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La Liguria nella storia

    Sguardo alle vicende storiche dall’età preromana ad oggi

    I Liguri e la conquista romana

    Non è facile tracciare una storia della Liguria in generale; in realtà ciascuno dei maggiori centri liguri ha la sua storia. Infatti, nei tempi più antichi del dominio dei Liguri, poi nei secoli della potenza di Roma, come nei tormentati periodi del Medio Evo e dell’Età Moderna, la storia di quella che oggi è la Liguria presenta l’intrecciarsi di tre motivi: i grandi eventi italiani, mediterranei, europei, che formano come lo sfondo e ne determinano le linee maestre; il fiorire e il crescere, fino a diventare sempre più dominante, di Genova; ma insieme, terzo e vivissimo motivo, l’individualismo autonomista dei vari centri costieri, soprattutto i maggiori, e anche di taluni centri dell’interno, favoriti gli uni e gli altri dalla configurazione geografica: di ogni occasione, si potrebbe dire, essi approfittano per rivendicare questo loro autonomismo. La storia della Liguria non si identifica con la storia di Genova, e questa si inserisce, elemento attivo, nella storia d’Italia, del Mediterraneo, d’Europa.

    Delle vicende dei Liguri in epoca antica, dal Paleolitico ai primi secoli dell’età storica, si farà cenno nel capitolo sulla popolazione. Qui si ricorda che agli inizi dei tempi storici, essi erano stanziati su una vasta regione di cui la Liguria attuale è solo una piccola parte: dalla Francia meridionale al Serchio, al Po, al Ticino. Profonde differenze di costumi e di vita distinguevano le tribù delle vallate interne delle Alpi e dell’Appennino da quelle che abitavano la costa, la Liguria marittima. Queste ultime avevano dato vita, a partire dal secolo VI a. C., sotto la spinta dei contatti avuti coi Greci e con gli Etruschi, a fiorenti centri commerciali rivaleggiando nel Tirreno settentrionale con gli stessi Greci marsigliesi ed esercitando la pirateria; i Liguri invece che popolavano le vallate e le conche dei due versanti delle Alpi e dell’Appennino, erano agricoltori e pastori ma anche, lungo le maggiori vie già segnate dalle valli, commercianti.

    I Liguri della costa, anche se uniti da comunanza di ambiente e di vita, formavano già allora gruppi distinti e spesso fra loro ostili: gli Intemelii, gli Ingauni, i Sabates a ovest; i Tigulli, gli Apuani a est; nel centro i Genuates. E già allora, fra i centri marittimi emerge, in fondo all’arco costiero, Genova; di essa si ha notizia, confermata dagli scavi del territorio urbano, particolarmente quelli per la sistemazione di via XX Settembre e quelli più recenti eseguiti nella zona dell’« oppiclo » preromano, che già nel V secolo a. C. era un importante emporio marittimo.

    Nella Riviera di Ponente salirono a grande potenza i tre centri liguri degli Intemelii (Ventimiglia), degli Ingauni (Albenga) e dei Sabates (Savona), sbocchi del retroterra padano: già si delinea pertanto la concorrenza con Genova e si approfondisce la scissione che metterà di fronte da un lato Genova, alleata dei Marsigliesi e dei Romani, e dall’altro la Riviera di Ponente, alleata dei Cartaginesi. Anche nella Riviera di Levante i Liguri Tigulli e gli Apuani dovettero dar vita a dei centri importanti.

    Nel III secolo a. C., Roma, che guarda alla Liguria come ad una regione di passaggio per la conquista del territorio dei Galli di là dalle Alpi, e ha iniziato il duello con Cartagine, stringe alleanza con Genova, che, a differenza dei centri della Riviera di Ponente legati a Cartagine, è in buoni rapporti con Marsiglia alleata di Roma. Intanto si sono iniziate le prime guerre per conquistare o almeno sottomettere il settore ligure di Levante, dove sono i Liguri Apuani, e Luni è già entrata nell’orbita di Roma quando la seconda guerra punica segna una svolta decisiva verso la futura sottomissione dell’intero territorio ligure. I Liguri della Riviera di Ponente, i « Liguri Alpini » dei Romani, e particolarmente i più potenti di questo gruppo, gli Ingauni con il loro fiorente centro di Albenga, si schierano contro Roma: nel loro territorio mette le sue basi Magone e saccheggia duramente Genova, ma salperà mortalmente ferito, appunto da Albenga, nel 203. I Romani ricostruiscono Genova, che entra ormai nella storia di Roma col rango di Municipio. Quindi sottomettono le tribù del retroterra di Genova, a cui si aprono così le comunicazioni verso la zona padana, e infine i forti e bellicosi Liguri Apuani. La lotta con questi si concluse nel 180: la popolazione stessa fu trasferita in massa in altre zone dell’Italia meridionale, mentre veniva fondata nel 177 la colonia di Luni popolandola con cittadini romani.

    Aspra fu non meno la lotta coi Liguri Ingauni, che si concluse pure nel 180. La Liguria marittima divenne così romana, mentre più a lungo si protrasse la lotta contro le tribù liguri dell’Appennino e del versante padano, tra cui gli Statielli; i Liguri transalpini della Provenza furono dominati solo alla fine del secolo II.

    Una pittoresca visione delle rovine dell’anfiteatro romano di Luni.

    Dalla Liguria di Augusto alla Liguria di Diocleziano e di Costantino. Centri romani e rete stradale.

    La Liguria di Augusto, regio Italiae nona, si stendeva sulla costa dal Varo alla Magra e, nell’interno, dal crinale delle Alpi occidentali al Po e alla Trebbia. Luni restava pertanto entro i confini della vicina Etruria. Era inclusa nella regione ligure, a ovest, una delle province alpine di confine dominate direttamente dall’Imperatore, quella delle Alpi Marittime, che comprendeva il bacino del Varo ed ebbe la cittadinanza romana nel II secolo; il prefetto risiedeva a Cemenelum, antico oppido ligure situato sopra la Nizza greca, che divenne un importante centro romano.

    I confini della regione ligure furono mutati con la nuova sistemazione delle « diocesi » e delle province fatta da Diocleziano e completata da Costantino : il nome Liguria venne infatti dato ad una regione ancora molto più vasta della Liguria augu-stea, includendovi, oltre l’attuale Liguria, i territori del Piemonte, Lombardia ed Emilia, e ne fu capoluogo Milano. Da questa regione marittimo-padana, costituita in organismo giuridico-territoriale, verrà staccata, alla fine del secolo IV, l’Emilia.

    Ci si può domandare quali centri romani abbiano avuto vita nel territorio oggi ligure e quali siano state le caratteristiche economiche di questa regione. Alle notizie, fornite dai testi storici, alle indicazioni della « Tavola Peutingeriana », si aggiungono le ricerche archeologiche che sono in atto in varie località: se ne deduce che in complesso la Liguria romana, in confronto alle regioni confinanti, fu povera e conservatrice e non vi ebbero vita grandi città. Costituì però un nucleo di genti sane e forti, caratterizzate dalla virtù guerriera, dall’abitudine alla vita parsimoniosa e al lavoro tenace. Il carattere della vita dura e primitiva fu proprio particolarmente delle vallate interne, abitate da quei contadini e pastori che Tacito definisce inopes agrestes. L’agricoltura forniva ortaggi, grano e frutta alle popolazioni; già diffuso doveva essere il vigneto, rari ancora gli olivi, molto estesi i boschi. Le condizioni mutavano nei centri costieri dove si svolgeva più intensa la vita marittima e commerciale: ciò vale soprattutto per la Riviera di Ponente, mentre quella di Levante, più impervia e tagliata fuori dall’asse principale delle comunicazioni, non ebbe alcun centro importante; Luni era già fuori della Riviera.

    Le strade romane in Liguria nell’età imperiale (dalla carta di N. Lamboglia nel voi. II della « Storia di Genova dalle origini al tempo nostro »).

    Della Genova romana si farà qualche cenno nel capitolo sullo sviluppo urbano della città. Essa ci è presentata da Strabone come il più importante emporio della Liguria, al cui porto affluiscono le merci di un vasto retroterra, compresa l’ambra che veniva dal nord, ma in seguito dovette diminuire di importanza perchè la maggiore via di comunicazione, come si dirà, era la Giulia Augusta, che toccava il mare a Vada Sabatia. Questa fu appunto nodo stradale, porto militare e commerciale; meno importante era Savo (Savona), e a est di questa fu centro notevole Alba Docilia (Albisola). Importante municipio fu Albium Ingaunum (poi Albingaunum; Albenga), capoluogo di un distretto che si estendeva da Finale a Sanremo e nell’interno fino a Ceva. Albium Intemelium o Albintimilium fu anch’essa municipio e capoluogo di un importante distretto. Centri minori furono Bellenae o Balenae, presso l’odierna Taggia, e Lucus Bormani (forse Diano). Al di là dell’attuale confine, presso Nicaea, al tempo di Augusto sorse in alto, tra la valle del Varo e il mare, Cemenelum, della quale la greca Nicaea fu lo scalo marittimo e con la quale in età imperiale finì per fondersi in un unico grande centro. E in territorio francese anche il celebre Tro-phaeum Augusti, eretto dal 14 al 7 a. C. sul colle della Turbia, dove la Via Giulia Augusta toccava il valico più alto prima di continuare verso occidente.

    Pochi e di modesta importanza i centri sulla Riviera di Levante: Ricina (Recco); Tegulata (forse Chiavari) indicata come ad Solaria nella Tavola Peutigeriana; Segesta Tigulliorum (Sestri Levante); Monilia (Moneglia). Alcuni centri romani sorsero nel Golfo della Spezia: anzitutto dov’è l’attuale Portovenere, anche se il nome di Portus Veneris era dato al golfo, e più propriamente all’estremità sud-occidentale di esso, tra la costa e l’isola Palmaria; altri abitati sorgevano certamente nell’àmbito dell’attuale centro urbano di La Spezia: il Boron della Tavola Peutingeriana, nella piana di Migliarina; un altro in corrispondenza all’attuale centro cittadino, presso la Chiesa di S. Maria, dove si svilupperà poi il borgo medievale. Grande città ed emporio commerciale con un porto assai attivo fu Luni, che traeva importanza dall’essere ai confini tra Liguria ed Etruria, oltreché come sbocco della vallata della Magra e zone vicine; il porto, assai fiorente nel I e II secolo, decadrà poi rapidamente per l’insabbiamento provocato dalle alluvioni della Magra.

    Il teatro romano di Albintimilium (Ventimiglia).

    Il sistema stradale romano nell’attuale Liguria ha variato col tempo. Fin dal li secolo a. C. viene percorsa l’antichissima via costiera già utilizzata dai Liguri, da Luni a Ventimiglia; nel tratto da Luni e dal Golfo della Spezia a Sestri, si utilizzava, a quanto pare accertato, un itinerario costiero, proprio là dove passerà l’attuale nuova litoranea in costruzione e dove si svilupparono alcuni centri divenuti poi « matrici » dei paesi costieri delle Cinque Terre. Ma dovette ben presto essere sistemato il meno disagevole itinerario interno per la valle della Vara e il Passo del Bracco, a cui verrà dato il nome di Via Aurelia, in origine spettante alla strada consolare romana Roma-Volterra, poi esteso al tratto costiero fino a Luni. L’esistenza di questa via da Luni a Genova è confermata da 1′ « Itinerario di Antonino ». Nodo stradale importante era Genua, unita alla zona padana dalla Via Postumia che risaliva la valle della Polcevera e il Passo dei Giovi. Ancora più importante nodo stradale dell’Impero fu Vada-Sabatia. Infatti il più frequentato sistema stradale romano evitava la strada litoranea, pericolosa e anche malfida per l’ostilità degli abitanti, che andava da Luni a Vada Sabatia; una via più importante da Piacenza, sulla Emilia, toccava Tortona, Aquae Statiellae (l’odierna Acqui) e per il Passo di Cadibona scendeva al mare e proseguiva per Albingaunum e Albintimilium. E questo il tracciato della via Julia Augusta, ricostituita nel 13 a. C. e successivamente ancora migliorata; ci rimangono le vestigia di alcuni dei suoi numerosi ponti. Invece la Aemilia Scauri, costruita alla fine del II secolo e da qualcuno identificata con l’Aurelia della Riviera di Levante, avrebbe unito il porto di Luni, per il valico della Cisa, alla zona padana. Comunque sta di fatto che una via romana seguiva il tracciato dell’odierna Aurelia, ma era meno frequentata e importante, per le comunicazioni da Roma alla Gallia, di quella che divenne la Giulia Augusta che da Piacenza andava a raggiungere il mare, come si è detto, a Vado. Genova fu però nodo stradale importante come sbocco della Postumia, costruita alla metà del II secolo a. C., che la collegava a Tortona sulla Giulia Augusta; e il suo retroterra, per esprimersi con parola moderna, certo si estese e valorizzò nel tardo Impero, non solo per i rapporti commerciali con la Gallia, ma anche per i traffici con le località padane, unite amministrativamente alla costa ligure nella grande circoscrizione della Liguria di Diocleziano-Costantino: di questa era capoluogo Milano, divenuta il grande centro commerciale, politico e religioso dell’Occidente, e già allora Genova ne fu lo sbocco sul mare.

    Gli inizi della vita cristiana e gli ultimi secoli dell’Impero. Le invasioni barbariche.

    Ormai l’astro di Roma volgeva al tramonto, ma intanto anche in Liguria fioriva la vita cristiana. Secondo la tradizione, il Cristianesimo fu portato dai Santi Nazaro e Celso, discepoli degli Apostoli, che sarebbero sbarcati sulla spiaggia di San Nazaro a Genova, dov’era un’antica chiesa dedicata a questo Santo. Lo stesso San Lorenzo avrebbe sostato a Genova nel suo viaggio dalla Spagna a Roma e una comunità cristiana si trovava certamente a Genova nel III secolo. Nel secolo IV è già regolarmente costituito l’episcopato dipendente dalla Chiesa Metropolitana di Milano: il Vescovo Diogene partecipa al « sinodo italico » convocato da Sant’Ambrogio ad Aquileia nel 381, ma prima lo hanno preceduto i Vescovi Valentino, Felice e San Siro. Questi, che diede il nome alla prima chiesa Cattedrale e lo lasciò poi alla diocesi, fu il più popolare degli antichi Vescovi di Genova, che secondo una leggenda avrebbe liberata da un pericoloso serpente (basilisco); a lui è dedicata anche la Cattedrale di Sanremo, dove iniziò la sua attività apostolica. San Romolo fu vescovo di Genova nel V secolo, morì eremita al Monte Bignone e fu sepolto in Sanremo; la sua salma fu poi traslata a Genova nel secolo IX.

    La costa ligure e Genova in una carta nautica del secolo XV.

    Nel V secolo sono storicamente accertati i Vescovati di Albenga, di Ventimiglia e di Luni. Quest’ultimo è forse anteriore; certo furono anteriori le prime comunità cristiane e quella di Luni potè vantarsi di aver accolto Sant’Eutichiano che nel 275 fu eletto Pontefice e morì martire. Antichissimi e storicamente importanti anche i centri di vita monastica: all’isola Gallinaria trovò rifugio nel IV secolo San Martino di Tours e sbarcò nel 361 Sant’Ilario di Poitiers. A San Fruttuoso, dove sorgerà in seguito un monastero dei Benedettini cassinesi, sarebbero approdati fin dal III secolo i Santi Giustino e Procopio dopo il martirio avvenuto in Spagna del loro compagno San Fruttuoso.

    Le pittoresche rovine dell’Abbazia di San Venerio (secolo XI) nell’isola del Tino, Golfo della Spezia.

    Nello scoglio del Tinetto, all’estremità del Golfo della Spezia, sono tuttora visibili gli avanzi di un eremitaggio del V secolo; nella vicina isoletta del Tino visse negli ultimi anni e morì agli inizi del secolo VII il grande eremita San Venerio, che ebbe titolo di abate; egli raggiunse anche la Corsica. Una abbazia di Portovenere è ricordata da San Gregorio Magno e un monastero fu fondato a Luni da San Venanzio alla fine del VI secolo. Nell’isolotto di Bergeggi, nella Riviera di Ponente, ebbero il loro romitaggio, nel VI secolo, Sant’Eugenio, vescovo di Cartagine, e San Vin-demiale. Forse nel VII secolo fu fondata l’Abbazia di Sant’Andrea a Sestri Ponente; e al secolo VII risalirebbe l’Abbazia di Brugnato.

    Le prime invasioni barbariche del V secolo colpirono anche la Liguria marittima e delle loro distruzioni furono vittime città dell’est e dell’ovest, come Luni ed Albenga. Intanto viene mutato, probabilmente in rapporto a necessità difensive, l’ordinamento amministrativo di Diocleziano-Costantino e, mentre il nome Liguria rimane limitato alla zona interna padana, quella che è la vera sede dei Liguri, la Liguria marittima, forma la nuova provincia delle « Alpi Appennine » a confine delle «Alpi Cozie»; Luni è nella «Tuscia Annonaria». Ma in complesso la Liguria marittima rimase quasi immune dalle più gravi incursioni barbariche; fece parte dei regni barbarici, prima di Odoacre, poi di Teodorico, e Genova continuò ad essere un centro di commercio abbastanza attivo specialmente con le coste gallo-iberiche.

    Il grande torrione medievale di difesa di Alassio, detto « Torre dei Saraceni ».

    L’occupazione bizantina e il costituirsi della Liguria Marittima. La conquista longobarda.

    Importanza decisiva per la regione ebbe l’occupazione bizantina. Belisario entrò accolto come un liberatore in Genova nei 538 e quando, pochi anni dopo, i Longobardi occuparono la regione padana, cioè la cosiddetta « Liguria », la regione marittima rimase invece ai Bizantini. Stimolata dai Bizantini, si organizzò in quegli anni una libera marina genovese — i cui inizi risalivano alla guerra di difesa contro i Vandali — che allacciò attivi traffici con l’Oriente (Ravenna e Costantinopoli) e con l’Occidente (Francia e anche Inghilterra), mentre si costituì quella Provincia Maritima Italorum che fu la vera Liguria marittima. Essa nacque come conseguenza dell’invasione longobarda, che fu fermata dai presidii posti sulle giogaie delle Alpi Marittime e dell’Appennino, collegati con le basi navali della costa, che erano in rapporto anche coi porti tenuti dai Bizantini in Corsica, Sardegna e Africa. La Provincia Marittima aveva come estremi Luni e Ventimiglia, ed è nel secolo del dominio bizantino che Genova, diventando un centro di importanza internazionale, iniziò quella supremazia sulle terre della Liguria che doveva portarla, nei successivi secoli del Medio Evo, all’effettivo dominio su queste. Si può dire perciò che la Liguria si « definisce » in età bizantina. Genova fu sede del Vicario d’Italia, e la sua importanza crebbe ancor più quando, nel 569, vi si rifugiò il vescovo di Milano, Onorato, con la Curia e i « maggiorenti » della città : Genova divenne in tal modo anche l’erede di Milano e fu centro di intensa attività politica, religiosa e commerciale al contatto fra il mondo greco-bizantino e quello barbarico.

    I Bizantini rinforzarono, sulle coste della Provincia Marittima, centri fortificati già esistenti, come Portovenere, dove approdava la flotta imperiale di base in Sardegna, e ne fondarono altri, come Portus Mauricii (l’odierna Porto Maurizio).

    Ma la Provincia Marittima cede essa pure alla forza conquistatrice del longobardo Rotari; cadono e subiscono distruzioni e devastazioni le città del litorale da Luni a Savona, ad Albenga; anche Genova è piegata nel 644 dalla violenza dell’invasore, che ne distrugge le mura e la riduce a « vico » o borgo.

    Le torri del ” Palazzo dei Vescovi ” fatto costruire nel secolo XIII da Enrico da Fucecchio a Castelnuovo Magra.

    Il periodo longobardo è certamente un periodo incerto ed oscuro della storia ligure in generale, genovese in particolare. Le fonti storiche non sono del tutto concordi e mentre alcune sottolineano questa decadenza tanto da far pensare praticamente cessati i traffici marittimi anche nella stessa Genova, altre danno una diversa visione delle cose. Probabilmente la verità è, come sempre, nel mezzo: Genova decadde in confronto al periodo bizantino, ma non cessarono del tutto i traffici, soprattutto continuarono quelli con le coste della Provenza. E significativo, del resto, il fatto che navi genovesi trasportarono nel 725 a Genova le reliquie di Sant’Agostino, dove le accolse lo stesso Liutprando; di qui proseguirono per Pavia.

    Il fiorire della vita marittima e lo sviluppo delle libertà comunali nei secoli IX, X e XI.

    Al dominio longobardo segue quello carolingio. E incerto se nel nuovo Regno Italico, alla Provincia Marittima fu riconosciuta un’autonomia; è certo invece che fu in seguito aggregata alla Marca Toscana, ma solo temporaneamente per necessità difensive contingenti.

    Due grandi eventi orientano la storia ligure nel periodo che abbraccia i secoli IX, X e XI: le incursioni saracene e il sorgere della feudalità, ben presto in lotta con i Vescovi e con le nascenti libertà comunali. Le conseguenze di questi eventi si fanno variamente sentire nelle diverse località della regione, favorendo da un lato l’affermarsi della potenza di Genova e dall’altro il ravvivarsi di autonomie politiche ed economiche locali.

    Le incursioni saracene contribuiscono a determinare la « vocazione » marittima in primo luogo di Genova, dove la libera marina, già organizzata al tempo dei Bizantini, diventa il grande strumento di dominio; poi degli altri più vitali centri rivieraschi e, mentre si formano domini e colonie in Occidente e in Oriente, si affermano e organizzano le libertà comunali. Le lotte dei signori feudali, fra loro, coi Vescovi, coi nascenti Comuni, dànno vita, nelle regioni dell’interno, a tutta una serie di castelli e di centri abitati; da alcuni di essi si staccano, insediandosi in basso, quasi sempre sul mare, dei nuovi borghi che, liberatisi dalle servitù feudali, ed arricchiti col traffico, diventeranno presto ricchi ed attivi, accrescendo così il numero dei centri costieri.

    Vedi Anche:  L'attività industriale e commerciale e le vie di comunicazione

    Nell’ordinamento di Berengario II, alla metà del secolo X, Genova e tutta la Riviera di Levante fino alla Lunigiana, formano la Marca degli Obertenghi, che ha come capostipite Oberto, conte di Luni, mentre a ovest i territori liguri appartengono alla Marca Aleramica che si estende dal Po, attraverso il Monferrato, fino a Savona, e alla Marca Arduinica o Torinese.

    Gli Obertenghi non posero mai la loro sede a Genova, che intanto, scesa in lotta senza quartiere contro i Saraceni, è andata rafforzando la sua marina ed aumentando di popolazione anche perchè vi si sono rifugiati abitanti del contado. Gli assalti dei Saraceni sono particolarmente gravi dall’889 quando essi si annidano a Frassineto, presso Nizza, fino alla fine del secolo seguente quando ne saranno cacciati; nel 935 la città è vittima di un terribile assedio e di un feroce saccheggio. La reazione è premessa di potenza. Ma Genova non sarà più sola in questa lotta. Le si associa Pisa, si armano imprese collettive contro i Saraceni, benedette dal Papa e dirette dal Marchese Obertengo, anche se la sua giurisdizione su Genova è solo nominale. Particolare significato riveste la vera e propria «crociata tirrena» che nel 1087 vede alleate contro i Saraceni Genova, Pisa, Amalfi, Gaeta, Salerno. Essa precede solo di dieci anni la prima Crociata, a cui Genova partecipa con numerose galee e navi minori e con cittadini di tutte le categorie sociali. Il normanno Boemondo, principe di Antiochia, dona a Genova, nel 1098, la chiesa di San Giovanni con la piazza ed un intero quartiere: è la nascita del dominio coloniale genovese in Oriente. I reduci dalla Crociata portano in patria le reliquie di San Giovanni Battista, che diventa così il patrono di Genova. In Occidente, nel Tirreno, le lotte contro i Saraceni aprono il dominio di questo mare e di tutto il bacino occidentale del Mediterraneo, per il quale punti di appoggio fondamentali sono la Corsica e la Sardegna: è su questo settore che si accende la rivalità con Pisa, che divamperà in lotte furiose fino alla fine del secolo XIII, per il possesso delle due isole.

    Una delle caratteristiche torri medievali a pianta pentagonale della bassa Lunigiana: la torre Arcola costruita sull’Acropoli dagli Obertenghi, conti di Luni.

    Il «San Giorgio» in una scultura del principio del secolo XVI che si trova nel Palazzo San Giorgio a Genova.

    Mentre Genova si arricchisce così di prestigio, di potenza, di denaro, all’interno matura la formazione del Comune. Gli Obertenghi non avevano posto mai la loro sede a Genova, dove esercitavano le funzioni attraverso i vice comites, discendenti da una antica famiglia ufficiale romana che aveva già esercitato un ufficio analogo nel periodo carolingio; da questi si formarono le famiglie viscontili. Accanto ad esse è il Vescovo, con la sua autorità morale, estesa anche nel campo giudiziario. Ma un terzo elemento è andato acquistando coscienza della propria forza: la universitas dei cives che fin dal 958 ottiene da Berengario II una ufficiale ed esplicita conferma delle proprie libertà. Sorge fra i cittadini un’associazione, giudiziaria e militare insieme, che prende il nome di compagna: o meglio ogni rione ha la sua compagna, ed hanno la sede comune in San Giorgio.

    Il secolo XI vede prima il conflitto tra il Vescovo e i Visconti, ricchi di terre e di redditi, che si chiude a metà del secolo con l’accordo promosso da un Vescovo di famiglia viscontile, mentre qualche anno dopo la città viene ufficialmente sottratta all’autorità del Marchese Obertengo. Nella seconda metà del secolo sono in lotta: da un lato il Vescovo e le famiglie nobili, formate sia dai Visconti arricchiti anch’essi col commercio, sia da ricchi mercanti; dall’altro il popolo riunito nelle compagne rionali. La lotta si compone alla fine del secolo quando nel 1099, per merito del Vescovo Arialdo, nasce la Compagna Communis. Questa risulta dall’unione consensuale: del Vescovo, dei cittadini associati nelle compagne locali, e anche dei nobili e Visconti, associati nelle compagne territoriali. Riunisce cioè sia i nobili, proprietari terrieri e al tempo stesso armatori e mercanti, sia i cittadini dediti al commercio e alla marineria, mentre il Vescovo conserva i poteri tradizionali, compresa la rappresentanza internazionale. L’Associazione è militare e mercantile e accoglie tutti gli uomini atti alle armi; ma, da ente privato, si trasformerà ben presto in città-stato. Mentre, infatti, l’elezione delle cariche della compagna diventa annuale e si eleggono i Consoli, si identificano cioè compagna e Comune, dal territorio comunale la giurisdizione si estenderà alla compagna esterna che includerà centri e feudi: è nato lo Stato genovese.

    Al tempo stesso che si afferma la potenza marittima di Genova e vi si consolida il Comune, in tutta la Riviera è un fervore di traffici, un emergere di nuove energie attraverso le lotte feudali.

    Nella Riviera di Levante gli Obertenghi si sono suddivisi i vastissimi possedimenti fra i vari rami che costituiscono comitati e marchesati. Intanto avviene una trasformazione profonda, strettamente legata a cause di ordine geografico, là dove era fiorito il centro romano ed ecclesiastico di Luni.

    Si raccontano fatti in parte leggendari, o comunque abbelliti dalla leggenda, su una incursione compiuta, nell’860, dai Normanni, che avrebbero scambiato Luni con Roma, e sul saccheggio saraceno del 1015 che segna la fine della città. Di fatto, la decadenza di Luni si era già iniziata fin dal IV secolo, si era aggravata dopo la conquista di Rotari, ed era soprattutto legata al fatto che le alluvioni della Magra avevano inesorabilmente insabbiato il porto e resa paludosa e malsana la pianura circostante. Ormai l’antica strada costiera è disertata e sostituita da un itinerario che segue la zona asciutta ai piedi dei colli. Qui cominciano a svilupparsi nuovi centri abitati e, nel secolo X, ai piedi di un castello, dove spesso già dimorava il Vescovo di Luni, detto di Sarzano o Sarzanello, si ingrandisce un nuovo borgo che accoglie i profughi di Luni: nel secolo XI si trova ricordato col nome di burgus Sar-zaniae. Il nuovo centro diventerà di fatto sede del Vescovo lunense alla fine del secolo XII: nel 1204 viene dal Papa sanzionato lo spostamento, mentre il trasferimento ufficiale della Diocesi avverrà molto più tardi, nel secolo XV.

    Viva è la lotta dei signori feudali derivati dallo spezzettarsi della Marca Ober-tenga e di questi col Vescovo, che nel secolo XI rafforza di fatto il suo potere anche se il riconoscimento del titolo di Vescovo-conte si avrà solo nel secolo seguente.

    Testimonianze della vita medievale nella bassa Val di Magra: le pittoresche rovine del castello dei Vescovi a Trebbiano.

    Vivaci sono i contrasti, si moltiplicano i castelli e i tipici centri ammassati sulle cime montuose a guardia della bassa valle, ma intanto dovunque si preparano gli antefatti delle future libertà comunali.

    Dei signori feudali discesi dagli Obertenghi, furono particolarmente potenti quelli del ramo detto di Massa-Corsica che esercitarono funzioni navali nella Marca orientale; i Malaspina coi loro castelli della Val di Magra, da cui discesero numerosi « rami », e i Signori di Vezzano che toccarono l’apogeo della loro potenza nel secolo XI. Dal loro centro, situato in posizione dominante sui colli, tra la bassa valle della Magra e il Golfo della Spezia, essi dominarono una vastissima regione interna e costiera, e parteciparono alla lotta contro i Saraceni incrementando così i centri marittimi. Sul mare dominarono Sestri Levante, Portovenere e Lerici, quest’ultimo borgo marittimo staccatosi dalla pieve rurale di Trebbiano e potenziato dai Pisani; nell’interno una serie di castelli tra cui Càrpena e Vesigna, dalla quale si formò un piccolo centro sul mare in fondo al Golfo della Spezia, germe della futura città, il cui nome compare alla fine del secolo XI.

    Potenti signori feudali della Riviera di Levante furono i Conti di Lavagna, un ramo dei quali diede origine alla grande casata dei Fieschi. Toccarono l’apogeo della loro potenza nel secolo XII quando i loro possedimenti si estendevano sul mare fino a Zoagli e, nell’interno, fino a Varese Ligure e alla Fontanabuona; fu dominio dei Fieschi conti di Lavagna, anche Chiavari, di cui si ha notizia dal secolo X.

    Camogli, Recco, Uscio, Rapallo, proprietà dell’Arcivescovo di Milano, furono feudalizzate dalle famiglie viscontili di Genova ed entrarono quindi ben presto nell’orbita della città, nella compagna esterna.

    Nella Riviera di Ponente cresce in questi secoli l’importanza di Savona, mentre decade quella di Vado; anche la sede vescovile, istituita a Vado fin dal secolo VI, passa nell’XI a Savona. I discendenti dei Marchesi di Savona, feudatari del ramo aleramico, hanno grandi proprietà terriere, dalla Liguria al Piemonte; nella città, che si arricchisce coi traffici, si prepara intanto l’avvento del Comune. Fu sede di un comitato dipendente dai Marchesi di Savona anche Noli, dove pure la fiorente attività marinara e la partecipazione alle lotte contro i Saraceni sono premessa delle libertà comunali.

    Varazze: le mura medievali con la chiesa.

    I comitati di Albenga e Ventimiglia fanno parte della Marca Arduinica; Albenga, che, oltre ad essere sede del Vescovato, ha un porto ancora molto attivo ed è centro agricolo e commerciale fiorente, passa per via di matrimoni ai Marchesi di Savona. Potenti feudatari furono anche i Conti di Ventimiglia ma qui, come ad Albenga, si preparano intanto le libertà comunali, che riceveranno conferma dopo la partecipazione alla prima Crociata e coi privilegi commerciali che ne derivano. Nel Comitato di Albenga è incluso anche Porto Maurizio, che partecipa attivamente al commercio marittimo, mentre dalla più antica Pieve di Castelvecchio, deriva il nuovo centro costiero di Oneglia. Sanremo con Taggia e Ceriale, forma una contea rurale in possesso del Vescovo di Genova.

    II secolo XI si chiude in Liguria con la pagina gloriosa della prima Crociata e con l’avvincente miraggio delle libertà comunali, mentre le famiglie feudali si ritirano di fatto nell’interno e Genova, di gran lunga più potente di tutti gli altri centri, già guarda alle due Riviere come al naturale completamento del suo Stato.

    Genova potenza marittima. La conquista delle due Riviere e la formazione della Repubblica.

    I secoli XII e XIII sono caratterizzati dall’affermarsi della potenza genovese sui mari, alla quale si accompagna, e ne è logica conseguenza, il consolidarsi del suo dominio su tutto l’arco ligure. Uno per uno i centri maggiori e minori sono costretti ad accettare la supremazia genovese, che si afferma in varie forme giuridiche; ma la resistenza a questo processo è viva e ogni maggiore città ligure ha una sua storia dei rapporti con Genova, come ha i suoi scali di oltremare e la sua sfera di influenza economica nel retroterra. Gli episodi locali di resistenza e di lotta si moltiplicano e si complicano, perchè si intrecciano continuamente alle lotte interne del Comune genovese, a quelle fierissime che Genova sostiene con Pisa, coi Normanni, con Venezia, per affermare la sua potenza sui mari, e agli interventi degli imperatori, soprattutto di Federico Barbarossa e di Federico II, nelle cose d’Italia.

    Nella vita interna, sia di Genova come degli altri centri liguri, si affermano e concretano le forme giuridiche del Comune, mentre i feudatari, pur attraverso vivaci tentativi di riscossa, vedono decadere i loro privilegi e la loro forza. Figure di primo piano anche nella vita politica sono spesso i Vescovi, che sostengono più volte la lotta dei Comuni contro i signori feudali, come il Vescovo lunense Gualtiero che alla fine del secolo XII guidò la rivolta contro i tentativi di riscossa dei Malaspina, o come il Vescovo di Albenga che nel 1159 si presentò al Barbarossa, con uno dei consoli ed altri rappresentanti del Comune, e ottenne l’investitura imperiale sul territorio che il Comune cercava di estendere a tutta la Diocesi e al Comitato. Ma altre volte i Vescovi, investiti essi stessi di poteri feudali, sono in lotta col Comune.

    A Genova si definisce il « Comune dei Consoli », che durerà per tutto il secolo XII; il Consolato scomparirà definitivamente nel 1217. Accanto ai consoli del Comune, vi sono i « consoli dei Placiti », per l’amministrazione delle cause civili; i consoli sono assistiti da un Consiglio, mentre il Parlamento è formato dagli appartenenti alla compagna. Irrequietezza e contese, di cui è sempre più protagonista di primo piano la classe dei minori navigatori, armatori e mercanti, in lotta coi ricchi nobili, grandi armatori e mercanti, che tengono nelle loro mani il Consolato, caratterizzano questo periodo della vita comunale. Alla fine del secolo XII compare, come in altri Comuni italiani, l’istituzione del podestà, e il Comune dei consoli si trasforma nel «Comune del Podestà », ancora assistito dal Consiglio e dal Parlamento. Nel secolo XIII scoppiano anche a Genova le opposte fazioni dei guelfi e ghibellini, che dividono la nobiltà, potente e arricchita dai traffici, accanto alla quale si fa sempre più sicura di sè la borghesia dei mercanti, dei piccoli armatori; le due fazioni in lotta cercano di avere dalla loro parte il popolo. Invece le corporazioni delle arti e mestieri hanno modesto sviluppo a Genova, dove le industrie sono in sottordine in confronto all’attività commerciale e finanziaria. Gli episodi più salienti della vita interna del secolo XIII sono la proclamazione di Guglielmo Boccanegra a Capitano del popolo nel 1256, e la «diarchia» di Oberto Doria e Oberto Spinola dal 1270 al 1285. Guglielmo Boccanegra, che ha legato il suo nome all’inizio della costruzione del Palazzo di San Giorgio, apparteneva ad una famiglia popolare, ricca ed imparentata coi nobili e, almeno in apparenza voluto dal popolo, avrebbe dovuto dominare gli opposti elementi, ma il suo governo fu violentemente troncato pochi anni dopo. Oberto Spinola e Oberto Doria venivano dalle due più potenti famiglie ghibelline della città, ma fra essi sedeva, nelle occasioni solenni, l’Abate del popolo, a rappresentare l’elemento artigiano; fu durante la diarchia che Genova toccò l’apogeo della sua potenza.

    La Genova dei consoli tenne testa al Barbarossa e ottenne da lui l’infeudazione di tutto il litorale, da Portovenere a Monaco (salvo i diritti dei conti e dei marchesi), e il riconoscimento della sua autonomia. La Genova guelfa fu vittoriosa contro Federico II, la Genova ghibellina della diarchia fu vittoriosa contro Carlo d’Angiò ma, al disopra dei moventi ideologici delle opposte fazioni, il vero obiettivo era la politica di espansionismo economico e di dominio dei mari; qualunque fosse la fazione che governava, faceva suoi gli interessi del Comune. Perciò i rapporti di Genova con gli Imperatori, coi Normanni, con Carlo d’Angiò, con gli Aragonesi, sono guidati dalla preoccupazione di trovare dei punti di appoggio per vincere la concorrenza di Pisa e porre stabile piede nei capisaldi del dominio commerciale dell’Occidente mediterraneo: Corsica, Sardegna, Sicilia, coste della Provenza e dell’Africa. In Corsica e in Sardegna le lotte sono continue; base militare di appoggio è Bonifacio. Il 6 agosto 1284 la flotta genovese comandata da Oberto Doria, coadiuvato da Benedetto Zaccaria, annienta la flotta pisana; alla fine del secolo XIII, Genova ha il predominio incontrastato su Sardegna e Corsica, e ha ottenuto, sborsando una forte somma, l’isola d’Elba: l’astro di Pisa è tramontato.

    In Sicilia Genova ottiene dai Normanni una posizione di monopolio e la preoccupazione di non perderla è uno dei moventi della politica perseguita nei rapporti con Federico Barbarossa. Sua base militare è Siracusa, conquistata nel 1204.

    Il desiderio di assicurarsi il predominio economico in Oriente, muove Genova a prendere parte attiva alle Crociate, e qui nasce il dissidio con Venezia, che scoppia aperto dopo che la città della Laguna, con la quarta Crociata, ha ottenuto una posizione di predominio. Genova gliela contende, lotta contro l’Impero Latino fondato da Venezia, e dopo alterne vicende e una subdola guerra di corsa, ottiene Pera Galata, che con Caffa, con Trebisonda e con le altre colonie del Mar Nero, farà di questo, può dirsi, un mare genovese. Si apre, infatti, con la fine del secolo XIII, un secondo periodo della potenza coloniale genovese: il primo aveva visto il fiorire delle colonie del Mar di Levante, coi nomi famosi di Guglielmo Embriaco e dei suoi discendenti; ora, decadute quelle, il centro si sposta sul Mar Nero, nella Crimea o Gazaria e su tutte le rive di questo mare. Fiorentissime anche le colonie degli Stretti, dell’Egeo, di Cipro, di Laiazzo. La cartina, costruita dal Prof. T. O. De Negri, e l’elenco dello stesso autore che l’accompagna (v. nota a fine capitolo), precisano la distribuzione geografica delle principali colonie e, dove è possibile, gli anni del dominio genovese. Caratteristico di tale dominio è l’individualismo: erano singole famiglie a fondare le colonie e a tener vivo il commercio, quelle famiglie che più tardi formeranno, come si dirà, le associazioni private dette « maone ».

    Particolare della fortezza di Sarzanello o di Castruccio: secoli XIII-XIV.

    Intanto Genova mira ad assicurarsi il predominio sulle due Riviere, dove altri centri marittimi sono divenuti fiorenti, a capo essi stessi di piccoli Stati e padroni di fondachi e colonie d’oltremare. E non alle località costiere si mira soltanto, ma anche al retroterra e al dominio di quei passi che segnano le vie di penetrazione nel retroterra continentale, al quale vanno le merci dell’Oriente e dal quale vengono tessuti e materie prime commerciati nel Mediterraneo e in Oriente. Perciò lotte o anche acquisti col denaro di terre appartenenti a signori feudali e lotte o alleanze coi Comuni più potenti, mentre, come si è visto, Genova si fa premura di ottenere l’infeudazione del litorale dal Barbarossa.

    L’ostilità maggiore alle conquiste di Genova è nella Riviera di Ponente. Qui Savona è diventato un centro importante, i suoi mercanti e le sue navi frequentano tutte le coste del Mediterraneo occidentale, dall’Africa alla Penisola Iberica, alle isole tirreniche; il porto ha allacciato attivi rapporti col retroterra piemontese attraverso il Passo di Cadibona, mentre la partecipazione alle Crociate ha assicurato buone posizioni in Oriente. La lotta con Genova, già viva nel secolo XII, si fa più serrata nel XIII quando Savona ghibellina si schiera contro Genova guelfa al tempo di Federico II.

    Carta dell’espansione genovese nel Medio Evo e dei principali commerci (da « Il Porto di Genova », ed. Consorzio Autonomo. 1953, pag. 47-62).

    Noli, che diventerà nel 1239 anche sede di Vescovato, si costituì dal secolo XII in Comune autonomo e centro di una piccola Repubblica, ricca di traffici ben avviati in Oriente, dove gli « uomini di Noli » avevano ottenuto importanti privilegi, ma al contrario di Savona, e qualche volta in antagonismo con questa, accettò l’alleanza di Genova e vi si mantenne sempre fedele.

    All’estremità occidentale Ventimiglia, capoluogo della omonima contea, in relazione di traffici col Piemonte attraverso la valle della Roia e il Passo di Tenda, fu uno dei centri di maggiore resistenza contro Genova, ma dovette, alla fine, capitolare nel 1261; gravi furono le conseguenze, non di questo, ma del fatto che la contea fu spartita tra Genova e la Contea di Provenza, che si incuneò nella valle della Roia, privando Ventimiglia del suo retroterra mentre i Conti di Ventimiglia si ritiravano a Briga e a Tenda.

    Vedi Anche:  La Spezia

    Anche Albenga continua ad essere un centro fiorente di traffici marittimi e di attività agricola e commerciale; ha partecipato alle Crociate ed ottenuto privilegi, e perciò la rivalità con Genova e le lotte che si inseriscono in quelle tra Genova e Pisa, mentre Genova le suscita contro i suoi feudatari marchesi di Clavesana e stringe alleanze separate con gli altri centri della Diocesi e Contado di Albenga; tra questi Porto Maurizio che diverrà nel 1276 Comune federato a Genova. Albenga è contro Genova e alleata con Federico II, ma Genova, vittoriosa, le impone nel 1251 una convenzione che segna la fine della libertà politica e commerciale di Albenga. La sua decadenza è però legata anche ad un fatto di ordine naturale: il porto è ormai direttamente minacciato dalle divagazioni della Centa e dall’insabbiamento. La città gode però ancora di molta prosperità nel secolo XIII, partecipa attivamente con navi e uomini accanto a Genova nella battaglia della Meloria, mentre si arricchisce di edifici monumentali.

    Sanremo, che rimane sotto la giurisdizione dell’Arcivescovo di Genova fino alla fine del secolo XIII, diventerà ben presto un Comune, ma accetterà senza troppi contrasti la condizione di città convenzionata nella Repubblica di Genova.

    Nella Riviera di Levante, stroncato un tentativo di ribellione capitanato dai potenti marchesi Malaspina, Genova non trova più seri ostacoli allo stabilirsi della sua supremazia. Chiavari, Sestri sono sotto la sua giurisdizione e anche Rapallo entra a far parte dei domini genovesi nel 1229. Levanto, divenuta comune urbano e centro marinaro, passa stabilmente a Genova col suo territorio, già feudo dei Da Passano, vassalli dei Malaspina.

    All’estremità della Riviera, Genova si è assicurata per tempo la posizione dominante di Portovenere che acquista dai signori di Vezzano nel 1109; vi manda una colonia, concede privilegi e vi fa costruire un castello fortificato, a minaccia dei Signori lunensi e di Pisa. Lerici, l’altro caposaldo del golfo lunense, divenuto centro marinaro attivo, è a lungo conteso con Pisa ma finisce per dover cedere a Genova nel 1256.

    Intanto un importante mutamento si delinea nel Golfo della Spezia, dove rapidamente si sviluppa e si affaccia alla storia quello che era fino ad allora solo un piccolo borgo di marinai, non più grande di altri del golfo e come quelli dipendente da un centro e da una Pieve dell’interno: Spezia, detta allora Spezza, nome di incerta e discussa etimologia, piccolo borgo ai piedi di una bassa collina dov’era la chiesa di Santa Maria, dipendente dalla Pieve di Marinasco e dal castello di Vesigna che faceva parte di un minore dominio feudale con centro a Carpena. È un episodio delle lotte intestine di Genova che richiama l’attenzione su questa località, perchè vi si rifugiò il guelfo Nicolò Fieschi quando Genova ghibellina era in lotta con Carlo d’Angiò. I Fieschi, alleati di Carlo d’Angiò, avevano sollevato contro

    Il più caratteristico complesso dei monumenti romanico-gotici di Albenga: le Torri Comunali e il campanile della Cattedrale (secoli XIII-XIV).

    Genova i loro castelli della Val di Vara, delle Cinque Terre e del Golfo, e Nicolò popolò di fuorusciti genovesi il piccolo borgo marinaro. Ma questo viene conquistato pochi anni dopo dal genovese ghibellino Oberto Doria e i Fieschi cedono tutti i loro territori alla Repubblica genovese, la quale favorirà la funzione centralizzatrice del piccolo borgo marinaro e ne aiuterà l’incremento.

    Nella bassa Lunigiana, dove le numerose famiglie feudali derivate dagli Ober-tenghi sono ancora potenti, Genova si assicura un punto fortificato con la conquista di Arcola, ma Sarzana rimane fuori della sfera genovese. La storia di questa città è dominata, alla fine del secolo XII, dalla figura del Vescovo Gualtiero che guidò i Comuni alla riscossa contro il tentativo dei Malaspina di ristabilire nella Luni-giana i poteri della vecchia Marca Obertenga. Ma alla morte di Gualtiero scoppia la lotta tra il Vescovo e il Comune, e si protrae attraverso il secolo XIII, inserendosi nelle guerre fra il Papa e l’Impero, mentre Sarzana, col suo distretto, dovette accettare la protezione del Comune di Lucca. Al finire del secolo e agli inizi del XIV, il Comune partecipa alla contesa fra i Malaspina e il Vescovo, divenuta famosa perchè la pace fu composta a Castelnuovo Magra nel 1306 da Dante Alighieri.

    Sarzana cadrà sotto il dominio di Genova solo nel secolo XV, ma dal Golfo della Spezia a Ventimiglia e nel retroterra più immediato, al chiudersi del secolo XIII praticamente è stabilita l’indiscussa signoria di Genova, la quale, mentre ha portato a così vasti confini il suo dominio d’Oltremare, e ha fissato su solide basi i capisaldi del potere in terra ligure, ha accresciuti il suo prestigio e la sua autorità all’interno e all’esterno anche come centro religioso. La sede episcopale, che era ancora suffragala di Milano, viene infatti elevata al rango di Archidiocesi nel 1113, ed è quanto mai significativo che le vengano affidate, come suffraganee, tre diocesi còrse, mentre altre tre vengono assegnate all’Arcivescovo di Pisa; in Liguria le viene assegnata la Diocesi, allora istituita, di Brugnato, dov’era un’antica abbazia.

    Motivi del «gotico ligure»: nella Parrocchiale di Levanto, secolo XIII, la caratteristica bicromia toscana, in marmo bianco e nero, s’ingentilisce con il bel rosone gotico.

    Campanile e facciata del Duomo di Sarzana, costruito dal secolo XIII al XV ; nella facciata, terminata nel 1474, si fondono armoniosamente le linee rinascimentali col grande rosone gotico; il campanile è del secolo XIII.

    Il culmine della parabola genovese. Il secolo XIV e i primi sintomi di decadenza.

    Il secolo XIII si è chiuso con le celebri battaglie della Meloria, che segna la definitiva vittoria contro Pisa, e di Curzola, la grande battaglia contro Venezia guidata da Lamba Doria: muore in battaglia lo stesso Doge veneziano Andrea Dandolo e Venezia è fiaccata se non vinta; è nelle prigioni di Genova che Marco Polo, probabilmente fatto prigioniero in questa occasione, detta ed espone ad un suo compagno di prigionia il resoconto dei suoi viaggi, che formerà argomento del celebre libro noto col nome di « Milione ».

    Sono gli anni più splendidi della Repubblica di Genova, che nel Mediterraneo occidentale domina i traffici, non solo con la Provenza, che era stata già in antico uno dei suoi « mercati », ma anche con le coste iberiche, con l’Africa berbera, con le coste italiane, mentre è di fatto signora della Corsica e della Sardegna ed ha posizioni commerciali di privilegio anche in Sicilia.

    Il retroterra del porto si estende, all’interno, attraverso i valichi dei Giovi, della Scoffera e del Turchino, al Piemonte-Lombardia, e alle terre di Francia, dove si svolgono le fiere di Provenza e di Sciampagna. Intanto le navi genovesi frequentano i porti dell’Europa occidentale fino alle Fiandre e alle Isole britanniche. La funzione di Genova è completata da quella di Savona, e anche di Albenga, di Porto Maurizio, poste allo sbocco di strade di penetrazione nell’interno. All’Europa centro-occidentale, attraverso Genova e gli altri porti liguri, giungono le spezie e gli altri prodotti dell’Oriente, mentre da essa affluiscono a Genova prodotti agricoli, lana, stoffe pregiate e altri manufatti industriali, per essere poi ridistribuiti.

    Nei mari di Oriente Genova è accanto a Venezia con tutta la serie, a cui si è già fatto cenno, delle sue fiorenti colonie, e accanto alle navi e ai fondachi genovesi ci sono quelle e quelli degli altri centri liguri. Sintesi di tanta attività il porto di Genova, che è soprattutto un porto di ridistribuzione: esso accentra il traffico di alto mare, mentre negli altri porti si esercita particolarmente quello di cabotaggio.

    All’interno non hanno particolare rilievo le attività industriali vere e proprie; tuttavia fioriscono le industrie tessili, sia a Genova sia nei centri minori, e lavorano la lana e la canapa prodotta nella regione, la seta e l’oro filato, lavorazione questa divenuta un vanto genovese, fin dal secolo XII. Ma le due più tipiche attività sono quella armatoriale e quella finanziaria.

    I cantieri genovesi, che forniscono la flotta di navi commerciali e da guerra, sono famosi in tutto il Mediterraneo: si susseguono dalla foce del Bisagno a Sampierdarena, e a quella della Metropoli si affianca la florida industria armatoriale di Savona e dei centri minori.

    Le ricchezze accumulate nei traffici fanno per tempo fiorire un’attività finanziaria di prim’ordine. È ricco il Comune, ma sono ricchi anche, e più, i privati a cui il Comune molto spesso ricorre per prestiti. Si sviluppa l’attività finanziaria e bancaria che avrà poi la sua più famosa espressione nel Banco di San Giorgio. Sia le banche, di cui si ha notizia fin dal secolo XII, sia i privati genovesi, oltre alla funzione del cambio, propria delle prime, fanno prestiti e finanziano imprese commerciali ed industriali. La cambiale ebbe struttura definitiva nel secolo XII per opera di mercanti genovesi. I mercanti diretti alle fiere di Provenza sostano a Genova per le loro operazioni finanziarie; sovrani e prìncipi — si ricorda tra gli altri il genero di Federico II — ottengono ingenti prestiti.

    La Repubblica ha ottenuto il privilegio di battere moneta fin dal 1139 : il «geno-vino » d’oro sarà coniato per la prima volta nel 1252.

    Divenuti abilissimi navigatori i Liguri si spingono verso lontane mète, mentre già si fanno maestri dell’arte del navigare presso gli stranieri. Due coraggiosi genovesi vollero tentare l’ignota via della costa occidentale dell’Africa per raggiungere le Indie: nel 1291 Ugolino e Vadino Vivaldi si affidarono al mare, ma solo rimase il ricordo del loro ardimento perchè non tornarono più e di loro più nulla si seppe. Nel secolo seguente, il XIV, i Genovesi, che alla fine del secolo XIII avevano toccato con Lanzarotto Malocello le Canarie, raggiunsero Portosanto e Madera, quindi le Azzorre. Queste ultime, come pure Madera, vennero poi dimenticate e riscoperte nel secolo XV dai Portoghesi, ma se questi riuscirono, perseverando nei loro viaggi, a rivelare al mondo la costa occidentale dell’Africa e a circumnavigarla, i Genovesi furono ad essi maestri nel navigare: nel 1317 re Dionigi di Portogallo incaricava il genovese Emanuele Pessagno, nominato « almirante », di fornire nocchieri genovesi alle caravelle lusitane; e ancora sono da ricordare Nico-loso da Recco e altri con lui.

    Nel periodo così florido dei secoli XII-XIII, anche se le energie maggiori sono tese verso le attività economiche, non mancano espressioni di cultura religiosa e profana. Particolare importanza ha l’esistenza di una Scuola cartografica già fiorente alla fine del secolo XIII, di cui sarà maestro uno dei più grandi cartografi del tempo, Pietro Vesconte, e da cui usciranno alcune tra le più celebri carte nautiche, come quella di Angelino Dalorto (1325) e quella di Giovanni di Carignano. Un genovese, Andalò Di Negro, morto nel 1334, ebbe larga fama come astronomo, cartografo, geografo.

    Genova ci ha dato anche una preziosa opera storica: gli Annali, iniziati dal Càffaro e continuati fino alla fine del secolo XIII da vari autori. Insigne scrittore latino fu Jacopo da Varagine, autore della Legenda Aurea e della Chronica Civi-tatis Ianuensis, mentre l’« Anonimo » ci ha lasciato nelle sue rime uno dei migliori esempi di poesia didascalica e morale del secolo XIII.

    Anche l’arte rinnova il volto delle città. Già nel secolo XI erano state costruite numerose chiese in stile romanico, modificato però dalle influenze francesi, lombarde e toscane. Le chiese sono a pianta basilicale, in genere con facciata di pietra scura, ingentilite da rosoni; caratteristici i campanili massicci come torri, ma alleggeriti da bifore e trifore. Sono chiese romaniche a Genova: San Giovanni di Prè, la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, Santa Maria di Castello, San Donato. Elementi architettonici artistici non mancano anche nelle fortificazioni, particolarmente nelle porte, come nella celebre Porta Soprana a Genova.

    Ma è nel secolo XIII che si ha una vera fioritura di opere d’arte in Liguria con la costruzione o ricostruzione di chiese e di palazzi. Il gotico fa il suo ingresso favorito dai rapporti con la Francia, ma si sposa con le forme romaniche e con quelle pisane in uno stile che si è chiamato gotico-ligure. Ne è caratteristico il motivo delle fasce bianche e nere, che trova nelle rocce della Liguria, calcare e pietre verdi, abbondante la materia prima; le facciate delle chiese si adornano ancora di grandi rosoni; nei palazzi sono caratteristiche le logge. E questo il periodo della ricostruzione di San Lorenzo a Genova, mentre anche negli altri centri della Liguria sorgono e si rinnovano le chiese. Suggeriti dalla necessità di difesa, ma improntati a forme d’arte, sono anche i castelli che Genova erige o rinnova nei centri via via conquistati.

    Nella scultura e pittura, la Liguria non ha scuole locali, ma vi lavorano artisti forestieri o anche artisti locali da essi guidati; a Genova è da ricordare un lungo soggiorno di Giovanni Pisano.

    Alla fine del secolo XIII e agli inizi del XIV, la parabola genovese ha toccato il suo punto più alto. Ma già si delinea e si prepara la curva discendente, e ormai tutta la Liguria è così legata a Genova che ne segue inevitabilmente le sorti. Di questa decadenza si è voluto vedere il motivo nelle feroci lotte intestine che nel secolo XIV esaurirono le forze del Comune, senza che si preparasse, come in altre città d’Italia, l’avvento di una Signoria. Non a torto suonano ammonitrici la voce del grande Vescovo Jacopo da Varagine, che riesce a ristabilire la pace nella città sconvolta da una violenta insurrezione guelfa nel 1296-97, e quella di Jacopo Doria che chiude gli Annali con una accorata invocazione alla concordia, all’umiltà, alla semplicità di vita. Forse ha accentuato le discordie l’individualismo caratteristico del Ligure; forse anche la stessa ricchezza e quello che può dirsi culto dell’interesse, che troppo ha assorbito le migliori energie, anche se non mancano pagine della storia ligure vive di fede e vibranti di sincero amore della Patria.

    Nella vita interna del Comune genovese, il secolo XIV è caratterizzato dall’intervento di esterni dominatori, che si inizia con quello di Enrico VII nel 1311, invocato come pacificatore delle fazioni in lotta. Ma l’episodio più saliente della vita comunale è la rivoluzione che nel 1339 proclama « Signore e Doge » Simone Boccanegra, pronipote di Guglielmo: una vera rivoluzione sociale che, escludendo i nobili, segna l’avvento del dominio della ricca borghesia dei mercanti e dei marittimi (i cosiddetti « cappellazzi »). Simone Boccanegra abbandona il potere nel 1344 per riprenderlo per breve tempo pochi anni dopo, e lotte e discordie si riaccendono più violente che mai. Esse si intrecciano agli interventi delle Signorie italiane, dei Sovrani d’Europa, alle ribellioni delle città e feudatari delle due Riviere, specialmente di Savona, alle lotte navali con Veneziani, Aragonesi, Turchi che si combattono per il dominio commerciale anche nel Levante e nelle colonie, in una caotica confusione di alleanze, di battaglie, di episodi feroci. Particolarmente significativo il dominio visconteo negli anni 1351-55: per i Signori di Milano, Genova significa un naturale sbocco al mare.

    Il secolo si chiude con la cessione del Dogato a Carlo VI di Francia nel 1396, e con l’amministrazione del governatore francese Boucicault, che per breve tempo riuscì a stabilire l’ordine e la pace. A lui è legata l’istituzione del Banco di San Giorgio: sorse infatti nel 1407 l’Ufficio di San Giorgio per unificare e regolamentare le compere, cioè i debiti dello Stato cosiddetti perchè i creditori, in seguito al prestito, comperavano dei proventi fiscali; i vari prestiti furono convertiti in prestito unico e redimibile e sorse così la « Società delle Compere e dei Banchi di San Giorgio », detta poi Banco di San Giorgio, che ebbe come sede il palazzo omonimo. Era una Compagnia rappresentante dei creditori, incaricata di amministrare il debito pubblico; ma il Banco divenne sempre più potente: ad esso lo Stato finì per cedere non solo l’esazione di tutte le più importanti gabelle, ma anche i dazi e dogane del porto e perfino il governo di terre e di colonie; alcune furono acquistate dal Banco stesso, che ebbe eserciti e flotte proprie.

    L’imponente torre nolare della Basilica dei Fieschi o di San Salvatore a Lavagna: fu costruita nel secolo XIV.

    Particolare del castello di Lerici, superbo esemplare dell’architettura militare italiana del secolo XIII, ampliato nel secolo XVI.

    Alla potenza finanziaria del Banco contribuì anche il « moltiplico » introdotto fino dal 1371: consisteva nell’immobilizzare i «luoghi» di una «compera» (cioè i titoli del debito pubblico) e i relativi interessi.

    Un altro fatto interessante e tipico della vita genovese del tempo, è il sorgere delle « maone », una specie di associazioni di armatori commercianti, che si sostituiscono al Comune nella conquista, difesa e governo delle colonie, ma ne ricavano anche quasi tutti i benefici finanziari.

    All’esterno si delinea, nel secolo XIV, la potenza degli Aragonesi, che, insediati in Sicilia e in Sardegna, anche se respinti dalla Corsica, dove le posizioni di Genova sono ancora in vantaggio, a poco a poco finiscono per assediare Genova nel suo stesso mare.

    Un particolare del castello di Portovenere in cui natura, storia e arte si associano a formare uno dei più suggestivi angoli della Riviera.

    La lotta con Venezia ha il suo più importante episodio quando a Famagosta, in Cipro, dove i Genovesi hanno una posizione di privilegio, scoppia la rivolta; è una « maona » che, con una potente flotta al comando di Pietro Fregoso, doma la rivolta e l’isola sarà genovese ancora per quasi un secolo. Ma i Veneziani attendono il momento opportuno per vendicarsi; la guerra scoppia poco dopo e dal Levante si porta nella stessa laguna veneta a Chioggia. La pace è conclusa nel 1381 per opera di Amedeo VI di Savoia.

    Nel secolo XIV la posizione di Genova in Oriente era stata ancora potentissima e la sua penetrazione commerciale, attraverso le colonie della Repubblica e la sagace penetrazione individuale, si era irradiata in più direzioni: nella Russia, nella zona dei Principati di Moldavia e Valacchia, nei territori abitati da Ungheresi e Polacchi, nell’Egeo. Caffa, centro del dominio coloniale del Mar Nero, era una delle più grandi città del mondo, ma ormai l’ora del declino non è più lontana e avanza, minacciosa per tutti, la potenza dei Turchi.

    I secoli XV e XVI e il formarsi della Repubblica aristocratica. La perdita del dominio coloniale.

    Il secolo XV vede il continuarsi delle lotte intestine e degli interventi stranieri: Genova è obiettivo di primo ordine nelle lotte tra la Signoria di Milano e la Francia, che aspirano a farne la loro base navale. Nella prima metà del secolo è dominata da Filippo Maria Visconti, Signore di Milano, durante un agitatissimo periodo di 14 anni. Gli Sforza tornarono a dominarla dopo la battaglia combattuta nel 1461 a Sampierdarena contro i Francesi di Carlo VII (di cui era alleata Savona) e furono di fatto padroni di Genova fino alla fine del secolo. Anche con la Signoria medicea Genova fu in lotta per il possesso di Sarzana e di Pietrasanta.

    Nel Mediterraneo gli Aragonesi sono ormai padroni della Sicilia e della Sardegna e suscitano ribellioni in Corsica. Nelle guerre interne ed esterne si intreccia ancora la lotta spietata e continua con Savona, sempre pronta ad accogliere fuorusciti genovesi e a schierarsi coi nemici della città. Intanto cade nel 1453 l’Impero d’Oriente e si preparano la definitiva rovina delle colonie e il deviare dei traffici: Caffa cade nel 1475.

    Il secolo si chiude col viaggio di Colombo, destinato a dare gloria imperitura alla sua città natale, ma premessa della sua ormai inesorabile decadenza commerciale: Genova sarà colpita, come le altre città marinare del Mediterraneo, come la stessa Venezia, dallo spostarsi dei traffici nell’Atlantico.

    Vedi Anche:  La Riviera del Golfo Tigullio e la montagna Chiavarese

    Altri ammiragli e piloti liguri sono in questo tempo a servizio di Stati stranieri: ai nomi già ricordati per il secolo XIV, si aggiungono quelli di Antonio da Noli, che nel 1441 giunse alle isole del Capo Verde; di Antoniotto Usodimare che con Alvise da Ca’ da Mosto nel 1455 arrivò alla foce del Gambia; e di Leone Pancaldo, il savonese pilota di Magellano. Da Maiorca, dov’era un gruppo di commercianti genovesi, parte quell’Antonio Malfante genovese, che nel 1447 raggiunse il bacino del Niger.

    Il secolo XVI si apre all’interno con un periodo tra i più agitati della storia di Genova, che è tutto un susseguirsi caotico di Dogi e di governi stranieri. Ma sui fatti interni influiscono quelli di politica estera: per la sua posizione geografica di « porta » della regione padana, Genova è al centro del duello tra Francia e Spagna e poi, dopo l’elezione di Carlo V, del grande conflitto franco-asburgico. Le sue vicende sono in questo periodo collegate con quelle di Milano, perchè le due città sono le due chiavi della zona padana: si ripete, a distanza di secoli, ciò che era avvenuto nel periodo bizantino-longobardo. E ancora si inserisce nelle guerre di questi anni Savona, ottenendo più di una volta posizioni di primo piano nell’agitata politica italiana: fu Savona ad ospitare nel 1507 i sovrani di Francia e di Spagna nel convegno in cui furono poste le basi della Lega di Cambrai. Molti e dolorosi episodi sarebbero da ricordare, fra cui il feroce saccheggio che Genova subì da parte degli Spagnoli nel 1522.

    La casa che secondo la tradizione avrebbe visto i natali di Cristoforo Colombo a Genova.

    Intanto emerge nella storia genovese la figura di Andrea Doria, segnalatosi come ammiraglio e « assentista », cioè appaltatore di navi al servizio ora di una, ora di un’altra potenza. Nel 1528 egli fece un meditato mutamento di «rotta» abbandonando il servizio della Francia e stringendo un patto con Carlo V, dal quale ottenne che fossero garantite: l’indipendenza della Repubblica di Genova, la sovranità di questa su Savona, la facoltà per i Genovesi di commerciare negli Stati soggetti all’Impero in assoluta parità coi sudditi di questo. Il 9 settembre Andrea Doria entrava in Genova al grido di « San Giorgio e libertà ». Se di fatto quello dell’Ammiraglio fu un governo dittatoriale, finalmente la Repubblica potè godere di un periodo di pace, mentre nei rapporti con l’Impero ne era rispettata la sostanziale libertà. Per restaurare all’interno l’autorità dello Stato fu costituito il Liber Civitatis, che riuniva le vecchie famiglie nobiliari e alcune delle nuove, costituenti gli « alberghi » o gruppi di famiglie; vi potevano essere aggregati in numero limitato quei cittadini che se ne rendessero meritevoli. Dal Liber Civitatis venivano scelti gli amministratori della cosa pubblica e, attraverso una complicata procedura, anche il Doge che durava in carica due anni. La pace interna fu tuttavia turbata, dopo la metà del secolo, da congiure interne — in particolare quella dei Fieschi — che rattristarono gli ultimi anni di vita del grande Ammiraglio, morto nel 1560. Le lotte tra nobili vecchi e nuovi, e di questi con gli inquieti elementi popolari degenerarono in vera guerra nel 1576; ne seguì una riforma costituzionale, che, creando un’unica nobiltà di governo, rinforzò di fatto il governo oligarchico, nonostante l’apertura delle iscrizioni al cosiddetto « libro d’oro ». La Repubblica aristocratica durerà fino alla fine del secolo XVIII.

    All’esterno sempre più minacciosa si faceva la potenza dei Turchi e si rinnovavano sulle coste liguri le piraterie e i saccheggi del tempo dei Saraceni : è il tempo del famoso pirata Dragut. Intanto sempre più precaria diveniva la situazione in Corsica, centro di interesse per la Spagna e la Francia; dopo un secolo di amministrazione del Banco di San Giorgio, l’isola era stata nuovamente ceduta alla Repubblica di Genova, e la guerra vi arse dura e feroce al tempo di Sampiero di Bastelica, ma neppure dopo la sua morte Genova riuscì a riportarvi la pace.

    In Liguria l’ultimo violento episodio per l’imposizione della supremazia genovese fu la sottomissione di Savona nell’anno 1528.

    Nonostante le agitate vicende interne e le condizioni esterne profondamente cambiate in danno della Repubblica, questa continua ad essere nei secoli XV e XVI economicamente ricca e potente. Chiuse le vie dell’Oriente, nel secolo XV Genova era tornata all’Occidente allacciando, attraverso iniziative soprattutto individuali, intensi traffici con le coste nord-atlantiche, dalle Fiandre all’Inghilterra. Nel secolo XVI sono numerosissimi i sudditi della Repubblica di Genova che risiedono in Spagna e vi esercitano un vero predominio finanziario, avvantaggiandosi così delle nuove correnti commerciali di oltremare, tanto che poteva dirsi che « l’oro nasceva nelle Indie, moriva in Spagna per essere sepolto a Genova». In Oriente cadde nel 1566 l’ultima colonia, la «maona» di Scio della famiglia Giustiniani, e 18 eroici giovanetti di questa famiglia morirono fra atroci tormenti anziché abiurare alla fede cristiana.


    Ruderi del castello dei Doria a Dolceacqua, secolo XVI.

    Il secolo XVII. La potenza finanziaria e il porto franco.

    Difficile fu la vita della Repubblica di Genova nel secolo XVII, fra l’Impero, la Spagna, la Francia, mentre in Italia si accentua la lotta col vicino Piemonte che, organizzandosi coi Savoia in un forte Stato, tende alla Liguria come al suo naturale sbocco al mare: né bastava ad esso Oneglia, venduta nel 1576 a Emanuele Filiberto di Savoia. L’ostilità degenerò più volte in vero e proprio stato di guerra, intrecciandosi con le guerre che si combattevano fra gli Stati d’Italia e d’Europa. Tristamente celebre fu la congiura di Giulio Cesare Vacchero, che doveva dare la città al Duca di Savoia Carlo Emanuele ; feroce fu la repressione : i maggiori responsabili furono decapitati e, distrutte le case dei Vacchero, fu innalzata sulle rovine la colonna di infamia.

    Se in Italia la Repubblica dovette difendersi dal Piemonte, in Europa trovò le maggiori ostilità nella Francia. Fu questa a impedirle una ripresa di traffici con la Turchia : la Francia del Richelieu e del Mazarino non le perdonò mai i legami con la Spagna e tentò in tutti i modi di manovrare la Repubblica per i propri interessi. Peggio avvenne col Regno di Luigi XIV: l’episodio più grave si ebbe quando nel 1684 Genova rifiutò di accettare le umilianti condizioni imposte dal Re di Francia e la città subì un gravissimo bombardamento navale, scrivendo una pagina gloriosa di fermezza eroica, anche se alla fine la Repubblica dovette arrendersi di fronte a così potente avversario.

    Nel campo economico, i noli marittimi, le ricchezze accumulate, la perizia finanziaria e commerciale assicurano ancora buone condizioni per tutto il secolo XVII. Ne fanno testimonianza l’attività del Banco di San Giorgio, che finanzia tutte le più grandi opere cittadine, e il vivace commercio di transito del « porto franco ». Questo fu istituito nel 1595 per fronteggiare una crisi granaria, ma si estese ben presto ad altre merci, fu rinnovato e poco per volta liberalizzato. Nel 1641 fu decisa la costruzione di nuovi grandi magazzini e finanziatore fu il Banco di San Giorgio. Fu questo ancora ad aiutare la costruzione del nuovo « porto franco » all’inizio del secolo XVIII: un grande complesso di edifizi che sarà distrutto dai bombardamenti dell’ultima guerra. I traffici del porto crebbero rapidamente nel secolo XVII: le navi affollavano il porto e ditte commerciali genovesi e straniere (di Ebrei, Francesi,

    Svizzeri, Inglesi e Olandesi) lavoravano intensamente rinnovando il movimento di navi e uomini dei secoli medievali. Ancora una volta la posizione geografica giuoca in favore di Genova, facendone il centro in cui affluiscono merci dall’Oriente e dalle nuove terre d’America per essere ridistribuite in Europa. Questo movimento del « porto franco » fu attivissimo per tutto il secolo XVII nonostante la concorrenza di Livorno, che ebbe pure il « porto franco ».

    Arte e cultura dal Rinascimento al secolo XVII

    Nel Quattrocento il cammino dell’arte — sia nell’architettura come nella scultura e pittura — è in ritardo in Liguria, dove ancora persistono le forme gotiche, mentre cominciano ad apparire i motivi nuovi del Rinascimento, portati da artisti lombardi, toscani e di altre regioni. Ma nel Cinquecento, dalla fusione delle correnti esterne, per opera di artisti liguri o trasferitisi in Liguria, si forma un’arte nuova con caratteristiche sue proprie, che pone la regione, se non ai primi posti, certo non ultima fra le altre d’Italia. Questo vale soprattutto per l’architettura, che ha le sue più alte manifestazioni a Genova nel Cinquecento e nel Seicento e conta insigni monumenti di architettura civile, militare e religiosa anche in altre città; per le singole opere si rimanda alla parte descrittiva, in particolare al capitolo dedicato a Genova, ricordando qui che la nuova architettura continuò senza trasformazioni radicali anche nel Seicento, ben poco indulgendo alle forme barocche.

    Meno fiorì la scultura, che tuttavia contò artisti di fama, tra i quali i Carlone (in particolare Taddeo), originari di Lugano, ma poi stabilitisi a Genova, i quali diedero a quest’arte un’impronta classicheggiante e grandiosa che si continuò nel Seicento. Il Barocco entrò in Liguria portatovi dal Bernini, che ebbe come allievo il genovese Filippo Parodi; tra la fine del Seicento e il Settecento i nomi più famosi furono quelli di Bernardo e Francesco Schiaffino, mentre un posto a sè ha il genovese Anton Maria Maragliano, che portò la scultura in legno a vero fastigio d’arte con i suoi Crocifissi, le celebri Casse e le figurine da presepio.

    Nella pittura il secolo XVI, che vide a Genova l’opera di Perin del Vaga, vanta il grande nome di Luca Cambiaso, nato a Moneglia nel 1527, formatosi, non solo a Genova, ma anche a Roma alla scuola dei più grandi maestri del Rinascimento, autore di grandiosi affreschi e di quadri. Nel Seicento Genova accoglie i maestri fiamminghi, tra cui il Rubens e il Van Dyck, e la pittura si rinnova: alcuni artisti si ispirano più direttamente ai pittori fiamminghi, come il grande Bernardo Strozzi e Benedetto Castiglione detto « il grechetto », ambedue genovesi ; gli altri rappresentano la continuazione della scuola decorativa del Cinquecento, come il sarza-nese Domenico Fiasella, Andrea Ansaldo di Voltri, i fratelli Carlone, e i « ritrattisti » Valerio Castello, Domenico Piola e Gioachino Assereto, il più famoso, genovese egli pure come gli altri due. Tra il Seicento e il Settecento si sviluppa l’arte personalissima del genovese Alessandro Magnaseo col suo « stile di macchia ». Dipinse affreschi e quadri, dopo essere stato pittore ceramista, il savonese Bartolomeo Guidobono.

    Nel campo degli studi, Genova e la Liguria restarono certo ben lontane dalla fama raggiunta da altre città italiane, ma non vi mancarono umanisti, ricercatori di codici, uomini di studio che fecero di questo la loro occupazione principale, e generosi mecenati. Il 1471 è considerato l’anno di nascita dell’Università di Genova, perchè le fu conferita, con Bolla di Sisto IV, la facoltà di concedere titoli accademici per la iscrizione ai collegi dei medici, giuristi, notai. Il 1500 e il 1600 ebbero in Liguria scienziati, storici, letterati. Fra questi ultimi il nome più famoso è quello del savonese Gabriello Chiabrera (1552-1638).

    L’agitato secolo XVIII. La perdita della Corsica.

    La Repubblica di Genova vede ormai esaurirsi sempre più le sue forze politiche ed economiche. Mentre deve difendersi dalla politica espansionistica dei Savoia, che mirano soprattutto a Savona come sbocco del Piemonte sul mare, e non mancano contrasti e rivalità dal lato di oriente con la Toscana, la Repubblica si trova trascinata nel campo delle grandi competizioni fra gli Stati d’Europa, che si accendono più forti che mai nelle cosiddette «guerre di successione», tanto più che essa ha una posta di primaria importanza: la Corsica, alla quale tende la Francia, mentre appoggia Genova contro il Piemonte; intanto l’Inghilterra si insedia nel Mediterraneo. Particolarmente disastrosa fu la guerra di successione austriaca, in cui Genova si schierò con i Franco-Ispani contro gli Austro-Piemontesi, alleati con gli Inglesi. Pagina gloriosa di quegli anni durissimi il noto episodio di Balilla e la cacciata degli Austriaci nel 1746.

    Villa Cambiaso a Genova, opera di Galeazzo Alessi.

    Il Trattato di Versailles del 1768 segna di fatto la cessione della Corsica alla Francia, dopo decenni di insurrezioni, di lotte e di interventi palesi o nascosti della Francia, contro la quale Genova ha lottato con più forza di quanto non si creda; è una pagina grave di storia, più che genovese, italiana ed europea, per la posizione geografica dell’isola.

    Modesto, ma non trascurabile compenso nel territorio ligure: Genova aveva riavuto nel 1715 dalla Spagna, che lo dominava da oltre un secolo, il Marchesato del Finale, e dopo esserle stato conteso dal Piemonte le fu confermato nel 1748: rappresentava una posizione importante per eliminare la frattura del suo territorio e assicurarsi il commercio del sale con il retroterra padano. Ormai nel campo economico si accentua la decadenza della Repubblica, anche se il Settecento genovese conosce, accanto alla superficialità di certi costumi (il « cicisbeismo » avrebbe avuto a Genova la sua culla’.), il lavoro operoso, retaggio dei secoli precedenti, e se alla povertà del governo dogale fa riscontro la ricchezza individuale dei nobili, che ancora esercitano l’attività finanziaria privata. Il porto è ancora pieno di velieri e il « porto franco » di merci almeno fino alla metà del secolo ; ma la Repubblica costruisce solo più navi minori (il famoso « pinco genovese ») e le navi genovesi battono ancora i mari, ma cercano spesso la protezione di altra bandiera.

    Disegno per la decorazione di una poppa di vascello di Domenico Piola (Pegli, Museo Navale).

    Nel campo della cultura si ha un rinnovamento nella seconda metà del secolo e sono da ricordare nomi di scienziati illustri, quali l’insigne cartografo Matteo Vinzoni, l’astronomo Cassini, il giureconsulto Casaregis. Anche Genova ha avuto le sue accademie, le rappresentazioni teatrali e melodrammatiche, ma soprattutto vanta il sorgere di insigni opere educative, come le Biblioteche pubbliche e private istituite dall’Abate Gerolamo Franzoni, dall’Abate Berio e le scuole per i figli del popolo aperte da Lorenzo Garaventa. Viene fondata nel 1750 l’Accademia Ligustica di Belle Arti, e cultori di scienze economiche dettero i Durazzo, i Grimaldi, i Serra. Intanto si costruiscono per opera dei nobili, nuovi grandiosi palazzi, che si aggiungono a quelli del secolo precedente.

    I difficili anni del periodo napoleonico e la fine della Repubblica indipendente

    Le idee rivoluzionarie venute dalla Francia penetrano a Genova, dove la classe nobiliare dirigente si è dimostrata sempre più incapace e chiusa in se stessa, e si diffondono particolarmente fra la borghesia mercantile e bancaria e fra i professionisti, ma serpeggiano anche tra i nobili; il popolo è tradizionalmente contrario alle innovazioni venute dal di fuori. Anche nelle altre città liguri della Riviera di Ponente, a La Spezia, a Sarzana le nuove idee hanno convinti seguaci, si accendono focolari rivoluzionari e scoppiano tumulti. Gli avvenimenti frattanto incalzano. La Repubblica è presa in mezzo fra gli alleati e la Francia, e all’interno fra il decadente governo oligarchico e i fautori delle nuove idee. Le truppe francesi occupano la Riviera di Ponente ed è proprio in territorio ligure che si combattono le celebri battaglie in cui rifulge il genio militare di Napoleone: a Montenotte, a Millesimo, a Dego gli Austro-Piemontesi sono sconfitti nel 1796; l’anno dopo cade la Repubblica aristocratica e viene data alla « Repubblica Ligure » una costituzione democratica, ma l’autonomia è solo più nominale. Dopo la reazione antifrancese del ’99, Genova subisce il memorando assedio austriaco del 1800: la città, governata di fatto dal generale

    Massena, assistito dal genovese Luigi Corvetto, lo sopportò con eroico sacrificio; tra i suoi difensori era Ugo Foscolo.

    Nel 1805 la Liguria divenne dipendenza francese. Se giovarono alla regione e al capoluogo lavori edilizi e stradali e fondazioni culturali, gravi danni ebbe particolarmente il porto di Genova dal «Blocco Continentale»; anche il Banco di San Giorgio cessò la sua attività. La regione fu divisa in tre dipartimenti : Genova, Montenotte (capoluogo Savona) e Appennini (capoluogo Chiavari).

    Nel 1814 parve che dovesse risorgere la Repubblica Genovese, ma nonostante l’appassionata ed intelligente diplomazia dei genovesi Agostino Pareto e Antonio Bri-gnole Sale, nonostante il palese malcontento popolare, il Congresso di Vienna decise per l’annessione al Piemonte: il 3 gennaio 1815 la Liguria entrava a far parte del Regno Sardo col nome di Ducato di Genova; i Savoia avevano vinto la battaglia iniziata dal tempo di Emanuele Filiberto.

    Accampamento austriaco a Genova nel 1747. Incisione. (Palazzo Rosso, Genova).

    Via quella che sembrò una data funesta per la Liguria e il suo capoluogo, segnò invece da un lato un primo deciso passo verso la formazione dell’unità nazionale e preparò dall’altro il risorgere della regione a nuova vita quale elemento attivo e insostituibile nello Stato italiano: per questo segretamente lavorarono i patrioti liguri. Intanto vennero eseguite opere pubbliche che giovarono alla regione, in particolare la strada della Riviera orientale, sul tracciato dell’antica Aurelia, completata nel 1823.

    Il contributo dato da Genova e dalle altre maggiori città liguri al Risorgimento fu, particolarmente nella prima fase, quando i Savoia erano ancora ostili, tanto più vivo quanto più in Genova era ancora sentito il disappunto dell’annessione al Piemonte.

    E gloria della Liguria aver dato i natali a due fra i massimi artefici del Risorgimento: Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Il padre di Garibaldi era oriundo di Chiavari, la madre, Rosa Raimondi, veniva da Loano; a Genova e in Liguria egli trovò amici e collaboratori preziosi: erano navi liguri, della Compagnia Rubattino di Genova, il Piemonte e il Lombardo, che nella storica notte dal 5 al 6 maggio 1860 salparono dallo scoglio di Quarto per la leggendaria spedizione dei Mille. Giuseppe Mazzini nacque a Genova, che ne custodisce le spoglie mortali nel cimitero di Sta-glieno; la madre, Maria Drago, genovese di nascita e di animo, che bene impersonò l’austera virtù e il silenzioso, coraggioso spirito di sacrifìcio della donna ligure, molto diede al figlio della sua personalità e contribuì a formarne il carattere.

    Lo storico « scoglio » di Quarto.

    Monumento a Mazzini; in primo piano le statue di Guglielmo Embriaco, il leggendario eroe medievale, e del grande ammiraglio Andrea Doria.

    Sono ancora gloria di Genova e della Liguria i nomi notissimi di altri « grandi » del Risorgimento: Goffredo Mameli, Nino Bixio, i fratelli Ruffini, Giulio Cesare Abba. A questi sarebbero da aggiungere moltissimi altri nomi di uomini dell’aristocrazia, della borghesia, del popolo che, non solo a Genova, ma in tutte le città e i paesi della Liguria lavorarono per l’unità della patria: ogni città infatti ha i suoi episodi da vantare, i suoi eroi da ricordare.

    Nel 1860 la Liguria subì la grave mutilazione della contea di Nizza e il capoluogo della provincia occidentale fu portato a Porto Maurizio. Dopo il 1861 si inizia la vita della Liguria quale regione della più grande patria italiana: a questa essa clonò il retaggio di tanti secoli di vita gloriosa e indipendente, di un popolo che, come ha una sua storia, ha pure un suo carattere che lo differenzia da quello delle altre regioni; ne ebbe in cambio nuova linfa rinnovatrice che ne provocò il rapido rifiorire. Anche oggi la Liguria ha un suo volto inconfondibile e la sua partecipazione alla vita nazionale è viva non solo nelle attività economiche, di cui si parlerà nel capitolo ad esse dedicato, ma anche nella storia delle umane conquiste del lavoro, nel campo della cultura e in quello dei più alti valori spirituali.