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Costumi, dialetti, tradizioni

    Il Popolo ligure costumi, dialetti, tradizioni

    Il carattere ligure. Figure e voci caratteristiche.

    Se per folclore si intendono soltanto manifestazioni esterne caratteristiche dei costumi, delle abitudini di vita, delle feste, ad un osservatore affrettato e superficiale la Liguria non sembra offrire molto di interessante e di peculiare. Ma se si cerca di cogliere quella che può dirsi l’anima di un popolo, l’intimo suo modo di sentire, di vivere, di pensare, che non sempre si traduce in esterne manifestazioni ma ben si può ritrovare nei dettagli del costume e della vita, se ne deve concludere che il Ligure ha una sua fisionomia ed una sua personalità quanto mai caratteristiche e profondamente vive ancora oggi, nonostante l’afflusso di tanti elementi estranei e la tendenza reclamistica e livellatrice del turismo moderno. Una prima nota del carattere ligure è quella dell’individualismo, per cui egli diffida per natura dalle forme associative ed esprime il suo senso critico attraverso il ben noto mugugno, silenzioso, tenace, individualistico. Il Ligure conosce e apprezza il valore del denaro: senza contare che anche Dante ha eternata l’avarizia dei Liguri, essi godono fama di « taccagneria » e a questo carattere si riferiscono aneddoti e barzellette ; ma non è esatto questo termine: il Ligure ha un vivo senso del valore del denaro, perciò risparmia quanto può rinunciando a ciò che non giudica necessario e rifugge da qualsiasi sperpero inutile, ma spende senza economia quando deve far buona figura o valorizzare la sua città e la sua terra. Ne dànno prova, nella vita privata, le ricche raccolte di gioielli e di « ori » di autentico valore che sono state retaggio, non solo delle famiglie signorili e dell’alta borghesia mercantile, ma anche di quelle del popolo;

    nella vita pubblica ne danno prova i palazzi e le Chiese con la magnificenza e la ricchezza dei loro ornamenti ed arredi. Così pure il Ligure è chiuso, silenzioso, austero, ma quando si presenta l’occasione di una festa familiare o pubblica, vi spende quanto è necessario per renderla grandiosa.

    Ma si è parlato di « Ligure » e invece, anche per questo aspetto, del carattere della popolazione e delle manifestazioni che ne sono espressione, va tenuta presente la grande varietà da luogo a luogo: dalle città ai centri minori, dalla Riviera alla campagna dell’interno, fino alla montagna e alle regioni, periferiche rispetto alla Liguria, di « oltre giogo » e della bassa Lunigiana. E per questa varietà non è possibile fare in poche pagine un’ordinata e completa esposizione del folclore ligure.

    E ancora va tenuta presente l’influenza che sul mondo ligure hanno avuto i contatti con l’esterno, soprattutto dopo il Medio Evo per l’allacciarsi di stretti rapporti con l’Oriente. D’altra parte la necessità di difendersi dai terribili assalti saraceni nel Medio Evo, ha lasciato profonde tracce nel tipo delle costruzioni e dei centri e nelle abitudini di vita. Non solo dall’Oriente, ma anche dall’immediato Occidente (la Spagna) e dall’Africa sono confluite nei centri rivieraschi della Liguria e in particolare a Genova, tradizioni, modi di vita, costumi.

    Per quanto riguarda il tipo dei centri, particolarmente quelli rivieraschi, la casa, le sue forme, i locali accessori, si è già fatto cenno nel capitolo precedente. Pur così ridotte di proporzioni, adattate con le loro ripide scale e i locali divisi in più piani alla movimentata morfologia, le case liguri, specialmente nei paesi della costa, erano nell’interno linde e ben tenute. Vi era il culto della casa in questo paese pur così pieno di sole; lo custodivano e ancora lo custodiscono le donne, mosse forse dal desiderio di offrirla accogliente all’uomo lontano al suo ritorno, perchè la nostalgia ne serbi in lui vivo l’attaccamento. Non vi manca neppure oggi la nota esotica e «marinara»: il modellino della goletta, del brigantino, della tartana; statuette, ornamenti, quadri esotici portati dai paesi orientali.

    Quanto alle case signorili dei centri urbani, bisogna arrivare al Cinquecento per trovare dimore che meritino questo nome nello spazio e nell’arredamento, anche se non venne mai meno una certa austerità intonata al carattere del Ligure. La casa cinquecentesca di Genova era a tre piani: il piano terreno, un primo piano e un secondo piano detto « solaro ». Al primo piano era la grande sala detta « carni-nata » dove si accendeva il fuoco e si ricevevano gli ospiti ; la adornavano cassoni istoriati, mentre gli alari del camino detti « brandenalli » erano spesso complicati e non privi di arte. Le camere da letto erano nel «solaro»; ancora si conservano dei bei cassoni di legno intagliato; il letto era variamente guarnito e fornito talvolta di « cielo », ma in complesso l’arredamento era semplice ed austero, anche se in sèguito andò arricchendosi, specialmente nel periodo barocco. Ne facevano parte la « corba da figliolo », cioè la culla, prima in legno poi in vimini, e il « carriolo » in uso anche nelle regioni vicine.

    Fra gli accessori vanno ricordate le tipiche lumiere ad olio col lungo tronco sottile che termina con un manico ad anello, così che potevano essere appese ad un chiodo infìsso al muro: a metà del tronco la lumiera presenta quattro becchi per la luce e, fissate a brevi catene, la completano le pinze e le forbici. Vi sono bellissime lumiere in argento o anche in ottone, in tutte le case antiche, non solo nella città ma anche nelle ville di campagna. Ricordiamo ancora lo « scagno », una specie di forziere a intagli di ferro e legno; non mancava chi possedeva ricchi forzieri venuti dall’Oriente. Nella camera da letto vi era sempre l’immagine della Vergine « Nostra Dona ».

    La cucina fu in ogni tempo ben fornita di spiedi, conche, « ramaioli », caldai di rame e dell’immancabile mortaio da « pesto » che ancora oggi figura nelle tradizionali cucine liguri sia di campagna che di città.

    Quanto al vestiario, non ci sono state tramandate fogge caratteristiche che si distinguano molto da quelle di altre regioni. Il Genovesato vanta tuttavia un’antica tradizione, il cosiddetto mèzzaro, in genovese meizao, più tardi detto mèsero, una specie di lunghissima e larghissima sciarpa (fino a m. 2,80 X 2,50) che le donne portavano sul capo e sulle spalle lasciandola scendere sul davanti con le due bande fin quasi ai piedi. Sembra che i più antichi mèzzari già fossero in uso nei secoli medievali e se ne ha cenno dal secolo XIII (mesarum prò domina); nel secolo XVI .sono di damasco e nel XVII si usano mèseri tessuti di oro e argento per ricoprire i simboli dogali nell’incoronazione del Doge. Indubbie le influenze orientali, mentre anche il nome può collegarsi con la voce araba mi’zan che significa velo femminile. L’uso come oggetto di abbigliamento riprende e si diffonde nei secoli XVII e XVIII ed è ancora un’importazione dall’Oriente che ravviva un’antica tradizione; si riproducono infatti le tele stampate indiane e dall’Oriente vengono i complicati motivi ornamentali dello stampaggio che si fa generalmente su fondo bianco. I fratelli svizzeri Speich impiantano presso Genova nel 1787 una fabbrica di questi nuovi tessuti, venuti dall’India, e poi imitati in Francia; alle fabbriche Speich seguono fabbriche liguri che moltiplicarono e diffusero preziosi miseri confezionati in diversi tipi con fastose decorazioni di ispirazione orientale. La tela si importava da oltre Alpi, lo stampaggio si faceva in luogo e vi si accoglievano svariati e complessi motivi: anzitutto quello dell’albero stilizzato che ripete un motivo persiano, ma si rinnova in Liguria e si ravviva dei più svariati ornamenti: fiori, frutta, uccelli, scimmie, palme, animali esotici di ogni tipo, farfalle, perfino minareti; altri tipi furono il mèsero della nave, il mèsero del castagno e il mèsero « ramagiato » a mazzetti e piccoli paesaggi.

    Cassettone genovese della fine del secolo XVI o principio del XVII.

     

     

    I famosi fantocci detti il paciugo e la paciuga di San Michele a Coronata (Cornigliano).

    Prendevano infatti nomi vari e, mentre le donne della campagna continuarono ad usarli, sia pure in tipi più semplici, fin oltre la metà del secolo XIX, a Genova i mèseri si riservarono sempre più come oggetto di ornamento della casa. Invece si era diffusa un’altra più semplice e ridotta forma di copricapo-sciarpa, il pezzotto, che può ugualmente considerarsi una peculiarità dell’abbigliamento femminile ligure. Cominciò ad usarsi a Savona fin dal secolo XV e si diffuse nei seguenti: era in origine un velo bianco con bordi di merletto. Nelle campagne si confezionava anche in tela ricamata a fiorellini, confondendosi col mèsero ; serviva anzitutto nelle funzioni religiose ma finì per diventare un oggetto di ornamento. Ormai anche il pezzotto è scomparso e il mèsero non è altro più che un antico ricordo. Si può considerare una derivazione del mèsero e del pezzotto, lo scialle di seta bianco o di raso broccato, usato fino a qualche tempo fa nei paesi. Nei centri minori ed anche a Genova furono in uso, fino ai primi del Novecento, i veli di merletto confezionati in seta, diffusi già nel Settecento e nell’Ottocento: servivano per le funzioni religiose e in genere per l’abbigliamento festivo e si confezionavano con vera arte in vari punti e motivi; erano i preferiti dalle donne anziane.

    Accennando all’abbigliamento, particolarmente per la zona genovese, non si può tacere la ricchezza di «ori» che le donne erano use sfoggiare: oggetti d’oro e le bellissime e tipiche « filigrane » che sono state uno dei più pregiati prodotti dell’artigianato genovese, cioè orecchini, collane, pendenti, spilloni per cappelli confezionati d’argento e d’oro con fili granati e granulati ritorti insieme. Si lavoravano applicando i fili d’oro sul carbone che poi si bruciava e si ottenevano così delicati, complicati e leggeri motivi di foglioline, di fiori, di stelline; le donne compivano la parte più delicata del lavoro che si completava poi con la lustratura o « brunimento ».

    La regione ligure che può vantare il più tipico costume femminile è quella del Sarzanese e dello Spezzino; i tipi di costume di questa zona, pur attraverso molte varianti, si riducono a due: quello che prende nome dall’antico paese di Biassa, comune anche alle Cinque Terre, e quello di Sarzana. Il primo è il più antico e anche il più tenacemente conservato: è caratterizzato dalla complicata pettinatura con le trecce avvolte con un nastro bianco e poi fermate ad aureola sul capo, dal corpetto corto e senza maniche di panno nero, dalla camicia a grandi maniche, con collo trinato, dalla gonna pieghettata e dal grembiule; si arricchiva poi di ornamenti vari, tra cui una caratteristica « pettorina », mentre nei giorni festivi sul capo si portava una specie di tovaglia, drapo daa puntela, trapunta ad ago con filo rosso.

    Diverse naturalmente le varietà locali, come la tovaglia da testa insaldata e guer-nita di laminette d’oro tintinnanti, toagin dal sunagin. Ricchi gli ori, modellati su motivi locali e tradizionali. Caratteristico il busto di seta o broccatello, foderato di una grossa tela di canapa in cui erano infilati dei mazzetti di fili di scopa: erba da busto.

    Più complicato era il costume sarzanese, che ritorna con motivi simili nel golfo spezzino: lo distingueva un originale, minuscolo cappellino sulla sommità del capo e una fine rete a forma di cappuccio tenuta sul capo sotto il cappellino, pendente sul dorso con una fila di nappe collegate da un cordone; la rete si completava con un nastro legato a fiocco sul capo. Varia la foggia e gli ornamenti dei piccoli cappelli, che erano di paglia. Il costume sarzanese si ingentiliva inoltre di un giubbetto sciolto di panno scarlatto, orlato di nastrini verdi, e di uno scialletto di mussola bianca ricamata e smerlata; il grembiule, di tela bianca ricamata in nero, portava sovrapposta una curiosa borsa o tasca (staca) di panno rosso ricamata.

    Vedi Anche:  Varietà di passaggi e suddivisioni regionali

    Vari i gioielli; le fidanzate portavano inoltre all’orecchio sinistro il ranuncolo o mazeto o fioro, un mazzetto di sette fiori o bacche, dono del promesso sposo.

    Biassa conservò a lungo anche il costume maschile con il lungo berretto a « tasca » ricadente sulle spalle, il panciotto a doppio petto, i calzoni corti fermati sotto il ginocchio e la giacca gettata sulle spalle, particolare questo consueto in Liguria.

    Nel Genovesato, il più tipico abbigliamento del secolo XIX ci è tramandato dalle due caratteristiche figure di « tipi » locali : il Geppin e la Nena, che si identificano con il paciugo e la paciuga tramandati nei famosi fantocci di San Michele a Coronata. La paciuga ostenta uno scialletto corto di seta frangiata e il grembiule di seta cangiante sull’ampia gonna, gli orecchini di filigrana e gli altri « ori », porta sul capo e le spalle il mèsero.

    Il Geppin veste pantaloni corti e ghette, panciotto screziato sulla camicia, giacca aperta con vistosi bottoni. I bisagnini, nome dato agli ortolani della valle del Bisagno, fino alla fine del secolo scorso e oltre, avevano un costume non molto diverso.

    Si può ancora ricordare, in tema di abbigliamento, il caratteristico copricapo maschile di Noli: berrettone di maglia di lana, nero di dentro e rosso di fuori, che si portava con l’orlo rivoltato a falda in modo che il nero inquadrava il viso; formava una larga borsa ricadente sulle spalle, nella quale trovavano posto svariati oggetti. Gli uomini usavano anche portare un unico orecchino, in forma di cerchietto d’oro. Nè va dimenticato il costume dei caravana del porto di Genova, nella loro divisa di fatica con sottanino azzurro cupo, e in quella di gala in seta gialla, sfoggiata nelle grandi occasioni, come per la processione di Santa Caterina Fieschi Adorno, la grande Santa genovese il cui corpo riposa nella chiesa dell’Annunziata di Portoria. Costumi particolari ebbero anche i facchini o camalli (voce venuta dal turco) del porto di Genova, e altri camalli: per esempio quelli da olio con lunga camicia fuori dei pantaloni, panciotto e giacca, berretto in capo e ciabatte ai piedi, come si può vedere in qualche antica stampa.

    Feste e tradizioni. Liguria che scompare.

    Altri interessanti aspetti del folclore ligure si potrebbero cogliere nelle feste e ricorrenze religiose, vive anche oggi, ma sempre meno caratteristiche per le manifestazioni esterne. Così le feste presso i più celebri santuari, da quelli genovesi della Madonna di Oregina, di San Giacomo in Carignano, della Coronata in Consigliano, a quelli non meno famosi di altre località della Liguria. Era in queste occasioni che le donne sfoggiavano le loro vesti e i loro ori più preziosi. Ma vanno soprattutto ricordate due tipiche manifestazioni: quelle relative al Natale e le cosiddette casacce, cioè le confraternite con le loro caratteristiche processioni.

    Una coppia di figurine da presepio.

    Altre caratteristiche figurine da presepio.

    Il Natale ci ha lasciato, particolarmente a Genova, e anche a Savona, il presepio. Le statuette si cominciarono a scolpire in legno fin dalla fine del secolo XVI, ma i secoli d’oro del presepe furono il XVII e il XVIII. Si scolpivano, ispirandosi a persone e costumi del tempo, figure interamente di legno, ma anche figure con la sola testa e mani mentre il corpo formava un manichino snodato che veniva variamente vestito e acconciato a seconda del personaggio che doveva rappresentare. Scuole di presepisti lavorarono a Genova nel Seicento e nel Settecento: in questo secolo si dedicò a quest’arte lo stesso Maragliano creando coi suoi alunni tutto un mondo di figurine in cui mise una sua nota personale e dando vita veramente a dei « tipi ». Anche a Savona lavorarono insigni presepisti tra cui il Martinengo.

    L’uso dei presepi passò dalle Chiese alle case e le famiglie nobili andarono a gara per possederli. Tra i più famosi ricordiamo i presepi dei Cappuccini, della Madonnetta, di Oregina, di San Francesco di Albaro e, fuori Genova, di Santa Margherita, Voltaggio, Sestri Levante. A Savona quelli dei Cappuccini e di Sant’Andrea. Nel Comune di Genova si conservano delle bellissime statuette da presepio. Solo più tardi si cominciarono a modellare figurine di creta e centro di lavorazione divenne Albisola.

    Il Natale si solennizzava a Genova col tradizionale « confuoco », che assumeva il carattere di un giuramento dei valligiani della Polcevera e del Bisagno alla Repubblica. Veniva solennemente recato a Genova un tronco di albero o « legno laurato » che veniva offerto al capo della Repubblica fin dai tempi medievali del Podestà, poi al Capitano del Popolo, quindi al Doge. Ai tempi del dogato lo recava in città l’Abate del Popolo della valle del Bisagno; il tronco, ornato di rami e di fiori, veniva portato insieme a ricchi doni con solenne corteo al Palazzo Ducale e consegnato al Doge ; al tramonto questi scendeva in piazza, lo cospargeva di vino « moscatello » offerto da Sanremo e vi dava fuoco. I tizzoni erano considerati quasi sacri. Anche a Savona si celebrava un confuoco con l’offerta dei doni e dell’alloro simbolico ai capi della città. Offerte di dolci e vini e feste popolari accompagnavano questi riti. Altre tradizioni natalizie erano vive qua e là nell’una e nell’altra Riviera. Nella campagna di Imperia la mattina di Natale i bambini girano ancora oggi il paese per piglia chizzerun : ai maschietti si regala il canescie (ciambella), alle bimbe a Marianna cu u canà, un pupazzo di pasta dolce cotto con una canna di sostegno.

    Una delle « casse » più famose: San Giacomo, a cavallo, sconfigge i Mori di Spagna. Scultura del secolo XVIII.

    Ma le casacce restano la più fastosa manifestazione di folclore ligure del passato. Esse ebbero particolarissimo rilievo nei secoli XVII e XVIII, oltre che a Genova, a Savona. In quest’ultima, il momento culminante della vita delle casacce era la solennissima processione del Venerdì Santo: si portavano in processione le pesantissime e preziose « casse » o « misteri », coi gruppi lignei della Passione. La forza drammatica che questi esprimono ne ha fatto delle autentiche opere d’arte, tanto più quando le ha scolpite la mano di un grande artista quale fu Antonio Maria Maragliano. E il più vivo tributo che la Liguria ha dato alle manifestazioni esibizionistiche del Secentismo: nelle quali tuttavia ha portato qualcosa del suo spirito di concretezza, di profondità di sentire; forse per questo i gruppi lignei delle « casse » hanno una reale drammaticità, pur espressa nelle forme care a quel tempo. Ancora oggi a Savona la processione del Venerdì Santo riveste particolare solennità e vi accorrono i turisti ad ammirare le preziose « casse » scolpite non solo dal Maragliano, ma da altri scultori suoi contemporanei o successivi: sono di lui la Orazione nell’Orto, la Incoronazione di spine, Gesù spirante in Croce; altre sono di scuola napoletana. Chiudeva la processione l’arca d’argento della Santa Croce, opera del secolo XVIII. Nel giorno di Pasqua fa sèguito la processione di Gesù Risorto. Anche a Genova le casacce in gara tra loro, soprattutto nei secoli XVII e XVIII, organizzavano le grandiose processioni con le « casse » rappresentanti scene della Passione e della vita dei Santi, e con monumentali Crocifìssi, tra cui il Crocifìsso « moro ». Le processioni più solenni erano quelle del Giovedì Santo e del Corpus Domini. Con le « casse » e i Crocifissi si ammiravano le ricchissime vesti a strascico dei priori, le « cappe » dei fratelli, le mazze adorne di statue d’argento, i magnifici fanali. I Crocifissi si portavano col viso del Cristo volto verso la coda della processione, a ricordo di quando i Genovesi, combattendo contro i Turchi, voltarono i Crocifissi che erano sulla prora delle loro galee, perchè gli infedeli non potessero vedere l’effige del Cristo. A Genova era poi particolarmente solenne la processione di San Giacomo : tre erano gli Oratori dedicati al Santo che mandavano ciascuno la propria processione caratterizzata dal grande Cristo in Croce : il Cristo « moro », il Cristo « bianco », pesantissimi, tanto che vi era tutta una complicata tecnica per portarli infilati in una cintura al fianco, nel cosiddetto crocco. Nelle degenerazioni del Settecento, i confratelli portatori del Crocifisso si lasciarono andare a tali esibizioni che suscitarono le proteste delle autorità. Seguiva la processione la grandiosa « cassa » del Santo, rappresentato a cavallo, circondato dai « mori ».

    Solenni processioni con le « casse » si facevano in vari altri centri liguri e ancora ne sopravvive la tradizione, mentre, dimenticati o poco conosciuti, si possono trovare nei paesi della costa e dell’interno preziose « casse » e artistici Crocifissi lignei.

    Si dovrebbe dire qualche cosa delle leggende: non vi è molto di caratteristico. L’animale che fa più spesso la sua comparsa nelle fiabe, di cui ancora oggi sopravvive il ricordo, è il lupo che viveva numeroso nelle foreste delle vallate interne, dove vivevano anche l’orso e il cinghiale. I lupi facevano spesso incursioni anche nelle località costiere. Ma anche le fate compaiono nelle leggende sullo sfondo delle grotte impraticabili. Nell’isola Gallinaria una leggenda racconta che le galline celebrate in età romana scomparvero per il castigo alle bestemmie di un abitante e neppure le preghiere di San Martino di Tours riuscirono ad allontanare la condanna. Fine e sentimentale è la « leggenda aleramica » della Riviera di Ponente : la bella e buona Adelasia, principessa imperiale, sposa, sfidando l’ira paterna, Aleramo, bello e valoroso ma senza titoli di nobiltà. I due sposi si rifugiarono nella montagna costiera ligure (da Adelasia avrebbe preso nome Alassio), dove Aleramo faceva il carbonaio mentre Adelasia confezionava le trine. Ma Aleramo compie prodigi di valore, perciò l’Imperatore lo perdona e gli dona tutti i territori che sarebbe riuscito a percorrere in un sol giorno senza scendere da cavallo; così ebbe inizio il territorio feudale degli Alerami, dalla Riviera al Piemonte.

    Numerose le leggende legate con le lotte contro i Saraceni; ne sono spesso teatro le torri di difesa: in particolare fiorirono intorno alla Torre del Brandale, cara ai Savonesi, che la considerarono simbolo della città, tanto che i Genovesi la fecero abbassare di io palmi nel secolo XVI, ma i Savonesi ottennero poi di rialzarla di 20.

    Altre leggende si riferiscono alle sanguinose lotte fra i vari paesi. Ancora viene mostrata su una rupe fra Noli e Spotorno la « Croce del Beato Alberto » : si riallaccia alle feroci lotte combattute tra Noli e Spotorno e l’avrebbe tracciata nel 1237 il Santo Vescovo di Savona Alberto contro quei di Noli, che avevano, spalleggiati da Genova, fatto strage nella terra di Spotorno; la Croce segnò castigo e maledizione per Noli, che ne fu liberata solo il 10 agosto 1762: da allora lo scoglio, su cui in quella notte caddero numerose stelle cadenti facendolo splendere di luce luminosa, divenne per i naviganti il faro della Speranza da cui il Beato Alberto benedice i naviganti in pericolo.

    Vedi Anche:  La Liguria nella storia

    Della graziosa leggenda fiorita intorno all’isolotto di Bergeggi si farà un cenno nella parte descrittiva. Naturalmente molte leggende perpetuano ancora il ricordo di prepotenti signorotti feudali; così la leggenda del vecchio ponte di San Martino a Lavagnola dove ogni anno, la notte di San Martino, si vedono apparire due ombre, una bianca e una nera: la prima è quella di una giovinetta, Erminia, che si gettò dall’arco del ponte per non essere rapita dai servi di un potente signorotto; l’altra è quella di Lionello, il prepotente che la voleva far sua e che fu dai popolani ucciso sul luogo stesso e gettato nel torrente Letimbro.

    Una fresca sorgente d’acqua, detta « Acqua Bona », sgorga a 700 metri s. m. alle falde del Monte San Giorgio, dov’è lo spartiacque tra il bacino del Letimbro e quello dell’Erro : narra una leggenda che, intorno al Mille, per punire gli abitanti del paese di Montenotte, sempre in lotta coi vicini, la zona fu colpita da uno spaventoso diluvio; quando, per intercessione di Santa Maria Maddalena, divenuta patrona di Montenotte, il diluvio cessò, dal lato a monte si formò una zona paludosa, le « mógge », da cui inizia il suo corso l’Erro, dall’altro sgorgò la sorgente di Acqua Bona, non troppo vicina a Montenotte, perchè gli abitanti ricordino che al bene si giunge attraverso il sacrificio. Vive e graziose sono infine le leggende apparentemente ingenue, ma permeate di sagace comicità, della zona delle Cinque Terre, rese note dalla penna di Ubaldo Mazzini: ne fanno sopratutto le spese gli abitanti di Riomaggiore.

    In Liguria non presenta particolari manifestazioni la superstizione, se non si vuol ricordare l’uomo di mare che con poche parole magiche « taglia » la tromba marina. Il Ligure è invece saldo e semplice nella sua fede, che guarda con particolare fiducia alla Vergine, protettrice dei naviganti: ne fanno testimonianza i numerosi e caratteristici ex voto di cui sono pieni i Santuari mariani. Nei quadri che li accompagnano, rivivono la vita dura del navigante che conosce le insidie del mare, l’attesa ansiosa e fedele delle spose che, nel paese natio, gli preparano l’insostituibile gioia della casa, più sentita dal Ligure navigante perchè premio alla lunga fatica lontano da essa.

    Nella cucina genovese e ligure in genere si riflettono le caratteristiche sostanziali di sobrietà di questo popolo, nel senso che i piatti non sono eccessivamente ghiotti e farciti ma sono resi appetitosi dalle piante odorose di cui la macchia e il sottobosco offrono tanta dovizia: la cornabuggia, l’origano, la salvia, il rosmarino; tutti conoscono il pesto a base di aglio e basilico, che si prepara nel mortaio, immancabile nell’arredamento della cucina ligure ; le saporite torte di verdura, in particolare la tipica « torta Pasqualina » che dovrebbe avere 33 sfoglie come gli anni della vita terrena del Signore; i profumati « minestroni », i ripieni ravvivati dalle erbe odorose e ancora la fainà di farina di ceci, i friscieu, la mesc-ciua, mescolanza di grano, fagioli e ceci lessi. E not anche fuori della Liguria la focaccia condita con olio e sale. Per tutti questi piatti si usa a dovizia l’olio. Il lesso caratteristico è la cima ripiena ; nei pranzi più succulenti non mancano i ravioli, eternati da un sonetto di Martin Piaggio: « Fanne de ballettinn, e cu cuggià, Applica, crénvi, taggia, son Ravièu Da chèuze et tamquem pilloi da colla ». Dei dolci, è famoso il pandolce u pan diisse straccarico di uvette e pinoli, e sono noti in varie località i canditi e amaretti e ancora i ben curati liquori casalinghi. Famosi alcuni tipici vini locali, già ricordati, generalmente del tipo dei vini liquorosi. Poi vi è tutta la serie, più ancora che dei pesci, dei « frutti di mare » dei quali i più tipici sono i « datteri » del Golfo della Spezia, conosciuti da epoca antichissima. L’entroterra offre alla cucina ligure saporitissimi funghi.

    Una attività caratteristica nel Golfo del Tigullio: donna che lavora al tombolo.

    Industrie e attività caratteristiche

    Infine, sono espressione del folclore le industrie artigiane che, dal Medio Evo ad oggi, hanno avuto vita in varie località della Liguria, delle quali molte sono già state ricordate o lo saranno nel capitolo sulle industrie : i « merletti » del Tigullio, i velluti di Zoagli, le ceramiche di Albisola, le filigrane di Genova, le sedie e i macramè di Chiavari e altre ancora. Una gloriosa tradizione vantarono fin dal secolo XIII gli argentieri genovesi detti fraveghi : la loro opera più insigne fu la « cassa » per accogliere le ceneri di San Giovanni Battista nel secolo XV.

    Un’attività artigiana e artistica che ha dato una larga produzione, è la scultura in legno. L’opera di grande artista del Maragliano fu infatti, non solo seguita da artisti che lo imitarono, ma preceduta nel tempo da una tradizione artigiana, di cui sfortunatamente molti lavori sono andati perduti, quasi sommersi dalla ricca fioritura barocca. Una lavorazione particolare fu quella degli intagliatori e intarsiatori, che ebbe a mecenate in Savona, nel Rinascimento, il cardinale Giuliano della Rovere, il futuro Giulio II. Opere celebri degli intarsiatori furono il Coro della antica Cattedrale di Savona e quello che ancora oggi si ammira nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova. Sculture e lavori di intarsio si ritrovano ancora, qua e là, non solo nelle due maggiori città, ma in molti altri centri liguri dal Ponente al Levante, soprattutto nelle Chiese. E vi è ancora il piccolo artigianato del legno, che ha dato alle mani industri delle donne tutti gli oggetti per filare e per tessere, dalla rocca all’arcolaio e al telaio, spesso artisticamente intagliati, e inoltre sedie, culle, utensili, fino al « bugno » scavato in un tronco d’albero in cui si poneva il bimbo perchè imparasse a reggersi in piedi.

    Artigianato ligure: produzione di ceramiche ad Albisola.

    In queste industrie l’artigiano è diventato ben spesso artista anche quando non ne aveva la pretesa. Ma vi è un’altra minore industria artigiana, a cui da tempo antico si sono dedicate le popolazioni dell’interno: quella dei cestini e panieri, delle corbe, dei mastelli di legno, a cui si affianca la lavorazione di molti altri oggetti casalinghi; rivive ancora oggi là dove si utilizzano i giunchi, cioè i sottili fusti delle piante che crescono sul greto dei fiumi: tenace testimonianza della laboriosità del Ligure, che non trascura nessuna fonte di guadagno.

    I mobilieri genovesi crearono veri e propri mobili d’arte nel Rinascimento e nel periodo barocco, lavorando anche i legni locali. L’industria ceramica, tuttora fiorente, come si dirà, ad Albisola, ebbe una produzione di fama a Savona nel secolo XVI e XVII e vanta tradizioni gloriose anche a Genova. Si dirà dei merletti che ancora oggi sono vanto del Tigullio; ma qui si vuol ricordare la gloriosa tradizione della confezione di ricchissime stoffe ricamate in oro e dell’industria serica, sviluppatasi fin dal secolo XII, che diede paramenti alle Chiese, tra cui alcuni di eccezionale bellezza che ancora si ammirano nella Cattedrale di San Lorenzo, ricchissime vesti ai maggiorenti che le sfoggiavano nelle più solenni occasioni, ed esportò fuori della Repubblica damaschi, broccati, velluti di grande pregio.

    Tra le acque e la roccia si svolge la vita dei pescatori.

    Donne che lavorano nelle reti da pesca a San Fruttuoso.

    Perfino l’industria dei fiori finti si distinse nel Settecento coi suoi fiori in tela genovese dipinta a mano col pennello.

    Le abitudini antiche vanno via via scomparendo, soffocate dal soffio livellatore della vita moderna e all’autentico folclore si sostituiscono esibizioni moderne, non sempre di buon gusto. Ma nei paesi ancora protetti dall’isolamento — tipiche le Cinque Terre — o anche nei centri moderni, là dove vi è un nucleo di popolazione locale, sopravvivono abitudini di vita tradizionali: così le donne delle Cinque Terre portano ancora in città le ceste colme della bellissima uva dorata, reggendole alte sul capo col solo sostegno di un fazzoletto attorcigliato. Scendono agili dalle piane del vigneto e dalle ripide scalette del loro paese, salgono e discendono non meno agili dal treno, col portamento eretto come le loro nonne e come queste, mentre portano la cesta sul capo, le più attive muovono rapide le mani nel lavoro della calza. Così, nella stessa Genova, nel centro popoloso e moderno di piazza De Ferrari, ancora oggi si può vedere la fioraia che offre lo spigo odoroso legato in caratteristici mazzetti per profumare i cassetti della biancheria, a pochi passi dai più eleganti negozi di profumi esotici.

    Ancora tradizionali sono pure i sistemi della pesca, ma i pescatori molto spesso non sono liguri bensì meridionali.

    Sono scomparsi alcuni « quadri » tradizionali della vita dei pescatori e del mercato del pesce, come le grandi paranze a vela di Bocca di Magra, od il mercato del pesce della Foce a Genova. Ma ancora si possono vedere le barche tirate in secco sulla piccola ciazza rocciosa anche se sono barche da diporto e non da pesca; mentre sono spettacoli frequenti le reti stese al sole ad asciugare, e i pescatori che dalla riva tirano le corde della rete calata ad arco nel mare, la tradizionale sciabica, anche se la quantità maggiore di pesci è catturata coi nuovi motopescherecci, abbiano o no la « lampara ».

    Il dialetto e la letteratura dialettale

    Quando i Romani occuparono il territorio dei Liguri, vi si parlava un linguaggio indo-europeo. Questo non era però il più antico linguaggio parlato nella regione, il quale era invece un linguaggio non indo-europeo, connesso coi più antichi dialetti mediterranei. Nella non facile ricostruzione di queste voci più antiche, i linguisti trovano connessione sia con i tipi linguistici del Mediterraneo orientale (anatolizzanti) sia con quelli del Mediterraneo occidentale (iberizzanti). Tipico di questa antichissima parlata ligure, che ebbe una sua particolare fisionomia differenziata dai tipi anzidetti, il suffisso asko che compare in tutta la vasta zona occupata dai Liguri, quindi anche in Piemonte, Lombardia, Francia meridionale.

    Su questo fondo primitivo, si sovrappone lo strato linguistico indo-europeo. Scarse ne sono le testimonianze, sufficienti tuttavia per poter affermare che esso non era nè latino nè celtico anche se, dopo l’invasione celtica, nel territorio in cui i Liguri furono confinati sui monti e lungo il mare, penetrarono infiltrazioni celtiche; del resto non è facile stabilire le varietà dialettali che probabilmente si distinsero nel grande complesso ligure.

    Nel quadro dei dialetti indo-europei parlati in Italia, il ligure è da porsi col gruppo occidentale, cioè quello a cui appartennero anche latino e siculo; ma in sèguito venne a contatto con l’osco-umbro, del gruppo orientale, e questo segnò forse una sua successiva evoluzione.

    Sopraggiunta l’occupazione romana, il latino si sostituisce anche in territorio ligure alla parlata indo-europea più antica ma vi si introducono particolarità morfologiche, sintattiche, lessicali e anche abitudini articolatorie della lingua precedente. L’uso ormai diffuso del latino è provato dalla famosa « tavola di Polcèvera » del 117 a. C., tavola di bronzo con una lunga iscrizione che si riferisce a una questione insorta tra Genova e una tribù della vicina vai Polcèvera, circa i tributi che i suoi membri dovevano pagare alla città, e l’uso dei pascoli e dell’agro pubblico e privato. Nella successiva evoluzione, pur mantenendo spiccate alcune sue peculiarità ancora connesse coi dialetti anteriori, il ligure si allinea coi dialetti dell’Italia settentrionale o gallo-italici, al quale gruppo appartengono pure i dialetti delle regioni vicine, piemontese, lombarda ed emiliana, ed anche i dialetti veneto e istriano.

    Vedi Anche:  Nome, confini, popolazione ed area della Liguria

    La caratteristica che più colpisce nel dialetto ligure è la marcata sua « cadenza », particolarmente sensibile nella zona genovese e in tutto il versante marittimo ma anche al di là di questo, dove il dominio di Genova si è affermato più saldo. Così, mentre alla Spezia sono numerose le varietà fonetiche differenziate ed è quasi scomparsa la caratteristica cadenza genovese, basta passare la galleria di Biassa per ritrovarla a Riomaggiore, e così pure basta superare la Foce ed entrare nel bacino della Vara per risentire un dialetto genovese, nel lessico e nella cadenza, mentre nella bassa Lunigiana, dove il dominio di Genova fu più a lungo conteso e si ebbe maggiore indipendenza politica dalla Dominante, le caratteristiche dialettali liguri si attenuano e scompaiono.

    Donne che aggiustano le reti.

    In sostanza però il dialetto ligure è relativamente uniforme, come conseguenza storica della funzione accentratrice di Genova; comunque la zona più tipica è, sulla costa, quella dal Tigullio a Savona, ma sono dialetti liguri anche quelli parlati nelle zone occidentali, dove il ligure oltrepassa il confine politico e si ritrova ancora in alcuni villaggi del Nizzardo e della zona di Mentone. A oriente si può considerare quale confine del ligure il corso inferiore della Magra, mentre il bacino della Vara è tutto incluso nell’area ligure. Nella bassa val di Magra sono liguri i dialetti parlati ad Arcola e all’Ameglia, mentre Sarzana e Castelnuovo Magra sono già fuori dell’area ligure vera e propria.

    All’interno sono liguri al di là del confine amministrativo i dialetti dell’alta valle del Tanaro (Ormea e Garessio), di Molare nella valle della Stura, di Voltaggio e Gavi in quella del Lemme; in valle Scrivia alcune caratteristiche del dialetto ligure giungono fino ad Arquata ed a Novi.

    Le donne liguri portano agilmente sulla testa le ceste tradizionali colme di uva (Cinque Terre).

    Le barche tirate a secco nella piazza mettono una nota tipicamente ligure nel vecchio centro di Laigueglia (Riviera di Ponente).

    Fuori dell’area regionale è una colonia dialettale ligure risalente al secolo XII, Bonifacio in Corsica; più recenti (secolo XVIII) sono Carloforte e Calasetta (Sant’Antioco) in Sardegna.

    Le caratteristiche fonetiche che il Ligure ha comune con le parlate dell’Italia settentrionale e che distinguono queste dai dialetti del gruppo centro-meridionale, sono particolarmente: ì’il (tiga: uva; spriisso: spruzzo); l’ò che deriva dal latino o accentato (fogu: fuoco); il gruppo ei con l’accento sulla prima vocale e la quasi sfuggevole pronuncia della i (nèive : neve) ; la ci e la gi dolci (dama : chiama ; gianda : ghianda) ; le consonanti sonore v,d,g,s (frèidu : freddo ; seve: siepe; mànegu : manico ; pèisu: peso).

    Tra le caratteristiche fonetiche tipicamente liguri, la più singolare, che non si trova in altri dialetti della Penisola, è la caduta della r intervocalica scomparsa del tutto o appena evanescente (fritiia : frittura ; premila : premura ; àia : aria ; china : chinare) ; la stessa sorte ha la l intervocalica (nèspua: nespola). Vi si può mettere accanto la caduta di altre consonanti intervocaliche come la t, la v (salila: saluta; partili: partito; saùn, savun: sapone; Saim-a, Savunn-a: Savona); e ancora Ciavai: Chiavari, e lo stesso nome Zena: Genova, a proposito del quale notiamo che la 2 si pronuncia sempre come s dolce.

    Altre caratteristiche fonetiche sono la trasformazione in ci e gi della p e della b (cianse: piangere; ciii: più; ragia: rabbia) ed anche l’alterazione in se del gruppo fi (sciancu: fianco). L’articolo determinativo maschile èu: u masc-ciu (il maschio); uventu; femminile è ‘a: ‘a tòa (la tavola); ‘a padronn-a.

    Tra le particolarità che si riscontrano ai due estremi occidentale e orientale, si può ricordare il carattere, per così dire arcaico, dei dialetti di Ventimiglia e di Taggia, che sono molto più vicini al Genovese del Medio Evo. Nello Spezzino la caratteristica fonetica più tipica è una e aperta che deriva dall’ò genovese (fègo, invece di fògu); inoltre l’articolo maschile u si trasforma in ‘r (r fante: il bambino; r pan: il pane), o in 0 se segue una consonante dentale o palatale (0 dido: il dito; 0 libro: il libro); ancora è caratteristica una c sorda al posto del gi genovese (oècia, invece di uégia: orecchio).

    La più popolare espressione del dialetto sono i proverbi. Ogni paese ha i suoi, ma molti si ripetono, pur nelle varietà dialettali, e non pochi sono comuni ad altre regioni italiane.

    Nei paesi dell’interno invece la nota di « colore » è data dal paziente somarello.

    Ecco il proverbio meteorologico più attinente al clima rivierasco e genovese in particolare: « Quand’u dóve, u ciò ve, ma quando tia ventu fa cativu tempu». Molti altri sono comuni ad altre regioni : « Aia russa, o che dóve o che buffa », « Bun tempo da a Candeaa n’atru invernu u se prepaa», «Natale ar barcun Pasqua ar tisim»; un proverbio della campagna: «Quando a neggia va a muntagna, pigiete a sappa e va a cavann-a, quando a neggia va a u canà, pigiete a sappa e va a sappa ».

    L’elenco sarebbe lungo se si volessero ricordare le filastrocche popolari in dialetto. Anche nei paesi della Liguria i giovanotti vanno a « cantar maggio » alle ragazze ; per esempio nella vai di Vara usavano mettere una frasca sulla porta e la scelta aveva un significato: ‘a sciegia (il ciliegio), jìgia alegra; arbiiella (il pioppo) figia bella; arfógiu (alloro), bella te vogiu. Altre sono cantate dai bambini quando vanno in cerca di doni, per Natale, per Sant’Agata; altre erano e sono ancora recitate dai bambini davanti al presepio nelle Chiese di Genova, di Savona.

    Ma il dialetto ligure può vantare una letteratura che, dal Medio Evo ad oggi, ha avuto le sue pagine vive, anche se la Liguria non ha dato i grandi nomi della letteratura dialettale di altre regioni. Si è detto «dal Medio Evo» perchè al periodo tra la fine del secolo XIII e l’inizio del XIV appartiene la raccolta di rime che va sotto il nome di «Anonimo genovese»: sono prose ritmate di contenuto didascalico e religioso, o che esaltano le glorie marinare di Genova. Sono del secolo XIV anche alcune « laudi » come quella De la Nativitai de lo Nostro Segnor Jexu Cristo. Dello stesso secolo è il dramma liturgico che si rappresentava nelle Chiese, di cui era protagonista il buon montanaro u Pastu Gelindu che nella notte di Natale offriva i suoi doni al Bambino, ma non sapeva ridire la poesia preparata. Dopo quei primordi, non si hanno tracce di produzione poetica dialettale genovese o ligure fino al secolo XVI. Questo secolo vanta il nome di Paolo Foglietta, nobile genovese e colto umanista, che ha scritto in un dialetto da uomo di studio; nel 1588 fu pubblicato un suo volume Rime diverse in lingua genovese. Posteriore di qualche decennio è Gian Giacomo Cavalli di cui fu pubblicata nel 1636 l’opera Ra cittara zeneize che egli stesso qualifica come « Amori e madrigali civili, servili, boscherecci e marinareschi»: egli fu molto elogiato dal Chiabrera, e unisce all’intonazione barocca una forte potenza di rappresentazione. Il secolo XVIII ha dato l’opera dialettale di Stefano (Steva) De Franchi, patrizio genovese, che vi riflette l’ambiente cittadino nei suoi eventi storici, compresi quelli del tragico anno 1746, nella sua vita di commercio e di traffico; il De Franchi è ancora un letterato della « vecchia » cultura. La sua opera poetica si intitola Ro chittarin 0 sae strojfoggi dra muza ed è dedicato a « ri boin zeneixi amanti dra Patria, dra libertae e dra lengua naturale»; tradusse in dialetto anche alcuni canti della «Gerusalemme Liberata ».

    Nel secolo XIX la letteratura dialettale popolare è dominata dalla facile vena di Martin Piaggio (1774-1843): fu questi un modesto mediatore, buon marito e padre di numerosa famiglia, e tradusse nelle sue molte poesie l’ambiente della piccola borghesia genovese coi suoi sentimenti di religiosità, di sana morale familiare, di concretezza, di parsimonia, di umorismo senza malvagità. Egli scrisse molti dei suoi versi sul cosiddetto Lunario, pubblicazione annuale in cui immagina di far parlare o Scio Reginn-a una figura caratteristica e popolare che faceva le spese nei teatri assai più di Pipia e Barudda, le maschere genovesi. « Finna morto che véuggian tribolarne Za che no péuan ciù tiàme i becchelletti? Mascarsoin… Troviò a stradda d’appattàme ». Il Piaggio evita di parlare dei grandi avvenimenti politici, ma il popolo di Genova vive nel suo Lunario, nei versi in cui parla, così alla buona, del suo piccolo mondo, col suo innato e sereno buon senso. Pubblicò anche altre poesie e l’Esopo Zeneize, una raccolta di favole antiche e moderne presentate in dialetto genovese con la loro brava morale. Altri scrissero in versi sul Lunario del Signor Regina che continuò a uscire anche dopo la morte del Piaggio. L’ultimo di essi fu Nicolò Bacigalupo, che scrisse numerose poesie umoristiche, spesso peraltro volgari, e volle misurarsi in soggetti più impegnativi con « Paesaggi liguri » e « Inni civili », tradusse l’Eneide e scrisse diverse commedie. Ma nessuno espresse con spontanea umanità il carattere del buon popolo genovese come Martin Piaggio, che perciò è vivo nel ricordo anche se non appartiene alla schiera dei letterati e fa vivere per noi le figure del suo tempo.

    Ecco la «morale» di una delle favolette del suo Esopo Zeneize: quella della fòa intitolata «A mosca e o béu»:

    Quanti tiesci gh’è ao mondo, che ghe pd Scibben che son vescighe, de pesa.

    Figure notissime della poesia dialettale sono i due avari Pignasecca e Pignaverde che :

    Se saluón senza cavdse Del cappello, pe-a raxon De non fà do guasto a-o pisso, Ch’o l’ea o pesso ciù ed bon.

    Pignasecca andava adaxo, E co-e gambe ben sciarrae Per no fa di néuvi sguari A e so braghe repessae.

    Pignaverde incangio andava Camminando de galoppo Pe frusta ‘na scarpa solo Come i ranghi in gallisoppo.

    Anche il Novecento ha a Genova i suoi poeti dialettali: il maggiore è Edoardo Firpo, morto nel 1957; questi si riallaccia alla tradizione letteraria dei secoli XVI, XVII, XVIII, e ha lasciato numerose raccolte poetiche. È un letterato anche il contemporaneo Cesare Vivaldi di Imperia, pubblicista e scrittore in lingua, che ha già pubblicato numerose e apprezzate composizioni in dialetto. Alfredo Gismondi ha pubblicato delle poesie in dialetto e un dizionario genovese-italiano.

    Alla fine dell’Ottocento e nel primo Novecento anche La Spezia ha avuto il suo poeta in Ubaldo Mazzini, che ha tradotto in versi vivamente espressivi gli aspetti e la nostalgia di un mondo che il rapido evolversi della sua città ha travolto troppo bruscamente: la sua città che « Bela l’è bela, la la veda ‘n guerso ! E ho sentì a die che per quanto se zia Er mondo ‘n liingo, e ‘n largo, ne gh’è verso ! En gorfo cossi beo i ne s’amia».

    Si ricollega alla poesia borghese e popolare di Martin Piaggio il teatro dialettale genovese contemporaneo, che l’arte di Govi ha fatto conoscere ovunque con una vivezza e una spontaneità veramente eccezionali.