovette sostenere da solo l’invasione degli eserciti francesi che, nel 1792, occupate Nizza e la Savoia, ne proclamavano l’annessione alla Repubblica. La profonda, commovente reazione popolare antifrancese, e le prove di sublime eroismo dei corpi d’esercito schierati sulle Alpi valsero, per qualche anno, a frenare le baldanza delle truppe rivoluzionarie. Ma quando Napoleone prese il loro comando, i Piemontesi, fiaccamente coadiuvati da rinforzi austriaci (battaglie di Montenotte, Dego, Millesimo), furono costretti a cedere, e Vittorio Amedeo III dovette chiedere la pace (armistizio di Cherasco, del 28 aprile 1796). Poco dopo il Piemonte fu annesso alla Francia — sorte anche questa dovuta alla sua posizione geografica — e il nuovo re Vittorio Emanuele I, salito ai trono dopo l’abdicazione del fratello Carlo Emanuele IV, fu obbligato a rifugiarsi in Sardegna.

    Le minacce e le lusinghe degli occupanti, appoggiate ad alcune utili innovazioni tecnico-amministrative, non riuscirono ad aver ragione della fedeltà delle popolazioni piemontesi, che salutarono festanti, nel 1814, il ritorno di Vittorio Emanuele I e l’ingrandimento del Regno, accresciuto della Liguria, quadrisecolare aspirazione sabauda. Come già nel combattere la supremazia francese, così ora, nel fronteggiare quella austriaca, il Piemonte persegue una politica di libertà e di indipendenza: non più per sè solo, adesso, ma per tutta l’Italia, che soggiace direttamente o indirettamente, al prepotere absburgico.

    Dopo un decennale, non inoperoso governo di Carlo Felice (1821-31), tutti gli ideali del Piemonte italiano salirono al trono, scrive il Cognasso, con Carlo Alberto. Moderando, ma non rinnegando gli entusiasmi liberali che, nel 1821, lo avevano indotto come reggente (dopo l’abdicazione di Vittorio Emanuele I) a concedere la costituzione di Spagna, Carlo Alberto re conciliò la difesa della tradizione dinastica con la riforma degli ordinamenti statali e con il rinnovamento delle forme di governo. E ciò mentre lavorava intensamente a stimolare l’economia del paese, a sistemare le finanze, ad accrescere le forze armate. Così il Piemonte si preparava ad incarnare l’anelito di moltissimi Italiani verso l’unità e l’indipendenza del paese, e nello stesso tempo si faceva le ossa al duro compito di assumere su di sè il peso della lotta liberatrice.

    Il maschio della Cittadella, con davanti la statua di Pietro Micca in atto di dar fuoco alle polveri.

    Affiancando la propria azione a quelle dei popoli in aperta rivolta, Carlo Alberto mosse guerra all’Austria nel 1848. Il piccolo Stato subalpino sfidava con temeraria audacia un colosso. Non è quindi da stupire se a brillanti fatti d’arme (Goito, Pastrengo, Valeggio, Curtatone e Montanara, ecc.) tennero dietro battaglie sfortunate (Custoza, Milano). Ripresa nel 1849, dopo un armistizio, la guerra si concluse tragicamente a Novara, con un’irreparabile disfatta e con l’abdicazione di Carlo Alberto a favore del primogenito che divenne Vittorio Emanuele II.

    Lungi dal ripiegarsi in se stesso e dal riconoscersi fiaccato dalla sconfitta militare, il Piemonte si fece ancor più decisamente assertore e propugnatore di quei princìpi di libero governo e di affrancazione dallo straniero che uomini di stato, pensatori, letterati, scienziati agitavano in tutta Italia. Moltiplicò le sue energie anche economiche e tutte le tese alla riscossa. Ospitando in quegli anni memorabili schiere di profughi, di esuli, di insofferenti d’ogni parte d’Italia, divenne compendio e crogiuolo di tutte le migliori forze nazionali. In tutti i campi, le vecchie e le nuove istituzioni piemontesi si permeano di un vivace, fattivo spirito di italianità. « Il Piemonte è già davvero l’Italia » scrive ancora il Cognasso « e come Italia incomincia ad agire nella politica europea ».

    Vedi Anche:  Dialetti e letteratura dialettale

    Chi dà al piccolo Piemonte respiro europeo e lo immette nel concerto delle maggiori potenze allo scopo di averne il concorso nella sua paziente opera di « tessitore », è Camillo Cavour, anche fisicamente vero figlio della sua terra. E Cavour che, in modo magistrale, riuscì a profittare dell’occasione offerta nel 1855 dalla guerra russo-turca per ottenere la partecipazione di 18.000 piemontesi alla guerra di Crimea, e per avere quindi modo di presentare al Congresso di Parigi (1856) la questione italiana. E Cavour che prepara abilmente l’animo di Napoleone III all’intervento in Italia, negoziando poi l’intervento stesso a Plombières (1858).

    Dai tempi di Carlo Emanuele I, i prìncipi sabaudi hanno guardato ai possessi oltremontani come ad oggetto di possibili scambi per ottenerne vantaggi territoriali al di qua delle Alpi. Ora, il momento del sacrificio è venuto, e Vittorio Emanuele II si dispone a farlo sull’altare della causa italiana. L’aiuto della Francia contro l’Austria è guadagnato con la cessione di Nizza e della Savoia. Il Piemonte esce dalla grave, dolorosa rinuncia come purificato, come definitivamente consacrato alle fortune d’Italia. Sono note le circostanze che condussero nel 1859 alla rottura con l’Austria e le successive vicende della seconda guerra d’indipendenza. E noto quanto fosse vivo l’entusiasmo degli Italiani, come la spada di Garibaldi venisse offerta e dal governo monarchico accettata. Si conoscono le delusioni di Villafranca, lo sdegno e il ritiro dal governo di Cavour, la prudente condotta di Vittorio Emanuele II.

    Il campo di battaglia della « fatal Novara ».

    Tra le bellezze artistiche del Piemonte spicca l’abbazia di Santa Maria di Vezzolano che si vuole (ma è leggenda) fondata da Carlo Magno. Qui, il chiostro.

    Nel paesaggio e nella vita del Piemonte medioevale grande parte hanno avuto le abbazie benedettine e cistercensi. (Sant’Antonio di Ranverso).

    Nel 1860 Cavour potè riprendere la sua opera unificatrice in un ambiente ancor meglio disposto a riconoscerne la guida, dando libera adesione allo Stato sabaudo, come dovevano mostrare i plebisciti della Toscana, dell’Emilia, delle Romagne. Anche la rivolta della Sicilia nel marzo 1860 prese il carattere di adesione all’unità nazionale. Non per nulla Garibaldi ebbe l’illuminato, sagacissimo concorso della diplomazia cavouriana alla spedizione dei Mille. La fine vittoriosa dell’ardita impresa procurava a Vittorio Emanuele II il Regno delle due Sicilie, mentre l’intùito di Cavour gli assicurò le Marche e l’Umbria, immediatamente dichiaratesi per l’annessione.

    Ormai la missione storica del Piemonte è al suo termine. Il 14 marzo 1861 la Camera dei Deputati, riunita nella vecchia sede del Parlamento subalpino, votò alla unanimità il disegno di legge che proclamava il Regno d’Italia. Vittorio Emanuele II assunse per sè e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia e il 27 dello stesso mese avveniva la proclamazione di Roma capitale.

    Ma nel nuovo Regno il Piemonte non si annulla, anzi si amplifica spiritualmente, dando all’Italia moderna l’ossatura delle sue istituzioni. In realtà il nuovo Stato deriverà dal Piemonte la monarchia, che tra l’altro doveva aiutare il popolo italiano a superare i sentimenti municipalistici. Insieme alla monarchia deriverà la carta costituzionale che è alla base del suo ordinamento: poi trarrà valenti ed onesti uomini di governo, nella cui tradizione agiranno un Sella, un Lanza, un Giolitti, un Einaudi. Anche l’esercito italiano deve la sua prima intelaiatura all’organizzazione delle forze armate dello Stato sardo, contando poi tra i suoi uomini migliori salde tempre di piemontesi come De Cristoforis, Galliano, Dabormida, Cadorna. E l’amministrazione pubblica forma i suoi quadri sul modello della « pignola » ma scrupolosa e proba burocrazia piemontese.

    Un cenno alla storia della cultura e dell’arte.

    La posizione un po’ appartata del Piemonte, la sua montuosità, il continuo susseguirsi di vicende belliche che quasi ne sopraffà, nel racconto storico, la figura civile e politica, sono ancor oggi invocate a scusante di una presunta povertà della regione in tema di cultura e di arte. La realtà è che, anche se scarso di caratteri autonomi, e attardato rispetto a certe correnti di pensiero e di espressione artistica, il Piemonte non fu mai nè incolto, nè assente dalla vita italiana.

    Durante il Medio Evo, attivi focolai di cultura, non soltanto religiosa, furono i monasteri della Novalesa, di Bruino, di San Michele della Chiusa e le abbazie di Fruttuaria e di San Solutore a Torino, di Caramagna, Pinerolo, Revello, Grazzano, Lucedio. Dotti piemontesi come Claudio, vescovo di Torino, Benzone, vescovo di Alba, Anselmo di Aosta ebbero larga fama, insieme ad Arrigo di Susa e ad Innocenzo V. La poesia trovadorica, amorosamente coltivata nelle corti dei marchesi di Monferrato e di Saluzzo e in quella stessa dei Savoia, fiorì con Rambaldo di Vaqueiras, con Peire Vidal, con Folchetto di Romans, con Americo di Peyralban e altri gentili cantori.

    Chiaramente documentata è la cura con cui i prìncipi provvedevano all’istruzione dei figli e al mantenimento di ricche biblioteche. Ma anche la recente borghesia voleva istruirsi, ed ecco sorgere, accanto alle scuole ecclesiastiche, numerose scuole pubbliche e comunali. Saluzzo, Savigliano, Ivrea, Torino, Bra, Pinerolo, Moncalieri e altri centri ancora stipendiavano maestri, alcuni dei quali salirono in bella fama. La cultura superiore si accentrò particolarmente in Vercelli. Negli anni immediatamente successivi al 1288 quella città divenne, di fatto, la sede di uno studio generale, che richiamò molti studenti dalla stessa dotta Padova, ma che andò rapidamente declinando, mentre altre scuole superiori si aprivano a Torino, Fossano, Moncalieri, Alba, Ivrea. Lo studio di Torino, istituito nel 1403-05, trasportato successivamente a Chieri, e a Savigliano, tornò poi a Torino, ma fece ancora una tappa a Mondovì, prima che si fissasse definitivamente nella capitale piemontese (1566).

    Abbazie e castelli di quel periodo si conservano numerosi in Piemonte e costituiscono un patrimonio artistico di altissimo valore. Tra le costruzioni monastiche ecco la possente mole della Sacra di San Michele sul Monte Pirchiriano, le abbazie di Vezzolano, di Sant’Antonio di Ranverso, di Staffarda. Tra i castelli, il Monferrato vanta particolarmente quelli di Camino, di Roccaverano, di Guarene, di Tagliolo, di Cremolino, ecc. ; le Langhe quelli di Grinzane e di Serralunga d’Alba. Nel Canavese sorgono i castelli di Ivrea, Pavone, Montalto Dora. In vai d’Aosta sono celebri, sopra tutti, i castelli di Fénis, Issogne, Sarre, Saint-Pierre, Introd, Aymaville. Ricetti, e cioè borghi fortificati, si possono visitare a Candelo, Oglianico, Ozegna, ecc. Tornando agli edifici sacri, non v’è paese del Piemonte che non abbia qualche resto di chiesa romanica. Ma fanno ancora bella mostra di sè la cattedrale di Casale, quella d’Ivrea col chiostro, il duomo di Susa, il battistero di Biella, la cattedrale di Acqui. Lo stile ogivale raggiunse completa espressione nelle cattedrali di Alba e di Chieri e nello splendido Sant’Andrea di Vercelli, mentre altre costruzioni sacre, come il priorato di Sant’Orso in Aosta e la facciata del duomo di Chivasso, presentano caratteri di transizione fra gotico e rinascimento.

    Tracce assai meno importanti hanno lasciato la pittura e la scultura del tempo. Le opere pittoriche che decorano abbazie, chiese, castelli hanno scarsa originalità, e solo i dipinti di Giacomo Jacquerio e di Giovanni Canavesio di Pinerolo rivelano qualche nota di maggior vigore personale. Bisogna arrivare ai secoli XV e XVI per trovare, tra i nomi dei molti pittori piemontesi, quelli ben noti di Gian Martino Spanzotti, di Defendente Ferrari, di Macrino d’Alba. La regione più feconda di pittori fu quella di Vercelli e di Novara, esposta agli influssi lombardi, che finirono per prevalere in artisti celebri come Gaudenzio Ferrari e il Sodoma. Alla povertà della scultura in marmo fece compenso la ricchezza della lavorazione del legno, di cui rimangono celebri esempi negli stalli dei cori di Aosta e di Staffarda.

    Il castello di Grinzane Cavour nelle Langhe.

    Poiché l’arte potesse fiorire con qualche durevole tranquillità era necessario che il potere politico, rassodato, potesse liberamente pensarvi e promuoverla come un ornamento dello Stato, facendo venire artisti dal di fuori. Così cominciò a regolarsi Emanuele Filiberto che, fra l’altro, commise a Francesco Paciotto da Urbino la costruzione della Cittadella. Sotto Carlo Emanuele I lavorò Ascanio Vittozzi da Orvieto, il regolatore del centro edilizio di Torino. Altri valorosi architetti, come il Conte Carlo di Castellamonte, il Lanfranchi ed il Guarini, ideatore bizzarro della cappella della Santa Sindone, abbellirono la piccola capitale sabauda. La pittura ebbe il suo maggior esponente in Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo.

    Il Seicento, il Settecento, videro il trionfo di quel barocco piemontese, preparato da studi ed esperienze romane, che assunse caratteri propri di perfezione e di delicatezza. Operosissimo e felice inventore, Filippo Juvarra, messinese, fu il dominatore di quel lungo periodo, non solo con celebri opere personali (valga per tutte la Basilica di Superga), ma anche attraverso il lavoro di discepoli e di imitatori, quali il Planteri, il Vittone, Benedetto Alfieri, il Dellala e altri. Tra i pittori, grande fama seppe conquistarsi il Beaumont, intorno a cui si fecero luce i Cignaroli, i Galliari, il Bongioanni, il Cuniberti.

    La cultura letteraria fu favorita dal rapido e largo sviluppo dell’arte tipografica che, comparsa in Piemonte tra il 1468 e il 1470, fiorì principalmente a Mondovì, Savigliano, Torino, Asti, Pinerolo, Saluzzo (dove più tardi nascerà il Bodoni), per raggiungere eccellenza e particolare rinomanza a Trino, nel Vercellese. L’Arcadia disseminò le sue accademie dai nomi bizzarri anche in piccoli centri, e alcune di tali istituzioni ebbero vita abbastanza lunga e feconda. Di grandi attenzioni fu oggetto l’Università di Torino, dove nel 1506 si laureò Erasmo da Rotterdam e dove nello stesso secolo insegnò il celebre giureconsulto francese Cuiacio (de Cujas).

    La parte attivissima presa dai Gesuiti nel l’organizzare gli studi superiori valse all’Ateneo torinese nel Seicento un lungo periodo di decadenza. Ma nel secolo successivo l’Università riprese quota. Ad essa si affiancarono, nel diffondere l’amore per le scienze e per le lettere, la Reale Accademia delle Scienze, la Reale Società Agraria, poi Accademia di Agricoltura, la Società Sampaolina e la Filopatria.

    Alla corte di Carlo Emanuele I, appassionato cultore di poesia, lavorarono, come s’è già accennato, il Marini, Gabriello Chiabrera, Fulvio Testi, Alessandro Tassoni. Consigliere del Duca e precettore dei suoi figli fu Giovanni Botero da Beneva-gienna, l’autore della Ragion di Stato e di quelle Relazioni Universali, che fanno epoca nel campo della geografia umana.

    La vita culturale nel Piemonte del Settecento, che pure è stato definito « un regno di ferro », appare quanto mai vivace e tesa ad un rinnovamento di spiriti e di forme, in armonia con quanto avviene nel resto d’Italia e in tutta l’Europa. Bastano i nomi dell’Alfieri, del Baretti, del Botta, del Denina a significare questo bisogno di evadere dal piccolo mondo regionale per ricollegarsi alle grandi correnti di pensiero del tempo. Via non sono nemmeno da disprezzarsi voci minori, come quelle di D. Saluzzo, nel campo della lirica; del Gerdil in quello della critica d’arte; del Galleani Napione, di G. B. Vasco, di P. Balbo, di Donaudi delle Mallere nel campo degli studi economici.

    Come si presentano le costruzioni del ricetto di Candelo. In fondo, una torre di guardia e un tratto di mura.

    Piazza e chiesa dell’Annunziata a Venaria Reale.

    Il Piemonte settecentesco riesce veramente a dire parole di risonanza internazionale per opera di scienziati, matematici e naturalisti che illustrano le sue scuole e le sue accademie. Maestro a molti di essi fu G. B. Beccaria e suoi insigni allievi furono il Lagrangia, l’eccelso matematico, i fisici Di Saluzzo ed Eandi, il botanico Carlo Allioni, tanto ammirato da Linneo, il medico Cigna, il chirurgo Bertrandi, l’astronomo Piazzi, lo scopritore dei pianetini. Fama internazionale ebbe pure il Piemonte di quel tempo in tutt’altro campo: quello musicale. E fu per merito di tre grandissimi violinisti, G. B. Somis, Gaetano Pugnani e G. B. Viotti, fondatori della scuola detta italo-francese e poi franco-belga.

    Tornando alle arti figurative, dopo un operoso periodo di architettura, improntata al neo-classicismo, venne di moda e durò a lungo, dopo il 1870, un multiforme eclettismo, il cui più geniale propugnatore fu il conte Carlo Ceppi. In pittura il romanticismo ebbe larghissimo seguito di artisti fra cui Massimo d’Azeglio, Morgari, Gastaldi. Personalissimo pittore paesista fu Antonio Fontanesi che ebbe una fedele scuola (Follini, Calderini, ecc.). Nel paesaggio, accanto a lui eccelse Lorenzo Delleani e si distinse pure la scuola detta di Rivara. Scultori di notevole merito riuscirono il Marocchetti, Vincenzo Vela, il Tabacchi, e in tempi più vicini a noi Davide Calandra, Leonardo Bistolfi, Pietro Canonica, Edoardo Rubino. Nella odierna produzione delle arti figurative il Piemonte occupa, a giudizio di V. Viale, uno dei posti d’onore.

    Le lettere ebbero nel secolo scorso, se non figure di grandissimo rilievo, una serie di bei nomi — da Silvio Pellico, Massimo d’Azeglio, Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Luigi Cibrario a Guido Gozzano, Giovanni Cena, Giovanni Camerana, Giuseppe Giacosa, Arturo Graf, Corrado Corradino, Edmondo De Amicis — nelle cui opere, le leggende, le tradizioni, le voci popolari, i paesaggi del Piemonte spesso costituiscono materia di vibrante ispirazione. Tecnica e scienze furono coltivate con grande amore, e con quasi presaga visione delle future necessità, da studiosi di altissimo merito, fra i quali spiccano nella chimica Amedeo Avogadro; nelle scienze fisiche e matematiche Giorgio Bidone, Carlo Ignazio Giulio, Giuseppe Peano; nelle scienze naturali Lorenzo Camerano, Michele Lessona, Cesare Lombroso, Angelo Mosso, Angelo Sismonda; in materie elettrotecniche Alessandro Cruto e Galileo Ferraris; nelle discipline geografiche Luigi Hugues, Guido Cora, Cosimo Bertacchi, Alberto Magnaghi, Piero Gribaudi.