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La Campania dall’Unità d’Italia ai nostri giorni

    La Campania dall’Unità d’Italia ai nostri giorni

    La marcia di Garibaldi verso Nord fu certo agevolata dal popolo, scontento dei Borboni. Egli entrava a Napoli tra il tripudio popolare e concludeva la sua audace impresa nella battaglia del Volturno (1-2 ottobre 1860). Il plebiscito fu per l’unione al regno d’Italia, che trovò definitiva consacrazione nell’incontro di Teano (26 ottobre 1860) tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Da allora Napoli e la Campania hanno partecipato attivamente alla vita italiana, hanno condiviso con le altre parti d’Italia le vicende ora liete, ora tristi, le glorie e le sventure.

    Col secondo conflitto mondiale la Campania è stata un importante teatro di guerra e Napoli una delle città più colpite dall’offesa aerea (oltre 100 bombardamenti, dei quali alcuni molto rovinosi), ma quasi tutti gli altri centri più importanti della regione hanno subito gravi distruzioni. La minaccia dal mare si avvicinò fino alle nostre coste, sulle quali (litorale pestano) avvenne anche lo sbarco degli Alleati nel settembre 1943. Sul territorio campano molti furono gli scontri sanguinosi tra gli opposti eserciti, nel Salernitano e lungo la linea di Cassino. Napoli insorse per liberarsi dalla prepotenza tedesca ed in quattro giornate di lotta (26-30 settembre 1943) riuscì nello scopo. E quando il referendum per la nuova costituzione portò all’instaurazione della Repubblica (2 giugno 1946), Napoli, monarchica per antica tradizione, diede con Enrico De Nicola il primo capo al nuovo Stato repubblicano.

    L’unificazione dell’Italia non risolse i problemi del Mezzogiorno e tanto meno quelli della Campania. Il banditismo, alimentato da ragioni politiche ed economiche, tornò a travagliare le nostre regioni, e in modo speciale il Sannio. La crisi agricola si aggravò, malgrado la ripartizione (1861-67) dei beni ecclesiastici confiscati; l’acquisto della terra, fatto spesso con denaro preso in prestito ad alto interesse, si rivelò un pessimo affare per i nuovi medi e piccoli proprietari, gravati da debiti e da eccessive imposte. La terra ritornò presto nelle mani di grossi proprietari; il latifondo si estese di nuovo, ma con aspetto più squallido, per l’eccessivo diboscamento operato in pochi anni nel tentativo dei coltivatori di far fronte ai debiti e alle imposte con la vendita del legname, la cui richiesta era andata aumentando. Il bestiame si ridusse di numero.

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    I trattati commerciali con la Francia (1863) e con altri paesi determinarono, non sùbito, però, l’espansione di varie colture (vite, olivo, agrumi) con una corrispondente riduzione dell’area destinata a grano; ma la loro denuncia (1878-87) gettò varie regioni del Sud nella crisi agraria, perchè i prezzi dei prodotti agricoli crollarono. I coltivatori della terra furono inesorabilmente colpiti ed emigrarono in massa dal 1886 in cerca di fortuna nei nuovi paesi d’oltreoceano. Il fenomeno acquistò tale importanza da attirare l’attenzione degli organi governativi, i quali promossero una inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini.

    L’artigianato attraversò anch’esso periodi di serie difficoltà per la concorrenza dei prodotti industriali del Nord; ma fu soprattutto l’industria a soffrire di più nel nuovo clima di liberismo economico. Essa si era sviluppata con l’applicazione di varie leggi protettive e crollò sotto la concorrenza straniera e del Nord. Molte imprese industriali chiusero i battenti, altre poche sopravvissero, senza riacquistare la passata floridezza. La Campania subì i danni maggiori e Napoli in particolare, degradata a città di secondaria importanza e privata delle sue basi economiche, fu colpita dalla miseria e da gravi epidemie (coleri del 1865 e del 1884).

    II nostro secolo sarà destinato a por riparo ai danni prodotti da una incauta politica economica nel secolo scorso. In questo vien messa in luce la questione meridionale e affrontata alla fine con larghezza di mezzi; si ha la ripresa industriale, prima con impianti isolati, più recentemente con la creazione di aree industriali; avviene il rinnovamento dell’agricoltura con l’apporto di nuovi capitali, con la ripartizione della proprietà fondiaria, con il miglioramento delle condizioni di vita nelle città e nelle campagne, con la bonifica e con la coltivazione delle terre migliori, con la diffusione dell’irrigazione e con il rimboschimento.

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    Il pessimismo di molti studiosi — tra i quali anche Giustino Fortunato — circa la possibilità di restituire alle terre delle regioni meridionali l’antica fertilità e ricchezza è parso eccessivo, specie per le pianure e le ampie valli, nelle quali l’opera di valorizzazione è stata coronata da notevoli successi.

    I problemi delle montagne calcaree e della collina argillosa perdurano con una certa gravità, come prova il considerevole flusso migratorio; ma la loro soluzione deriverà appunto dal ristabilimento dell’equilibrio tra risorse e popolazione.

    Le condizioni di vita di larghi strati della nostra popolazione rurale e urbana sono veramente miserevoli. Le imposte che gravano sulla piccola proprietà terriera sono eccessive e, in un clima di maggiore giustizia sociale e di interessamento per le sorti dell’agricoltura, non possono non essere fortemente ridotte.

    Tuttavia stiamo assistendo ad un grande rinnovamento della vita economica e sociale della Campania; ma in essa, come nelle altre regioni del Sud, i problemi da risolvere sono molti e complessi e non è facile eliminare la triste eredità di sofferenze e di privazioni e la dolorosa esperienza di soprusi e di ingiustizie, ancora perduranti nelle campagne e nelle città, nella vita pubblica e privata, ad opera di prepotenti rozzi e raffinati e delle loro clientele. Il feudalesimo continua ad interessare alcuni aspetti della nostra vita materiale e culturale — non esclusa quella universitaria —, ha ostacolato nel passato lo sviluppo economico e sociale delle nostre regioni e continua a danneggiarle, ritardandone l’evoluzione verso più moderne forme di vita economica e sociale.