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Caratteri fisici e pischici della popolazione, dialetti e cucina

    La vita regionale

    I caratteri fisici e psichici

    Come per le altre parti d’Italia, non è possibile riconoscere attraverso quali processi e quali spostamenti di popolazioni si siano venuti delineando i caratteri antropologici ed etnici degli umbri moderni, nè quanto in essi sopravviva degli antichi.

    Oggi, il tipo umano dell’Umbria sembra non si discosti molto da quello degli abitanti delle Marche, con i quali ha in comune la forma del cranio, corto e largo, la statura, appena lievemente inferiore a quella media dell’Italia, il viso allungato.

    La media dell’indice cefalico oscilla intorno ad 84, con valori poco più bassi nello Spoletino (83,4) e nell’Orvietano (83,8), e più elevati nel Ternano (84,5) e nel Perugino (84,7). Quanto all’altezza del cranio, si osserva un tipo intermedio tra la forma bassa propria delle zone alpine e quella più alta che dalla Romagna e dal-l’Appennino settentrionale giunge fino nell’alta valle del Tevere.

    La statura media è compresa fra 160,5 e 162,9 cm — come in tutta l’Italia centrale, esclusa la Toscana, in cui si registrano valori più elevati — e presenta una certa omogeneità, con poca frequenza sia delle alte stature sia delle più basse.

    Il colore dei capelli è prevalentemente il bruno, ma il biondismo compare in proporzione alquanto maggiore della media dell’Italia, specie nel Ternano, nell’alta e media valle del Tevere e intorno al Trasimeno, dove raggiunge le massime percentuali (Magione, 17,5%).

    In complesso gli Umbri mancano dei caratteri tipici della razza mediterranea, che si ritrovano invece nella vicina Toscana e nel Lazio, e la forma del cranio li fa accostare piuttosto alle popolazioni alpine. Si tratta comunque di un’area di forte mescolanza, alla quale non sono estranei elementi del tipo distinto dal Biasutti come Adriatico: questo tipo non presenta qui alte stature, ma vi si riconnettono, oltre la forma del cranio, corto e alquanto alto (brachicefalo planoccipitale), e il biondismo, anche altri caratteri somatici, come le fattezze del viso, in prevalenza allungato, e una discreta percentuale di nasi aquilini, specie nella parte settentrionale della regione (Perugia, 16,5%).

    Vecchia via di Gubbio.

    Meglio che dagli elementi somatici, il popolo umbro può tuttavia essere caratterizzato dalle sue doti spirituali, che l’influenza dell’ambiente e le vicende della storia hanno contribuito a plasmare. Tenace e laborioso, sobrio e tranquillo, l’umbro risente della lunga consuetudine di vita legata all’attività agricola, a contatto con la natura, nell’isolamento delle case sparse nella campagna e dei piccoli centri disseminati sulle montagne e le colline.

    L’antica indole battagliera sembra essersi sopita in questa gente che ama soprattutto la quiete e la semplicità della vita campestre, e che può apparire talvolta lenta e perfino apatica; ma è in sostanza calma, riflessiva, non facilmente entusia-smabile, permeata spesso di una sorta di scetticismo e di diffidenza verso tutto ciò che è nuovo ed estraneo alle sue tradizionali credenze e abitudini.

    L’attaccamento alle tradizioni è ancora assai vivo, specie nelle aree rimaste più appartate per le difficili e scarse comunicazioni, nelle montagne orientali, nella conca di Gubbio e nel Nursino.

    Alcuni elementi del carattere vanno tuttavia lentamente trasformandosi, a mano a mano che il progresso e le mutate condizioni sociali modificano l’ambiente umano, e nuovi interessi e nuovi bisogni si sovrappongono alle modeste esigenze tradizionali e si introducono nuovi generi di vita. La diffusione dell’istruzione, l’osmosi più intensa tra la campagna e la città, gli spostamenti di popolazione dal monte al piano, la crisi della mezzadria, che legava strettamente gli abitanti alla terra, lo sviluppo, per quanto ancora ridotto, delle attività industriali, favoriscono senza dubbio non solo l’abbandono delle antiche usanze, ma anche il mutamento di quelli che da taluno sono stati considerati, ma per vero con scarsa aderenza alla realtà, i lati negativi del carattere umbro: «l’apatia, la lentezza, l’animo conservatore, la mancanza d’immaginazione, la pigrizia che si accontenta di vivacchiare ».

    Il dialetto e la letteratura dialettale

    Il dialetto umbro non ha spiccate caratteristiche proprie, che consentano di distinguerlo nettamente da quelli delle regioni vicine, soprattutto del Lazio e delle Marche. Particolarmente notevole è l’affinità col dialetto laziale, poiché non vi fu mai una marcata separazione tra l’Umbria e Roma.

    La posizione della regione ed i rapporti artistici e culturali che essa ebbe nel Medio Evo con le regioni vicine e specie con la Toscana, e l’influenza esercitata da Roma su tutta l’Italia centrale a partire dall’età moderna, portò anche ad una diffusione di elementi dialettali comuni, che finì per togliere al dialetto umbro molto della sua originalità.

    Alla base della parlata umbra si trovano quindi gli elementi comuni a molti dei dialetti centro-meridionali, come ad esempio le assimilazioni di -nd in -nn (quanno per «quando») e -mb in -mm; il troncamento dell’infinito (legà per «legare», vedè per « vedere », ecc.) ; la semplificazione di « glio » in jo (vojo, « voglio » ; fijo, « figlio ») ; la contrazione di « uo » in o (voi, « vuoi » ; borio, « buono ») ; lo scambio tra o e u (nun per « non »).

    Alcuni fenomeni di trasformazione delle vocali e delle consonanti appaiono invece tipici dell’umbro. Tra questi l’aprirsi di -i finale in -e (es.: cane per «cani»; torte per «torti»). Questo fenomeno vocalico, che non si ritrova in Toscana e neppure nella parte più settentrionale dell’Umbria, è proprio della parte centrale della regione, a Perugia, Assisi, Todi, e giunge ad occidente fino ad Orvieto, ma scompare già a Spoleto e ne è esclusa l’Umbria meridionale, con il Temano; si estende invece verso oriente fino a Fabriano, sconfinando nelle Marche. E un fenomeno relativamente moderno, che si riscontra però anche in testi del Trecento.

    Il mercato di Assisi, in piazza del Comune presso il Tempio di Minerva.

    Prima di tramutarsi in -e, la -i del plurale ha palatizzato un -l o un -n, particolarità questa comune anche all’aretino e al dialetto della vai di Chiana, mentre non si trova nel toscano la trasformazione di -i finale in -e (da cui l’aretino bastogni e il perugino bastogne, per « bastoni »). Ai margini dell’Umbria, nel Cortonese, il plurale -glie, -gnie si trasforma ancora e diventa -ie (es. : tempie, « tempi »).

    Altra caratteristica dialettale dell’Umbria, diffusa per altro a larghi tratti delle Marche e del Lazio, è la distinzione delle finali latine in -o e -u, che dai testi antichi risulta estesa in passato fino in Toscana, ad Arezzo, ed oggi è riscontrata nella parte centrale e meridionale della regione, ad Assisi e specie a Foligno (capillu, « capello»; lu, «lo»).

    A nord, il confine linguistico umbro-toscano è alquanto incerto: infatti, mentre il dialetto di Arezzo e della vai di Chiana mostra qualche affinità con l’umbro, la vai Tiberina, in particolare nella parte settentrionale, intorno a Città di Castello, ha subito evidenti influssi aretini, che si estendono anche a Perugia, Umbèrtide e Gubbio. Nella stessa zona di transizione, che presenta caratteri umbri e aretini, penetrano inoltre tendenze emiliano-romagnole, come il passaggio di -a in -e, che pare acquisito dall’umbro attraverso l’aretino e che oggi si estende verso sud fino alla linea Scheggia-Gubbio-Gualdo Tadino-Petrignano-Perugia-Corciano-Cortona.

    Di provenienza settentrionale è pure lo sviluppo di -è lungo e chiuso, in ei (teila, «tela»; meise, «mese»), che arriva fino a Gubbio e Fossato di Vico. E ancora, nella parte settentrionale del Perugino, un altro carattere, proprio dei dialetti romagnoli, sta nella ritrazione dell’accento in -iè, uò sul primo elemento (es. : dietro, fùoco), da cui, per ulteriore assimilazione, si passa a -i, -u (pino « pieno » ; nuvo, « nuovo ») ; anche questo fenomeno era una volta assai più esteso di quanto non sia oggi, come risulta da parecchi laudari.

    Largamente diffuso è poi lo scambio di -a ed -e con -i e viceversa (rigazza, «ragazza»; rigalo, «regalo»; despetto, «dispetto», ecc.).

    Per quanto riguarda le consonanti, oltre alla già ricordata assimilazione di -nd, -mb, in -mm — che è comune a tutta l’Italia centromeridionale, ma che non abbraccia tutta l’Umbria, escludendo il Perugino e il territorio di Todi — è da notare che il gruppo composto da -b e -v con -j si risolve in j (e nell’umbro antico anche -pj dovette dar luogo a -cc). Inoltre, come nelle Marche, nel Lazio e in Abruzzo, i gruppi -ng, -mbj si trasformano comunemente in -gn (es.: piagne, «piange»; stregue, « stringe »).

    Altro fenomeno consonantico, comune anche questo alle altre regioni centrali, esclusa la Toscana, è l’assimilazione di -là in -Il (callara, « caldaia »). Nell’Umbria meridionale, per evidenti influssi laziali ed abruzzesi, la pronuncia del -t, seguito da vocale o anche da -r, si avvicina spesso a -d (podere, «potere»); e così si ha pure talvolta -nd per -nt. Nel dialetto di Foligno si nota inoltre, in qualche caso, la caduta del -d iniziale (ico per « dico »).

    Assisi: S. Francesco, centro della vita religiosa dell’Umbria.

    Contadine umbre a Ferentillo.

    Si possono ancora ricordare, come fenomeni che tuttavia non sono strettamente limitati all’umbro: la conservazione di nominativi latini, come arbo (albero), nepo (nipote), orfo (orfano); resti di intus latino (int-el, t-el, «nel»), che richiama l’emi-liano-romagnolo; la forma frate per «fratello», che rivela invece influssi meridionali; la trasposizione di lettere, specie all’inizio della parola (arconosciuto, «riconosciuto»; arcoglie « raccogliere »).

    Molti dei fenomeni fonetici propri dell’umbro, e specialmente dell’umbro meridionale, si estendono d’altra parte verso sud oltre i confini amministrativi della regione, e si riscontrano ancora nel Reatino, territorio storicamente umbro, e nell’Aquilano, fino alla conca del Fucino.

    Attingendo l’acqua alla fontana…

    Una vecchia via di Assisi con la Loggia dei Maestri Comacini (prima dei restauri)

    I più antichi documenti del dialetto umbro si trovano tra le prime manifestazioni letterarie in volgare nei secoli XIII e XIV, con un prodotto dei più caratteristici della letteratura delle origini: la lauda. Espressione dello spirito religioso del popolo in un’epoca e in una terra di profonde passioni e di fervore mistico, la lauda nacque nell’Umbria e di qui si irradiò poi nelle regioni vicine. Il primo esempio può riconoscersi nel « Cantico delle Creature » di San Francesco, ma la sua fioritura è connessa in special modo con il movimento dei Flagellanti, che, come è noto, si propagava nella seconda metà del Duecento a sèguito della predicazione dell’eremita Raniero Fasani.

    Il canto religioso, che sorgeva spontaneo, ed accompagnava da principio le peregrinazioni di città in città delle turbe di penitenti, divenne in un secondo tempo una consuetudine nelle riunioni delle Confraternite, che provvidero a raccogliere questi componimenti popolari in volgare. E accanto ai numerosissimi rimatori anonimi, troviamo tra i compositori di laude il maggior poeta umbro del Medio Evo, il francescano fra Iacopone da Todi, che alla lauda imprime il carattere del suo stile personalissimo e la eleva a considerevole altezza artistica.

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    Dapprima di carattere morale, la lauda acquistò poi contenuto storico, narrando fatti della vita di Gesù, della Vergine e dei Santi; e da lirica divenne drammatica, con la ripartizione dei versi tra il solista e il coro. Di qui si sviluppò un vero e proprio dialogo, che rese necessario un inizio di apparato scenico; dalla lauda drammatica ebbero così origine le sacre rappresentazioni, primo esempio di teatro italiano.

    Sia le laude che le rappresentazioni sacre hanno tuttavia avuto maggiore sviluppo come forme letterarie in volgare italiano, abbandonando sempre più i particolarismi dialettali, anche se sono nate come forme popolari in dialetto e se tale carattere ha conservato quella parte di esse che nella tradizione orale del popolo è giunta fino a noi.

    Dopo l’attività dei laudesi, non si hanno in Umbria nei secoli posteriori forme notevoli di letteratura in dialetto, nè una produzione particolarmente interessante. Solo nel secolo XIX, specie durante il Risorgimento, la poesia dialettale ebbe di nuovo una discreta fioritura, come espressione immediata e talvolta bizzarra di sentimenti individuali e collettivi, pur senza raggiungere spesso vere e genuine forme d’arte. Tra i poeti dialettali di questo periodo possono essere ricordati lo spoletino Fernando Leonardi, i perugini Ruggero Torelli e Adriano Angelini, G. B. Rigucci di Città di Castello, Ferruccio Coen di Terni e, specialmente per la poesia patriottica, il garibaldino Giuseppe Cardarelli, di Orvieto.

    Aspetti folcloristici

    Più viva e spontanea, perchè nata e conservata tra il popolo, e lontana da ogni artificio letterario, resta la poesia popolare, il cui ricco patrimonio, in una regione, come l’Umbria, tenacemente attaccata alle tradizioni, si è tramandato di generazione in generazione attraverso i secoli. Una raccolta organica e completa dei canti del popolo umbro non è stata ancora fatta, ma un buon numero ne aveva già messi insieme il Mazzatinti, verso la fine del secolo scorso, per il territorio di Gubbio; e ad essi si aggiungono i canti raccolti nello Spoletino dal Chini e la rassegna di poesie e canti religiosi umbri del Grifoni.

    Si tratta per lo più di componimenti semplici e brevi quasi sempre in endecasillabi, che ripetono motivi presenti nei canti popolari di molte altre regioni italiane.

    Sono canti di gioia, come quelli che accompagnano le « ottobrate » ai Monteluco di Spoleto, o come le serenate dei « maggiaioli » :

    Io v’ho portata la nova del Maggio gente de quine statece a ‘scoltane; io me ne vengo de lontan viaggio, l’aria s’ariprincipia a riscaldare: è gionta ‘na stagion tanto gentile eccove Maggio e l’uscita d’Aprile; è gionta ‘na stagion tanto cortese eccove Maggio e l’uscita del mese.

    Gli argomenti trattati si riferiscono a fatti e sentimenti essenziali; vi sono in gran numero cantici religiosi, in lode di Gesù, di Maria, di San Giuseppe, di San Francesco e di Santa Chiara; canti morali e sentenziosi:

    Alle lengue bugiarde ’n crede piùe, so’ la ruina de la gioventùe: alle lengue bugiarde crede poco, due ch’è la pace ce mettono ‘1 foco; nun date retta alle lengue bugiarde, nun donno foco al mar perchè ’n arde.

    E poi stornelli, poesie scherzose, come la seguente, che si ritrova in tutte le parti della regione:

    M’è stato ditto che te vói pijà ’moje, quanno la pijarai, spaccamontagne?

    Quanno l’albero secco avrà le foje, quanno la cerqua farà le castagne,

    ’lora la pijarai, spaccamontagne.

    Si canta per la gioia di cantare:

    Oh! che bello canta’ verso la sera!

    ’1 sole s’abassa e la stella se leva: oh! che bello cantà’ ‘n ver’ la mattina!

    ’1 sole se leva e la stella s’enclina;

    o per accompagnare il ritorno a casa dal lavoro:

    È notte, è notte e ’1 sole fa partenzia, chi ha da caminà’ daje licenzia: è notte, è notte e prendo la callaia, bona sera, partenzia, addio giornata: è notte, è notte e ’1 sole è gito giùe, chi ’n ha fatto l’amor non lo fa piùe.

    Soprattutto si esprime col canto il sentimento d’amore, e si loda la bellezza dell’innamorata, come in questa canzone folignate:

    M’è stato dittu che ti vò partine, tisti capelli non ti li ligane: jo pe’ le spalle fateveli ijne, pargono fila d’oro naturale: pargono fila d’oro e seta griccia, son belli li capelli e chi li spiccia: pargono fila d’oro e seta bruna, son belli li capelli e la patrona; pargono fila d’oro e seta torta, son belli li capelli e chi li porta.

    Numerose sono le serenate, i lamenti di innamorati respinti e di malmaritate, i contrasti tra la figlia che vuol marito e la madre che non vuol darglielo, i « dispetti » :

    Ti va’ vantanno pe’ lu vicinatu che mi polii avè’ e nun m’hai voluto;

    ’n mezzo a lu pettu tua ’n c’issi più fiatu che a l’occhi mia no’ je sci mai piaciutu.

    Larga diffusione hanno ancora le elaborazioni popolari di leggende medioevali, come quelle della Santa Spina, del lago Trasimeno, del Tesoro di Annibaie, della Cascata delle Màrmore; e le storie di Guerino il Meschino, di Rinaldo e di Orlando.

    Un posto a sè nella poesia popolare hanno gli ingenui racconti intorno alla vita di alcuni santi: Alessio, Antonio Abate, Caterina, Giuliano, Lucia e Barbara, o rife-rentisi a episodi tratti dal Vangelo, soprattutto sulla Passione. Questi canti narrativi, nati molto probabilmente nell’Italia centrale, e particolarmente diffusi nell’Umbria e nell’Abruzzo, vanno sotto il nome di « orazioni », e in realtà valgono per il popolo come vere e proprie preghiere, non meno sacre per lui di quelle insegnategli dalla Chiesa. Le cantano i contadini nelle stalle, durante le lunghe serate invernali, e alcune di esse sono in stretto rapporto con le feste religiose, specie quella sulla Passione, che vengono ancora cantate talvolta durante le funzioni del venerdì santo.

    Sono composizioni assai semplici e primitive, che non hanno nulla di letterario, ma hanno un’impronta schiettamente popolare. Il racconto segue una trama che non deriva da tradizioni scritte, ma si ispira a leggende tramandate oralmente e ricreate dalla fantasia degli ingenui cantori; i versi sono di solito endecasillabi rimati o assonanti, con frequenti riprese e ripetizioni; l’inizio e specie la fine hanno formule fisse, che vengono anche scambiate fra un canto e l’altro.

    Il Santuario della Madonna della Valle presso Bevagna.

    Delle « orazioni » sulla Passione, accanto ad una versione più completa, che svolge con larghezza tutta la scena, ne esistono altre, che conservano solo una parte del racconto e che sono state ridotte a servire come brevi preghiere; può essere ricordata, a mo’ d’esempio, la seguente, che si canta a Gubbio:

    O gente che passate pe’ la via venite a consolà quista dolente, venite a consolà matre Maria, venite a consolà questa potente.

    Matre Maria se messe a pio la croce, chiamava ’1 su’ fìjolo ad alta boce:

    —    Fiol mio, perdona a quiste aneme sante. —

    —    O mamma, no’ li posso perdonà, chè tutto ’1 dì me stonno a bastignà.

    Guardate ’n po’ le ferite che ho tanto qui ’n te le mano e ’n te li pia, e quista ’n tei santissimo costato. —

    —    Oh! tutto ’1 sangue vostro hanno svenato, tutto sto sangue se sparge pe’ ’1 mondo! —

    —    Io me ne vado ’n cielo un bel ponto, io me ne vado ’n ciel col santo patre,

    ’n terra ce arestarà la cara matre. —

    Ditela ogge e ditela domane tutta la gente la possa ’mparà: ditela ogge e ditela pur sempre che la possa ‘mparà tutta la gente: chi è che tre volte al dì quista diràe tutte le grazie adimanda l’avràe: chi è che tre volte al dì diràne quista tre messe ’n cielo per lu’ fieno scritte.

    Il sentimento religioso, profondamente radicato nel popolo, si manifesta in questi canti che sono, se così si può dire, la versione popolare delle laude medioevali; ma si ritrova anche nelle numerose feste, processioni e devozioni. Ogni città, anche modesta, ha il suo santuario, al quale accorrono i fedeli a sollecitare grazie; e numerosi sono i santuari sparsi per le montagne e per il piano, meta di pellegrinaggi e di processioni, dai più oscuri al più celebre e più frequentato, la Basilica di San Francesco in Assisi, che nel giorno del Perdono (2 agosto) accoglie folle di fedeli, che giungono da tutte le parti della regione e anche dal Lazio e dall’Abruzzo per lucrare l’indulgenza.

    Cascia: Il Santuario dedicato a Santa Rita con le nuove costruzioni sorte per ospitare i pellegrini.

    Nelle campagne s’incontrano spesso piccole cappelle, le « maestà », nelle quali sono effigiati i santi protettori, o la Madonna col Bambino benedicente, venerata in Umbria con tanti nomi, ricordi di qualche miracolo: Madonna della Bianca, della Bruna, delle Lagrime, del Buon Consiglio, della Stella Mattutina, della Consolazione, dei Campi (in Campis). Ogni paesino ha la sua Confraternita (che rammenta i collegi religiosi etruschi), intitolata al santo del luogo, con proprie rendite, amministrate dai « salitesi », che si occupano dell’organizzazione delle feste del patrono.

    Manifestazioni di una religiosità primitiva, residui di superstizioni e culti pagani sopravvivono — anche se sono diventati ormai molto rari — ai margini dello stesso culto cristiano, come nell’usanza di deporre qualche momento sull’altare il bambino dopo che ha ricevuto il battesimo; o in talune costumanze funerarie. L’orrore della morte è al fondo di molte credenze superstiziose: il sacerdote che porta il viatico ad un agonizzante non deve appoggiare la croce ai muri della casa, perchè la morte potrebbe rimanervi appesa; se una persona si trova per caso ad essere presente a un decesso, deve fermarsi nella casa del morto per nove giorni, perchè si teme che la morte sia rimasta negli occhi del testimone involontario, o che egli ne porti in giro i germi. Di antiche credenze si trova ancora qualche traccia nelle campagne, anche se ormai vanno scomparendo. La croce, simbolo della fede cristiana, le immagini di santi, gli Agnus Dei hanno spesso tra il popolo il valore di amuleti, o si sovrappongono agli amuleti tradizionali, ai quali si attribuiscono singolari virtù, come il potere di allontanare la grandine o il fulmine, di preservare dalle malattie e dalla morte. Ad esempio, nelle campagne si usa raschiare un po’ d’intonaco dalle pareti di una « maestà » o da un’immagine sacra per racchiuderlo in un sacchetto di tela e porlo al capezzale di un ammalato allo scopo di favorirne la guarigione: se l’ammalato muore, il sacchetto con l’intonaco « sacro » viene posto nella bara, se invece guarisce, viene appeso come « ex voto » nella cappella, accanto all’immagine del santo o della Madonna che ha fatto la grazia.

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    La chiesa di San Benedetto a Norcia.

    Gli amuleti, di cui si trovano gli esempi più antichi tra la suppellettile delle tombe preistoriche, e ai quali viene ancor oggi attribuito un potere magico, sono numerosissimi: selci cuspidate, denti di cinghiali, di volpi, di cani, le cosiddette pietre d’aquila o della gravidanza, i peli del tasso, le pietre delle saette, il legno stregonio (agrifoglio), le crocette di cera, le chiavi contro il mal caduco, ecc.

    Gli Agnus Dei e le medaglie di San Benedetto sono creduti efficace protezione contro la grandine, che è considerata una forma di castigo che Dio infligge al popolo quando bestemmia o sfugge agli obblighi della religione; le medaglie di San Domenico di Cocullo difendono dalla rabbia; le antiche monete papali con la figurazione dello Spirito Santo preservano dalle malattie. E ancora, per guarire da certe malattie si prescrive di attraversare un cunicolo sotto la tomba di un santo, come a Piedi-valle presso Preci, o di toccare qualche pietra magica entro una chiesa, come a Pietrarossa presso Trevi, o di recarsi a bere un’acqua che sgorga entro una chiesa sotterranea a Cancelli, sopra Foligno.

    Del resto anche la medicina popolare conserva ancora, nelle campagne, pratiche e credenze tradizionali, per cui tutte le malattie si riconducono a poche cause: l’influsso dell’aria, del sole, della luna, di alcuni animali (ad es. il ramarro), l’ira di un santo, l’opera del diavolo o delle streghe.

    Alle streghe, che possono essere identificate con mendicanti o con animali, ad esempio cani od uccelli, si attribuisce il fatto che i bambini crescano smunti e macilenti, e si crede nelle « fatture » e nel « malocchio ». Il diavolo sarebbe invece responsabile del gozzo, delle distorsioni, delle convulsioni, anche delle avversità atmosferiche, per cui si rendono necessarie le « segnature » con croci e medaglie benedette. A Gubbio, i frati del convento di Sant’Ubaldo praticano tuttora l’esorcismo, come lo praticò il santo; e si racconta — riferisce il Piovene — che un giorno, dopo una grandinata, alcune donne adirate circondarono un esorcista per la strada, accusandolo di aver cacciato i diavoli da un indemoniato e di averli così scatenati furibondi sulle campagne.

    Le leggende riferiscono anche al diavolo l’origine di certe forze naturali che per la loro stranezza hanno colpito la fantasia popolare, come rocce spaccate o archi di pietra che, risparmiati dall’erosione, sono rimasti sospesi su profondi dirupi e ai quali, come a qualche vecchio ponte romano o medioevale abbandonato, si dà il nome di « ponti del diavolo ».

    Il contadino e il montanaro, che da tempo immemorabile vedono i loro guadagni e la loro vita stessa condizionata dai fenomeni atmosferici, si sono creata una meteorologia empirica, nella quale è data una parte fondamentale all’influsso della luna — che presiede alla semina, ai raccolti, agli altri lavori dei campi —, ed hanno pure un posto considerevole gli scongiuri contro i temporali e soprattutto contro la grandine, devastatrice dei raccolti; si cerca di tenerla lontana con croci di canna o di legno di salice, che si depongono nei campi di grano tra la fine di aprile e il principio di maggio, o alla vigilia dell’Ascensione : se la grandine non verrà a danneggiare il raccolto, il contadino, durante la mietitura, farà « la carità alla croce », cioè la ornerà con le spighe più belle, in segno di gratitudine.

    Quando i vecchi, esperti osservatori del cielo, si accorgono dalla forma delle nubi dell’approssimarsi di un temporale e della minaccia della grandine, si ricorre alla campana della chiesa parrocchiale che, suonando « ad acqua cattiva », « a tempesta », allontanerà il pericolo. Altro mezzo sicuro contro la grandine sono i colpi di fucile (ma il fucile deve essere quello stesso impiegato negli spari durante la notte della vigilia di Santa Barbara). Nella media valle del Tevere si getta nel fuoco il pane di San Nicola da Tolentino. A Norcia, Amelia, Otricoli si accendono fuochi presso le abitazioni, in altre località si bruciano roghi la sera precedente l’Ascensione.

    Nelle campagne di Cascia, Otricoli e Terni si gettano sull’aia, per allontanare la grandine, attrezzi di cucina, una presa di sale, rami di ulivo benedetto bruciato e, in caso di pericolo imminente, pure la catena del focolare.

    Naturalmente si crede e si cerca anche di prevedere a lunga scadenza, basandosi su elementari cognizioni astronomiche, le avversità atmosferiche e le altre calamità che possono sopravvenire durante l’annata. Questa forma di astrologia popolare trova una notevole manifestazione scritta nei lunari, specie di almanacchi destinati soprattutto alla gente delle campagne. A Foligno, dove fioriva l’arte della stampa, un lunario a foglio cominciava ad uscire nel 1565, e nel Settecento vi si trovavano già le serie dei lunari a libretto, dei quali vive ancor oggi il celebre Barbanera, ben noto anche fuori dei confini della regione.

    Antiche usanze e tradizioni accompagnano anche il ciclo della vita umana; ma vanno rapidamente scomparendo, come si è ormai perduto l’uso del costume regionale, del quale non si trova più traccia neppure nelle località più isolate nè tra le genti della montagna. Nell’alta vai di Nera si conserva ancora qualche uso caratteristico nelle cerimonie nuziali, in special modo con la simulazione del « ratto », comune ad altre regioni dell’Italia centrale. Il giorno precedente le nozze, un parente dello sposo si reca, con un carro parato a festa, a casa della fidanzata, per prelevare il corredo e la camera nuziale. La mattina seguente, lo sposo con un piccolo corteo di amici e parenti, a cavallo, si presenta alla casa della sposa, dove si svolge la finta scena del rapimento, che si conclude con la cavalcata nuziale e la cerimonia in chiesa, seguita da un abbondantissimo pranzo, al quale si accompagnano brindisi, suoni d’organetto e spari di mortaretti. Alla fine gli sposi sono condotti nella nuova casa, e se non sono più giovani li segue una scherzosa « scampanata », ottenuta percuotendo con randelli dei secchi di latta.

    Tradizionali sono ancora i mercati, che si svolgono settimanalmente in tutti i centri, maggiori e minori, e le fiere, numerose in primavera e in autunno, spesso in coincidenza con festività religiose; sono assai frequentate dagli abitanti delle campagne, che per consuetudine vi si recano a fare gli acquisti, o anche solo per ritrovarsi.

    Vi si trovano pure i prodotti caratteristici dell*artigianato, che continua una secolare attività nella lavorazione del ferro battuto, degli oggetti di rame, delle maioliche, dei merletti, dei ricami a punto francescano, che vengono eseguiti special-mente in Assisi; e dei tessuti a mano, tra i quali sono da ricordare particolarmente le tovagliette perugine, tessute in bianco e turchino, con minute ornamentazioni derivate forse da modelli orientali e riproducenti motivi geometrici e floreali o figure stilizzate d’animali, fra cui compare spesso il grifo, simbolo di Perugia.

    Le pentole di rame, prodotti tipici dell’artigianato locale, sono ancora largamente usate nella regione.

    La cucina

    Anche la cucina ha un posto importante fra gli usi tradizionali del popolo, sia perchè i suoi piatti caratteristici si accompagnano alla celebrazione di feste e di liete ricorrenze, sia perchè essa si conserva, più che altre attività, fedele alle consuetudini e legata all’ambiente in cui è sorta.

    Pur non essendo eccessivamente complicata nè variata, la cucina umbra è molto appetitosa, e si può dire che stia a mezzo fra quella toscana e quella romana. Semplice e sana, si basa soprattutto sulla valorizzazione dei prodotti locali, e alterna le specialità secondo le stagioni, alla maniera antica. Come condimento vi domina l’olio, leggero e squisito, delle colline. Gli allevamenti, sia di bovini che di suini e di ovini, dànno carni pregiate per la loro bontà anche fuori della regione; il suolo fornisce, accanto a una ricca varietà di erbe aromatiche, ogni genere di eccellenti verdure e frutta saporite.

    Tra le minestre, la più caratteristica è quella di farro, antichissima vivanda latina, ancora in uso nelle campagne, ottenuta facendo cuocere lentamente questa specie di grano, dopo che è stato spezzato, nel brodo fatto con l’osso del cosciotto di maiale. Di uso frequente, specie d’estate, sono gli ottimi minestroni a base di verdure fresche e olio, e la pasta all’uovo fatta in casa.

    Il più tipico dei piatti di carne, che si consuma nell’autunno, sono le palombe, o colombi selvatici, cucinate in salmi e specialmente allo spiedo, condite con una salsa a base di olio, vino, aceto ed erbe aromatiche e accompagnate naturalmente da abbondante vino locale.

    Il Trasimeno dà ottimi e abbondanti pesci: dalle carpe e dalle anguille (i capitoni sono abituali nei pranzi della vigilia di Natale) ai lucci e alle arborelle o lasche, la cui frittura era un tempo assai apprezzata alla mensa papale del giovedì santo, e che conservano ancor oggi la loro rinomanza. Pure molto pregiate sono le tinche del lago di Piediluco e le trote del Nursino, tratte dalle limpide e fresche acque del Sordo e arrostite sulla graticola.

    Più comuni sulle mense campagnole in tutte le stagioni sono i polli, cotti allo spiedo e aromatizzati con erbe e, specie d’autunno e d’inverno, i salumi: prosciutti magri e fortemente drogati, salsicce, salami (rinomati in particolar modo quelli di Norcia e di Orvieto), capocolli, mazzafegati, che sono una tipica vivanda invernale, preparata con fegato di maiale, scorza d’arancio, pinoli, uva passa e zucchero. Nelle feste, come alle fiere e ai mercati, si trova spesso la porchetta, maiale giovane condito con l’aroma acuto del finocchio selvatico e arrostito al forno, specialità comune anche alle Marche e al Lazio.

    A Spoleto e nel Nursino il tartufo nero, noto e assai pregiato fin dai tempi romani, è usato con signorile larghezza anche nella cucina popolare: a Cascia si fa la frittata con i tartufi, e si prepara un saporito condimento per gli spaghetti, con tartufo, olio, acciughe e aglio (si ritrovano in Umbria i caratteristici ingredienti della « bagna cauda » piemontese).

    Quanto ai dolci, esiste tutta una serie di specialità, diverse da luogo a luogo, che si preparano tradizionalmente da secoli in occasione delle varie festività deiranno. Per Natale si consuma a Terni il pan pepato, e a Perugia si fanno le pinocchiate, composte principalmente di zucchero e di pinoli, il torcolo, pasta con canditi, anici e uva passa, gli stinchetti, piccoli dolci di marzapane. Tipiche torte pasquali sono le ciaramiccole, specie di ciambelle impastate con farina, burro e liquore e ricoperte di confettini colorati e poi le pizze dolci e quelle al formaggio, insaporite con formaggio parmigiano e pecorino piccante.

    Naturalmente il vino è sempre presente sulla mensa sia del cittadino che del campagnolo, e si consuma in abbondanza per innaffiare i saporiti piatti della cucina regionale. La fama del celebre vino d’Orvieto — prodotto con le uve delle colline circostanti alla città, e invecchiato lentamente nelle fresche grotte scavate nel tufo — oscura quella degli altri vini della regione. Ma non mancano ottimi vini locali, bianchi o rossi, che si apprezzano per la loro schiettezza e per il gradevole sapore, e che i contadini conservano gelosamente nelle cantine, per riesumarli in occasione di feste e liete ricorrenze. Tra i vini da bottiglia, godono di particolare rinomanza: il vin santo di Monte Rubiaglio (presso Orvieto) e quello di Trevi, ambedue assai profumati ed alcoolici, il greco di Todi e il sagrantino di Montefalco, di un colore rosso cupo, fatto con uve passe.

    Vedi Anche:  Origine nome Umbria

    In queste cantine dello stabilimento di Luigi Bigi invecchia il pregiato vino d’Orvieto.

    Svaghi e feste popolari

    Tra i giochi e i divertimenti popolari, parecchio resta ancora legato ad antiche consuetudini, anche se sono scomparse alcune vecchie gare, come la « battaglia dei sassi », che si svolgeva a Perugia un tempo nel « Campo di Battaglia » e poi in Piazza Grande, e vedeva di fronte le squadre della città di sotto (rioni di Porta Eburnea e di Porta San Pietro) e della città di sopra (rioni di Porta Sole, di Porta Sant’Angelo e di Porta Santa Susanna). La « battaglia dei sassi », feroce gioco medioevale che lasciava sul terreno numerosi feriti e talvolta anche morti, fu abolita già nel Quattrocento, pare in sèguito alla predicazione di San Bernardino. Ebbe fortuna fino al secolo scorso il gioco del pallone con bracciale, sostituito poi da altre gare e spettacoli sportivi più moderni.

    Sopravvive invece ancora tra i montanari il gioco della « ruzzola », che si ritrova anche nelle montagne marchigiane e abruzzesi ; la « ruzzola » è un disco di legno o una forma di cacio pecorino, che viene fatta rotolare lungo un pendio, e l’abilità del giocatore consiste nel mandarla il più lontano possibile. Molto diffuso e popolare è anche il gioco delle bocce, al quale si affiancano, nelle osterie di campagna, i vecchi giochi di carte e la « morra ».

    Uno svago prediletto sia dai campagnoli che dai cittadini è pure la caccia, per la quale la regione offre un ottimo ambiente, con i suoi boschi e le folte macchie. Lepri, starne e quaglie costituiscono la selvaggina più ricercata, e non sono rare, anche se scarse relativamente all’abbondanza di cacciatori. Sul Trasimeno, tra i canneti che ricoprono parte del lago, è caratteristica la caccia alle anitre selvatiche. Tra gli uccelli di passo sono da ricordare soprattutto le palombe, che giungono a stormi, addensandosi nei luoghi elevati, sulle macchie di lecci o di querce. Per la caccia a questi uccelli migratori viene scelto appunto un luogo alto e boscoso, di solito la cima di un monte discosta e distinta da altre cime. Il tradizionale sistema di caccia si basa sulla credenza che le palombe abbiano vista acutissima, ma udito un po’ ottuso. Sul luogo scelto viene eretto uno baraccamento per i cacciatori, nascosto da fronde e affiancato da corridoi, dai quali dovrà essere effettuato il tiro. Un centinaio di metri più in basso, su un albero, si costruisce un verde capannino di foglie: è il posto dell’avvisatore, che ha l’incarico di annunciare il sopraggiungere dello stormo.

    Sopra un altro albero sta costantemente appostato il capocaccia, con i volantini, piccioni domestici addestrati a particolari evoluzioni. Quando l’avvisatore lancia il grido: «Paloombe!», il capocaccia fa partire i volantini, che vanno incontro allo stormo e con un ampio giro cercano di guidarlo verso l’appostamento dei cacciatori. Qui altri piccioni addomesticati e bendati, fissati sopra speciali racchette a bilanciere, fanno da richiamo per i nuovi venuti che, ritenendo trattarsi di compagni dello stormo fermatisi a riposare, finiscono per buttarsi tutti sul bosco. E allora il momento conclusivo: all’ordine gridato dal capocaccia, tutti sparano simultaneamente, e molte sono le palombe che cadono, destinate a fornire il piatto più noto e succulento della cucina locale.

    Occasioni di svago e divertimento offrono poi le feste che segnano le varie fasi dell’attività agricola e il mutare delle stagioni. Si saluta l’inizio del maggio con il canto di serenate; si fa festa la notte dell’Ascensione e di San Giovanni Battista, intorno ai fuochi accesi nei campi.

    I pastori celebrano, all’inizio della buona stagione (in maggio o in giugno, secondo l’altitudine), il tradizionale ritorno delle greggi alla montagna, con la festa della « fiorita », che raduna nelle zone di pascolo, rallegrate dalla policroma fioritura primaverile, gli abitanti dei villaggi vicini, con mazze e bastoni ornati di fiori, secondo una antichissima usanza.

    Scampagnata ai prati di Valsorda sopra Gualdo Tadino.

    Processione ad Assisi per la festa del Voto, verso San Damiano.

    Allegri banchetti e danze campestri festeggiano la fine della trebbiatura, la raccolta del granturco e la vendemmia, che segna la conclusione dei lavori della stagione. A remote consuetudini risalgono anche le « ottobrate », che si svolgono nei dintorni delle città, ed hanno di solito per méta un monte vicino o un santuario, come al Monteluco presso Spoleto.

    Molte sono le feste e le varie manifestazioni che si ricollegano alla tradizionale religiosità del popolo. Le processioni non si discostano in genere gran che da quelle delle altre regioni italiane e soprattutto di quelle più vicine, ma ve ne sono alcune che meritano un particolare ricordo, come quella che si svolge il giorno del Corpus Domini per le vie e le piazze di Orvieto con la reliquia del miracolo di Bolsena, racchiusa nel bellissimo reliquiario trecentesco.

    Numerose processioni si svolgono ad Assisi per le varie festività deiranno: il 22 giugno si celebra la festa del Voto, per festeggiare la vittoria riportata nel 1241 sui Saraceni, per intercessione di Santa Chiara. La sera della vigilia migliaia di fiaccole illuminano le mura, le torri, i campanili, le case e le chiese, rievocando la veglia d’armi durante la quale la Santa con le compagne pregò nella piccola chiesa di San Damiano per la salvezza della città. Al mattino le campane suonano a festa, e poi scende dalla Cattedrale il corteo delle Confraternite e del Vescovo col Capitolo che si unisce con la rappresentanza del Comune, scortata dagli alabardieri negli antichi costumi rossi e azzurri e dagli araldi con le lunghe trombe d’argento, dirigendosi quindi a San Damiano, dove il sindaco, secondo l’antica usanza, fa l’offerta di un cero votivo.

    Particolarmente interessanti sono anche ad Assisi le processioni della settimana del Corpus Domini e il giovedì successivo quella detta « delle Pianete belle », perchè il clero che vi partecipa indossa gli antichi e preziosi paramenti che d’ordinario sono custoditi nelle vetrine del Tesoro di San Francesco.

    Ancora ad Assisi, una pittoresca processione si svolge nella seconda domenica di settembre, quando i cavalieri della Compagnia di Satriano rievocano l’ultimo ritorno di San Francesco alla città natale: gentiluomini e popolani ripercorrono a cavallo la strada che scende dalla montagna di Nocera, scortando la tonaca logora del Santo.

    Assisi: Processione del Cristo Morto nel giorno del Venerdì Santo.

    La festa dei Ceri a Gubbio

    Ad Assisi, come a Norcia, a Cannara, a Bevagna e in altri luoghi, durante la Settimana Santa hanno luogo cerimonie e processioni nelle quali alcuni dei partecipanti indossano vesti che li fanno rassomigliare a personaggi della Passione, e le quali terminano con una rudimentale azione scenica, ricordo delle sacre rappresentazioni medioevali.

    Altra manifestazione che si ricollega con le tradizioni del teatro primitivo è la festa della Palombella, che si celebra ad Orvieto il giorno della Pentecoste. Sulla gradinata del Duomo è posto un tabernacolo, raffigurante il Cenacolo, con le figure di Maria e degli Apostoli; allo scoccare del mezzogiorno, la candida colomba scende, lungo una corda metallica, da una impalcatura sulla quale è rappresentato il Paradiso, e, tra spari di mortaretti, va ad accendere le fiammelle sulla testa della Vergine e degli Apostoli radunati nel Cenacolo. Dall’esito della cerimonia il popolo usa trarre buoni o cattivi auspici per l’annata.

    Curiose feste popolari, in cui si ritrova, insieme al carattere religioso, la celebrazione di glorie municipali, si svolgono a Calvi, nell’Umbria meridionale, e a Gubbio. A Calvi, durante la festa del patrono San Pancrazio, viene rievocato, in costumi dell’epoca, un fatto della storia locale, forse riferentesi alle antiche contese tra la piccola città e la vicina Poggio d’Otricoli.

    Assai più nota è la Corsa dei Ceri, con la quale si festeggia a Gubbio, il 15 maggio, il patrono Sant’Ubaldo e si celebra la vittoria — che parve miracolosa per l’intervento dello stesso vescovo Ubaldo — riportata dalla città nel 1154 contro una lega di undici città nemiche, alleate del Barbarossa.

    I Ceri sono pesanti macchine di legno e ferro, dorate e dipinte, che si vuole rappresentino i Carrocci tolti alle città sconfitte; sono costituite ciascuna da due prismi ottagonali, sovrapposti verticalmente, appoggiati su barelle di legno e recanti alla sommità le statue dei tre santi protettori delle diverse attività: Sant’Ubaldo per i muratori, San Giorgio per i commercianti, Sant’Antonio Abate per i contadini. Ogni Cero ha, ai lati dei prismi, delle anse, o manicchie, a cui sono legate le corde con le quali viene tenuto diritto. I Ceraioli vestono costumi semplici e vivaci: pantaloni bianchi e sciarpa rossa alla vita, camicie variopinte (gialle quelli di Sant’Ubaldo, azzurre quelli di San Giorgio e nere quelle di Sant’Antonio) e sono capeggiati dal « Primo Capitano » armato di sciabola, dal quale dipendono i tre « Capitani dell’accetta », così chiamati dall’arma che portano.

    Le fasi della cerimonia si susseguono secondo usi gelosamente conservati: al mattino, i tamburi suonano la sveglia al Capitano; poi i Ceraioli si adunano e infine tutti partecipano, con le autorità, ad un caratteristico pranzo, dopo il quale comincia la parte spettacolare della festa. I Ceri vengono alzati e portati « in mostra » per la città, mentre la campana del comune suona a festa. Quindi i portatori li depongono, e li rialzeranno nuovamente verso sera, quando la processione esce dal Duomo; ricevono allora la benedizione del Vescovo, e poi si lanciano a corsa vertiginosa per le vie della città. Una breve sosta nella piazza della Signoria e alla fine, ad un cenno del sindaco dal balcone del Palazzo Pretorio, i Ceri compiono tre giri della piazza (birate) e attaccano correndo il ripido pendio del monte Ingino, fino alla vetta e al santuario francescano di Sant’Ubaldo, dove i Ceri saranno conservati fino all’anno seguente.

    Tutto il popolo partecipa alla faticosa impresa: gli uomini validi si dànno il cambio nella corsa, e in una decina di minuti, con le forze moltiplicate dall’entusiasmo e dallo spirito di emulazione, trascinano le pesanti macchine lungo una salita che richiede normalmente quasi un’ora di cammino. Deposti i Ceri, ha inizio il ritorno. Dopo il tramonto, al lume delle torce, si forma la processione che, intonando canti sacri, riporta le statue dei santi nelle chiese cittadine.

    E forse, la Corsa dei Ceri, la festa popolare più caratteristica dell’Umbria; certo la più suggestiva.

    La processione di San Francesco ad Assisi.