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La Spezia

    La provincia della Spezia

    Il golfo della Spezia e lo sviluppo del centro urbano

    Per quanto il centro urbano capoluogo, rapidamente sviluppatosi, abbia un’intensa azione accentratrice, la giovane provincia della Spezia non costituisce una regione uniforme: diversa la posizione e la struttura geografica, diversa la storia, variamente sentito l’influsso della città capoluogo da zona a zona, mentre peculiari caratteristiche vengono allo « Spezzino » dall’essere posto agli estremi della Liguria, ai confini con la Toscana e l’Emilia.

    Si descrive pertanto quest’ultima parte orientale della Liguria distinta in quattro zone : il Golfo della Spezia, la bassa Lunigiana, la valle della Vara, il settore costiero ; ciascuna infatti ha una sua individualità.

    Non è esagerato dire che il Golfo della Spezia, che è compreso nel territorio dei Comuni di La Spezia, Lerici, Portovenere, è di un eccezionale valore: non solo perchè forma un paesaggio quanto mai pittoresco, ma anche perchè offre una zona di riparo vasta e sicura, aperto verso sudest e quindi protetto dal più temibile vento della costa ligure, il libeccio, e chiuso fra due promontori orientati da nordovest a sudest. Nettamente dissimmetrico il promontorio occidentale che scende con una falesia a picco verso il mare aperto, mentre verso il golfo si abbassa in una serie di sproni collinosi che separano piccole, pittoresche insenature; una serie di insenature si succedono anche sul lato orientale del golfo dove si apre la più ampia, che accoglie gli abitati di Lerici e San Terenzo. Così il golfo si incornicia in un anfiteatro di colline e montagne, dal quale però è relativamente facile passare nella valle della Vara per mezzo della soglia della Foce (240 m.), nella bassa valle della Magra attraverso la soglia di « Buonviaggio » (105 m.) e quella del Termo (90 m.), utilizzata dalla via nazionale Aurelia e dalle linee ferroviarie per Parma e per Sarzana-Pisa; un altro passaggio è quello dal seno di Lerici alla valle della Magra attraverso la zona di Romito.

    Il territorio del Golfo della Spezia.

    Nella parte più profonda del golfo, che si addentra nella costa per circa 13,5 km., con una larghezza massima di circa 9, si distendono due aree alluvionali pianeggianti separate da uno sprone collinoso, la collina dei Vicci, che toccava il mare col cosiddetto Colle dei Cappuccini: l’una occidentale dove si è sviluppato il centro della Spezia nel secolo scorso; l’altra ad oriente, il piano di Migliarina, un tempo paludoso. In fondo al golfo, la linea di spiaggia era, all’inizio del secolo scorso, circa 200 m. più interna dell’attuale banchina.

    Il golfo fu abitato da epoca remotissima, come attestano i reperti paleolitici della grotta dei Colombi all’isola Palmaria, e i monumenti megalitici della zona di Biassa, che sorge a guardia del golfo sulle colline del promontorio occidentale. Sono in corso scavi che potranno far luce sulla funzione del golfo in età romana; qualcuno vorrebbe porvi — ma non sembra verosimile — il porto della romana Limi. Nel Medio Evo nel «Golfo di Venere» s’incontrarono le zone di influenza genovese e pisana e teatro di lotte furono particolarmente Portovènere e Lèrici, mentre sulle vicine colline si fortificavano i castelli dei signori feudali e si organizzavano le più antiche Pievi.

    Già si è accennato, nel capitolo storico, all’esistenza di abitati romani ed alle origini del centro che doveva poi diventare nel secolo XIX una grande città. Nell’alto Medio Evo un piccolo borgo marinaro doveva esistere ai piedi della collina del Poggio, in luogo asciutto, vicino al mare; vi si formò la Parrocchia di Santa Maria (dov’è l’attuale Chiesa pro-Cattedrale) dipendente dalla Pieve di Santo Stefano di Mari-nasco; dal silenzioso piazzale di quest’ultima Chiesa, ricostruita nel secolo XIII e quindi completamente rifatta nel Settecento, si gode oggi uno dei più bei panorami della città che si è sviluppata ai suoi piedi, fervente di vita. Si è già detto come, nel secolo XII, diversi gruppi feudali si riunirono nel consorzio di Càrpena, da cui dipendevano il Castello di Vesigna, oggi il piccolo borgo rurale di Isola, e il centro marinaro di La Spezia. Questo nome, di incerta origine, appare per la prima volta in un documento del secolo XI. Si è detto pure come La Spezia divenisse centro della ribellione guelfa dei Fieschi contro Genova ghibellina e come si popolasse di fuorusciti guelfi genovesi. Presa nel 1272 da Oberto Doria, fu venduta dai Fieschi a Genova pochi anni dopo. Per quanto abbia continuato ad essere un centro modesto, pure ebbe incremento nei secoli che seguirono. I Fieschi vi avevano eretto un castello, di cui oggi si vedono i resti accanto a quelli del successivo castello genovese. Nel 1271 ebbe la prima cinta murata. Nel 1343 fu eretta in Podesteria e nel 1371 si aggregò la vecchia Podesteria di Càrpena, diventando capoluogo del « Vicariato della Riviera di Levante da Pietra Cornice al Corvo ». La Spezia entrò cosi nell’orbita genovese e alle guerre esterne e intestine della Dominante sono legate le vicende della sua storia. Fu centro modesto ma non senza importanza; vi si esercitavano la pesca ed il commercio, in particolare quello del sale. Nel Seicento furono fortificate le mura e il castello ma si iniziò un periodo di decadenza; nel Settecento ebbe a soffrire, travolta nella lotta tra i Franco-Ispani alleati dei Genovesi e gli Austriaci, alleati del Piemonte. Tuttavia, nel Settecento, la cittadina si abbellì di qualche palazzo signorile, soprattutto nella via e nella piazza di Sant’Agostino: ne restano le tracce anche oggi nonostante le distruzioni successive. Napoleone comprese il valore strategico del Golfo della Spezia e voleva farne un grande porto militare, e costruirvi un Arsenale. Non ne ebbe il tempo, ma ormai il futuro della città era segnato. Nel 1812, ancora sotto il governo napoleonico, fu elevata a capoluogo di circondario e ne fu primo sottoprefetto Santorre di Santarosa.

    Il golfo della Spezia e la bassa val di Magra in un rilievo del 1784.

    Pianta della città di La Spezia eseguita nel 1748: il nucleo abitato si stende ai piedi e sulla collina del Poggio e non ha ancora raggiunto il mare; ben visibile a destra lo sprone « dei Cappuccini ».

    Il centro urbano e l’Arsenale alla fine del secolo XIX; la Batteria dei Cappuccini (21), con la sottostante Porta Rocca, segna ancora i limiti del centro urbano.

    Città: 1, municipio; 2, sottoprefettura; 3, ammiragliato; 4-8, chiese: Santa Maria, San Giovanni, Sant’Antonio, Nostra Signora della Neve, Nostra Signora della Scorza ; 9, chiesa evangelica; io, tribunale militare; 11, pretura; 12, ospedale civile; 13, ospedale militare; 14, caserma del C. R. E.; 15, caserma di fanteria; 16, caserma di artiglieria; 17, panificio militare; 18, teatro civico; 19, politeama Duca di Genova; 20, batteria mulino a vento; 21, batteria Cappuccini; 22, castello; 23, dogana; 24, capitaneria di porto; 25, posta e telegrafo; 26, monumento a D. Chiodo; 27, stazione della ferrovia; 28, stazione merci piccola velocità; 29, stazione ferroviaria Spezia-San Bartolomeo; 30, stabilimento balneare; 31, cimitero vecchio. Arsenale: 32, ingresso principale; 33, darsena d’armamento; 34, darsena di costruzione; 35, bacini di carenaggio; 36, veleria; 37, laboratorio falegnami; 38, laboratorio fabbri; 39, tettoie legnami da lavoro; 40, macchinario di prosciugamento; 41, magazzini; 42, scali da costruzione; 43, fanale molo Làgora; 44, Porta Sprùgola.

    Panorama di La Spezia e del lato orientale del golfo. Sono ben visibili la pianura alluvionale dove si è esteso l’abitato nel secolo scorso, i nuovi quartieri residenziali sulla collina e la piana di Migliarina; a destra i bacini dell’Arsenale.

    Unita al Piemonte sotto lo scettro dei Savoia, la cittadina ebbe un breve periodo di sviluppo come città di soggiorno e di bagni, quando fu costruita nel 1823 la strada carrozzabile per Genova, l’attuale Aurelia. Mentre la più antica strada proveniente da Sarzana entrava nelle mura della cittadina dopo aver valicato la collina dei Cappuccini, la nuova passò in piano intorno al promontorio ed entrò nelle mura in direzione del cosiddetto « caroggio dritto », l’attuale via del Prione. In tal modo fu valorizzata la spiaggia, antistante al centro, dal quale era separata da una vasta zona a prato. La spiaggia fu mèta di artisti e di personaggi illustri, dalla Famiglia Reale a Carlo Dickens, a Wagner; fu costruito allora il Teatro Civico fuori di quella che era la porta a mare, mentre sul prato presso la spiaggia sorsero palazzi e alberghi.

    Ma questa vita tranquilla e signorile fu presto interrotta e assorbita da una nuova ben diversa attività. Il Conte di Cavour, non senza vivaci opposizioni, propose il trasferimento della base militare marittima dello Stato sardo da Genova alla Spezia. Era il 1851. Dopo i primi progetti del 1858, che prevedevano la costruzione dell’Arsenale dove oggi è il seno del Varignano, e l’interruzione per la guerra del 1859, i lavori cominciarono di fatto nel 1861 sul progetto e sotto la direzione del generale Domenico Chiodo, nell’area di San Vito a ovest del centro antico e di quella che era divenuta zona balneare.

    Da quel giorno incomincia per La Spezia una nuova storia. Mentre affluiscono nella città i militari e gli impiegati della Marina militare, l’Arsenale con le sue numerose attività richiama numerosissima la mano d’opera dai paesi del golfo, delle Cinque Terre e della bassa val di Magra, e questa in parte fissa dimora stabile in città, in parte vi si porta giornalmente per il lavoro. Accanto all’Arsenale coi suoi bacini di carenaggio, le darsene, gli impianti più diversi, sorgono nuove officine militari sul lato orientale del golfo in località San Bartolomeo. Le cime dei colli e dei monti che fanno corona al golfo si muniscono di tutta una serie di « batterie » e « forti » militari che lo serrano in una corazza allora inespugnabile; la parte più interna del golfo, la cui sicurezza in caso di difesa è accresciuta dal fatto che esso non si apre verso il mare aperto ma verso la costa toscana, viene sbarrata da una possente diga. La funzione militare dà alla città un’impronta inconfondibile e ogni attività sembra ad essa subordinata, ma le industrie militari richiamano tutta una serie di altre industrie, in gran parte, ma non tutte, legate all’industria bellica. Dal 1857 lavora la Fonderia del piombo, sfruttando in origine le ligniti del Sarzanese e piccoli giacimenti di minerale del Monte Parodi, poi minerale sardo ed estero; quindi si aggiungono officine meccaniche, i cantieri navali. Dal 1890 si inizia la costruzione del porto mercantile, che provvede ai rifornimenti degli stessi stabilimenti militari ma serve anche alle altre industrie e prelude a nuovi rapporti con le zone toscana ed emiliana.

    La popolazione della Spezia era stata sempre poco numerosa. Il Giustiniani le attribuisce 410 « fuochi », non più di 3000 erano gli abitanti del periodo napoleonico. Il censimento del 1861 trovò nel Comune di La Spezia solo 11.560 ab., ma il rapido moltiplicarsi di attività attira la popolazione, non soltanto più dai centri vicini, ma da altre regioni italiane, specialmente quelle a confine con la Liguria; numerosi anche i meridionali venuti alle dipendenze della Marina da guerra. Gli abitanti del 1861 erano già più che raddoppiati nel 1871: 24.127; salirono a 30.732 nel 1881, 65.619 nel 1901, 73.599 nel 1911, 88.035 nel 1921, 107.958 nel 1931, 111.523 nel 1936; da questo anno il ritmo di aumento è quasi cessato. Il censimento del 1951 ha trovato 112.245 ab. presenti; un po’ più forte l’aumento se ci si riferisce alla popolazione residente; la stasi demografica è dovuta alla grave crisi economica seguita alla guerra. Con la ripresa degli ultimi anni la popolazione residente ha raggiunto i 120.000 abitanti.

    La spiaggia a La Spezia prima della costruzione della passeggiata a mare (metà del secolo XIX).

    La passeggiata Costantino Morin, oggi, e l’area a giardini; sul fondo il Palazzo del Comune e le costruzioni sorte nell’area dov’era il Colle dei Cappuccini.

    Il rapido crescere di attività e di popolazione ha avuto come conseguenza un affrettato estendersi del centro urbano. Il vecchio centro, salvo la zona presso il mare a cui si è accennato, sorta fuori della porta a mare, occupava ancora nel 1861 la ristretta area dei secoli precedenti ed era chiuso entro le mura seicentesche; si stendeva ai piedi della collina del Poggio e ne erano arterie principali la via del Torretto con la piazza Sant’Agostino, su cui prospettavano i palazzi signorili del Settecento, e l’attuale via del Prione, detta « caroggio diritto »; ad ovest era la Chiesa di Santa Maria, abbellita di opere d’arte, tra cui una bella terracotta di Andrea della Robbia, ed una grande tela con l’Assunta, opera del Fiasella.

    Ogni ampliamento sembrava precluso ad est, dove giungeva al mare il Colle dei Cappuccini. Il rapido ed affrettato ampliamento degli ultimi decenni del secolo XIX portò alla distruzione delle mura nella parte pianeggiante e verso il mare, al riempimento del tratto di mare corrispondente all’attuale zona dei giardini e alla parziale distruzione del vecchio centro, mentre la città nuova guadagnò rapidamente la zona pianeggiante alluvionale ad ovest della collina dei Vicci e dei Cappuccini, dall’inizio delle prime colline al mare. Nell’area più interna di questa sorsero quartieri prevalentemente operai, verso il mare i quartieri abitati dalla borghesia e dagli impiegati ed ufficiali della Marina Militare, gli uni e gli altri, ma specialmente i primi, a carattere indifferenziato e senza interesse; nei primi del secolo XX l’abitato si estese con nuovi sobborghi lungo la via Aurelia con la Chiappa, dietro l’Arsenale con Pegazzano: sono sobborghi a carattere residenziale prevalentemente operaio. L’area pianeggiante orientale, la piana di Migliarina, aveva ospitato solo ai suoi margini abitazioni a carattere contadino ed era in gran parte occupata da orti; ma dopo i primi del 1900 cominciarono a sorgere qui gli stabilimenti industriali, mentre tra la città, che da questo lato conservava ancora la porta delle mura « Porta Rocca », e gli stabilimenti militari di San Bartolomeo, sorse il porto mercantile; quindi al di là di San Bartolomeo si insediarono i grandi Cantieri navali dell’Ansaldo in località Muggiano. Per questo spostarsi delle attività marittime ed industriali ad est, anche l’abitato cominciò ad estendersi nella piana di Migliarina, sia verso il mare col sobborgo di Canaletto, sia più nell’interno col quartiere di Miglia-rina a Monte, con quartieri a carattere residenziale operaio.

    Il porto della Spezia con gli impianti attuali e il nuovo piano regolatore del porto mercantile approvato il 20 maggio 1959.

    L’antico nucleo medievale dell’abitato della Spezia che si è sviluppato ai piedi del Castello di San Giorgio (visibile in questa foto) va sostituendosi con nuovi quartieri.

    Erano sorte intanto nei vari quartieri nuove chiese, tra cui Santa Maria della Scorza, dov’era una vecchia cappella nella zona curtense di Pian di Arania, mentre si provvedeva a dotare la città dei servizi essenziali. Ma si rendeva necessario un piano regolatore che disciplinasse l’ingrandimento cittadino e questo fu tracciato nel 1908; è lo stesso che fu poi rimaneggiato nel 1926 ed approvato nel 1939. Esso prevedeva lo splateamento dello sprone dei Cappuccini e l’estensione di nuovi quartieri residenziali nell’area così ottenuta. Gli anni precedenti la prima guerra mondiale furono fervidi di attività nella città che si incrementava per il moltiplicarsi delle lavorazioni militari, a cui si dedicavano anche in gran parte i nuovi stabilimenti industriali ; fu sistemata la banchina con la bella passeggiata a mare Costantino Morin e la retrostante area a giardini su cui già prospettava il viale Giuseppe Mazzini; le abitazioni cominciavano anche a guadagnare, sebbene con carattere di ville e villette, la collina dei Vicci.

    La guerra 1914-18 non interruppe il rapido fiorire della città, chè anzi nuovo incremento aveva avuto dalle officine militari ed ausiliarie; fu ben superata anche la crisi del dopoguerra, i cantieri navali lavorarono per la Marina mercantile, nel periodo di stasi dell’industria cantieristica si incrementò quella delle demolizioni, la città continuò la funzione di piazzaforte marittima, mentre cresceva l’attività del porto mercantile e sorgeva lo stabilimento di raffinazione del petrolio. Intanto, gli eventi che maturavano determinarono una ripresa delle lavorazioni di materiale bellico nelle officine meccaniche. In questo periodo La Spezia fu eretta a capoluogo di provincia nel 1923 e fu data parziale esecuzione al piano regolatore: fu abbattuta

    la collina dei Cappuccini, sorsero qui, nell’area così guadagnata fra la collina ed il mare, gli edifici pubblici della Provincia, delle Poste, delle Scuole medie superiori, mentre si estendevano le abitazioni residenziali nella piana di Migliarina, a gruppi separati, però, da ampi spazi pianeggianti. Anche la sede dell’antichissimo Vescovado di Luni fu portata a La Spezia nel 1929 e fu approvato il progetto di una grandiosa cattedrale sul terrazzo residuato dalla distruzione del Colle dei Cappuccini, a simbolo della fusione tra la città vecchia e la più nuova.

    Ma la seconda guerra mondiale ha tragicamente interrotto l’ascesa della città. Contro l’offesa aerea più non hanno servito le possenti fortificazioni del golfo, che hanno invece ancora protetto la flotta dall’offesa da parte di mare; la città in ripetuti bombardamenti è stata distrutta come poche altre in Italia; anche la Chiesa di Santa Maria, simbolo dell’antica vita comunale del Medio Evo e dell’età moderna, è stata distrutta. Ai danni dei bombardamenti si sono aggiunti quelli delle sistematiche distruzioni tedesche. Quasi del tutto demolito l’Arsenale — dove rimasero illesi solo i grandi bacini di carenaggio e le darsene —, distrutta una gran parte delle fabbriche — fatta eccezione per i Cantieri navali del Muggiano —, distrutti o danneggiati la massima parte degli edifici civili; questo il triste bilancio della guerra. Ma una più profonda ferita si è aperta nella vita della città. Questa si è arricchita in gran parte per le industrie di guerra e per la presenza della base della Marina militare: decaduta dopo la guerra questa sua funzione, anche se è rimasta sede del Comando dell’Alto Tirreno, la città si è trovata di fronte al problema di trovare altre fonti di vita, trasformando anzitutto le sue industrie dalle lavorazioni di guerra a quelle di pace, e ciò in un periodo di crisi economica generale. La crisi economica è stata aggravata dal fatto che la popolazione della città è costituita prevalentemente da impiegati ed operai e che anche le maggiori industrie sono gestite da complessi industriali che hanno la loro sede centrale a Genova o altrove; quindi anche la ricostruzione edilizia ha proceduto nei primi anni del dopoguerra con fatica, per mancanza di capitale locale. Ma La Spezia è ormai un grande organismo urbano ed ha nel suo ambiente geografico, oltre che nella sua stessa numerosa popolazione, dei motivi di vita e di ulteriore sviluppo.

    L’economia spezzina e lo sviluppo del porto mercantile

    L’attività attuale e futura della città sembra doversi orientare verso quattro direzioni principali. Anzitutto è fonte di vita il complesso industriale che, sia pur sorto prevalentemente per lavorazioni militari e belliche, è avviato a nuovo avvenire per la sua posizione geografica che gode di diversi vantaggi: la possibilità dei rifornimenti attraverso il porto mercantile; quella di disporre di scali marittimi propri per alcuni stabilimenti, data la sicurezza e l’ampiezza del golfo; specie per le industrie minori anche il vantaggio di trovarsi in posizione buona per servire il vicino mercato di parte della Toscana e dell’Emilia. Alle singole industrie già si è accennato nel capitolo dedicato all’economia.

    Una seconda fonte di vita è ancora nella presenza del Comando Marittimo dell’Alto Tirreno e nell’attività delle officine militari dell’Arsenale e stabilimenti dipendenti in cui lavorano alcune migliaia di addetti.

    La diminuzione delle « servitù » militari inerenti alla funzione di piazzaforte ha dato impulso all’industria turistica: questa, che ha origini antichissime, se già i Romani frequentavano il golfo come luogo di soggiorno e di bagni, trova una sicura garanzia nelle bellezze panoramiche, fra le più pittoresche della Riviera, e nel clima mite e salubre; se interessa più direttamente le località del golfo, può rappresentare anche per il centro urbano una non trascurabile fonte di ricchezza, data la posizione geografica su grandi vie turistiche. Il numero delle presenze ha avuto un eccezionale incremento, raggiungendo, nel 1958, la cifra di oltre 150.000, di cui 36.000 stranieri, considerando i soli alberghi. Molto sono migliorate le attrezzature recettive, in città e nei più frequentati dintorni, e i servizi di trasporto turistici di terra e di mare.

    Particolare dei giardini pubblici con il monumento equestre a Garibaldi.

    Il porto mercantile e la batteria dei Cappuccini prima che venisse spianata.

    La quarta fonte di ricchezza è rappresentata dal porto mercantile che, dopo la crisi della guerra, ha avuto un promettente sviluppo ed ha ormai quadruplicato il suo traffico in confronto all’anteguerra; infatti la massima cifra raggiunta, era stata, nel 1934, di 1.246.000 tonnellate di merci entrate ed uscite; nel 1948 si è già toccato la cifra del 1934 e negli anni seguenti il traffico è cresciuto fino a toccare, nel 1957, circa 5 milioni di tonnellate; li ha superati nel 1958, si è leggermente contratto nel 1959, li ha di nuovo superati nel i960; il tonnellaggio dei piroscafi entrati nel porto, ha superato, nel 1958, i 3 milioni di tonnellate di stazza. Il porto della Spezia ha pertanto raggiunto il movimento di Livorno e di Savona, allineandosi in quello che può dirsi il terzo gruppo dei porti italiani per movimento delle merci, dopo Genova, che supera i 16 milioni, Venezia e Napoli che toccano ciascuno i 9 milioni; nel terzo gruppo, con un movimento che si aggira intorno ai 5 milioni di tonnellate di merci, sono Livorno, Trieste, La Spezia e Savona.

    Si è detto, è vero, che il porto della Spezia ha avuto esclusivamente incremento per gli oli minerali, affiancati a distanza dal carbone, che aveva tenuto il primo posto in passato; le statistiche lo confermano, ma a chi le guardi attentamente non sfugge un notevole miglioramento con un’accresciuta percentuale delle altre merci. Non solo: si è detto, e giustamente, che il porto della Spezia ha un movimento indipendente dagli altri porti liguri (mentre Savona è in un certo senso complementare di Genova) perchè serve quasi soltanto industrie della città, da quelle militari alla Raffineria della Shell; ma gli avvenimenti degli ultimi mesi mostrano una possibilità di sviluppo anche come porto integratore di Genova, a servizio del retroterra padano, di quello stesso che geograficamente fa capo a Genova e a Savona: lo provano i recentissimi imbarchi di automobili della Fiat effettuati da navi della Sidarma nel porto della Spezia. Il quale gode il doppio vantaggio di essere al riparo, come nessun altro porto ligure, dalle violente burrasche che minacciano gli altri porti, e di disporre di spazio sufficiente per nuove attrezzature.

    Si è dibattuta la questione dell’entroterra di questo porto, così favorito dalle condizioni topografiche, ma chiuso da una corona di colli e, anche superata questa, accessibile a vallate che portano a valichi molto elevati: i passi che si raggiungono risalendo la valle della Magra, Cisa e Cerreto, sono superiori a iooo metri. Si è detto che La Spezia non ha retroterra. Comunque, si può constatare come sia agevole il passaggio dal golfo alla bassa valle della Magra, verso la quale già si avvia il più attivo commercio proveniente dal centro urbano. Quando poi sarà effettuata la progettata strada Parma-Mare che, evitando il Passo della Cisa, passerà in una galleria a quota 700 m., non è difficile vedere come retroterra di questo porto la regione emiliana a cui dà accesso la continuazione della strada che discende verso Parma. E poi naturalmente legata al porto della Spezia la regione di Massa e Carrara con parte della Lucchesia: si va infatti sempre più concretando il progetto di un’area di sviluppo industriale apuo-lunense. Non solo: il percorso ferroviario più breve dal Brennero al Mar Tirreno è quello per Verona, Mantova, Suzzara, La Spezia. Quando fosse completato il doppio binario sulla Parma-La Spezia e fosse servito da treni diretti l’intero percorso, potrebbe avviarsi nel porto della Spezia un movimento di transito per l’Austria. Si è dibattuta anche la questione di un porto « franco » e del sorgere di una zona industriale nel porto.

    Vedi Anche:  Varietà di passaggi e suddivisioni regionali

    Nel porto mercantile: un transatlantico inglese, che ha portato una comitiva di turisti nello sfondo il molo Garibaldi ed il pontile dei petroli.

    Per un miglior avvenire del porto, si è costituito nel 1946 un Consorzio autonomo interprovinciale cui partecipano le province della Spezia, Parma, Cremona, Reggio, Mantova, Piacenza, Bologna e oltre la ricostruzione e l’ampliamento del porto, è stato concretato il programma per il miglioramento delle comunicazioni stradali e ferroviarie.

    La costruzione del porto si iniziò nel 1890 (di pari passo con la ferrovia La Spezia-Parma), nell’area situata in fondo al golfo, dove ha inizio la piana di Migliarina. La guerra ha distrutto gli impianti portuali; la ricostruzione non si è limitata a rifare ciò che era stato distrutto, ma si sono molto ampliate le opere e le attrezzature che attualmente comprendono: due calate, Paita e Malaspina; il Molo Garibaldi, a est, lungo 500 m., il Molo Italia a ovest, lungo 600 m. Lo sviluppo totale delle banchine operanti è di 1200 m. ; oltre le gru e gli elevatori dei vari accosti (7 in totale) merita particolare attenzione il grande impianto del silos per il carbone destinato alla Soc. Cokapuania con elevatori capaci di scaricare circa 4000 tonnellate giornaliere. Dal 1959 sono aperti i nuovi Magazzini generali, un grande deposito di calata per merci in balle e alla rinfusa (capacità per 3000 tonn. di merce) con impianto frigorifero. Sono stati migliorati i piazzali di accesso e gli scali ferroviari, ma il raccordo con la Stazione ferroviaria di Migliarina è insufficiente.

    Il molo Garibaldi è stato completato col nuovo pontile per l’accosto di grandi petroliere, dal quale partono gli impianti dell’oleodotto che congiunge il molo con la Raffineria della Shell.

    Ma il porto è ormai inadeguato alle possibilità di traffico che sembrano profilarsi nel prossimo avvenire; perciò è stato approvato un progetto di ampliamento che lo porterebbe ad occupare gran parte della costa orientale del golfo, quella su cui si affacciano le zone industriali attuali e future della città. Esso dovrebbe occupare l’area degli stabilimenti militari attualmente in disarmo ed è nelle previsioni anche un eventuale spostamento dei Cantieri dell’Ansaldo sull’altro lato del golfo. Tale piano di ampliamento è messo in evidenza dalla cartina di pag. 445.

    Già si è detto delle cifre raggiunte dal totale movimento delle merci nel porto: sia nel 1957, come nel 1958, nel 1959, che ha segnato una sia pure lieve diminuzione, e i960 si sono toccate 5 milioni di tonnellate. Di queste, circa 3,5 milioni spettano allo sbarco: la percentuale di questo è perciò inferiore a quella del porto di Genova, perchè all’uscita figurano gli oli minerali di raffinazione destinati ad altri porti italiani. Nello sbarco gli oli minerali rappresentano circa il 60%, il carbone è sceso al 20%; seguono metalli, rottami metallici e altre merci, che sono soprattutto iuta, fosfati, banane, cereali, ecc. La diminuzione del movimento merci nel 1959 è dovuta soprattutto al diminuire dell’entrata di carbone.

    All’imbarco gli oli minerali rappresentano oltre il 90%. Nelle provenienze sono in prima linea i paesi oltre Suez e il Levante mediterraneo; seguono gli Stati Uniti; molto modesto il contributo dei porti nazionali. Nelle destinazioni invece il traffico è quasi completamente assorbito dai porti nazionali. Quanto al movimento tra il porto e il retroterra, nel 1957 il 60% delle merci uscite dal porto era destinato al comune capoluogo, il 20% alla Toscana, l’8 e 7% rispettivamente alla Lombardia ed Emilia: queste cifre mettono in evidenza gli scarsissimi rapporti con la Liguria. Le merci entrate in porto provenivano per oltre il 90% dal comune capoluogo.

    I cantieri navali dell’Ansaldo: la motonave G. Agnelli di 16.000 tonn., scende in mare.

    Le attività economiche della Spezia sono completate da una modesta attività agricola nel territorio del Comune, dalla pesca, alla quale si dedicano pescatori del Mezzogiorno che hanno sede sia a La Spezia, sia nei centri minori del golfo, particolarmente a Fezzano, che è, però, in Comune di Portovenere. La pesca viene fatta nelle acque del Tirreno e del Mar Ligure, ed in piccola misura anche nel golfo. Una caratteristica particolare è quella dei fiorenti allevamenti di mitili, che esportano largamente questi apprezzati frutti di mare e determinano tutta una tipica attività. Infine vi è l’attività inerente alla funzione di capoluogo di provincia ; di sede di vescovado; di centro scolastico, provvisto di tutte le scuole medie superiori, compresi Istituto nautico e Istituto industriale.

    La composizione della popolazione della città è quanto mai eterogenea; ad un piccolissimo nucleo di « spezzini » veri e propri, oriundi della città, si aggiungono gli abitanti originari delle vicine campagne fissatisi in città dal secolo scorso e poi tutta la popolazione immigrata, mentre alla popolazione stabile si aggiunge quella fluttuante dei militari della Marina e una massa di qualche migliaio di operai che ogni giorno dai centri vicini affluisce in città per il lavoro. La demografia è caratterizzata da una bassa natalità; anche se la mortalità registra un valore fra i più bassi, le nascite superano solo di poche unità le morti.

    Ai bisogni della numerosa popolazione sono ben lungi dal bastare i prodotti agricoli del comune e della provincia: per il rifornimento alimentare essa attinge soprattutto all’Emilia e alla Toscana. La Spezia, d’altra parte, esporta i prodotti della grande industria meccanica, chimica, tessile, laterizi, ecc. Altri prodotti locali (per esempio, paste alimentari, prodotti meccanici « minori ») sono venduti in provincia e nella valle della Magra, per la quale La Spezia rappresenta il principale centro di rifornimento e di distribuzione.

    L’abitato cittadino e i centri del Golfo

    L’abitato riflette il rapidissimo suo accrescimento e la ricostruzione, quasi totale per alcuni quartieri, seguita alle rovine della guerra. La Spezia è una città ormai priva di un centro antico, del quale ben poco rimane nell’abitato raccolto ai piedi dell’altura del Poggio, sulle cui pendici sovrastano le pittoresche rovine del Castello di San Giorgio. Ormai tutto è stato ricostruito ed è in atto la demolizione delle vecchie case ancora rimaste che saranno sostituite con grandi edifici moderni. Intorno a questo, che era il nucleo più antico, nel piano alluvionale che si addentra a forma di cuneo a ovest, è la città sorta dopo il 1862, formata da quartieri di abitazione con vie rettilinee; verso il mare è un quartiere residenziale più signorile, mentre nell’area di più recente acquisto ottenuta con la demolizione del Colle dei Cappuccini, si trova l’attuale quartiere degli Uffici col nuovo piazzale Italia, sul quale si affacciano il Palazzo comunale e il terrazzo rilevato che ospiterà la nuova Cattedrale. Lungo il mare, è un’area a giardini, ricchi di palme e altre piante esotiche, che si completa con la passeggiata a mare. Ma la città si continua, come già si è detto, dietro l’attuale porto mercantile e nel Piano di Migliarina, senza soluzione di continuità lungo il mare, lungo le maggiori arterie tracciate dai piani regolatori già prima della guerra, e anche nell’interno con grossi nuclei che possono dirsi quartieri residenziali operai e insieme quartieri industriali, in quanto vi si trovano le maggiori fabbriche e vi abita una popolazione prevalentemente operaia. Quartieri di abitazione più signorili risalgono dal lato del centro urbano la collina dei Vicci, lungo la quale si snoda una doppia circonvallazione a monte; mentre tutta la corona dei colli è punteggiata di case, di ville, di piccoli aggregati; invece a nordovest verso monte, lungo la via Aurelia, si prolunga un sobborgo prevalentemente operaio e carattere di sobborghi operai hanno anche i vecchi centri rivieraschi della costa occidentale. A ovest del nucleo urbano più antico si sviluppa il quartiere delle caserme ed il complesso delle costruzioni e dei bacini dell’Arsenale militare; questo comprende quattro bacini di carenaggio e due grandi darsene in comunicazione col porto militare. Una rete di filobus, tram e autobus assicura le comunicazioni tra il centro ed i sobborghi.

    La Spezia: scorcio panoramico dalla nuova strada per Riomaggiore (in primo piano, a destra, una parte dei bacini dell’Arsenale).

    Già si è fatto cenno del primo piano regolatore del 1908, completato nel 1932. Un nuovo piano è stato di recente progettato: esso prevede la sistemazione del centro e di alcune arterie cittadine, il miglioramento dei servizi, ma anche un ampliamento molto maggiore dell’attuale, una individuazione in quartieri e il problema delle strade di grande traffico, sia commerciale che turistico. Ne sono princìpi informatori: un ampliamento dei quartieri residenziali nell’area ancora in parte libera da costruzioni del Piano di Migliarina; lo spostarsi dei settori industriali e di alcuni servizi lungo il mare a oriente in corrispondenza al porto mercantile e al suo previsto ampliamento; la distinzione delle vie di attraversamento commerciale da quelle turistiche. Queste ultime dovrebbero seguire il mare; le altre allacciarsi direttamente dall’Aurelia alla zona industriale e portuale; una via dovrà girare intorno alla città lungo il margine dei colli, nell’interno, e si prevede anche una eventuale via sopraelevata per le comunicazioni con l’Arsenale e con la costa occidentale. E progettata una nuova stazione delle ferrovie a levante dell’attuale, nel piano detto di Valdellora, è previsto il formarsi di un centro funzionale nella località dov’è attualmente l’Ospedale civile: in complesso uno spostamento ad oriente collegato col fatto che i rapporti commerciali della città e del suo porto si delineano sempre più stretti con la bassa val di Magra e, attraverso questa, con la Toscana e con l’Emilia. Ma è attentamente seguito il problema delle comunicazioni con la Liguria attraverso la nuova strada panoramica costiera per le Cinque Terre, dati gli stretti rapporti che ha in questa direzione il traffico turistico. Sono previste anche nuove strade in collina per valorizzare i bellissimi punti panoramici delle borgate che vi sorgono e delle costruzioni che potranno formare in futuro nuovi quartieri residenziali.

    In complesso, La Spezia è una città di scarso interesse artistico ma ridente ed arricchita dall’incomparabile quadro naturale del suo golfo con le colline che lo chiudono e con lo sfondo grandioso e pittoresco delle Alpi Apuane.

    Pianta della Spezia.

    Una bella inquadratura del Golfo della Spezia: in primo piano Lèrici, sullo sfondo le isole del Tino, della Palmaria e Portovènere

    Un rapido sguardo al golfo. Lungo la costa occidentale, dopo aver oltrepassato la zona prospiciente l’Arsenale col porto militare, si incontrano nelle pittoresche insenature antichi borghi, un tempo dediti all’attività peschereccia, oggi popolati specialmente da operai delle fabbriche cittadine ed inclusi nel Comune della Spezia: Marola, Cadimare, nel cui specchio d’acqua si trovava il grande idroscalo militare, smantellato dopo la guerra, quindi Fezzano, col quale si inizia il territorio del Comune di Portovènere; ma, prima di raggiungere il pittoresco paese omonimo, si incontrano ancora l’insenatura di Panigaglia, dominata da costruzioni militari, e l’iddiliaco seno delle Grazie col paese omonimo, incorniciato tra gli olivi, con un piccolo cantiere navale ; nella Chiesa del secolo XV, si conservano ancora il Chiostro e dipinti dell’Abbazia degli Olivetani. Si apre, quindi, una piccola insenatura con gli edifici militari del Varignano, famosi per la duplice prigionia di Garibaldi, nel 1862 e nel 1867. Ed ecco la baia di Portovènere tra l’estrema punta costiera e l’isola della Palmaria, in tempi geologicamente recenti ancora unita al promontorio occidentale, che, con la sua costa esterna a faraglioni, le sue grotte pittoresche, potrà divenire mèta turistica sempre più ricercata, se non lo impediranno ulteriormente le servitù militari.

    Portovènere è uno dei paesi più pittoreschi della Riviera Ligure: prima che fosse costruita l’attuale banchina, le sue case, da un lato toccavano l’acqua, dall’altro si aggrappavano alla roccia; una sola via interna a guisa di galleria, donde a mala pena si scorge il cielo; al di là del paese si protende sul mare una peniso-letta, corrosa dalle onde, dominata dalla Chiesa di stile gotico-genovese di San Pietro, sorta su una Chiesa anteriore del VI secolo; di qui la vista spazia sul mare e sulla selvaggia costa delle Cinque Terre. Dominano il paese la Chiesa di San Lorenzo, del secolo XIII, con la celebre Madonna Bianca del secolo XIV e preziose opere d’arte; e più in alto il Castello che sostituì quello del Medio Evo: l’interno è opera cinquecentesca, l’esterno è del Seicento. Il paese e il Comune oggi vivono delle attività marinare, molto decadute in confronto al passato, dell’industria turistica e forniscono mano d’opera ai piccoli cantieri locali e alle industrie cittadine; scarso l’aumento demografico: 1901, 5685 ab.; 1951, 6374. Molto aumentato il traffico turistico di Italiani del Nord e stranieri, che continua ormai in ogni stagione; prevalgono tuttavia i turisti di passaggio.

    Portovènere con le caratteristiche case del borgo medievale genovese, alte e strette una all’altra; la strada che corre dal lato verso mare è costruzione moderna: prima le case erano lambite dal mare. A destra la torre della porta di ingresso nella via principale.

    Dopo l’isola Palmaria, l’isola del Tino con le rovine della celebre Abbazia del secolo XI, già ricordata, mentre anche nello scoglio del Tinetto sono le tracce di un antichissimo eremitaggio. Tutta la zona, dalle Grazie al Tino, ha dato e dà ancora i celebri marmi « portoro » di cui alla metà del secolo scorso esisteva una trentina di cave.

    Nell’altro lato del golfo s’apre l’ampia insenatura di Lèrici, chiusa da colli ammantati di olivi, fra i quali si alternano, in pittoresco contrasto, palme e cipressi o i pini. Case, ville, borgate, rendono più ridente il paesaggio e presso il mare trovano posto le due pittoresche borgate di San Terenzo e di Lèrici, dominate ambedue da un castello. Qui però le costruzioni moderne danno ormai il tono e nascondono i nuclei abitati più antichi. Lèrici, che è sede di scuole medie inferiori, ed è collegata alla Spezia da servizi di autobus e marittimi, ha ormai aspetto cittadino e insieme a San Terenzo d’estate è molto frequentata per i bagni e come mèta turistica.

    La pittoresca punta di Portovènere.

    Il porticciolo di Lèrici.

    Dopo la sistemazione della strada La Spezia-Lèrici-Sarzana con una galleria che ne abbrevia il percorso, vi si è spostato in parte il traffico della via Aurelia e il traffico turistico è divenuto molto vivace. Si attende il miglioramento delle comunicazioni con le foci delle Magra attraverso una « panoramica » dominante il mare.

    Della storia di Lèrici già si è fatto cenno e ne attesta l’imponente Castello, uno dei più begli esempi del genere, reso pittoresco dalla vicinanza del mare e dal panorama vastissimo che da esso si gode. Vi si distinguono la parte più antica, pisana, del secolo XIII, incorporata nella successiva fortezza genovese dello stesso secolo, in pietra bianca e nera con la bella Cappella eli Sant’Anastasia, in stile gotico-ligure. Questo edificio medievale nel secolo XVI venne chiuso e coperto da un’imponente « murata » in pietra grigia. Lèrici conserva ancora il vecchio borgo pisano, ormai tutto circondato dalla città moderna.

    A San Terenzo soggiornò il poeta Shelley che peri nelle acque del golfo mentre veleggiava verso Livorno.

    L’oleificio, l’attività marinara (numerosi i « marittimi »), qualche piccola industria locale e soprattutto il lavoro nelle industrie della città formano, insieme al turismo che è in vivace incremento, le principali risorse di Lèrici e di San Terenzo, che vanno incrementandosi anche come centri residenziali di famiglie spezzine. E nel territorio del Comune la fonderia di Pertusola.

    La popolazione ha segnato uno dei maggiori coefficienti di aumento passando da 9025 ab. nel 1901, a 12.950 nel 1951; oggi è di circa 14.000. Sempre più numerosi i turisti, sia di passaggio, sia a più lungo soggiorno. Le presenze nei soli alberghi sono state nel 1958 oltre 36.000; in totale hanno quasi raggiunto le 100.000.

    Oltre Lèrici, una suggestiva insenatura con ville e campings: Fiascherino; quindi un antico e pittoresco centro marittimo, Tellaro, fra gli scogli e il monte, con la vecchia chiesa parrocchiale lambita dai flutti, poi la costa continua, con scorci sempre pittoreschi e selvaggi faraglioni, fino a Capo Corvo e alla Punta Bianca.

    La pittoresca insenatura di Lèrici; in primo piano l’abitato di Lèrici, dall’altro lato quello di San Terenzo

    Il nuovo ponte inaugurato nel 1959 presso le foci della Magra.

    Alla serie dei paesi e delle borgate che si succedono lungo le coste fa riscontro la serie di quelli che guardano il golfo dall’alto dei monti e dei colli che lo chiudono: ecco sull’estremità del promontorio orientale Montemarcello, in posizione panoramica eccezionale, a dominio del golfo e della bassa Lunigiana: lo ragggiunge da Lèrici una lunga carrozzabile con scorci panoramici.

    La Serra e Pugliola sono frazioni di Lèrici, nei colli sopra la città. Su un colle vicino alla Spezia è Pitelli, grossa borgata i cui abitanti sono in gran parte occupati nelle industrie del golfo, e più presso la città, San Venerio, Isola, Marinasco, le cui Pievi furono matrici dei centri rivieraschi e della stessa Spezia, ora sobborghi di operai e di contadini-operai; in una conca a ovest della città, Biassa, oggi nota per le sue uve, ma storicamente importante perchè fu forse il centro abitato più antico; vi si trova, sul luogo di un’antichissima Pieve, la chiesa romanica di San Martino. La zona sarà valorizzata dalla nuova « litoranea », che passa a poca distanza e, con una galleria lunga più di un chilometro, sbocca sul versante esterno a mare in uno dei punti più pittoreschi per le fitte macchie, le rupi a picco, l’intenso colore delle acque.

    In gran parte, questi paesi vivono delle industrie del centro e l’agricoltura è divenuta attività accessoria; ma un prodotto ancora noto è l’olio che però non basta a coprire il fabbisogno del centro urbano; la vite, per quanto insidiata dalla fillossera, dà, in modesta quantità, uve e vini molto noti.

    La bassa valle della Magra

    Il confine amministrativo assegna alla provincia della Spezia, e quindi alla Liguria, la bassa valle della Magra, la quale fa parte della regione storica della Lunigiana. La questione di riunire amministrativamente questa regione con a capo La Spezia e di aggregarla all’Emilia, è particolarmente affiorata negli anni del dopoguerra. La Lunigiana ha una sua unità geografica intorno al bacino della Magra ed ha avuto una sua storia; anche il nome è vivo nell’uso delle popolazioni. Il confine amministrativo della provincia della Spezia la smembra in due parti ed ha un andamento quanto mai irregolare che non corrisponde a nessuna linea naturale; tuttavia, a parte l’opportunità o meno di questo tracciato, è un fatto che la bassa Lunigiana, al disotto della stretta che la valle della Magra forma a monte di Santo Stefano, è geograficamente e storicamente distinta dall’alta Lunigiana. Essa ha il suo centro in Sarzana, che è stata l’erede di Luni, ma la sua economia è legata alla Spezia, il cui mercato ne assorbe i prodotti agricoli mentre negli stabilimenti industriali trova lavoro una parte della sua popolazione. D’altra parte La Spezia, che ha in certo modo ereditato le funzioni di sbocco marittimo dell’antica Luni, non può essere, per ragioni storiche e geografiche, separata dalla Liguria. Non senza motivo, perciò, la bassa Lunigiana è unita alla Spezia e quindi alla Liguria. Di fatto la bassa val di Magra è stata sempre regione di confine e quindi contesa fra quelle vicine: lo fu al tempo degli Etruschi e dei Liguri, quando gli Etruschi dovettero occuparla nel tempo della loro maggiore espansione (VI-V secolo) mentre fu poi riconquistata dai Liguri Apuani. Qui passava il confine della Liguria romana; qui si incontrarono nel Medio Evo la sfera di influenza genovese da un lato, quella di Pisa, Lucca, Firenze dall’altro, mentre, attraverso la media e alta valle della Magra, furono intensi i rapporti con l’Emilia. Ma Genova ebbe infine la prevalenza e, se fin dal secolo XIII si insediò dominatrice nella bassa val di Magra e debellò i tentativi di reazione dei Malaspina, nel secolo XV anche Sarzana, che aveva subito la supremazia di Lucca, fu aggregata alla Repubblica genovese.

    A lumeggiare questa posizione di autonomia e insieme di confine della bassa Lunigiana rispetto alla Liguria, è interessante ricordare che l’antichissima diocesi di Luni, trasferita a Sarzana nel secolo XII, solo nel 1929 divenne suffraganea di Genova nella nuova fisionomia che ebbe col trasferimento della sede vescovile a La Spezia.

    Al promontorio che chiude a oriente il Golfo della Spezia, si affianca parallela una dorsale montuosa, diretta ugualmente da nordovest a sudest, che culmina al Monte Cornoviglio e continua, al di là dello stretto solco trasversale della media valle della Magra, con le Alpi Apuane: in mezzo si avvalla un ampio e piatto corridoio pianeggiante, largo da 2 a 5 chilometri. Lo percorre nel primo tratto la Vara, poco più a valle lo raggiunge la Magra e sono le alluvioni di questo fiume, fatto più ricco di acque e di torbide dalla Vara, che lo hanno colmato.

    Bocca di Magra.

    La Magra scorre lungo il fianco montuoso occidentale, respinta da questo lato dai più lunghi e copiosi torrenti che giungono alla sua riva sinistra. Amplissimo il letto del fiume, con ramificazioni e meandri abbandonati, quasi sempre in gran parte asciutto, ma interamente coperto di acque minacciose durante le piene, contro le quali non sempre è sufficiente la difesa degli argini che in più tratti lo accompagnano.

    Lungo il margine orientale della valle, corre il « collettore » del Canale Lunense. Lo si è già ricordato, ma anche perchè è l’unica grande opera del genere in Liguria, merita che se ne dica qualche parola di più. Il canale riceve direttamente le acque dalla Magra senza che sia stato costruito un bacino di raccolta e la copia è tale che assicura una buona portata anche in estate: la portata massima prelevata per il canale è di me. 7500. La presa, completata da un tratto in galleria provvista di un vascone di calma, è in località Isola di Caprigliola, al di là del confine provinciale, sulla riva sinistra del fiume dove questo forma una curva in cui si raccoglie l’intero suo deflusso. Il canale collettore termina, dopo 23 km., al torrente Parmignola, che sbocca direttamente al mare; presenta tre gallerie, ponti canali a cavaliere di strade e corsi d’acqua, ponticelli di valico, ecc.

    Il canale, che dà vita a due piccole centrali idroelettriche con una produzione annua di 5,5 milioni di kWh, è proprietà del Consorzio di irrigazione del canale Lunense. Iniziato nel 1881, ma interrotto pochi anni dopo, fu costruito dal 1926 al 1930 nelle opere costituenti l’asta del canale; i lavori continuarono poi prima e soprattutto dopo la guerra, non solo per riparare e perfezionare il canale dopo i danni della guerra, ma per provvedere alla distribuzione dell’acqua al comprensorio, che abbraccia in tutto 3500 ettari; di questi, 2800 possono beneficiare della irrigazione a scorrimento ma per ora è irrigata solo metà di questa superficie. Il territorio consorziale è diviso in tre bacini di bonifica e questa ha dovuto risolvere problemi complessi perchè accanto alle zone alte, che soffrono di siccità estive, vi sono zone basse che erano impaludate per deficienza di colo; in queste ultime le cosiddette « acque basse » devono essere sollevate meccanicamente. Inoltre, per la sicurezza idraulica della piana, è di grande interesse la regolazione idraulico-forestale della montagna sovrastante, ampia più del doppio del comprensorio della bonifica del piano. Perciò può dirsi che in questa zona siano in atto tutti i tipi di bonifica. E stato ormai in gran parte guadagnato alle colture anche il settore dov’era l’antica Luni, abbandonata nel Medio Evo perchè divenuta paludosa e malsana, e un nuovo centro è sorto presso il mare a Marinella di Sarzana. Tutto il piano alluvionale della bassa val di Magra va diventando una zona agricola sempre più ricca, beneficiando sia dell’acqua del canale sia di quella della falda freatica, favorita dal contatto fra la zona alta permeabile e la zona alluvionale più bassa con sottofondo argilloso che è impermeabile. Alle più vecchie colture dei cereali, dei foraggi, dei seminativi in genere, cui si alterna la vite nelle zone più asciutte, si sono aggiunte in sempre maggior copia quelle degli ortaggi e dei frutteti, specialmente pescheti, e ormai anche quelle dei fiori; delle possibilità di sviluppo di questo mercato come delle nuove attrezzature colturali, già si è parlato nel capitolo sull’agricoltura. Visto dall’alto, il piano dà un’impressione di freschezza e di ricchezza perchè vi sono numerosissimi alberi: oltre la vite e le colture arboree, anche pioppi, salici e ontani. Del resto, se i seminativi occupano un’area molto vasta (45% della superficie agraria-forestale), sono quasi dovunque arborati e le colture legnose specializzate sono pure molto estese (13% della superficie agraria-forestale). Sulle pendici dei colli e dei monti che chiudono la valle, vite e olivo hanno la parte maggiore e alle colture si alternano macchie e boschi. Accanto all’agricoltura, l’allevamento del bestiame: nei Comuni che hanno parte del loro territorio nella bassa valle del Magra, si alleva un terzo dei bovini di tutta la provincia.

    Vedi Anche:  Costumi, dialetti, tradizioni

    La popolazione è aumentata nell’ultimo mezzo secolo del 33% : è vero che questo distretto vive in parte a spese delle industrie spezzine (specialmente la popolazione dei Comuni di Vezzano, che ha oltre il 55% di addetti all’industria, e di Arcola che ne ha il 60%), è vero che sono numerosi, particolarmente nel Comune di Ameglia, i « marittimi », ma molte risorse le trova in se stesso, in primo luogo nell’agricoltura. Anche l’industria si è sviluppata, in modo particolare quella dei laterizi e ceramiche, che trae gran parte della materia prima dal suolo alluvionale e conta, nel piano di Ponzano, il grande stabilimento della Ceramica Ligure Vaccari e altre fornaci a Sarzana e nel piano di Castelnuovo; ancora lavorano fornaci da calce, cave di pietra e altre minori industrie.

    La bassa val di Magra è tuttora, come lo fu in antico, un nodo stradale importante per le comunicazioni fra la Toscana, la Liguria e l’Emilia: l’asse principale delle comunicazioni è formato dalla via Aurelia, che corre alle falde della dorsale montuosa orientale e attraversa il « piano » all’altezza di Sarzana valicando il fiume su un lungo ponte per continuare verso La Spezia; da essa si distacca a Sarzana la strada statale per la val di Magra; più a nord il piano è attraversato dalla strada che proviene da La Spezia attraverso il valico di Buonviaggio e si congiunge alla strada della val di Magra; molto importante è diventata agli effetti del movimento turistico anche la strada panoramica che si stacca dall’Aurelia dopo il ponte sulla Magra per raggiungere il Golfo della Spezia a Lèrici. Ma sono in costruzione nuove strade ed è in atto un cambiamento nelle comunicazioni in relazione con le mutate condizioni geografiche. Come già si è accennato, in età romana, la strada dalla Toscana alla Liguria correva lungo il mare e passava a Luni, donde proseguiva verso la costa ligure mentre un’altra strada risaliva la valle della Magra. Il tracciato si spostò nel Medio Evo ai piedi del monte, toccando quella che fu poi Sarzana per evitare le paludi della costa e correre in luogo asciutto: ora, bonificate le paludi, mentre la pianura si popola di case sparse e di nuovi agglomerati, le comunicazioni si vanno spostando sulla litoranea che da Viareggio tocca le varie « marine ». Perciò la costruzione del ponte sulla Magra, presso la foce : di qui una tortuosa strada con eccezionali scorci panoramici già collega Bocca di Magra con Lèrici: essa diventerà la panoramica costiera per il Golfo della Spezia. Ancora funziona sulla Magra un tipico traghetto. Dall’altro estremo della bassa Lunigiana, una nuova strada risalirà lo stretto tronco della bassa valle della Vara, ricongiungendo la media e alta valle al Sarzanese.

    Una serie di grossi centri guarda la val di Magra dai monti che la chiudono.

    La ferrovia Pisa-La Spezia segue press’a poco il tracciato dell’Aurelia; più a monte passa la ferrovia La Spezia-Santo Stefano-Parma e un tronco ferroviario unisce le due linee tra Sarzana e Santo Stefano lo utilizzano treni diretti da Roma a Milano.

    Una serie di grossi centri guarda la valle dai monti che la chiudono; sono i centri, in parte già ricordati, fioriti nel periodo medievale; sono del tipo caratteristico ammassato con viuzze strettissime, archi di passaggio tra le case di pietra; anche qui, come nelle valli della Riviera di Ponente, la cintura esterna ha spesso evidente funzione difensiva. Quasi tutti conservano quello che fu il Castello medievale, residenza dei Signori feudali e del Vescovo. Testimoniano delle lotte, che furono vivissime in questa regione di confine della Marca Obertenga, dove non solo si incontrarono il dominio di Genova e quello di Pisa e Lucca, ma lottarono fra loro feudatari maggiori e minori derivanti dai Marchesi Obertenghi, e questi col Vescovo e coi Comuni. La vicinanza del mare, dove i castelli feudali avevano i loro sbocchi, espose la regione anche agli assalti dei Saraceni.

    Ma dal secolo scorso, col procedere delle opere di bonifica, con lo svilupparsi di strade e ferrovie nel piano, con la definitiva scomparsa delle ragioni di difesa, si è rapidamente effettuata una discesa della popolazione verso il basso e ai margini della pianura si sono ingrossate le « succursali » dei vecchi centri montani, in vivace contrasto con questi. Infatti i nuovi paesi si allargano nella pianura lungo le strade con linde case e casette circondate da orti e giardini; sempre più numerose anche le case sparse che si vanno moltiplicando nel piano, sia in rapporto allo svilupparsi della coltura ortofrutticola, sia come residenza di operai-contadini.

    Così la natura e l’uomo, attraverso il tempo, hanno plasmato questo paesaggio singolarmente ricco di bellezza e di valore umano : dallo sfondo grandioso delle Apuane, scintillanti di marmi, al piano fertile e ridente, dove si snoda il nastro argenteo del fiume, alle colline e alle montagne, così suggestive nel contrasto e nell’armonia dei colori, con la serie dei vecchi paesi, che rievocano vicende secolari e guardano dall’alto la pianura. Tra i motivi artistici tipici di questa regione, che Dante Alighieri conobbe e ammirò, due sono ad essa peculiari e meritano di essere ricordati: le torri pentagonali forse già di origine bizantina, e le chiese romaniche a due navate, una più grande ed una più piccola, di cui il modello più antico sarebbe la Cappella eremitica dell’isola del Tinetto.

    I centri minori e Sarzana

    Agli estremi confini della provincia della Spezia, ecco anzitutto i due paesi di Nicola e Ortonovo, tipici centri di cocuzzolo, noti dal secolo XII; accanto al secondo è il Santuario della Madonna del Mirteto. La popolazione si va trasferendo sempre più numerosa verso il piano dove sono cresciuti i centri di Isola e di Casano, di origine antica esso pure. Più a nord si allunga su una dorsale montuosa a 190 metri sul mare, il paese di Castelnuovo Magra, in posizione dominante, guardato dall’alta torre del Castello, costruito dai Vescovi di Luni nel secolo XIII. Si vanta di aver ospitato Dante, venuto a trattare la pace col Vescovo, in qualità di procuratore dei Malaspina, e possiede una bella Chiesa Parrocchiale del Rinascimento. Nel piano si è sviluppato il centro di Castelnuovo Basso, presso la via Aurelia e le fornaci di mattoni. Il Comune di Castelnuovo contava nel 1951 circa 5500 abitanti. A nord di Sarzana, ecco su un cocuzzolo a 310 metri sul mare Ponzano Alto. Si offre qui un tipico esempio di sdoppiamento del centro medievale verso il piano. Dal vecchio centro ne sono sorti altri due: Ponzano Basso, presso la strada statale in una zona agricola ricca di frutteti, ortaggi, vigneti, e Ponzano Bellaso o Ponzano Fornaci, un centro modernissimo sorto presso lo Stabilimento della Ceramica Ligure, formato dalle villette e dalle case degli impiegati e degli operai (nel 1951 i due centri sorti al margine del piano contavano insieme oltre 1200 ab., mentre solo 520 erano nel vecchio centro di Ponzano Superiore) che sorgono sempre più numerose nel piano.

    Dove la Magra piega a nordest e la valle comincia a restringersi, da un basso terrazzo a sinistra del fiume, guarda la strada Santo Stefano; sorse nell’alto Medio Evo sulla via seguita dai pellegrini diretti a Roma e fu cinto di mura. Centro di lotte per la sua importante posizione, passò definitivamente a Genova (Banco di San Giorgio) dopo il secolo XV; è capoluogo di un vasto Comune che comprende anche la zona di Ponzano: gli abitanti erano oltre 5000 nel 1951. Sulla montagna che domina la confluenza della Vara e della Magra, a 320 m., è il centro di sprone tipicamente ammassato di Bolano : esso conserva ancora il Castello dei Malaspina, che lo contesero al Vescovo lunense, ai quali apparteneva dal secolo X. La popolazione è cresciuta più rapidamente nella borgata di Ceparana, antica stazione romana, sede dell’Abbazia di San Venanzio presso la strada La Spezia-Parma : il Comune ha più di 3000 abitanti. A guardia della vai di Vara, nel punto dove si restringe e muta direzione volgendo a ovest è Piana Battolla.

    Anche sulla dorsale montuosa che chiude la bassa val di Magra a ovest è un seguito di paesi: sono anzitutto i centri compresi nel Comune di Follo (3900 ab.) sui colli che guardano la valle della Vara e la boscosa vai Durasca, sua confluente: anche qui la popolazione tende a scendere al piano dove, allo sbocco della val Durasca, è l’antichissima Pieve di San Martino, con la caratteristica forma a due navate. È un popoloso Comune (5900 ab.) anche Vezzano, distinto in Superiore e Inferiore; il borgo si allunga su una dorsale che domina la val di Magra e il solco dove passa la via Aurelia, via naturale di comunicazione per il Golfo della Spezia. Paese, come si è detto, ricco di storia, che del periodo medievale conserva l’antichissima e tipica torre pentagonale. Nel secolo XI i Signori di Vezzano lottarono contro il Vescovo di Luni, e nel XIII Vezzano, già Comune, lottò contro le rivendicazioni dei Malaspina, ma ben tosto Genova riuscì a incorporare questa importante posizione nella sua Repubblica. Più a sud scende « a grappolo » dalla cima di un colle fin presso al piano, con le sue grigie case di pietra appoggiate in parte alla roccia, Arcola, dominata dal Castello, con la torre pentagonale; è anche oggi capoluogo di un popoloso Comune (circa 8000 ab.; nel 1901 erano 5880); fu, come già si è detto, uno dei più potenti Castelli feudali del Medio Evo; nel secolo XII il Comune si ribellò ai Malaspina ma dovette cedere alla conquista genovese. Nell’antica Pieve di Santo Stefano sono i resti della Chiesa del secolo XI. Il Santuario della Madonna degli Angeli è un bell’esempio d’arte religiosa barocca e una testimonianza del ravvivarsi del culto mariano nel periodo della Controriforma. Arcola ebbe un suo sbocco al mare in San Bartolomeo, nel Golfo della Spezia, e fu sua giurisdizione Pitelli. Oggi la popolazione è stazionaria nel paese antico, mentre in piano, presso l’Aurelia, si è formato un nuovo popoloso centro residenziale di operai-contadini che lavorano nelle industrie spezzine. E in Comune di Àrcola il paese di Trebiano, piccolo centro di cocuzzolo, dominato dal caratteristico Castello dei Vescovi.

    Abside della chiesa parrocchiale di Santo Stefano di Magra (secolo XVII).

    Vezzano Ligure (val di Magra).

    Il Castello di Àrcola con la torre pentagonale costruita dagli Obertens;hi nel sec. X.

    Infine, a guardia dell’ultimo tratto della valle, su un poggio quasi nascosto entro una cerchia montuosa, il paese di Ameglia (nel Comune 3400 ab.) raccolto intorno al castello diroccato; anche qui la popolazione si va spostando nel piano omonimo, mentre è sempre più frequentato come località caratteristica e si va sviluppando come moderno centro balneare il sobborgo di Bocca di Magra presso il quale sono le rovine del Convento del Corvo, detto Santa Croce, dove una nota leggenda farebbe incontrare Dante col priore frate Ilario. Il Comune di Ameglia si affaccia anche al Golfo della Spezia con le frazioni di Montemarcello e Tellaro: il primo è in alto sulla dorsale montuosa e domina un panorama vastissimo; lo raggiunge da Lèrici una lunga e tortuosa strada. Tellaro è un caratteristico borgo sul mare, già ricordato.

    Ma il più importante centro della valle è Sarzana. Anche se ha dovuto cedere alla Spezia alcune delle sue funzioni, tra cui, come si è già detto, la sede vescovile, la città è rimasta un centro fiorente e vitale e lo dimostra l’aumento della sua popolazione: 8771 ab. nel 1861, 12.141 nel 1901, 16.027 nel 1951, di cui oltre 8000 nella città; la popolazione residente è oggi di 17.000 abitanti.

    Già si è detto del suo sorgere nel secolo XI, ai piedi del colle e del castello di Sarzanello, fatto costruire dal Vescovo di Luni nel secolo X, alla sinistra del torrente Calcandola. Il borgo fu detto di « Sarzania » o di Santa Maria della Pieve, che era dove oggi è la Cattedrale. Rapido fu il suo fiorire; nel 1204 vi si trasferì il Vescovo; nel secolo XII ebbe consoli propri, fu disputata a lungo tra i Malaspina e il Vescovo lunense, Pisa, Lucca, Firenze. Lucca vi ebbe nel secolo XIV un vero protettorato che si trasformò nella Signoria personale di Castruccio Castracane che ottenne il titolo ducale su Luni e il suo distretto. Alla sua morte Sarzana fu di nuovo travolta nelle lotte fra i suoi potenti vicini finché Genova la ebbe definitivamente nel 1496. Nel 1465 ebbe da Paolo II il titolo di città; fu patria di Nicolò V Parentucelli.

    Oggi è nodo stradale e ferroviario e centro commerciale fiorente per i prodotti agrìcoli della zona e per il rifornimento dei paesi della valle. L’agricoltura dà lavoro al 30% della popolazione attiva, l’industria e i trasporti al 40%, il commercio a poco più del 10%. Vi hanno sede alcune industrie: fornaci di laterizi, fornaci da calce; industrie alimentari (oleifìcio, biscottificio, pastificio). L’abitato, che conserva in parte le mura del secolo XV, è dominato dalla pittoresca fortezza di Sarzanello, o di Castruccio, che sorge a nordest, a 120 m. ; intorno al centro antico la città si è largamente estesa e si prolunga nel fertile piano con case di abitazione e ville; una nuova strada, destinata a divenire una direttrice dell’ampliamento urbano, unisce la città alla foce della Magra. La città è ricca di monumenti artistici, in primo luogo la Cattedrale di Santa Maria Assunta, costruita dal secolo XIII al XV, con la facciata che associa le forme rinascimentali al bel rosone gotico, ricca all’interno di due grandi ancone marmoree del secolo XV, di affreschi, e del cosiddetto « Crocifisso di Guglielmo » del secolo XII, considerato il più prezioso cimelio pittorico della Lunigiana; si arricchisce anche della bella Cappella barocca del Preziosissimo Sangue. Da ricordare anche la Pieve di Sant’Andrea, del secolo XI, la Chiesa di San Francesco iniziata nel XIII ; invece nel secolo XVI Sarzana ha dato alla scuola pittorica genovese un insigne maestro, Domenico Fiasella, di cui conserva nelle chiese e nei palazzi numerose opere. La cosiddetta « Fortezza di Castruccio » fu costruita dove era l’antico castello vescovile e ampliata nel secolo XV; nel secolo XV fu ricostruita anche la fortezza pisana di « Ferma Fede » che era stata distrutta da Lorenzo il Magnifico in lotta con Genova; si ammira tutt’oggi nel centro della città mentre la fortezza di Castruccio la domina dall’alto.

    Situata in posizione pittoresca e salubre, ricca di monumenti artistici, Sarzana ha le doti più che sufficienti per divenire una mèta turistica, ma, sorta come centro di strada, quando questa si spostò nell’interno, subirà le conseguenze del nuovo spostarsi sul mare della linea di comunicazione da Pisa a La Spezia.

    A Luni il monumento meglio conservato è l’anfiteatro degli Antonini, costruito in pietra del Monte Corvo, mentre molto materiale archeologico si trova nel museo di La Spezia.

    Panorama di Sarzana.

    Sarzana: fortezza «d’abbasso».

    Il cortile del Palazzo del Comune a Sarzana.

    Il bacino della Vara

    La « vai di Vara » è un nome vivo nell’uso delle popolazioni, e si riferisce sia alla valle di questo fiume, sia a quelle dei brevi affluenti, in particolare alla valle del torrente di Ricco che scende dai colli che chiudono il Golfo della Spezia. L’ambiente naturale e umano è profondamente diverso da quello della bassa valle della Magra e neppure si può dire che costituisca una regione geografica uniforme. Vi si alternano rocce diverse: le pietre verdi, che si rendono ben visibili per le nude scarpate, qualche volta somiglianti a grandi colate di lava che interrompono la vegetazione, come nella parte centrale del bacino; gli scisti che formano le zone più aperte e perciò più coltivate delle valli ; le arenarie resistenti e dure nelle quali è intagliata la valle principale da Beverino a San Pietro Vara; i calcari del Secondario nella zona più vicina al Golfo della Spezia. Perciò si succedono tronchi stretti a guisa di gole, ora boscosi, ora con nude scarpate di roccia, e tratti ampi a guisa di conche; la valle maggiore si fraziona in una serie di valli e vallecole laterali ciascuna delle quali forma quasi sempre una piccola regione a sè perchè le parti più aperte e abitate sono separate dalla valle maggiore da strette gole. Non mancano panorami ampi a cui lo scenario dei monti dona una nota di grandiosità.

    Lo spezzettamento dell’ambiente fisico si riflette nell’ambiente umano; non una strada che percorra per intero la valle e formi l’asse principale delle comunicazioni; non è neppure sentita l’attrazione di un unico centro che coordini le energie della regione, poiché la parte più bassa del bacino gràvita verso La Spezia, mentre la parte alta, salvo l’obbligato legame amministrativo col capoluogo di provincia, sente piuttosto l’attrazione di Chiavari e di Genova, nella quale si va lentamente trasferendo la popolazione. Il fiume, che specialmente a valle della conca di Brugnato scorre in un letto ampio e ghiaioso, ha regime torrentizio, con forti piene improvvise in autunno e primavera, ai danni delle quali spesso si aggiungono quelli delle frane; modestissimo finora il contributo di acqua sfruttato per energia motrice (la piccola centrale di Vizzà già ricordata) e irrigazione, mentre invece il fiume potrà divenire per tutta la regione fonte di benessere, se saranno realizzate le opere di bonifica che sono allo studio. Il clima sta fra quello marittimo e quello nettamente continentale del versante padano; nell’inverno il termometro scende frequentemente sotto lo zero, le precipitazioni sono abbondanti e d’inverno in parte nevose, ma l’altezza, l’esposizione, il succedersi di tratti stretti e ampi fanno sì che si alternino piccole unità climatiche. Grande estensione ha in tutta la regione il bosco, che occupa oltre il 60% della superficie agraria-forestale e in alcuni Comuni anche il 70-75%: ai castagneti da frutto, che sono i più diffusi, ai pini, alle quercie succedono più in alto i faggi, ma vasti diboscamenti, ripetuti al tempo dell’ultima guerra, hanno spesso ridotto il bosco a macchie o a bassi cespugli, dove vengono portati al pascolo gli ovini. I prati-pascoli e pascoli, occupano meno del 12% della superficie agraria-forestale. Scarsissima l’estensione dei terreni messi a coltura: poco più del 14% della superficie agraria-forestale, quasi tutti seminativi, per tre quarti però arborati; eppure l’agricoltura è la fonte principale di vita (vi si dedica infatti circa l’8o% della popolazione attiva); molto bassi anche i rendimenti unitari. Le colture più diffuse sono i seminativi: grano, granoturco, patate, nelle zone più umide prati da foraggio, legumi e qualche ortaggio; specialmente nelle zone meno elevate sono associati alle colture arboree: tra queste la più diffusa è la vite; sparsi qua e là gli alberi da frutto, mentre l’olivo rappresenta un’eccezione e si rifugia sui pendii e sui terrazzi più assolati e riparati. Poco numeroso il bestiame con prevalenza degli ovini; l’allevamento è associato all’agricoltura e non si hanno vere e proprie migrazioni stagionali per il pascolo; nelle parti più alte i bovini d’estate vengono mandati sui pascoli e prati-pascoli ma vengono riportati nelle stalle del paese per la notte o lasciati liberi all’aperto. Gli ovini vengono mandati a pascolare anche nelle macchie e nei pascoli più alti sotto la sorveglianza di pastori che raccolgono il bestiame di diversi proprietari. Gli agricoltori sono mezzadri o più spesso proprietari, ma la proprietà è molto suddivisa cosicché i prodotti non bastano neppure al bisogno della famiglia e manca ai contadini la possibilità di procurarsi i mezzi per aumentare lo scarso rendimento. Molto ha contribuito ad impoverire gli abitanti la fillossera perchè il vino era il prodotto più venduto; ed è frequente lo spettacolo dei vigneti in semi-abbandono. Una risorsa alimentare era rappresentata dalle castagne, ma non sono più apprezzate e la vendita non è conveniente; nelle zone più alte si sfruttano i mirtilli e i lamponi, che vengono anche inviati al mercato di Genova, mentre dovunque si raccolgono i funghi, dei quali però nei paesi più lontani dalle strade è molto difficile lo smercio. Una risorsa è rappresentata dal legname e non mancano alcune segherie per la prima lavorazione. Altrimenti si può dire che non vi siano industrie nella valle, né è possibile — nelle condizioni attuali di edilizia, di viabilità, di igiene — che i paesi della vai di Vara possano essere molto frequentati come località di villeggiatura. Dalla zona più vicina a La Spezia una parte degli uomini si reca al lavoro nelle industrie cittadine, ma molti hanno abbandonato per sempre il loro paese, realmente troppo povero nelle condizioni attuali. Bassa è la densità di popolazione (50 ab. per kmq.) e intenso lo spopolamento. Solo i Comuni di Ricco e Brugnato non hanno visto diminuire gli abitanti nel periodo 1901-51: il primo perchè, più vicino a La Spezia, trova uno sbocco alla mano d’opera nelle industrie cittadine (vi si registra il maggior numero di addetti all’industria: 24%), il secondo perchè dispone della più vasta conca pianeggiante, ha qualche industria (segherie) e un modesto movimento commerciale. Qualche segno di ripresa, con nuove costruzioni e qualche movimento di villeggianti, nei paesi situati in basso, lungo l’Aurelia. Le possibilità di miglioramento sono legate ad una trasformazione dell’agricoltura, che dovrebbe orientarsi verso la produzione dei foraggi e l’allevamento, almeno nelle zone più alte; al potenziamento come località di villeggiatura, ma l’una e l’altra sono legate, a loro volta, alla costruzione di opere pubbliche, al rinnovamento edilizio e soprattutto all’irrigazione ed alla sistemazione fondiaria, data la vera e propria polverizzazione della proprietà terriera.

    Vedi Anche:  Le vallate del versante padano

    Due strade di grande comunicazione toccano la valle della Vara seguendola per breve tratto: la via Aurelia che, superata al Passo della Foce la cerchia montuosa che chiude il Golfo della Spezia, scende nella valle del torrente Ricco, quindi raggiunge la Vara a Padivarma e la segue fino a Borghetto, per poi inoltrarsi nella zona montuosa occidentale fino a raggiungere lo spartiacque principale al Passo del Bracco; e la strada che, proveniente da Borgotaro, entra nel bacino della Vara al Passo di Cento Croci (1053 m-) ragghinge il fiume a Varese e lo segue fino a San Pietro Ligure per poi inoltrarsi in una valle laterale e, superando lo spartiacque a Velva, scendere al mare a Sestri Levante. Queste due strade maggiori sono però unite da una strada che accompagna la Vara da Borghetto a San Pietro; anche a monte di Varese una strada risale la valle fino al Passo del Bocco, così, quando sarà completata la strada lungo il basso corso del fiume da Padivarma a Piana Battolla, la valle sarà percorsa da carrozzabile dalle sorgenti alla foce.

    La conca di Brugnalo: il borgo è nel fondo, al di là del fiume; in primo piano Borghetto sull’Aurelia.

    Secondo il censimento del 1951 nessun centro raggiungeva i 1000 ab., neppure Varese. Dunque il modo di abitare caratteristico è in centri piccoli e piccolissimi; molto spesso, anziché centri veri e propri, sono dei «nuclei»; in questi vive il 22% della popolazione, mentre il 26% vive nelle case sparse. Seguendo la Vara a monte di Piana Battolla, si incontra quasi subito il torrente Usurana, la cui valle nella parte superiore si allarga in una conca montuosa dominata dal Monte Cornoviglio (1163 m.), che accoglie i piccoli agglomerati di Calice (nel Comune 2200 ab.), frequentato come località di villeggiatura; su una dorsale a dominio della parte bassa della valle e della vai di Vara si sparpagliano gli abitati di Madrignano, sormontato, come Calice, dalle rovine del Castello dei Malaspina. A monte della confluenza del torrente Usurana, la valle si allarga in una conca dove la raggiunge il torrente Graveglia: qui si sparpagliano alcuni piccoli centri del Comune di Beverino (2500 ab.); dopo un tratto più stretto, ecco un’altra piccola conca pianeggiante che accoglie il paese di Padivarma; qui sfocia il torrente Ricco e la via Aurelia, che lo ha seguito dal Passo della Foce, continua nella valle della Vara. La valle del torrente Ricco si allarga a monte in un ventaglio di vallecole più ampie e di conche che ospitano una serie di piccoli e piccolissimi centri appartenenti al Comune di Ricco del Golfo (3400 ab.); ora il centro più popoloso e vitale è Ricco, che si è ingrandito nel fondovalle lungo l’Aurelia; invece nel Medio Evo ebbero grande importanza i borghi e castelli di Càrpena e Ponzò. Risalendo la Vara a monte di Padivarma, lungo la via Aurelia, ci si inoltra in un tratto chiuso, coi fianchi ripidi coperti di macchie e di boschi finché la valle si allarga in una conca, guardata al suo inizio da Borghetto (nel Comune 1500 ab.), paese che fu distrutto da un bombardamento ma è stato ricostruito ed è in incremento per la posizione sull’Aurelia, dove a questa si innesta la strada per l’alta vai di Vara. Nel centro della conca, circondato da un anfiteatro di monti, si adagia, a 114111., il borgo di Brugnato. Poco più a valle della concadi Brugnato sfocia nella Vara il torrente Pignone, la cui valle, ripetendo il motivo comune a tutta la zona, si allarga nella parte superiore, ospitando gli abitanti di Pignone; nella conca di Brugnato sboccano due valli laterali che ospitano ciascuna nella parte alta un gruppo di abitati: quella del torrente Pogliaschina, che raggiunge la Vara presso Borghetto ed è percorsa nel primo tratto dalla via Aurelia, e quella del Cravegnola che nella parte alta si apre a ventaglio accogliendo numerosi piccoli centri abitati del Comune di Rocchetta Vara, il cui abitato vanta ancora il Castello dei Malaspina. Brugnato, che oltre l’attività agricola (nelle località più riparate compare anche l’olivo) e lo sfruttamento del legname è anche centro di commercio, ebbe appunto per la sua posizione geografica, al centro di un gruppo di valli, grande importanza in passato: fu centro dei Liguri Bruniati di cui parla Tito Livio; nel secolo VII vi fu fondata un’Abbazia che ebbe florida vita; la tradizione la vorrebbe fondata da San Colombano; nel secolo XII divenne sede episcopale suffraganea di Genova ed ebbe titolo di città. In seguito la zona si impoverì e, quando fu riaperta l’Aurelia, rimase fuori del suo tracciato ; oggi il Comune conta 1300 ab. Nel 1820 la Diocesi fu unita a quella di Sarzana ma la Chiesa di Bru-gnato col Palazzo episcopale è ancora interessante dal lato storico ed artistico.

    La ridente conca ondulata di Sesta Godano.

    A monte di Brugnato la valle della Vara nuovamente si restringe e la raggiunge dalla riva sinistra il torrente Mangia, la cui valle, guardata dall’alto dal paese di Cornice, tipico centro di cocuzzolo, si inoltra tra i monti stretta e boscosa, ma si apre nella parte superiore accogliendo i piccoli centri del Comune di Zignago (1300 ab.), uno dei più poveri della valle della Vara. Poco più a monte un altro affluente, questa volta da destra, il Malacqua, che scende dal territorio di Carròdano dove passa l’Aurelia; quindi la Vara prosegue in una valle stretta e boscosa, fino al ponte Margherita dove la raggiunge un piccolo torrente che raccoglie le acque di una conca montana in cui trovano posto gli abitati del Comune di Carro, uniti dalla carrozzabile alla valle della Vara e al Passo di Velva. Segue un tratto di valle così stretta che la strada la abbandona per risalire invece la valle di un affluente, il Gòttero, che ben presto si apre in una conca nella quale è sorto, presso il fiume che scorre però incassato, un centro di strada, Sesta Godano, ora collegato da una carrozzabile a Pontrèmoli; è divenuto il centro dei piccoli e più antichi paesetti disseminati intorno alla conca ondulata e ben riparata, tanto che vi fa la sua comparsa l’olivo; nell’alta valle, dominata dal Monte Gòttero (1640 m.), trovano posto alcuni agglomerati e il paesaggio si fa montano, con rade colture di seminativi, estesi boschi di castagni e di faggi e ampi pascoli. A monte di Sesta Godano, la strada tocca di nuovo la Vara e per un tratto stretto e boscoso raggiunge San Pietro dove si incrocia con la strada che scende dal Passo di Cento Croci. San Pietro fu la Pieve più antica di tutta la valle. Raggiungono qui la Vara alcuni torrenti laterali: fra essi il Borza, nella cui valle sono gli abitati di Maissana; si raggiunge finalmente Varese Ligure dove la valle, intagliata negli scisti, si allarga: è questo il maggior centro abitato dell’alta valle, con alberghi, banca, negozi. Il paese è a 347 m., il suo territorio è formato da un ventaglio di valli dominate da una cerchia di montagne che accolgono numerosi piccoli agglomerati, situati a varia altezza, i quali vivono poveramente sfruttando i pochi campi di seminativi, i pascoli e il bosco. A Varese è ancora abbastanza estesa la vite; numerosi ma trascurati gli alberi da frutta. Si lavora il legname e Varese è frequentata nell’estate come centro di villeggiatura e come luogo di passaggio sulla strada da Sestri Levante al Passo delle Cento Croci, divenuto centro di villeggiatura e di sports invernali, ma la popolazione del Comune è in diminuzione (da 7170 ab. nel 1901 a 5870 nel 1951). Il paese conserva il caratteristico centro medievale, il « borgo rotondo », un pittoresco ponte e il Castello dei Fieschi con la torre. Fu infatti fondato dai Fieschi nel secolo XIV, sul luogo di un’antica Pieve, ebbe una storia movimentata e acquistò importanza per i commerci tra il Parmense e il mare.

    Il ponte di Grexino a Varese Ligure

    Le Cinque Terre

    Se, lasciate le vallate interne, ci si porta sulla costa della regione spezzina, veramente ci si trova in un altro mondo. Qui il mare domina il paesaggio, il clima e la vita degli abitanti e vi si dispiega tutta la più ricca gamma di colori della Riviera. Caratteristica di questa costa è la grande ripidità: la via Aurelia passa nell’interno e la ferrovia la percorre quasi sempre in galleria; l’accesso all’interno, anche se la catena montuosa che fa da spartiacque verso il bacino della Vara non tocca i 900 m., è molto difficile: da ciò il legame strettissimo col mare.

    In questa descrizione si è inclusa tutta la costa compresa entro i confini della provincia della Spezia, vi si è anzi aggiunto anche il Comune di Moneglia perchè ha caratteri simili alla costa dello Spezzino. Bisogna però distinguerla in due parti: la costa da Portovenere alla Punta del Mesco, che forma la regione delle Cinque Terre, e la costa dalla Punta del Mesco alla Punta di Moneglia. La regione delle Cinque Terre, formata dai cinque paesi di Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Ver-nazza, Monterosso (riuniti però amministrativamente in tre Comuni: Riomaggiore, Vernazza, Monterosso), è una piccola regione geografica molto ben definita, il cui nome risale al principio del secolo XV e compare dopo il secolo XVI anche nelle carte. La rendono famosa il carattere inconfondibilmente pittoresco che le viene dalla ripidità delle coste — una vera falesia a picco, senza spiaggia e senza traccia di terrazzi costieri — e la coltura del vigneto che, per effetto dell’aria marina, per il calore riverberato dalla roccia, dà un’uva dolcissima, ottima se consumata fresca, mentre se ne ricava un vino dolce e molto alcoolico; il vino più tipico, detto col nome locale scia che tra si fa con uve passite ed è apprezzatissimo ; lo celebrarono scrittori e poeti, dal Boccaccio al Carducci.

    Come già si è detto, un itinerario frequentato forse fin da epoca preistorica, ricordato in epoca romana da Polibio e da Strabone, correva in alto — muovendo da Portovenere, da un lato, e dal vallone di Biassa dall’altro — lungo la ripida costa là dove oggi sono i Santuari di Montenero, Volastra, San Bernardino, Reggio, Soviore, appartenenti rispettivamente a Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza, Monterosso; sorsero qui, nell’alto, i primi nuclei abitati, da cui poi si formarono i paesi della costa. I centri rivieraschi ebbero incremento nel periodo delle incursioni saracene e i loro abitanti esercitarono essi stessi la pirateria. Giunse fin qui la giurisdizione dei Signori feudali dell’interno, degli Obertenghi del ramo di Massa Corsica e in particolare dei Conti di Lavagna, finché si affermò, nei secoli XII-XIII, il dominio genovese, non senza contrasti da parte di Pisa. Rimasti poi fuori delle vie di comunicazione terrestre, si perpetuò in questi paesi, come in nessun altro centro della Riviera, il primitivo carattere di borghi marini, e vi si sviluppò un « colore locale » che si esprime nel dialetto, nel tipo somatico e nella mentalità degli abitanti, anche se non si concreta in ben distinti caratteri differenziali. Anche l’arte vi ebbe una vivace fioritura di stile gotico, associato ai motivi dell’arte romanica e del bianco e nero di origine pisana, che ancora oggi si ammira nelle chiese dei paesi e nei soprastanti santuari. Ma la caratteristica più peculiare è il tipo dei centri, con le case « inserite » nella roccia, con cui si confonde la pietra di cui sono costruite, accatastate le une sulle altre con archi, falsi portici, scale esterne e interne ripidissime; a percorrerle in autunno, è dovunque l’odore del vino che bolle nei tini.

    Molto per tempo si sviluppò in questa terra, che sembrerebbe respingere ogni tentativo di coltura tanto è selvaggia, il vigneto. E ancora oggi la coltura più importante e una delle testimonianze più vive del tenace lavoro dei Liguri per strappare i prodotti alla loro terra. Le caratteristiche fasce risalgono sino alla cima delle montagne o si annidano tra le rocce e la vite è tenuta in filari e pergolati bassissimi, dove si vendemmia coricandosi supini. Ben li descrive lo storico Giustiniani nel secolo XVI: «… in questo territorio tanto erto e sassoso, che non solamente è difficoltoso alle capre montarvi, ma quasi difficoltoso al volar degli uccelli… arido e secco e nondimeno tutto pieno di fruttifere vigne, alle vendemmie delle quali, in qualche luogo, conviene che gli uomini si calino dalle rupi per mezzo di una corda e dalle quali si esprime il vino tanto eccellente quanto si possa… Questo territorio è celebre non solamente in Italia ma quasi per tutto il mondo ».

    Nel secolo scorso la fillossera ha infestato anche questa regione; ora i danni sono stati in gran parte restaurati, ma qualche vigneto è stato abbandonato. Il vino è consumato localmente o venduto sul mercato della Spezia; l’industria turistica, in rapido « crescendo » col moltiplicarsi dei mezzi marittimi, offre un rinnovato e ricco mercato; e alla Spezia viene portata giornalmente l’uva al tempo del raccolto; sono generalmente le donne che fanno questo lavoro portando fino alla città le ceste colme di grappoli, pittoresco contrasto di un primitivo sistema di commercio lungo quella stessa linea ferroviaria su cui passano rapidi convogli merci che portano la frutta e gli ortaggi del Mezzogiorno e dei luoghi più favoriti della Riviera sui mercati della Pianura Padana e di Oltralpe. Molti uomini sono naviganti o lavorano nelle industrie della Spezia e anche di Genova: per questo il vigneto non è più curato come un tempo. Oltre la vite è coltivato, specialmente nelle piccole valli che si insinuano entro la montagna, l’olivo; nessuna importanza hanno i seminativi; tra gli alberi da frutta va ricordato il fico e, soprattutto, gli agrumi: una qualità di limoni verdi gode di una certa notorietà a Monterosso. In quest’ultima località ha avuto incremento la pesca (delle acciughe e sardine), un tempo esercitata in tutte le Cinque Terre.

    Al disopra delle colture il bosco, più che altro ridotto allo stato di macchia, e questa, caratterizzata da piante odorose e da specie xerofile, scende anche fino al mare alternandosi alle colture: è tipica delle Cinque Terre la pianta dei capperi, di cui si fa la raccolta a carattere domestico ; anche il pino si fa strada fra le macchie, nè manca la nota esotica delle agavi e dei fichi d’India. In passato si allevavano gli ovini, oggi ridotti a pochissimi.

    Lungo la costa delle Cinque Terre presso Corniglia.

    La popolazione vive quasi tutta accentrata nei cinque paesi che denominano la regione, ma i pendii coltivati sono disseminati di piccole casette, isolate e in qualche raro caso a gruppi: sono rifugi temporanei per i contadini, per il fogliame, per le pecore; in passato però alcune case, e piccoli agglomerati, funzionavano come centri estivi, abitati nel periodo dei lavori della campagna; ora questo accade molto di rado. La popolazione delle Cinque Terre dal 1901 al 1951 è rimasta pressoché stazionaria (da 7221 ab. a 7600); sarebbe diminuita se non trovasse lavoro nell’industria dei trasporti marittimi, per la quale fa capo a Genova, e nelle industrie del Golfo della Spezia; Monterosso è anche frequentato nell’estate per le bagnature, si tratta però in gran parte di un afflusso giornaliero da La Spezia. Le Cinque Terre sono toccate dalla ferrovia, ma nessuna era raggiunta da carrozzabile: ciò ha contribuito indubbiamente a conservare il colore locale e a foggiare il carattere della popolazione; ma la nuova carrozzabile in costruzione dalla Spezia a Sestri Levante valorizzerà indubbiamente la regione ai fini dell’industria turistica. La strada non potrà, comunque, costeggiare il mare per mancanza totale di cimosa pianeggiante, ma correrà a mezza costa, e tronchi secondari la uniranno ai paesi. E da augurarsi però che questo contatto con l’esterno non distrugga quel colore locale del paesaggio e della vita — si pensi che nessun mezzo motorizzato percorre questi paesi! — che è la vera ricchezza delle Cinque Terre. Sempre più numerosi sono anche i servizi marittimi che toccano la costa: per ora l’approdo per i servizi di motonavi e motoscafi è a Vernazza; a Monterosso è in costruzione un approdo, a spese di un privato.

    Riomaggiore: la «via dell’amore».

    Cinque Terre pittoresche: Manarola, annidata entro la roccia.

    Vernazza col piccolo approdo, sempre più frequentato dalle imbarcazioni da diporto.

    Le Cinque Terre cominciano con la punta di Monestèroli e la prima che si incontra è Riomaggiore, ormai raggiunto dalla carrozzabile, il paese più grosso (oltre 2000 ab. nel centro e 3300 nel Comune) e il più legato economicamente alla Spezia, quasi nascosto entro l’angusta vallecola del suo « rivo », con la tipica ciazza sul mare e le rovine del Castello del secolo XIV; è del Trecento anche la Parrocchiale. Vi soggiornò e ne trasse ispirazione il pittore Telemaco Signorini. Uno stretto sentiero panoramico scavato nella roccia che ha il poetico nome di « via dell’amore », lo unisce a Manarola, stretta fra la ripa e la calata a mare intagliata nella viva roccia, difesa da un’alta falesia che la nasconde a chi provenga da Riomaggiore.

    Corniglia non è sul mare, ma lo domina dall’alto di un terrazzo e vanta una bella chiesa romanica. La quarta delle Cinque Terre è Vernazza (2300 ab. nel Comune), quasi nascosta entro un’angusta vallecola e affacciata ad una piccola baia; è ancora coronata dai ruderi del Castello e vanta la trecentesca Chiesa di Santa Margherita, in pietra nera, lambita dai flutti, con alta torre campanaria. Monterosso (poco più di 2000 ab.) è l’ultima delle Cinque Terre e ha già carattere un po’ diverso perchè dispone di una duplice spiaggia, per quanto flagellata dal mare; i monti si allargano formando una conca un po’ meno ripida e alcune ville e giardini si sono aggiunti al vecchio centro; possiede una bella Chiesa trecentesca e, sul poggio a picco sul mare che divide le due spiagge, il pittoresco Convento dei Cappuccini. È sopra Monterosso il più famoso dei Santuari delle Cinque Terre, la Madonna di Soviore, alla quale avrebbe reso visita di omaggio l’Imperatore Ottone III.

    Monterosso: la più importante delle Cinque Terre, con il promontorio col Convento dei Cappuccini; a levante il vecchio centro, a ponente il nuovo centro turistico e balneare.

    La Riviera dalle Cinque Terre a Sestri Levante

    L’altra parte della costa dello « Spezzino » ha carattere alquanto diverso dalle Cinque Terre: anzitutto lo spartiacque si allontana dal mare e vi si sviluppano delle vallecole, di pochi chilometri, ma non così brevi e ripide come nelle Cinque Terre; anche qui manca la strada costiera, ma i centri maggiori sono collegati da carrozzabili, sia pure lunghe e scomode, alla via Aurelia; la tipica coltura del vigneto non è più dominante ma passa al secondo posto ed i pendii, rivestiti di olivi, formano un paesaggio più riposante. Non mancano tuttavia anche qui tratti di costa ripida, nuda e diruta, con scogli e faraglioni, anzi assumono un aspetto tutto particolare perchè si affaccia al mare la formazione delle pietre verdi che si ricollega con quella del bacino della Vara. I torrenti, specialmente dopo i disboscamenti dell’ultima guerra, minacciano i centri costieri e Lèvanto ha subito di recente gravi rovine.

    Le risorse principali della popolazione sono, oltre l’agricoltura, l’impiego nei trasporti marittimi, la pesca (fiorente specialmente quella delle acciughe e sardine fatta con le « lampare »), i proventi dell’industria turistica, qualche industria locale, come le cave della pietra da costruzione detta « rosso di Levanto », e cave di arenaria. Alcuni trovano lavoro nelle industrie della Spezia. Il prodotto agricolo più importante è dato dall’olio; molto coltivata la vite; scarsissimi i seminativi e quasi sempre accompagnati da colture arboree; importanza modesta hanno ortaggi e frutta. Molto estesi i boschi (frequenti i pini) e le macchie, talvolta molto rade, quasi mancanti i prati e pascoli, ma gli ovini pascolano anche nelle macchie e si allevano nelle parti più alte. La popolazione è diminuita dal 1901 al 1951 solo a Framura, il più povero dei Comuni; dal 1936 al 1951 è diminuita anche a Deiva; la percentuale di popolazione sparsa è più elevata che nelle Cinque Terre.

    Lasciate le Cinque Terre, il primo centro costiero che si incontra è Lèvanto (oltre 6000 ab. nel Comune; 3500 nel centro) che, frequentato nell’estate per le bagnature e anche in inverno per il suo clima mite, si è molto ingrandito con moderne costruzioni e ha assunto l’aspetto cittadino proprio di tutti i centri costieri liguri; gli fa corona verso l’interno un anfiteatro di colli disseminati di centri piccoli e piccolissimi dove l’olivo mette la nota dominante e nei quali il pendio si addolcisce perchè gli scisti succedono alla formazione ofiolitica.

    Lèvanto: a sinistra il paese più antico dominato dalla Chiesa e dal Castello; a destra il nuovo centro turistico e balneare, chiuso dallo sprone montuoso formato da pietre verdi, con scarsissima vegetazione.

    L’abitato di Lèvanto è diviso in due parti separate da uno sprone collinoso: a oriente, presso il mare e ai piedi del colle, è la città antica con la Chiesa di di Sant’Andrea, dei secoli XIII-XV, a liste bianche e nere, e il Castello con torrione del secolo XVII, la loggia trecentesca sulla piazza, i resti delle mura; caratteristici anche i tipici giardini liguri cinti di alti muretti; ad ovest si adagia presso la spiaggia, continuamente minacciata dall’avanzarsi del mare, nel breve piano alluvionale, la città moderna. Interessante, sull’alto, il Convento dei Cappuccini, mentre è vivo il contrasto fra i due sproni montuosi che chiudono l’insenatura, quello orientale coperto di colture e l’altro nudo e aspro perchè formato di pietre verdi. Lèvanto crebbe a partire dal secolo XII e fu l’erede del più antico centro interno di Ceula, l’odierna Montale; si arricchì di palazzi, chiese, conventi nei secoli XVI-XVII. Nell’ultima guerra subì gravi bombardamenti.

    In una pittoresca insenatura, fra i colli e il mare, è l’abitato di Bonassola (1600 ab. nel Comune), sviluppatasi pure recentemente come centro residenziale e balneare. Lungo un tratto di costa ripida e nuda, dove le pietre verdi scendono al mare, trovano posto, fra mare e monte, gli agglomerati del Comune di Framura (1200 ab.), già pago romano e antica Pieve. Quindi, presso una breve spiaggia, fra colline povere di vegetazione, Deiva Marina (1400 ab.): il torrente Deiva, asciutto o quasi in estate, percorre una valle, intagliata nelle pietre verdi, che si addentra nell’interno allargandosi in un anfiteatro di colli e di monti che ospitano alcuni piccoli centri. Termina qui la provincia della Spezia ma non muta gran che il carattere del paesaggio nella insenatura che segue, dopo un tratto di costa alta e rocciosa, chiusa da un anfiteatro di colli e di monti: sul mare è l’abitato di Moneglia, fra due castelli genovesi, divisa in due borghi da uno sprone montuoso, con aspetto di cittadina, frequentata in estate per i bagni, circondata di orti e giardini; altri centri minori sulle colline, fra olivi e vigneti (nel Comune 2700 ab.).

    La suggestiva insenatura di Bonassola.