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La vita economica l’agricoltura, l’allevamento

    La vita economica l’agricoltura, l’allevamento

    L’economia agricola

    Come fondamenti della vita economica del Lazio, agricoltura e pastorizia si associarono dalle epoche più remote, prevalendo ora Tuna ora l’altra a seconda dei tempi e delle zone. Un’associazione peraltro dissociata — se è lecito il bisticcio — perchè, anche prescindendo dai territori montuosi nei quali la pastorizia ovina si opponeva per vari motivi alle coltivazioni e pastori e contadini erano spesso avversari, anche guardando solo alle « tenute » dell’Agro Romano, delle quali si parlerà in altro capitolo, l’azienda agricola era essenzialmente separata dall’azienda pastorale e separato il personale che all’una e all’altra attendeva. Una consociazione quale si riscontra nella Pianura Padano-Veneta, è essenzialmente un fatto dei tempi nostri.

    Altre fonti di risorse — il bosco, la pesca — hanno sempre avuto nella nostra regione un’importanza secondaria o di interesse locale. Rispetto alle più evolute regioni settentrionali, dove all’agricoltura si associa l’industria, le condizioni sono qui, pertanto, meno favorevoli come si può constatare dal fatto che il reddito netto prò capite (al 1962) nella provincia di Milano (lire 694.828) e in quella di Torino (lire 604.525) è all’incirca il doppio di quello medio italiano (lire 356.483) e di gran lunga superiore a quello del Lazio (lire 410.370) e della provincia di Roma (lire 476.244). Inferiore ancora di molto ai redditi medi della regione ed italiano è poi il reddito netto per abitante delle altre province laziali, sebbene una positiva evoluzione economica si sia avuta in queste province (specialmente Latina e Frosinone), a partire dal 1951, negli incrementi percentuali del reddito complessivo e per abitante: dalle quasi 332.000 lire prò capite di Viterbo si passa alle 260.000 di Latina e 257.000 di Rieti per scendere ancora ad appena 195.000 lire di Frosinone. Il reddito totale prodotto nel Lazio (durante il 1962) è stato pari a circa 1700 miliardi, appena il 9,5% del reddito globale nazionale.

    Superficie territoriale per zone altimetriche secondo le circoscrizioni dell’Istituto Centrale di Statistica.

    Ma una grande trasformazione si è andata compiendo da alcuni decenni nel Lazio ; essa continua anzi sotto i nostri occhi e si deve a diversi fattori. Anzitutto la conquista e il popolamento di nuove terre mediante le grandiose opere di bonifica, che hanno reso possibile e redditizia anche l’introduzione o la diffusione di colture nuove, mentre hanno influenzato profondamente le caratteristiche dell’allevamento, riducendo le aree pascolative e la pastorizia transumante; inoltre l’ingigantirsi oltre ogni misura prevista, di queirenorme mercato di consumo che è Roma, il moltiplicarsi delle comunicazioni e dei trasporti, che col valido sussidio dell’automobile agevolano la circolazione dei prodotti, soprattutto di taluni di maggior consumo; infine — ultimo in ordine cronologico, ma al primo posto certamente per conseguenze attuali e prossime — lo sviluppo delle industrie, animate in gran parte dall’energia idroelettrica, che contano già centri e aggruppamenti cospicui ed in incremento, per il che non si può più asserire — se pur l’affermazione è ripetuta anche in opere recenti — che il Lazio sia una regione essenzialmente agricolo-pastorale, poiché esso si avvia a prendere un posto ragguardevole anche nella vita industriale dell’Italia odierna, come diremo nel prossimo capitolo. D’altra parte non può tralasciarsi dal notare che è la presenza di Roma ad accentuare in tutta la regione laziale questa particolare fìsonomia che le statistiche non riflettono nell’effettivo valore, dato che il concetto di media risulta molto lontano dalla realtà. Infatti, mentre nelle province di Rieti e Viterbo oltre il 42% ed il 50% del reddito risulta prodotto (al 1962) dall’agricoltura, tale percentuale scende al 38% per Latina, al 34% per Frosinone e ad appena il 5,5% per Roma. Nel contempo il reddito dei settori industria, commercio, credito, ecc. raggiunge valori cospicui in provincia di Roma (60,3%), valori medi a Frosinone e Latina (43,7% e 42,9%), minimi a Rieti (33,6%) e Viterbo (30,3%). L’agricoltura, pertanto, pur occupando, come ora diremo, quasi un quinto della popolazione attiva in condizione professionale, fornisce appena un dodicesimo del reddito totale della regione (il 56,3% spetta all’industria, commercio e credito; il 20,1% alla Pubblica Amministrazione e l’11,6% alle residue attività).

    Le risultanze definitive dell’ultimo censimento demografico (15 ottobre 1961) hanno accertato 260.101 addetti — il 19% della popolazione attiva nel Lazio (1.392.277 addetti; 1.311.228 nel 1951) — nel settore agricolo, mentre il 32,5% (453.787 addetti) è neH’industria ed il 48,5% (678.389 addetti) nelle altre attività (commercio, trasporti, ecc.). Una ripartizione per province degli occupati nell’agricoltura trova al primo posto — per valore assoluto — la provincia di Roma (84.092; 122.178 nel 1951) seguita da quelle di Frosinone (63.868; 132.717 nel 1951), Viterbo (45.531; 67.218 nel 1951), Latina (39.382; 62.707 nel 1951) e Rieti (27.228; 49.102 nel 1951). Ma il rapporto fra gli addetti all’agricoltura in ogni provincia ed il totale della popolazione attiva censita nella stessa provincia ci dà modo di osservare che, in percentuale, l’incidenza degli occupanti nel settore primario mentre è quasi irrilevante nella provincia di Roma (appena l’8,6%) è notevolissima a Viterbo (48,3%) e Rieti (47,8%); a Frosinone è pari al 40,3% ed a Latina, infine, al 35,6%. Esclusa solo Roma, le percentuali delle restanti province — sebbene nel corso del periodo 1951-61 si siano fortemente ridotte, come è possibile rilevare dai dati assoluti sopra riportati — sono ancora di gran lunga superiori al valore medio nazionale (29%). La riduzione netta (40%) del numero degli occupati nell’agricoltura che si è prodotta nel Lazio (in totale circa 174.000 unità rispetto al 1951) non costituisce però un fatto nuovo per la regione in esame e per il nostro Paese: essa rispecchia il proseguimento di una tendenza già in atto nel corso degli ultimi decenni (contenuta nel Lazio per le opere di bonifica), gradualmente accentuatasi nel dopoguerra per effetto dell’insufificiente remu-neratività del settore agricolo e delle migliorate prospettive di occupazione offerte dalle attività secondarie e terziarie. E da notare, infine, che la densità di popolazione agricola per Kmq. di superfìcie agraria e forestale risulta nel Lazio di 16 addetti (Italia = 21) e va da minimi di io persone nella provincia di Rieti e 13 in quella di Viterbo, a massimi di 17 nella provincia di Roma, 18 e 20 nelle altre di Latina e Frosinone. In questa distribuzione influisce, in maniera particolare, la natura del suolo, a seconda che esso sia montuoso e scarsamente produttivo o invece collinare e di piano. Il Lazio, dunque, appare più industriale e commerciale, ecc. che agricolo in confronto alla media italiana (Lazio = 81% degli addetti; Italia = 71%), ma la predetta situazione si inverte se si esclude — come si è visto — la provincia di Roma con l’altissima percentuale di addetti ai settori secondario e terziario, specie quest’ultimo nella capitale.

    La campagna nel Viterbese.

    In quali forme si esercita nel Lazio l’attività agricola? Delle varie categorie dei lavoratori rurali non si dispone ancora per le province laziali dei dati del censimento della popolazione (1961) e tanto meno degli altri raccolti dal i° censimento generale dell’agricoltura (15 aprile 1961), mentre un rapidissimo cenno di quelli di un decennio prima ci permette di rilevare la prevalenza relativa dei coltivatori diretti in tutto il Frusinate ed il Reatino ed ancora in ampie zone meridionali ed orientali delle province di Latina e Roma; presenti infine in buona parte del Viterbese sudorientale, mentre nell’altra gran parte di questa provincia si avevano in prevalenza coloni parziali e lavoratori dipendenti. I coloni parziali erano ancora presenti nell’Agro Romano, nel Frusinate e nella Pianura Pontina in genere. Superiore ai conduttori coltivatori era nelle province di Latina e Roma il numero degli agricoltori dipendenti a giornata. Ma profondamente mutata è la situazione censita nel 1951, in quanto il decennio fra i due censimenti è stato caratterizzato, oltre che dal già ricordato considerevole esodo (in specie, aggiungiamo, dei lavoratori dipendenti a giornata), dalla riforma agraria da parte dell’Ente Maremma tosco-laziale (a partire dal 1951) e dal riscatto dei terreni dell’O.N.C. da parte dei coloni nell’Agro Pontino; pertanto questi interventi dovrebbero avere di certo diffuso i coltivatori diretti ancor più e ridotti gli instabili lavoratori dipendenti, ma solo le risultanze finali del censimento demografico potranno dirlo definitivamente.

    Riguardo alla distribuzione delle colture — delle quali tra breve diremo — è noto il contrasto esistente fra le diverse province per motivi vari, che qui solo si accennano: vaste aree pianeggianti, piogge abbastanza ben distribuite, notevoli possibilità d’irrigazione costituiscono ambienti favorevoli alle colture in genere (per esempio, fasce costiere e subcostiere delle province di Viterbo, Roma e Latina; valle del Sacco-Liri, ecc.); mentre suolo accidentato, modeste disponibilità di acque per l’irrigazione, clima più rigido sono ambienti meno idonei allo sviluppo delle varie colture e si riscontrano specialmente nelle province di Rieti e Frosinone.

    Campicello recinto da muro presso Capranica Prenestina.

    Permane ancora il contrasto fra le province laziali nell’impiego di mezzi di produzione. Basti, a questo proposito, segnalare alcune cifre relative alle macchine agricole ed ai diversi concimi chimici. Il Lazio nel 1961 disponeva di un discreto numero di macchine agricole: per le trattrici veniva al sesto posto in Italia, 12.074 (un numero di poco inferiore a quelle della Toscana, ma poco meno di un quarto di quelle dell’Emilia-Romagna) e ciò corrisponde ad una trattrice per ogni 69,5 ha. di seminativi ed al 4,4% del comprensorio d’Italia (n. 272.849); inoltre poco più di 1600 trebbiatrici, di oltre 4300 fra motocoltivatrici, motofalciatrici, macchine provenienti da trasformazioni di autoveicoli bellici residuati, ecc.; di circa 11.700 motori agricoli vari, con larga prevalenza (76%) di quelli a scoppio, ecc.

    Il primato per il minor numero di ettari di seminativi per trattrice spetta a Latina ed a Roma, mentre il più alto valore lo troviamo nel Frusinate, a causa della configurazione montuosa della provincia, che ostacola l’uso delle macchine.

    L’aumentato impiego delle macchine (per es., le 436 trattrici di Latina del 1951 sono divenute nel 1961 ben 2706) ha proporzionalmente elevato, nel corso degli anni, il consumo di carburanti per uso agricolo: da 155.888 q. nel 1950 si è arrivati a 397.885 nel 1961. Sebbene non tutte le categorie di coltivazioni abbiano ugual bisogno delle macchine, è indubitato che da una sempre più larga diffusione di queste dipende il progresso agricolo del Lazio.

    L’impiego dei concimi chimici appare, in confronto alle altre regioni, ancora modesto: quasi 1.395.000 q. di concimi azotati e fosfatici (la quantità di concimi potassici è minima), in massima parte superfosfati minerali, nitrato di calcio, solfato ammonico, nitrato ammonico, calciocianamide, ecc. ; il quantitativo rappresenta poco più del 5% del totale distribuito in Italia durante la campagna di consumo 1960-61.

    Se guardiamo agli elementi fertilizzanti contenuti nei concimi chimici distribuiti, si può rilevare che in tutto il territorio laziale la media dell’azoto è di 19,8 kg. (Italia = 21,8 kg.) per ettaro di superficie concimabile, per l’anidride fosforica di 23,1 (Italia = 25,6). Ma per l’azoto la media è del 28,4 per Latina, di appena 9,2 per Rieti; per l’anidride fosforica è di 26,7 e 26 kg. per Roma e Viterbo, di 15,1 per Rieti. Anche in questo campo gli sforzi per un più largo impiego dei vari concimi chimici potrebbero dare risultati molto vantaggiosi per lo sviluppo della produzione agricola laziale.

    I terreni agrari

    La varietà dei terreni agrari è molto grande nel Lazio, e la loro attitudine alle diverse colture dipende in primo luogo dalla qualità litologica della roccia madre, inoltre dalle condizioni climatiche delle quali l’indice più espressivo è il cosiddetto coefficiente pluviometrico P/T (P = piovosità; T = temperatura): se questo è inferiore a 60, si parla di terre rosse (prevalenti nella regione litoranea e sublitoranea), se è superiore a 60 si parla di terre brune, prevalenti nelle regioni interne, per quanto anche in queste vi siano terre rosse su rocce calcaree diboscate; i termini di passaggio sono poi frequenti e vari. La carta pedologica qui annessa, ricavata da quella del Principi (1), esprime le condizioni generali meglio di lunghi discorsi.

    I terreni provenienti da substrati calcarei del Mesozoico e del Terziario prevalgono in tutto il Lazio montano calcareo, nei Lepini, ecc., ma qui sono spesso misti a materiali di origine vulcanica. Calcari compatti profondamente carsificati, come quelli del Cretaceo, si prestano solo a pascoli 0 a colture erbacee, che però danno magri raccolti, mentre permettono, specialmente ad altezze non superiori ai 500 m., buon sviluppo di colture arboree, in prevalenza dell’ulivo. Questo albero trova un ambiente adatto anche nei terreni provenienti da scaglia rosata o cinerea, che sono quasi sempre forniti di sostanze argillose in giuste proporzioni : dove lo spessore del suolo è notevole, dà buoni risultati anche la coltura dei cereali. I terreni travertinosi, che appaiono allo scoperto, sono in gran parte lasciati al pascolo.

    Carta pedologica.

    Campicelli coltivati presso Cervara.

    I terreni arenacei, sabbiosi, argillosi o argillo-sabbiosi, tanto diffusi nel Lazio, mostrano diversa capacità agricola a seconda della permeabilità, della proporzione tra sabbia e argilla, del contenuto in fosforo e azoto. Le argille eccessivamente compatte e impermeabili sono in genere povere di vegetazione, mentre i terreni provenienti da sabbie più o meno marnose sono atti ad ospitare le più svariate colture, da quelle arboree del castagno e della vite a quelle erbacee, specie dei cereali.

    Anche i terreni provenienti dalle formazioni vulcaniche, notevolmente diffusi nel Lazio, mostrano attitudini diverse. La maggiore fertilità si constata nei terreni originati da tufi terrosi o incoerenti che contengono tutte le sostanze essenziali per lo sviluppo delle piante: secondo la morfologia, l’altitudine e l’esposizione prosperano castagneti, vigneti, frutteti, grano, leguminose. I terreni trachitici sono favorevoli allo sviluppo dei boschi di castagno e dei vigneti. Estensioni molto maggiori hanno le leuciti ti, i basalti leucitici, ecc., che sono per lo più di grande compattezza e di lentissima alterabilità; onde l’orizzonte attivo è pochissimo profondo e vi si riscontrano perciò per lo più prati naturali stabili e seminativi. Così il cappellaccio della Campagna Romana affiora con una crosta resistentissima ed impermeabile, di modo che il suolo che su di esso si forma è di scarsissimo spessore e di difficile drenaggio. Nelle zone asciutte allignano magri pascoli, nelle aree più depresse si sviluppa la macchia, ora peraltro ridottissima. Le condizioni sono migliori dove si rendano possibili scassi profondi. Il peperino, tufo litoide di color grigio o nerastro, produce un suolo con buone caratteristiche fisico-meccaniche; vi prosperano molti dei vigneti dei Castelli Romani. Sopra i tufi vulcanici rimaneggiati e trascinati poi dalle acque e depositati nei fondivalle e sui terreni alluvionali, si è formato il cosiddetto porcino di notevole fertilità, adatto particolarmente alle colture erbacee.

    Infine diverso è anche il comportamento dei terreni alluvionali. Quelli litoranei (dune recenti o antiche) formati da sabbie, sono in genere dominio della macchia, che l’uomo va gradatamente distruggendo o sfoltendo, sforzandosi di sostituirvi le colture. Questo avviene anche nelle regioni interne, come quella pontina, dove spesso i terreni sabbiosi marini ricoprono strati di argille sabbiose: se queste si trovano a lieve profondità, ne risultano suoli troppo umidi nella stagione piovosa, mentre sono aridi nel periodo asciutto. Altrove invece, come sulla sinistra del delta tiberino, sotto le dune sabbiose si riscontra uno strato di arenaria bruno-rossastra che si ritiene formata dalla cementazione delle sabbie per opera di prodotti ferrugginosi e di scarsa sostanza organica provenienti dalla superficie. Nei dintorni di Terracina sotto i terreni sabbiosi appare un terreno di colore ocraceo più o meno vivo, dovuto alla presenza di prodotti ferrugginosi, detto localmente tasso o ferracc’o.

    Dove fino a pochi decenni fa ristagnavano acque marine (come nei pressi di Ostia e di Maccarese) impregnate da una forte percentuale di sali, il terreno era del tutto improduttivo; ora è stato nella quasi totalità dissalato per opera dell’uomo. Qua e là, compaiono anche terreni torbosi.

    Negli ultimi decenni l’uomo ha ovunque operato in queste aree alluvionali litoranee o sublitoranee, e in primo luogo nella regione Pontina e nella Maremma Laziale, miglioramenti che spesso hanno assunto il carattere di vere e proprie radicali trasformazioni per introdurre le colture. Prevalgono quelle erbacee e soprattutto il grano; ma nella regione di Terracina prospera il vigneto, nella bonifica di Maccarese frutteti e colture orticole, nella piana di Fondi l’agrumeto, ecc.

    Aratura in zona montuosa nei pressi di Capranica Prenestina.

    L’utilizzazione del suolo

    Accanto alla carta pedologica si può porre quella che rappresenta l’utilizzazione del suolo, quale è oggi.

    Il primo fatto che colpisce esaminando questa carta è la grande prevalenza dei seminativi su aree continue o pressoché continue nelle regioni di pianura (Maremma Laziale, Agro Romano, Agro Pontino) e l’ancor maggior prevalenza nelle regioni di collina, ma in aree molto più frazionate e discontinue. Nella Maremma Laziale intorno al 65% è a seminativo, nell’Agro Pontino il seminativo non supera il 40%. Si tratta in generale di cerealicoltura estensiva, alternata col riposo pascolativo, utilizzato per l’allevamento ovino. Nell’Agro Romano nella rotazione sono stati introdotti i prati artificiali, favorendo in tal modo anche l’allevamento bovino. La coltura prevalente è sempre quella del grano.

    L’utilizzazione del suolo nel Lazio.

    Il seminativo arborato è meno frequente nel Lazio. Si incontra in tre aree: nelle colline Sabine (un quinto circa della superficie) con prevalenza assoluta dell’olivo, nell’apparato vulcanico Cimino, nella Ciociaria e altre parti del Frusinate, dove invece è associato col vigneto (un quinto della superficie) e più raramente con l’oliveto (6,4%). Ancora presente in altre piccole aree (per es. nella piana di Minturno, ecc.).

    Tra le colture arboree l’assoluta prevalenza è data dal vigneto e dall’uliveto, ma la loro distribuzione è notevolmente diversa. La prevalenza deH’oliveto è chiaramente indicata dalla carta per le colline del Viterbese e della Sabina (19,3% di territorio a uliveto specializzato) ed anche per buona parte delle colline della Ciociaria, per le zone collinari dei Lepini, Ausoni ed Aurunci, dove è spesso associato al seminativo. La prevalenza del vigneto specializzato è caratteristica della regione vulsinia, dei Colli Laziali, dove anzi esso si estende sia verso la parte dell’agro immediatamente sottostante — e questa estensione è una conquista recente — sia verso le colline di Palestrina, Valmontone, ecc. dove è invece stabilito da tempo. In Ciociaria il vigneto specializzato si può dire non esiste, mentre occupa vaste aree come coltura promiscua ; ricompare su aree limitate nel Lazio meridionale (in specie a Terracina, Gaeta ed a Ponza e Ventotene).

    Il frutteto occupa aree limitate nel Lazio; notevole è il noccioleto nell’apparato vulcanico Cimino e dintorni. Tra le altre frutta prevalgono pere, pesche e mele. L’agrumeto annunzia la Campania: compare nella parte più interna dell’Agro di Fondi, poi nella regione litoranea del Golfo di Gaeta e sulle rive del corso inferiore del Gari-gliano (Castelforte-Suio). Una piccolissima striscia ad agrumeto si incontra sulla riva settentrionale del Lago di Bracciano (Trevignano Romano), in situazione eccezionalmente bene esposta e riparata.

    Le colture orticole si incontrano in una cintura, oggi però non più continua, nell’area immediatamente circostante a Roma, ma si vanno estendendo anche qua e là nella zona litoranea a nord di Roma (Ladispoli) e nell’Agro Pontino — notevole, ad es., la lunga ma sottile striscia di carciofeti al piede dei Lepini, presso Sezze — ma in aree limitate, che in genere non possono essere rappresentate nella carta.

    Per i boschi la prevalenza è data dalla provincia di Rieti (34,6% della superficie totale), ma in essi sono compresi anche i castagneti da frutto. Questi si incontrano anche nei Monti Cimini e Vulsini, sui Colli Laziali e qua e là nelle colline del Frusinate. Nelle aree piane è preservato il bosco nel Parco Nazionale del Circeo, a Castel Porziano, tutelato da disposizioni protettive; del resto ciò che la carta rappresenta sono piuttosto aree superstiti della macchia mediterranea. Il Terminillo, la montagna lepina, ausonia e aurunca e quelle degli Ernici, Simbruini, ecc. hanno ancora vere aree a foresta, purtroppo in più luoghi assai depauperate.

    NeirAgro Romano e in buona parte di quello Pontino, la macchia ha ceduto il posto — oltre che alle colture erbacee — al prato-pascolo che in complesso si viene espandendo. L’incolto produttivo, cioè essenzialmente il pascolo naturale, occupa ancora, come la carta dimostra, vaste aree, che sono da distinguere in due categorie diverse: una rappresentata dalle superfìci (molto ridotte in questi ultimi anni) non ancora messe a coltura della Maremma, e, con maggiore estensione, dell’Agro Pontino; l’altra rappresentata dalle zone più elevate calcaree, spesso, come si è visto, quasi assolutamente brulle e nude, nei Lepini, negli Ausoni, negli Au-runci, nelle montagne ernico-simbruine e nell’alto Reatino.

    L’immagine generale che si ricava dall’esame di questa carta può essere integrata dai seguenti dati numerici (1962). Della superficie totale del Lazio il 7% (118.499 ha.) è considerato come improduttivo, il resto in qualche modo produttivo. La superficie agraria è calcolata in 1.210.834 ha. (836.809 di coltivazioni erbacee, 180.385 di coltivazioni legnose, 193.640 di coltivazioni foraggere permanenti), il bosco in 357.314, il cosiddetto incolto produttivo (pascolo naturale) in 33.644. La maggior percentuale di superficie agraria (rispetto alla totale) spetta alla provincia di Latina (76,7%), cui seguono Viterbo e Roma (74,5% e 72,2%), la minima a Rieti (meno del 61%); a Frosinone ne spetta il 66,9%. Perii bosco i valori percentuali hanno minor significato, sia perchè gli attuali confini interni delle province dividono anche in modo irrazionale le aree montane dove sopravvivono più estesi boschi, sia perchè in collina e in pianura non si può distinguere il bosco da una macchia spesso così deperita che a stento si può assimilare al bosco. In ogni modo la proporzione minima di bosco spetta complessivamente alla provincia di Latina (poco più del 13%); seguono in ordine crescente Roma (17%), Viterbo (18%), Frosinone (23,6%) e Rieti (34,6%); il primato di Rieti è dovuto alla presenza di aree boscate su montagne che appartengono a quello che fu chiamato il Lazio abruzzese, oltre che al massiccio ancora in parte ben boscato del Terminillo. Per analoghe ragioni spetta alla provincia di Rieti la percentuale più alta di aree pascolative.

    Tornando per un momento alla percentuale della superficie agraria, si può osservare che il rapporto fra questa percentuale e la superficie totale (70,5%) — oltre a confermare una caratteristica comune a quasi tutte le regioni dell’Italia peninsulare ed insulare — colloca il Lazio al secondo posto (dopo le Marche) fra le regioni dell’Italia centrale, il che forse non corrisponde all’opinione comune. Una tabella alla fine del volume darà i dati per province, secondo l’utilizzazione del suolo.

    Sarebbe ora di grande interesse poter tracciare le vicende di questa che può dirsi la « conquista agraria » del Lazio da parte dell’uomo, conquista che certamente ha attraversato periodi di sviluppo e periodi di abbandono; ma se volessimo risalire all’età antica o anche soltanto al Rinascimento, dati sicuri ci mancano: solo per il territorio intorno a Roma, Campagna Romana e regioni immediatamente circostanti, pur sussistendo opinioni diverse e questioni controverse, ne diremo qualche cosa in uno dei prossimi capitoli.

    Per le epoche più a noi vicine possiamo farci un’idea abbastanza precisa in base alle bonifiche, delle quali ora tratteremo.

    Bonifiche e riforma fondiaria

    Strumento principale delle larghe e feconde conquiste recenti è stata la bonifica. Può già annoverarsi tra le opere di bonifica del secolo scorso il prosciugamento di piccoli bacini lacustri esistenti nel perimetro dell’apparato vulcanico Sabatino, come le paludi di Stracciacappe, prosciugate nel 1834 mediante un cunicolo (Acquedotto Paolo) che ne porta le acque al vicino Lago di Martignano, e la valle di Baccano (notissima per la malaria), prosciugata definitivamente nel 1838 dai Chigi per mezzo di un canale principale (fosso Maestro) che si deversa nel torrente Mola. Le aree acquisite sono messe a coltura o a prato.

    Lo stesso può dirsi per altri laghi periferici nell’ambito dell’apparato vulcanico laziale: la valle di Castiglione (l’antico Lago Gabino), prosciugata nel secolo XIX dai Borghese, e la valle di Pantano, che da alcuni studiosi si identifica col Lago Regillo degli antichi, prosciugata in epoca anteriore (secolo XVII): entrambe scolano le acque mediante canali artificiali nel fosso dell’Osa. Anche altri minori bacini dei dintorni furono prosciugati.

    La bonifica della conca di Rieti risale invece, per quanto riguarda la sistemazione idraulica, ad epoca romana; l’opera principale è il taglio della barriera delle Marmore, di cui si fa autore Manio Curio Dentato, ma anche più tardi, nel Medio Evo e nell’età moderna (sotto Pio VI), intervennero opere sussidiarie o di ripristino. Oggi la piana è quasi interamente messa a coltura, anzi ne è famoso il grano e sono largamente diffuse le colture orticole. Ma le parti basse sono ancora soggette alle piene più disastrose del Velino e del suo affluente Turano.

    Dopo l’unione di Roma e della sua provincia al Regno d’Italia (1870), lo Stato italiano si è occupato dei problemi connessi con le bonifiche, per tutto quanto il territorio statale: si può ricordare che la prima legge organica sulle bonifiche italiane, dovuta ad Alfredo Baccarini, è del 1882 ed è nota appunto come « legge Baccarini ».

    Ma per l’Agro Romano e il Lazio in genere si hanno studi, relazioni, proposte anche nel decennio precedente. Sia pure senza precise e sicure direttive furono promossi Consorzi di bonifica, fu stimolata anche in questo campo l’opera di grandi lati-fondisti, come i Torlonia e i Borghese: a questi ultimi si deve la messa a coltura e il popolamento delle su menzionate valli di Castiglione e di Pantano con la formazione — si può dire dal nulla — di fattorie, case e borgate rurali, talché questi territori si possono oggi annoverare tra i più floridi della provincia romana.

    Canale della bonifica di Maccarese.

    Ma le opere più importanti avviate, e in gran parte condotte ormai a compimento, sono, come è ovvio, quelle riguardanti la fascia marittima sia a destra che a sinistra del Tevere.

    Tra le prime opere posteriori alla legge Baccarini è anzitutto da menzionare la bonifica dello stagno di Ostia, dove nel 1884 una colonia di 600 braccianti ravennati, costituiti in cooperativa, si adoprò con magnifico sforzo alla bonifica della plaga già fomite di malaria, ora completamente risanata. Molto più tarda, ma oggi completa è la bonifica dell’Isola Sacra, compresa fra i due rami del Tevere (1225 ha.), che sembra fosse nell’antichità occupata da orti e giardini, ma poi fu abbandonata — forse già nel V-VI secolo d. C. era invasa da stagni e acquitrini. Nel secolo XVI era compieta-mente disabitata. La bonifica idraulica fu iniziata al principio di questo secolo, ma il risanamento integrale fu eseguito a partire dal 1920, sotto la direzione dell’Opera Nazionale Combattenti ed oggi si può dire completo: il territorio è in gran parte messo a coltura, numerose sono le case coloniche, la rete stradale è in buona efficienza; l’acqua potabile è procurata con impianti di sollevamento; esistono scuole e altri servizi, ecc. ; circa 600 persone vivono in case sparse.

    Sulla bonifica di Maccarese — nome alterato dall’originale Vaccariccia, poi Vaccarese (o anche Baccarese) — che, come bonifica integrale può dirsi iniziata nel 1925 allorché i proprietari principali, i Rospigliosi, cedettero gran parte del territorio alla attuale Società per azioni Maccarese (prima Società anonima Bonifiche Maccarese), si ha un compiuto studio di C. Della Valle, dal quale si rivela la radicale trasformazione del paesaggio compiuta in meno di quarant’anni. « Il paesaggio di Maccarese, quale era fino al 1925, … si presentava ancora come un paesaggio pressoché naturale, con aree in parte prive di un costante deflusso verso uno scolo naturale o artificiale al mare, ma anche — al contrario — di svariate pendenze e contropendenze, legate ad una molteplicità di vallecole più o meno ampie e disposte in modo da creare un complesso di piccolissimi bacini chiusi e separati, nell’ambito dei bacini maggiori ». Vaste aree erano, dunque, permanentemente acquitrinose o temporaneamente sommerse, residui del grande stagno di Maccarese e di quello minore delle Pagliete, esistenti ancora qualche decennio prima; il resto era principalmente occupato da pascoli, o lungo il litorale a dune o in maggior misura al margine interno dell’area bonificata da macchie e cespuglieti; le aree messe a coltura (seminativi) non raggiungevano il 6% dell’area totale (272 ha. su 4622). Di fabbricati vi erano un grande casale, una torre costiera e un procoio famoso da secoli.

    Oggi circa i tre quarti dell’area, interamente sistemata dal punto di vista idraulico con una rete di oltre 500 km. di canali e con l’ausilio di impianti idrovori, sono rappresentati da colture agrarie con prevalenza del grano alternato, con ciclo di rotazione ottennale, nei terreni migliori, con rotazione quadriennale in altri: negli anni nei quali non si coltiva il grano, il terreno è messo a prato o a colture da rinnovo (mais, ortaggi, legumi, patate). I prati da foraggio, irrigati o no, si presentano al visitatore, come un elemento essenziale del paesaggio. Una estensione crescente assumono le colture orticole, specialmente quelle del pomodoro e del carciofo ; si è tentata anche la coltura della barbabietola. Vi sono poi le colture legnose: il vigneto (750 ha.), che dà uve da tavola pregiate e uve da vino; i frutteti con prevalenza del pescheto.

    La zona di Maccarese prima della bonifica.

    La zona di Maccarese dopo la bonifica.

    L’allevamento bovino ha una importanza di prim’ordine: secondo le indagini del Della Valle dal 1925 al 1953 i bovini erano aumentati notevolmente (poco meno del 101,5%); gli ovini per contro diminuiti del 27%.

    La macchia è stata pertanto considerevolmente ridotta e sul mare — dove è la bella pineta di Fregene, estranea alla bonifica — si viene sostituendo con piantagioni di pini.

    Sulla bonifica si allineano lungo strade rurali le fattorie, con poderi di varia estensione e con sistemi di conduzione diversi: la popolazione assommava nel 1953 a poco più di 5000 ab. (oggi sono lo stesso numero), per più del 97% occupati in attività agricole: più del 35% erano i Veneti (dalle province di Padova, Venezia, Treviso e altre del Veneto), per il 38% nati nelle terre di Maccarese (ma in buona parte — i bambini e gli adolescenti — da genitori veneti). La rete stradale è sufficiente anche al trasporto e alla circolazione dei prodotti: Maccarese è diventato un vero centro; vi sono poi tutti i servizi pubblici, in parte concentrati in piccoli borghi.

    Nella regione costiera, subcostiera e collinare costituente la parte settentrionale del Lazio marittimo opera dal 1951 l’Ente Maremma, che peraltro si estende dal territorio circostante al suburbio di Roma fino in Toscana, ad alcuni comuni meridionali (Volterra, ecc.) della provincia di Pisa: comprende perciò — su una superficie di circa i milione di ettari suddivisi fra una novantina di comuni — oltre a plaghe pertinenti alla regione Laziale (nelle province di Roma e Viterbo) anche, anzi per un’aliquota assai maggiore, territori toscani (tutta la provincia di Grosseto e parti delle province di Siena, Livorno e Pisa).

    Colture di carciofi nelle zone appoderate dall’Ente Maremma nel centro di colonizzazione di Tarquinia.

    Ente Maremma: zone espropriate nei dintorni di Roma.

    La superfìcie espropriata o comunque acquisita dall’Ente (alla fine di giugno 1963) ammontava nelle province laziali ad oltre 62.650 ha. (di cui poco più della metà nella provincia di Viterbo); circa il 95% della superficie totale è stata assegnata fra quote (n. 7550) e poderi (n. 2730). Le quote sono appezzamenti capaci solamente di integrare altri redditi, agricoli o meno, mentre i poderi costituiscono aziende contadine autonome tali da consentire alle famiglie di vivere con un normale tenore di vita. Le terre espropriate sono state distribuite a lavoratori manuali della terra che in parte erano o mezzadri o piccoli affittuari, o piccolissimi proprietari coltivatori diretti, ma per buona parte erano braccianti, colpiti da ricorrenti periodi di disoccupazione stagionale e professionalmente non qualificati.

    Vedi Anche:  La valle dell'Aniene

    Taluni dei territori laziali interni, oggi interessati dal comprensorio dell’Ente di riforma, erano fino ad un decennio fa molto appartati, occupati da magri pascoli o da macchie, quasi privi di strade e si annoveravano tra i meno densamente popolati dell’Italia centrale tirrenica unitamente alle Paludi Pontine, come già dicemmo. La popolazione era insediata prevalentemente in centri collinari e costieri, posti ai margini della zona, e solo col progredire della trasformazione agraria, una parte si è trasferita nelle campagne — prima pressoché prive di case in permanenza abitate — dando luogo a forme di insediamento sparso (per es., a Montalto di Castro, Cerve-teri, ecc.).

    All’inizio dell’intervento di riforma fondiaria il paesaggio della fascia laziale era caratterizzato dalla gran parte della popolazione dedita ad una modesta agricoltura, essendo il grano la coltura più diffusa e di più sicuro reddito; veniva alternato al riposo, al pascolo naturale, raramente alle foraggere artificiali. Un terzo della superficie agraria e forestale era coperto da boschi (in prevalenza cedui) mentre modestissime erano le piantagioni erbacee, esclusi gli uliveti ed i noccioleti. Il seminativo nudo, su cui si praticavano colture a carattere estensivo, copriva poco meno della metà della superficie coltivata. Solo intorno ad alcuni vecchi centri la piccola proprietà contadina aveva indirizzato gli ordinamenti colturali verso redditi più elevati. Importanti erano l’allevamento brado dei bovini e quello degli ovini: la pastorizia rappresentava una delle attività preminenti della Maremma Laziale. Nel periodo invernale all’allevamento stanziale si univano numerosi greggi transumanti dall’Appennino centrale. Prevaleva la grande proprietà che deteneva intorno al 7°% della superficie produttiva. La piccola proprietà contadina era solo concentrata nelle zone collinari interne. Le grandi proprietà erano condotte in economia diretta con salariati. In conseguenza di tale situazione il livello economico era basso ed estesi territori, capaci di accogliere ordinamenti colturali più intensivi, si presentavano deserti o lasciati al pascolo stagionale.

    Masseria nel consorzio di Galeria.

    Nel comprensorio della Maremma Laziale — i cui limiti possono essere facilmente rilevati dall’allegata cartina — non si sono dovuti affrontare problemi di bonifica idraulica molto complessi — se si escludono i lavori nella parte settentrionale, specie nelle zone di Montalto di Castro, Canino, Tuscania, ecc. — perchè l’opera era già stata pressoché ultimata dagli interventi dei vari consorzi (Agro Romano, Maccarese, Ostia, Maremma Etnisca, ecc.) nella fascia costiera e nelle aree prossime al Tevere e più paludose. Per quanto riguarda la sistemazione idraulica eseguita in oltre un decennio, essa, limitatamente ai mezzi finanziari a disposizione, ha interessato circa 9250 ettari. Complessi lavori si sono dovuti compiere anzitutto per preparare il terreno, per sua natura poco adatto, ad accogliere le nuove colture — i terreni tufacei già destinati al pascolo povero furono dissodati con potenti mezzi meccanici — liberandolo dalla macchia e dal copiosissimo pietrame sparso e visibilmente affiorante in superficie: gli enormi mucchi di ciottoli e massi accumulati qua e là in seguito al faticoso lavoro, costituirono per diverso tempo — prima di essere eliminati — un elemento caratteristico del paesaggio agrario in via di radicale trasformazione. Dissodamenti, scassi, decespugliamenti e spiegamenti sono stati eseguiti per oltre 27.000 ha. del comprensorio laziale, ma l’intervento maggiore è stato svolto nella parte ricadente nella provincia di Roma (ben 18.000 ha.). Per conseguire un incremento produttivo è stato necessario eseguire lavorazioni più profonde, capaci di mettere a disposizione delle piante una maggiore massa di terreno e di immagazzinare al massimo le piogge, onde attenuare i danni della prolungata siccità estiva, perchè la regione è — come si è già visto — tra le più aride dell’Italia tirrenica. Ne è conseguito un notevole aumento del parco macchine con le nuove macchine operatrici e le trattrici. Si è dovuto nel contempo provvedere all’elettrificazione rurale ed all’acqua: ovunque le risorse idriche — anche modeste — lo hanno consentito l’Ente ha contribuito a migliorare l’ambiente idrologico del comprensorio mediante acquedotti (200 km.), pozzi trivellati (circa 2800), impianti d’irrigazione a pioggia (60). Sono state aperte strade per 700 km., costruite dimore (intorno a 2700, quasi sempre nei pressi delle strade interpoderali), ed importanti borghi di servizio dotati di chiese, scuole, asili, uffici postali, delegazioni comunali, ambulatori, spacci, centri ricreativi, ecc.; alcuni servizi sociali istituiti nei borghi sono stati anche diffusi al di fuori di questi per favorire e rendere più agevole l’insediamento sparso. I borghi nell’area pertinente al Lazio sono 9 (di cui 6 nella sola provincia di Roma) e sono stati costruiti nell’intento di dover esercitare una determinata influenza sugli assegnatari dei poderi, soddisfacendo le loro esigenze materiali, civili e religiose: così per le scuole si ha che ogni quarantina di poderi non dista da esse oltre 2 km.; per la chiesa si è arrivati fino ad un massimo di circa 5 km. con raggio d’influenza su una zona comprendente dai 100 ai 130 poderi. E questo affinchè la riforma non si esaurisse nella sola distribuzione delle terre e nell’introduzione di più progrediti ordinamenti produttivi, ma conducesse altresì a forme di vita sociale più evolute, che si presentano complesse quando si ha di fronte l’insediamento sparso. I più importanti borghi di servizio sono quelli di Testa di Lepre, San Martino di Ceri, Pescia Romana, Casal dei Terzi, Sasso, Monterazzano, ecc.

    Il comprensorio dell’Ente Maremma.

    Vigneti a tendone sviluppati dall’Ente Maremma nel centro di colonizzazione di Tarquinia (Viterbo).

    Ogni fabbricato rurale, per lo stabile insediamento sul fondo della famiglia coltivatrice, è provvisto di stalla per il ricovero degli animali, di annessi vari — come il pollaio, la concimaia, il porcile — di attrezzi agricoli e manufatti per l’approvvigionamento idrico e del forno da pane (ogni 2-3 unità). I poderi sono stati costituiti, in genere, di un’ampiezza che può variare fra i 7 ed i 15 ha., mentre le quote hanno ampiezza media di circa 3,6 ettari. La coltivazione prevalente era, all’inizio della messa a coltura dei terreni, il grano, sia perchè non si disponeva ancora di adeguata dotazione di bestiame, sia perchè i terreni ancora vergini non consentivano l’attuazione di colture più esigenti, sia perchè si doveva subito assicurare agli assegnatari un sufficiente reddito per vivere. Ma, ormai da oltre un quinquennio, la superficie a grano viene gradualmente ridotta per diffondere sempre più le colture foraggere, le legnose (specie vite, olivo e pesco), gli ortaggi di pieno campo (finocchi, carciofi, pomodori, ecc.) e, più di recente, le colture industriali (tabacco, cotone) e ancora la floricoltura. I centri di Tarquinia, Cerveteri, Montalto di Castro, Canino, ecc. e le località di Malagrotta, Prima Porta sono particolarmente interessate dalle colture degli ortaggi ed industriali; l’irrigazione diffusa ha particolarmente favorito le prime. Nella piana di Tarquinia, ad opera del Consorzio di Bonifica della Maremma Etrusca, è entrato in funzione di recente un primo impianto di irrigazione che interessa oltre 2300 ha., che dovrà ulteriormente estendersi per complessivi 5000 ha. di superficie. L’introduzione e diffusione delle colture legnose (gli impianti di vigneto specializzato eseguiti coprono 190 ha., quelli di oliveto specializzato circa 1100 ha.; il frutteto specializzato è stato impiantato su quasi 165 ha.) si affianca a quelle esistenti precedentemente alla riforma agraria — olivo e nocciolo, quest’ultimo con belle fasce sulle pendici dei Cimini — che unite alle colture orticole, a quelle industriali ed alla floricoltura fanno ben sperare per un migliore avvenire di tutta la regione.

    A difesa dai venti, che soffiano dal mare carichi di salsedine, l’Ente e gli stessi assegnatari hanno provveduto all’impianto di fasce frangivento di eucalipti per oltre 163 km. nella provincia di Roma ed 83 km. in quella di Viterbo; così la zona è di continuo punteggiata da queste belle piante acclimatate.

    La consistenza del bestiame è andata aumentando progressivamente ed il numero dei bovini ed ovini fra il 1956 ed il 1963 si è più che raddoppiato o quasi triplicato: nella provincia di Roma i bovini da 5350 capi del 1956 sono oggi quasi 11.000; nel Viterbese 6677 (al 1956 quasi 3750); gli ovini da 4187 capi sono passati a più di 9800 nella provincia di Roma e da 3420 a ben 9500 a Viterbo. Più lieve è stato l’aumento dei suini (da 3700 a 5900 capi circa in tutto il comprensorio). Gli equini, infine, sono in diminuzione per lo sviluppo delle strade, che favoriscono la motorizzazione, e della meccanizzazione in genere. Nei terreni espropriati la razza bovina maremmana — tipica espressione dell’allevamento brado — è venuta gradualmente a perdere d’importanza, localizzandosi nei terreni più poveri e orograficamente meno adatti alle lavorazioni meccaniche. All’allevamento bovino brado è venuto così sostituendosi quello stallino; anche gli ovini sono divenuti in notevole parte stanziali. Dove la vicinanza di Roma o quella di altri centri urbani consentiva la vendita del latte per il consumo diretto, l’Ente ha diffuso razze particolarmente adatte alla produzione di questo fondamentale alimento.

    L’Ente ha poi promosso un vasto programma di cooperazione agricola fra gli assegnatari, nell’intento di assisterli sia nell’organizzazione dei servizi comuni, sia nell’approwigionamento dei mezzi di produzione e nel collocamento dei prodotti (cantine sociali, oleifici, tabacchificio, varie industrie trasformatrici dei prodotti del suolo, ecc.). Ed ancora, al fine di elevare la preparazione tecnica degli assegnatari, ha promosso moltissimi corsi d’istruzione professionale, di specializzazione agraria, di aggiornamento, ecc., che hanno permesso ai partecipanti di apprendere le tecniche colturali più recenti e sperimentarle direttamente eseguendo per loro conto impianti arborei sui poderi in assegnazione; hanno inoltre realizzato impianti per l’irrigazione dei terreni, costruito case, stalle, porcili, pollai, ecc. per lo sviluppo del patrimonio zootecnico, e svariate altre opere di tecnica agraria che hanno reso particolarmente evidente la cooperazione fra gli assegnatari e l’Ente, che concorre con appositi sussidi a stimolare l’iniziativa privata.

    La colonizzazione delle terre espropriate ha dato luogo a movimenti migratori limitati talvolta dai centri contermini di residenza al contado o da una parte all’altra del medesimo, ma spesso caratterizzati da spostamenti maggiori: da un comune all’altro, da una provincia all’altra e anche da fuori la regione laziale. Le famiglie insediate nei poderi dell’Ente sono oggi quasi 3000 (ossia circa 15.000 persone) e provengono prevalentemente dai vari comuni laziali delle due province interessate nel comprensorio ed in parte dal Fucino e dal Sublacense.

    Notevoli movimenti positivi della popolazione sono stati registrati da vari centri della zona di Maremma: in un decennio — per citare solo qualche esempio — Mon-talto di Castro si è quasi raddoppiato (la variazione percentuale è stata quasi del-l’8o% rispetto al 1951); Tarquinia, Canino, Tuscania, ecc. sono in continua espansione (le variazioni percentuali si aggirano fra l’8 ed il 15%).

    Le Paludi Pontine alla fine del secolo XVII (carta di G. F. Ameti, 1693).

    La regione Pontina prima della bonifica.

    A distanza di oltre un decennio, si può oggi dire che nel comprensorio di bonifica e trasformazione fondiaria dell’Ente Maremma, in seguito alle ricordate, notevoli opere di bonifica integrale, di appoderamento, di insediamenti sparsi ed accentrati, ed all’introduzione ancora dei nuovi ordinamenti colturali — per l’abbandono delle coltivazioni estensive cerealicolo-pastorali — il popolamento procede con una certa gradualità dalle zone interne verso la costa: chi attraversi ora la regione, per esempio da Bracciano a Cerveteri, alla Tolfa e a Civitavecchia, e poi si porti a Tarquinia, a Canino, a Montalto di Castro, ecc., ha l’impressione di percorrere un paesaggio del tutto nuovo e sempre più in via di trasformazione, con bianche case a distanza ravvicinata, campi verdeggianti per le colture più varie, ricchezza di piantagioni arboree, cospicua rete stradale di recente costruzione; ed il progresso è visibile di anno in anno sebbene l’abbandono della zona rimonti a vari secoli.

    Il porto-canale di Badino presso Terracina.

    Ci troviamo, pertanto, di fronte alla più notevole trasformazione fondiaria che il suolo del Lazio abbia subito in quest’ultimo decennio e che ancora non può considerarsi conclusa; è sembrato perciò opportuno di darne un quadro con qualche maggiore dettaglio (i).

    Per quanto riguarda la regione posta sulla sinistra del Tevere, l’opera di gran lunga più importante — anzi la più vasta e integrale compiuta in Italia nel nostro secolo — è la bonifica della Pianura Pontina. Quale fosse l’aspetto primitivo, naturale delle « Paludi Pontine » abbiamo già esposto in un capitolo precedente.

    Si ritiene che in età preromana la regione fosse in condizioni non proprio sfavorevoli all’insediamento umano, anzi si parla di numerosi centri abitati sparsi anche nelle parti centrali. Ma pare certo che quando fu costruita la Via Appia, su un tracciato che è in sostanza quello attuale, la regione fosse già impaludata e spopolata. Forse vi furono periodi alterni di condizioni più o meno favorevoli. Ma si sa che i tentativi di bonifica risalgono già a Giulio Cesare e durante l’Impero furono più volte avviati. L’alto Medio Evo rappresentò un periodo di completo abbandono: alcune carte del secolo XIV e seguenti rappresentano addirittura un lago o stagno occupante la parte più depressa. Dal secolo XV e poi nell’età moderna pontefici intraprendenti si occuparono del problema e talora ne avviarono l’esecuzione con l’impiego di mezzi accuratamente predisposti, ma inadeguati ad un’opera tanto grandiosa e complessa; fu interessato ad essa anche Leonardo da Vinci. La storia di tutti questi tentativi che si può leggere in moltissimi scritti e libri italiani e stranieri non può essere neppure riassunta in quest’opera che vuol soprattutto presentare l’aspetto attuale del Lazio. Ma non si può tacere — anche perchè i suoi risultati durano ancora, al presente — al tentativo più grandioso, quello attuato fra il 1777 ed il 1798 per iniziativa di Pio VI e col concorso di idraulici di sicuro valore. Fu allora scavato un grande canale rettilineo, parallelo alla Via Appia — la Linea Pio — sboccante a mare con un ramo detto «canale navigabile» nel porto di Terracina e con un altro detto « fiume Portatore » a Porto Badino (ad ovest del primo), dopo essersi diviso a Ponte Maggiore. Era destinato a provvedere allo scolo della parte più bassa della palude, col sussidio di canali perpendicolari immettenti nella linea stessa, all’uniforme distanza di un miglio romano l’uno dall’altro, intesi a provvedere al drenaggio delle gronde laterali. Tale rete, ancora funzionante, si rivelò tuttavia, per un complesso di ragioni (in specie per la pendenza non eccessiva), insufficiente: conseguì soltanto il risultato, pur notevole, di prosciugare alcuni lembi marginali, riscattandoli definitivamente.

    Agro Pontino. Un canale collettore presso Latina.

    Studi e tentativi furono ripresi più volte dopo l’unificazione politica dell’Italia: intervenne anche l’opera di privati, soprattutto dei Caetani di Sermoneta, con la colonizzazione di parti già prosciugate nelle loro vaste proprietà; ma la bonifica integrale fu eseguita soltanto fra il 1926 ed il 1935, dopo quasi un decennio di studi, progetti e rilievi della vasta pianura. In totale furono bonificati circa 134.000 ha., 76.000 dei quali rappresentano l’estensione dell’Agro Pontino propriamente detto e quasi 57.000 quella del confinante Agro Romano.

    Per quanto riguarda la sistemazione idraulica — affidata al Consorzio di Pisci-nara (oggi Consorzio Bonifica di Latina) per la zona a destra del fiume Ninfa-Sisto, e a quello della Bonificazione Pontina per il territorio a sinistra dello stesso fiume — le acque della parte più settentrionale provenienti dai Lepini, le cosiddette acque alte, sono state convogliate al mare mediante un canale collettore lungo 38 km., che forma un grande arco verso ovest partendo dal Fosso di Sermoneta e sboccando al Tirreno a Foce Verde (4 km. ad oriente di Torre Astura). In complesso il canale delle acque alte scola un bacino di 520 kmq. Le acque medie sono raccolte in un altro collettore (con sviluppo di 32 km.) che defluisce al mare tra i laghi di Fogliano e Monaci — dopo aver scolato un bacino di 187 kmq. — utilizzando in parte gli alvei sistemati di vecchi corsi d’acqua, e soprattutto del Rio Martino, nome che, a quanto pare, ricorderebbe un tentativo di bonifica del pontefice Martino V. Le acque basse, non defluenti nella Linea Pio, sono raccolte da collettori minori e portate al mare dal fiume Sisto (nome a ricordo di un altro papa bonificatore, Sisto V) che, abbandonato il ramo che lo portava a sfociare a Porto Badino, è stato mandato direttamente al Tirreno — ad ovest del vecchio sbocco — mediante l’apertura di una nuova foce, difesa al termine da moli guardiani. Infine in alcune plaghe nelle quali la minima pendenza del terreno ostacolava il deflusso diretto, le acque furono sollevate e captate a mezzo di potenti impianti idrovori.

    I laghi litoranei, che rappresentavano i focolai di più intensa azione malarigena, furono — come si è già detto — definitivamente sistemati con il dragaggio dei fondali, il consolidamento e colmata delle sponde, lo scavo o il riattamento di canali che ne regolano il deflusso con il mare.

    La trasformazione agraria ha avuto inizio con l’estirpazione totale della macchia e il dissodamento del terreno vergine, che rappresentò di per sè un’opera gigantesca attuata con l’impiego di esplosivi e di un grandissimo numero di potenti aratri meccanici polivomeri. In molti luoghi poi il terreno di composizione inadatta, ha dovuto successivamente e faticosamente essere preparato con appropriate concimazioni. Le aree a pascolo naturale sono state enormemente ridotte e si vanno sempre più riducendo.

    E stata conservata la migliore e più compatta parte del bosco di alto fusto — specialmente gran parte della Selva di Terracina — inclusa nel Parco Nazionale del Circeo. Ovunque altrove la mancanza di vegetazione arborea, comune a molti territori di recente bonifica, dava appunto al visitatore l’immagine di una regione da poco conquistata alla coltura, ma oggi, ad oltre trent’anni dai primi insediamenti, appaiono filari alberati, specialmente con pioppi, lungo i canali e le strade, alberi da frutto intorno alle case coloniche (4000 ne furono costruite durante la bonifica), a fasce nei poderi o ai loro confini e notevoli estensioni di vigneti di impianto recentissimo. Le lestre sono ormai scomparse ed il paesaggio si anima sempre più di colture arboree.

    Borgo Flora nell’Agro Pontino: esempio di zona appoderata.

    L’appoderamento ed il popolamento (del quale parlammo già ampiamente nel capitolo VII) furono affidati all’Opera Nazionale Combattenti; i primi insediamenti risalgono al 1932. Ai nuovi coloni è stato ceduto il terreno nella misura media di 10-12 ha. per famiglia (ed anche di più nei terreni meno redditizi) ed insieme col terreno anche l’abitazione col rustico, gli attrezzi, ecc. La coltura prevalente è stata dapprima quella del grano; ma notevole sviluppo ha preso in seguito anche la coltura della barbabietola e di recente quella delle frutta — specialmente uva da tavola — e degli ortaggi, particolarmente cocomeri, carciofi e pomodori. Mutamenti ha subito anche l’allevamento. Il bufalo brado è scomparso, mentre i capi rimasti sono stabulati; molto ridotto è l’allevamento ovino, alquanto diffuso quello suino e diffusissimo l’allevamento degli animali da cortile, e tra questi oche ed anatre prima quasi sconosciute. E stata costruita anche tutta una nuova rete stradale (lunga oltre 1300 km.), con buone arterie longitudinali all’incirca parallele all’Appia, una litoranea e moltissimi tronchi di raccordo e strade poderali.

    La Bonifica Pontina.

    In considerazione, poi, della vasta estensione dell’area colonizzata, apparve sin dal principio opportuno fondare centri di servizio ed anche centri più importanti a carattere urbano, già ricordati; ma dell’insediamento in particolare — habitat disperso, borghi e città — si è già accennato altrove, e ne riparleremo ancora nel capitolo XIX.

    La bonifica nella sua forma integrale è stata estesa anche ai territori limitrofi a nordovest, tra i Colli Laziali ed il mare, dove sono sorti i nuovi comuni di Aprilia (1:937) e Pomezia (1939) — oggi centri notevoli di attività industriali — ed un gran numero di case rurali in aree che non avevano prima che qualche vecchio casale; così si è congiunta — salvo lacune sempre più ridotte — con la Campagna Romana vera e propria.

    Nell’ultima fase della seconda guerra mondiale la regione ha subito gravissimi danni: nei fondi dell’O.N.C. 770 case coloniche furono distrutte o gravemente danneggiate, mentre vari centri urbani vennero rasi quasi al suolo ; 8000 ha. furono minati e circa 7000 allagati; il patrimonio zootecnico bovino discese da 30.000 ad appena 4000 capi. Pertanto la distruzione di buona parte delle opere edilizie e meccaniche e l’abbandono di ogni organizzazione tecnico-agraria determinarono un generale regresso della bonifica con riflessi negativi su tutta la vita economica. Tuttavia il riordinamento e la ricostruzione del comprensorio, iniziati subito dopo la guerra, hanno riportato l’Agro Pontino nelle condizioni dell’anteguerra, e anzi per certi riguardi, come per la malaria (che è completamente scomparsa), ad un notevole miglioramento della situazione; inoltre tutti i coloni dell’O.N.C. sono divenuti proprietari dei poderi da essi occupati e coltivati. Riparate, quindi, le ferite più profonde, restava da provvedere alla difesa dei terreni dai fiumi e torrenti non ancora sistemati, all’adeguamento della rete scolante ed alla sistemazione e completamento dell’estesa rete stradale esistente; e poi ancora alla riconversione ed intensificazione degli ordinamenti produttivi, attraverso l’introduzione delle pratiche irrigue. Nel settore idraulico si è provveduto alla sistemazione dell’Amaseno, quale fondamentale collettore, assieme al Javone con cui è allacciato, delle acque alte per tutti i bacini imbriferi della zona sudorientale del territorio, con uno sviluppo di 31 km. Si è anche provveduto alla risistemazione del canale delle acque alte ed alla ricostruzione dei moli della foce a mare di Porto Badino, punto d’arrivo delle acque centrali e meridionali di quasi tutta la bonificazione pontina. Ma per addivenire al definitivo assetto idraulico è stato necessario scavare altri canali e aumentare gli impianti idrovori. Anche a nordovest è stato necessario sistemare vari torrenti ed aprire diversi canali. E stato in pari tempo attuato in tutto l’Agro Pontino un vasto piano di elettrificazione rurale. Completa il quadro degli interventi della « Cassa per il Mezzogiorno », nell’ultimo decennio, lo sviluppo della rete di strade costruite, sistemate o bitumate, che si sviluppa per circa 280 km. Non va dimenticato però l’intervento dei privati, che hanno realizzato notevoli opere per la sistemazione ed irrigazione dei terreni, costruito case e stalle per l’incremento del patrimonio zootecnico, impiantato vari frutteti, serre ed altre colture specializzate.

    Quanto alle irrigazioni, dopo accurate ricerche sulla possibilità di utilizzare le risorse di acque sotterranee, è stata realizzata una serie di impianti, che si alimentano da canali e da fiumi (Linea Pio, Sisto, Astura, ecc.), con distribuzione dell’acqua a scorrimento o ad aspersione, tenendo conto delle esigenze delle zone interessate. In totale, all’inizio del 1962, la superficie irrigua era di circa 20.500 ha., con una rete di canali ripartitori e dispensatori di oltre 340 km. Particolare interesse rivestono gli impianti di Borgo Montenero (Sabaudia), di Borgo Hermada (Terracina) e Campo Setino (Sezze) per le moderne soluzioni tecniche adottate (anche al fine dell’economia di esercizio), in considerazione della larga presenza della piccola e media proprietà contadina. Gli impianti muniti di tubi hanno la caratteristica di consentire, nelle aree di Terracina e Campo Setino, a scelta degli interessati, l’erogazione a scorrimento oppure ad aspersione in rapporto al prevalere dell’orticoltura o dei vigneti. Alle opere pubbliche d’irrigazione si sono aggiunti numerosi impianti privati, alimentati dalla falda freatica.

    La Pianura Pontina, osservata dall’alto, appare oggi come un immenso territorio di forma rettangolare diviso in piccoli appezzamenti rettangolari, intersecati da innumerevoli strade rettilinee, e pulsante di vita. In quest’area, come si dirà in successivi capitoli, per le favorevoli condizioni ambientali — terreni pianeggianti, facili comunicazioni, abbondanza di acque, ecc. — si è avuto anche un notevole sviluppo industriale dopo il 1951, che tende sempre più ad aumentare recando grandi variazioni nel paesaggio.

    In conclusione può dirsi che tutta la fisionomia della pianura laziale sulla sinistra del basso Tevere e a sud dei Colli Laziali è stata profondamente trasformata: si tratta probabilmente della più vasta, cospicua e radicale trasformazione che il suolo italiano abbia visto negli ultimi decenni in un’area costituente un blocco continuativo.

    La bonifica è ormai pressoché ultimata anche per la Piana di Fondi, che, separata dalla regione Pontina da uno sprone ripidissimo degli Ausoni, ha tuttavia una origine non molto diversa: un antico golfo chiuso verso il mare da un cordone di dune corrente lungo la spiaggia di Sant’Anastasia e colmato dalle alluvioni dei corsi d’acqua scendenti dai monti che lo rinserrano. Ma residui dell’antica superficie acquea sono il Lago di Fondi, dalle rive frastagliatissime e non molto profondo — che non è più un lago litoraneo, ma separato dal mare da una fascia di terreni seminativi, di vigneti, colture orticole e agrumeti — e i minori laghi Lungo e di San Puoto, più vicini al mare; laghi dei quali abbiamo segnalato altrove le caratteristiche naturali. Anche la Piana di Fondi pare fosse nell’antichità sparsa di nuclei abitati e di ville, con terreni coltivati, ma durante il Medio Evo sopravvenne l’abbandono a causa di incursioni e saccheggi: i terreni impaludarono e infierì la malaria. Alla metà del secolo XVI, dopo le devastazioni operate da Chaireddin Barbarossa (1534), la regione era desolata, squallida, del tutto insalubre. Un tentativo di bonifica da parte dei Carafa, iniziato nel 1639, fu di breve durata perchè le opere avviate furono abban-donate# dai signori di Fondi ; alla metà del secolo XVIII la maggior parte della regione era palude o acquitrino infestato dalla malaria. I Borboni si occuparono più volte del grave problema del risanamento; ma i lavori sistematici furono iniziati solo nel 1929, e interrotti nel periodo di guerra, sono oggi quasi al termine.

    Le opere di bonifica attuate, prima che iniziasse la sua attività la « Cassa per il Mezzogiorno », con interventi piuttosto frammentari e non continui, avevano permesso il prosciugamento di circa 3000 ha. della piana (che si estende su circa 9900 ha.) e l’inizio delle prime opere irrigue. Ma era rimasta incompiuta la bonifica idraulica integrale per la scarsezza di canali ed idrovore, e per la mancata sistemazione dei bacini montani e delle acque alte, che provocano numerose inondazioni stagionali nella piana. Infine, per valorizzare la zona attraverso la coltura tipica dell’ambiente, l’agrumeto, bisognava avviare un organico programma irriguo. Nell’ultimo decennio si è provveduto al rimboschimento delle pendici dei monti prospicienti la Piana di Fondi e aH’imbrigliamento di vari corsi d’acqua. Per il definitivo assetto della bonifica idraulica della pianura, questa è stata divisa in zona alta e media a deflusso naturale ed in zona bassa a scolo meccanico. La costruzione d’un grande canale allacciante pedemontano (lungo oltre 17 km.) ha fatto sì che le acque torrentizie e i deflussi delle numerose sorgenti locali fossero convogliati direttamente al mare. La regolazione delle acque basse è stata completata con la costruzione di un nuovo impianto idrovoro (sito in località Jannotta) e si è pure avviata l’arginatura del lago di Fondi e la sistemazione delle sue due foci a mare. Quest’ultima opera tende ad ottenere l’abbassamento a livelli normali del tenore salino delle acque, che potranno così essere impiegate per l’irrigazione dei terreni circostanti. Contemporaneamente si è proceduto all’installazione di una serie di impianti d’irrigazione, alimentati dalle numerose sorgenti che sgorgano lungo l’arco dell’anfiteatro montano, come pure dal lago di San Puoto. Si tratta di dieci impianti a scorrimento che interessano una superficie di oltre 3200 ha., mentre l’intera rete si sviluppa per circa 230 km. a causa dell’accentuato frazionamento della proprietà. L’irrigazione interessa sia l’agrumeto, sia le colture ortofrutticole, che si sono andate sviluppando nella piana, in genere, e nella zona circostante i laghi Lungo e di San Puoto.

    Canalizzazione capillare nella zona di bonifica della piana del Garigliano.

    Il bosco — residuo dell’antico, famoso Saltus fundanus — sopravvive sul litorale in una breve striscia tra Terracina e Sperlonga (ai margini della litoranea Terracina-Gaeta), ma alla periferia del bacino macchie e boschi risalgono le pendici dei rilievi circostanti. Il resto è a seminativi, a prati-pascoli e pascoli permanenti, ma tutto intorno a Fondi cresce rigoglioso l’agrumeto — il più esteso del Lazio, come vedremo — che si estende dalla fascia pedemontana verso il mare; si accompagnano ortaggi, vigneti e frutteti. La malaria è scomparsa e la campagna si va popolando di case rurali e di piccoli nuclei. La popolazione sparsa, che nel 1871 non raggiungeva il 6% in tutto il bacino, è salita al 33% nel 1951 (35,5% comprendendo i piccoli nuclei). Il comune di Fondi annoverava, nel 1951, su un totale di oltre 19.200 ab., più di 6300 ab. in case sparse e cinque nuclei nella piana.

    All’opera di bonifica e di trasformazione fondiaria nel Lazio concorrono oggi la « Cassa per il Mezzogiorno » ed i Ministeri dell’Agricoltura e Foreste (attraverso i vari consorzi di bonifica) e del Lavoro, recando così un notevole impulso produttivo, che ha inciso favorevolmente sulla struttura economica delle zone interessate. Nel quadro dell’azione svolta dalla « Cassa per il Mezzogiorno » per la valorizzazione dell’agricoltura laziale si inseriscono gli interventi che, nell’ultimo decennio, sono stati portati in numerosi bacini montani (Salto, medio Velino, ecc.) e nelle aree classificate come comprensori di bonifica montana (valli del Velino, del Corno e dell’Aniene e rilievi dei Lepini, Ausoni ed Aurunci, ecc.). Particolare sviluppo ha avuto in tutte queste zone l’elettrificazione rurale a servizio sia dei centri che delle case sparse. Sono state eseguite anche opere di scasso (in genere con esplosivo), terrazzamenti atti ad assicurare la stabilità del suolo e si è curato la messa a coltura di numerose pendici in via di sistemazione mediante l’impianto di oliveti. Tenendo d’altra parte presente che i rimboschimenti non possono rapidamente modificare l’ordinamento produttivo ed economico delle zone interessate, si è ravvisata l’opportunità che nella sistemazione montana sia data la maggior estensione possibile, tutte le volte che il bosco non rappresenti l’unico mezzo per consolidare il suolo — o il più vantaggioso — alla sistemazione idraulico-agraria, con connessi impianti di oliveti, al fine di ottenere contemporaneamente l’eliminazione del disordine idrogeologico esistente e lo sviluppo di colture che, entro un ragionevole periodo di tempo, occupino definitivamente manodopera e migliorino le condizioni economiche della popolazione presente.

    Abbiamo già accennato che a sussidio dell’agricoltura viene, soprattutto nelle zone di bonifica, l’irrigazione. Questa non può trovare nel Lazio — a causa della natura del suolo e dei caratteri del rilievo — quella vasta applicazione che ha assunto nell’Italia settentrionale, e del resto mancano dati recenti sull’estensione delle aree irrigate (95.817 ha. nel 1959). Ma si possono segnalare almeno tre zone principali: le bonifiche di Porto e Maccarese, la bonifica pontina (e parte di quella di Fondi), e la conca reatina. Ma oggi si diffonde sempre più, anche in aree collinari, l’irrigazione a pioggia, come non si è mancato di notare in precedenza: in alcune plaghe del Viterbese, nella Pianura Pontina, nell’Agro Romano, nella valle del Sacco, in Sabina, ecc.

    In base ai dati del consumo dell’energia elettrica per uso agricolo possiamo però aggiungere che esso è andato sempre più aumentando e gran parte dell’energia viene utilizzata per le irrigazioni. Nel Lazio, dai 35.564.000 kWh consumati nel 1959 (di cui 15.635.000 per irrigazioni), si è passati (1961) ad un consumo di 49.616.000 kWh; di questi ben 23.100.000 kWh per irrigazioni, che pongono, pertanto, la regione in esame al quarto posto in Italia per quest’ultimo settore dopo Sicilia, Emilia-Romagna e Lombardia. L’utilizzazione media dell’energia elettrica è passata da 836 ore del 1959 a 1134 (1961), mentre gli impianti sono circa 4200.

    Proprietà e forme di conduzione

    Prima di procedere ad una breve disamina delle colture prevalenti nel Lazio è opportuno far cenno della distribuzione della proprietà e delle forme di conduzione.

    Vedi Anche:  Distribuzione della popolazione e tipi della casa e dei centri

    Per quanto riguarda la distribuzione della proprietà è stato più volte rilevato l’enorme contrasto fra l’esistenza di migliaia di piccole proprietà sminuzzate da una parte e dall’altra la sopravvivenza di grandi proprietà latifondistiche, che in mano di Enti o di famiglie di antica provenienza, occupano la maggior parte della superficie produttiva.

    La grande proprietà prevale nelle province di Roma e di Viterbo, nelle pianure litoranee e sublitoranee e nel retrostante collepiano, nella regione del lago di Bracciano, di Vetralla, ecc. Caratteristico invece lo sminuzzamento nella valle media e superiore dell’Aniene e in genere nelle regioni collinari. Sul totale delle proprietà noverate a 569.628 al 30 giugno 1946, più dell’87% erano inferiori a 2 ha., ma rappresentavano appena il 14,7% della superficie; altre 48.000 e più erano comprese fra 2 e 5 ha. e occupavano meno del 9% dell’area, mentre le proprietà superiori a 100 ha. erano 1659 e rappresentavano il 55,7% della superficie. Questi dati si riferiscono al 1946; da allora la riforma fondiaria ha apportato notevoli modificazioni, ma ancora dieci anni dopo vi erano nel Lazio oltre 430 proprietà private superiori a 100 ha.: di queste circa 260 erano superiori a 500 ha. e 168 superavano i 1000 ettari!

    Dopo circa un quindicennio dall’indagine promossa dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria, in base ai dati definitivi del censimento dell’agricoltura eseguito nell’aprile 1961, è risultato in tutto il Lazio, sul totale delle aziende censite per classe di superficie in numero di 255.970, che più del 70% non superavano i 3 ha. (in numero di 179.599) mentre coprivano appena il 14,5% della superficie totale (ha. 1.530.669); altre poco più di 57.000 erano comprese fra i 3 ed 10 ha. e rappresentavano quasi il 20% dell’area totale, mentre le aziende oltre i 50 ha. erano 2585 (di cui intorno al 45% solo nella provincia di Roma) e coprivano più del 45% della superficie totale. Se, come si è detto, la riforma fondiaria ha notevolmente modificato la situazione risultata durante l’indagine INE A, la realtà delle statistiche del volto agricolo laziale vede ancora la prevalenza delle grandi aziende come superficie mentre prevalgono numericamente le piccolissime aziende e l’accentuato frazionamento del terreno è la causa prima di bassi redditi in agricoltura e del conseguente esodo in massa dalle campagne.

    Quanto alla forma di conduzione possediamo anche i dati definitivi sempre in base al ricordato censimento agricolo. In tutto il Lazio su 256.592 aziende — numero inferiore a quello che forse ci si poteva attendere (1) — pari ad una superficie di 1.530.669 ha., ben 219.294, cioè l’86%, erano a conduzione diretta del coltivatore, ma esse comprendevano poco più di 642.700 ha., cioè meno del 43% dell’area; 20.015 aziende erano a conduzione con salariati e/o compartecipanti (poco più del 51% dell’area), n.117 a colonia parziaria appoderata (8,5% dell’area), il piccolo resto ad altra forma di conduzione. Le province di Roma e di Frosinone sono in testa per numero di aziende a conduzione diretta con non grande divario; seguono in ordine decrescente Viterbo, Latina e Rieti. Ovunque tale tipo di azienda prevale nelle zone di collina. L’ordine decrescente delle province con aziende a conduzione con salariati e/o compartecipanti vede prime Roma e Rieti, seguite da Viterbo, Frosinone e Latina; mentre per conduzione a colonia parziaria Viterbo, Frosinone e Rieti sono alla testa e Latina ha l’ultimo posto.

    Ma diverso è il quadro se guardiamo alla superficie delle aziende ed alla loro distribuzione fra pianura, collina e montagna.

    L’area occupata dalle aziende di collina, oltre 842.400 ha., era pari al 55% della totale, con prevalenza alla provincia di Viterbo ; l’area occupata dalle aziende di montagna era di ben 408.390 ha. (26,6%), con prevalenza a Rieti e Frosinone (Viterbo manca di montagna); infine, l’area occupata dalle regioni di pianura era di 279.870 ha. (18,4%), con prevalenza naturalmente a Roma e Latina (Frosinone e Rieti non hanno regioni ufficialmente classificate come pianura).

    Non vogliamo tediare il lettore con l’esposizione di altri dati numerici, tanto più che essi sono da considerare con qualche cautela. Due tabelle alla fine del volume forniranno altri particolari, mentre alcune conclusioni generali saranno esposte nelle pagine seguenti.

    (1) Si tenga presente che, ai fini del censimento, l’azienda agricola è stata definita come un’unità tecnicoeconomica costituita da terreni, anche in appezzamenti non contigui, ed eventualmente da impianti ed attrezzature varie in cui si attua la produzione agraria, forestale o zootecnica ad opera di un conduttore, e cioè persona fisica, società o ente, che ne sopporta il rischio sia da solo (conduttore coltivatore o conduttore con salariati e/o compartecipanti), sia in associazione ad un mezzadro o colono parziario. La differenza fra il numero delle aziende per forma di conduzione e per classe di superficie è data dal fatto che fra queste ultime non sono state comprese dall’ISTAT le aziende prive di terreno agrario.

    Le principali colture agrarie

    Possiamo ora dare un rapido sguardo alle principali colture agrarie. Tra le coltivazioni erbacee prevalgono i cereali e tra questi il frumento (quasi tutto grano tenero), che fino ad alcuni anni fa occupava un’area di 310-315.000 ha. (quasi un terzo dei seminativi di tutto il Lazio), ma poi iniziò a diminuire: 301.270 ha. nel 1959, 283.265 nel i960, 276.160 ha. nel 1961; diminuzione veramente notevole, che si può imputare a varie cause, ma soprattutto alla riduzione in aree che mal si prestavano a questa coltura, sopperendo ormai al fabbisogno nazionale altre regioni più specificatamente favorite. E diminuito anche il rendimento per ettaro, fatto del resto comune a tutte le regioni d’Italia, nelle ultime annate particolarmente sfavorevoli; se assumiamo, ad esempio, come media degli ultimi anni 15 q. per ettaro, la produzione rimane sempre la più bassa di tutta l’Italia centro-settentrionale, e nell’Italia meridionale è di qualche poco superata anche da quella dell’Abruzzo e Molise. Vi sono plaghe dove il rendimento restava inferiore al 10% e ciò giustifica l’abbandono. Ma l’annata 1961 è stata particolarmente favorevole perchè, mentre l’area si è ancora ridotta, la produzione per ettaro si è elevata fino a 16 q. (Italia = 22,3), che è ancora lontana da quella di quasi tutte le regioni settentrionali e centrali ma superiore a quella delle regioni meridionali. Per area coltivata primeggia (1961) la provincia di Viterbo; segue a buona distanza Roma; ma per produzione unitaria la provincia di Roma supera notevolmente quella di Viterbo: in entrambe si coltiva anche un poco di grano duro (14.000 ha. in ognuna).

    I migliori grani si coltivano nelle piane alluvionali, come quella del Sacco e in genere il piano-colle della Ciociaria, e nella conca di Rieti, nota per l’eccellente qualità del prodotto. Altrove, su rilievi calcarei, lo strato di terriccio superficiale è troppo sottile; in altre parti si associano varie condizioni sfavorevoli. Scrive il Milone: «Già qui, alle soglie del Mezzogiorno, il clima è sufficientemente contrario al grano: per l’inverno mite, almeno nella regione costiera; l’estate calda e siccitosa dovunque; la brevità della primavera; per le piogge autunnali, quando riescono dannose alla semina, o invernali, quando poco o punto giovano alla pianta e contribuiscono, piuttosto, a impaludare i terreni o a determinare uno sviluppo precoce della pianta, il quale riuscirà pericoloso al ritorno dei freddi, in qualche giornata di marzo; e soprattutto per i lunghi mesi di pioggia troppo scarsa o addirittura nulla». Anche se questo quadro può sembrare un po’ fosco, resta il fatto che la produzione di grano del Lazio è ben lontana dal bastare al consumo della popolazione. Né vengono in soccorso, in larga misura, altri cereali, tra i quali ha importanza solo il mais, meno assai l’avena, con tendenza peraltro per quest’ultima alla diminuzione.

    In cospicuo aumento è invece la produzione della patata, che da poco più di 1.890.000 q. nel 1956 è salita, con progressivi incrementi, a 2.722.200 q. nel 1961: danno oggi il maggior contributo il Viterbese e la provincia di Roma, minore è l’apporto della Sabina, con le valli del Velino e del Salto, e di alcune plaghe della Ciociaria. La patata primaticcia e quella dolce (o batata) sono esclusivamente coltivate nell’Agro Pontino. Se la produzione non basta ancora al consumo, soccorre qui soprattutto la vicina conca del Fucino.

    E in altissimo aumento è negli ultimi anni la coltivazione dei legumi e degli ortaggi legata all’irrigazione. Ecco qui la produzione dell’anno 1961 (in migliaia di quintali) posta accanto a quella del 1956 (tra parentesi): piselli 158,5 (33); fagioli freschi e da granella 290,5 (185); fave fresche e da granella 451,2 (112); carciofi 842,3 (123); cavoli e cavolfiori 1760,7 (1562); pomodori 1392,4 (982), ecc. In sei anni la superficie coltivata è più che raddoppiata, la produzione per alcuni prodotti (piselli, fave) più che quadruplicata; per i carciofi è aumentata quasi sette volte. Questi aumenti, in taluni casi veramente cospicui, si debbono alla diffusione nelle zone di bonifica recente, come la Maremma Laziale (a Ladispoli si festeggia annualmente la sagra del carciofo), la bonifica pontina dove al margine dei Lepini (Sezze, Pri-verno) i carciofi si allineano per chilometri, e inoltre all’ampliarsi delle aree orticole intorno a Roma e ad altri centri di notevole consumo; per il pomodoro anche le aree irrigate del Lazio costiero e subcostiero meridionale, ai confini della Campania, paese di elezione del saporoso ortaggio.

    Coltura di pomodori (riparati dall’irradiazione diretta e dal vento) presso Gaeta.

    La raccolta delle olive presso Palombara Sabina (Roma).

    Né si deve dimenticare la diffusione presa da colture per l’innanzi assai limitate, come lo spinacio, la melanzana, il cocomero, il popone.

    Nella produzione dei cocomeri, il Lazio è al secondo posto in Italia (subito dopo l’Emilia-Romagna e prima del Veneto) con 660.500 q. al 1961; ma fra le province Latina figura nelle statistiche al primo posto (a buona distanza è poi Verona), con recente e progressivo incremento (258.000 q. al 1956 e 507.600 q. al 1961) dovuto particolarmente ai coloni ferraresi ivi trapiantati ed al grande consumo del mercato estivo romano.

    La produzione dei sedani, finocchi, cardi, cipolle, asparagi, bietole, ecc. è pure in aumento (con prevalenza sempre della provincia di Roma), ma pur avendo una importanza limitata rappresenta — unitamente a quella di tutte le altre colture orticole sopra ricordate — una delle più salienti caratteristiche dell’economia agricola laziale negli ultimi decenni.

    Alla diffusione delle produzioni orticole fa riscontro il continuo aumento del consumo, cosicché la necessità dell’importazione da altre regioni d’Italia è forse solo in misura modesta attenuata: basti pensare che la quasi totalità della produzione laziale viene assorbita dalla città di Roma, ove affluiscono, al mercato all’ingrosso e direttamente ai mercatini rionali, ogni anno — in media — 1.300.000 q. di ortaggi, di cui poco meno della metà dalle diverse regioni a seconda dei mesi di produzione dei vari prodotti.

    La possibilità di ulteriore espansione della produzione orticola dipende per la massima parte dalla capacità produttiva dei diversi ambienti economici e naturali e dalla possibilità di utilizzare nuove falde freatiche. E in pari tempo si rende necessario intensificare gli investimenti per adeguare i nuovi terreni, da destinare alla produzione, alle esigenze delle coltivazioni intensive e a quelle di una più razionale meccanizzazione. Si deve altresì ricordare la funzione importante del mercato di Roma, il quale, mentre assicura il collocamento di gran parte della produzione regionale, ha una funzione di equilibrio nell’espansione, dato che garantisce il sicuro assorbimento di cospicue quantità di prodotti.

    Tra le colture legnose le due più importanti del Lazio sono, come già si è detto, e come del resto è ben noto, l’olivo e la vite. Per quanto riguarda l’olivo — giustamente considerato come l’emblema del clima mediterraneo —, negli ultimi anni non è sensibilmente mutata l’area coltivata, né quella a coltura specializzata (intorno a 84-86.000 ha.), né quella a coltura promiscua (73-75.ooo ha.). Notevole è peraltro il fatto che la coltura specializzata si va sempre più estendendo e supera oggi quella promiscua mentre questa prevaleva nei primi decenni del secolo (solo la provincia di Viterbo presenta ancora la coltura promiscua in aree maggiori).

    La produzione invece, come si sa, è soggetta a grandissime oscillazioni da anno ad anno, cosicché le medie quadriennali o quinquennali non hanno pressoché alcun valore. La seconda guerra mondiale aveva già recato non pochi danni: la produzione di olio nel 1946 fu di soli 36.000 q., ma nel 1951 era risalita a 162.000. Poi sopravvennero le terribili gelate dell’inverno 1955-56; nel 1956 la produzione di olio si ridusse a meno di 48.000 q.; negli anni successivi risalì fino a 153.000 nel 1959, e con rapido balzo, a quasi 262.000 nel 1960, annata particolarmente favorevole, un po’ più del 7% del totale italiano; era tornato alla pari con la Campania, superava la Liguria e seguiva a breve distanza la Toscana. Ma nel 1961 l’olio prodotto è sceso a meno di 190.000 q., per superare poi l’anno seguente la produzione del i960 (274.500 q.). Le varietà più diffuse sono Yitrana od oliva di Gaeta, la rosciola, la carboncella, la salviana, la caninese, ecc., che danno olii squisiti. La prima qualità è anche molto ricercata per il consumo diretto. La produzione dei colli sabini e tiburtini è ritenuta la migliore, e quivi si vedono veri e propri boschi di olivi di aspetto superbo. Ma l’olivo è diffuso anche nelle pendici più basse dei rilievi vulcanici — Vulsini, Cimini, Sabatini, Laziali — e, adattandosi bene a terreni calcarei, sulle pendici ben esposte dei Lepini, degli Ausoni, degli Aurunci, e anche nei Sim-bruini e negli Ernici. Non è raro vedere, ad esempio nei Lepini, l’oliveto, piantato di recente, risalire in filari regolari le pendici in passato incolte e ricoperte di un velo sottile di terra rossa ed imprimere al paesaggio un aspetto particolare riconoscibile da lontano anche per il color glauco del fogliame. Se il 58% dell’oliveto appartiene a regioni di collina, circa il 34% appartiene a regioni di montagna.

    Oliveti presso il Lago di Bracciano.

    Raccolta del moscato a Terracina.

    La vite, coltura antichissima del Lazio, ha un’importanza e una diffusione molto maggiore. Anche in questo caso tanto la superficie a coltura specializzata (64.000 ha.), quanto quella a coltura promiscua (160.000 ha.) non sono molto variate, con leggera tendenza alla riduzione per la prima, connessa probabilmente alla minor produzione delle uve da vino non compensata da quella di uve da tavola. La vite si adatta ai terreni più vari ed anche a suoli non molto ricchi, ma secondo le caratteristiche del suolo dà prodotti più o meno pregiati; vuole terreni in pendio e temperature elevate nei mesi estivi. Circa l’82% dell’area coltivata è classificata ufficialmente come regione di collina, meno del 13% in regioni di pianura. Chi percorra il Lazio può constatare che la vite si coltiva un po’ dovunque, al disotto di 700-800 m., ma l’impressione della diffusione della coltura gli è data, più che dalle viti disposte in filari nei campi come in Toscana o nell’Emilia, dal vigneto compatto, che può definirsi paesaggio a vigneto. Lo si vede nelle colline vulcaniche dei Vulsini (Montefiascone), Cimini, Laziali, ma anche in aree di bonifica recente, come nella Maremma Laziale, a Maccarese, ad Aprilia, sui terreni ondulati sotto il Circeo, a Terracina, a Fondi, a Formia. Vario è anche il modo di coltura: nei Colli Laziali il vigneto è fitto, basso e quasi strisciante al suolo, dimodoché quando la vite ha perduto fogliame e frutto, si vedono emergere solo mozziconi di tronchi contorti. Altrove la vite è appoggiata a sostegni (pali, ecc.); nel sud appare la vite a filari o distesa a ghirlanda fra un albero e l’altro che annuncia la Campania, mentre nelle zone di recente messe a vigneto (Aprilia) si ha anche il tendone, di tipica importazione dalla Puglia. E gli aspetti variano secondo le stagioni : quando la vendemmia si approssima, il paesaggio della vite appare come uno degli aspetti più caratteristici del volto agricolo del Lazio.

    La produzione è molto oscillante: negli ultimi anni si ebbe da un massimo di 8.739.100 q. di uva (pari a 5.314.100 hi. di vino) nel 1956, a un minimo di 4.164.000 q. di uva (2.381.300 hi. di vino) l’anno seguente! Oggi la produzione si mantiene superiore ai 5.450.000 q. (3.300.000 hi. di vino). Ma, come il consumo di vino in Italia va notoriamente diminuendo, e il Lazio non produce che in scarsa misura vini da esportazione, l’agricoltore non è in sostanza incoraggiato ad estendere la coltivazione per uva da vinificazione. Vini del Lazio furono esaltati da scrittori romani; nel Cinquecento vi erano località nelle quali proprio il vino richiamava i visitatori. Oggi tra i vini più noti sono l’Est Est Est di Montefiascone, i vini dei Castelli, il Falerno di Formia, l’Aleatico del Piglio, e altri ancora di coltura più limitata. Tra le uve da tavola il moscato di Terracina, quelli di Maccarese, il « pizzutello » di Tivoli, ecc.

    Vigneti nella zona di Maccarese.

    La coltivazione delle frutta polpose è, nel complesso, in aumento nel Lazio, sia in regioni di bonifica recente, sia soprattutto nelle colline del Reatino, della Sabina, nei Colli Laziali, nelle colline bene assolate con le quali gli Ausoni e gli Aurunci digradano verso il mare. Qui prospera il fico, che con gli agrumi e il fico d’india, coltivato anche per siepi a delimitare le proprietà, annunzia la Campania. Ma per produzione sono al primo posto il melo, il pero, il pesco. Il fico concorre, sia pure in misura ridotta, all’alimentazione umana, perchè costituisce un articolo di smercio sia fresco che seccato in vario modo. La produzione si aggira oggi su oltre 104.000 q. (provenienti dalle piante sparse), dei quali poco meno dei tre quarti sono dati da Roma e Latina. La produzione delle mele è negli ultimi anni in aumento (da 172.000 q. nel 1956 a 249.100 nel 1961) al pari del pero (in questo medesimo intervallo da 196.000 q. a 311.000). La produzione del pesco — nonostante le magnifiche distese di pescheti come quelle di Maccarese — tende, attraverso oscillazioni, a notevolmente diminuire o aumentare (da 218.500 q. del 1956 a 173.500 nel i960 e 272.500 nel 1961), probabilmente perchè si fa sempre più sentire la concorrenza delle vaste colture della Romagna e di altre plaghe della Pianura Padano-Veneta più favorevoli. Le varietà più diffuse sono Spring-time, Cardinal, Dincind, ecc. Oggi la superfìcie della coltivazione promiscua è stata ridotta ad appena un decimo (84.000 ha. nel 1956) mentre si tende ad aumentare la coltivazione specializzata, che supera i 3200 ha. (2539 al 1956). Il distretto principale è nella provincia di Roma.

    Vigneti dei Colli Laziali. Sullo sfondo, Velletri.

    Altri alberi da frutto la cui coltivazione si è sviluppata più di recente, in relazione alla diffusione anche in aree di bonifica recente, sono l’albicocco, il susino ed il ciliegio. Importanza minima hanno, infine, il cotogno, il loto ed il melograno, quasi esclusivi della provincia di Latina.

    Airincremento della produzione di frutta polpose sopra segnalato, fa riscontro un andamento stazionario della produzione delle frutta a nocciolo commestibile: mandorlo, noce e nocciolo. Il mandorlo, che si considera un emblema del clima mediterraneo per la sua diffusione accanto all’olivo del quale condivide le abitudini, è molto sensibile al gelo ed anche ai venti impetuosi all’epoca della fioritura; allora l’elegante albero dà veramente al paesaggio una nota di fresca gaiezza. Bei mandorleti si vedono in Sabina, nella provincia di Latina, ma vi è la tendenza — specie nel Viterbese — a sostituire il mandorlo con il nocciolo. Si producono intorno ai 9200 q. annui. Il nocciolo è in buon aumento: nel 1961 si superavano i 50.000 q.; l’anno seguente quasi 67.000. La coltivazione ha importanza assoluta nel Viterbese (con estesi noccioleti sulle pendici dei Cimini); molto ridotta nelle restanti province. La noce si conserva in piccole zone di Viterbo e Rieti ma la produzione (intorno a 16.300 q.) è quasi del tutto proveniente dalle piante sparse.

    Una posizione a sè hanno nel Lazio gli agrumi, sia per la loro localizzazione in un’area molto limitata, sia per la loro diffusione del tutto recente. Infatti anche se il cedro (e poi il limone) almeno sin dal secolo XV furono coltivati nelle aree meridionali del Lazio, nei territori di Fondi e di Gaeta soprattutto nei giardini annessi ai conventi e nelle ville (ve ne furono alcuni già nel giardino del convento dei PP. Domenicani a Fondi, piantati — secondo una tradizione — da S. Tommaso), la coltura su vasta scala (specialmente limoni) si è iniziata solo nella seconda metà del secolo scorso per l’aumentata richiesta dall’estero e dall’interno. Essa occupa ora due aree contigue, ma separate: intorno al Golfo di Gaeta (tra Formia e Scauri) dove si è orientata verso la produzione di limoni (molto ridotta però per il mal secco delle piante), l’altra nella parte più interna del bacino di Fondi, dove man mano che progrediva l’opera di bonifica cui si è già accennato, la superficie agrumaria si estendeva fino ad occupare oggi 5000 ha. in coltivazione specializzata (618 ha. nel 1929). Ambedue queste aree « sono molto ben protette a distanza ravvicinata dagli Aurunci e dagli Ausoni, i quali riflettono nel piano i raggi del sole, che colpiscono le loro falde meridionali ed occidentali, e contribuiscono in tal modo a mitigarvi i rigori del freddo. I terreni, però, sono molto umidi, specie nei mesi invernali, quando l’acqua defluisce con difficoltà, per cui molte piante sono colpite dal marciume radicale » (Ruocco). Il paesaggio degli agrumi mostra un accentuato frazionamento fondiario, muri di cinta che limitano le piccole proprietà, opere di terrazzamento, case sparse, ed ancora il verde cupo delle chiome che si allineano su fìtti e medi filari. Agli occhi del viaggiatore appare questo paesaggio uno dei più caratteristici dal punto di vista geografico in specie a Fondi, dove la coltura degli aranci è estesa ed esclusiva; ha sempre suscitato l’ammirazione dei viaggiatori e turisti provenienti dall’Europa settentrionale e centrale, dove esso è ignoto.

    Veduta panoramica della piana di Fondi.

    Non di rado gli agrumi sono consociati con altri alberi da frutta, soprattutto peri; vengono regolarmente irrigati, grazie alle sorgenti di cui è ricca la Piana di Fondi, per un centinaio di giorni, durante i mesi estivi. La raccolta delle arance ha inizio a dicembre e termina ai primi di giugno; viene fatta a mano e gli operai depongono i frutti staccati in appositi recipienti (detti localmente ferine), che per mezzo di uncini si appendono ai pioli delle scale. Dalle ferine vengono passati nelle corvè, che le donne portano ai vicini magazzini per la scelta.

    Molteplici sono le nuove varietà di piante d’arancio, che si sono aggiunte alle cosiddette «bionde», e cioè Tarocco, Moro, Navel, Sanguinello, ecc.; varietà di gran pregio e richieste sui vari mercati italiani ed esteri. Le varietà di limone sono due, di cui la più importante è nota come « il limone di Gaeta ».

    La produzione è soggetta a scarti notevoli, in relazione a condizioni di clima: danneggiata dalle gelate del 1954 e del 1956 era scesa da 384.000 q. nel 1953 a 140 nel 1956; ora è risalita raggiungendo quasi i 320.000 q. nel i960 (di cui 296.000 di aranci). Nel 1961 la produzione è ancora notevolmente aumentata toccando quasi i 430.000 q., unicamente di arance; nel contempo si è più che triplicata la produzione da piante sparse dei limoni (da 3900 q. nel 1956 ad 11.100 nel 1961), e più che raddoppiata quella dei mandarini (13.800 q. al 1961); la quasi totalità della produzione degli agrumi è data dalla parte meridionale della provincia di Latina. Una sottilissima zona di agrumeto, come si è detto, è sulla sponda nord del lago di Bracciano, in posizione riparatissima, in pieno sole (la produzione degli agrumi nelle province di Roma e Frosinone, proveniente del tutto da piante sparse, non tocca i 10.000 q.).

    Fra le colture legnose è ancora da notare la presenza del carrubo, il maestoso albero sempreverde, che ha nelle zone prospicienti il Golfo di Gaeta la sua sede più settentrionale sul Tirreno. La produzione laziale, notevolmente aumentata negli ultimi anni (da 15.000 q. del 1956 a 51.800 q. del 1961, per il 99% localizzata nell’area ora detta), è al secondo posto in Italia, ma a grandissima distanza dalla Sicilia. I terreni dove si trovano i carrubi — un tempo più numerosi, prima di essere sostituiti con vigneti ed oliveti — sono distinti col nome di coste e sono poco o raramente lavorati e concimati.

    Tra le piante industriali, si è alquanto diffusa nel Lazio, in epoca recente, la coltura della barbabietola da zucchero. Essa è stata introdotta dapprima nella bonifica pontina dove si è rapidamente diffusa dopo il 1935 e dove si semina attualmente, dopo l’intervallo della guerra mondiale, su 1660 ha. (al 1956 erano 2400); è coltivata anche nella bonifica di Maccarese, nella Piana di Rieti, in zone della Maremma Laziale in provincia di Viterbo (con un grado zuccherino alto e notevole grado di purezza) e in piccole aree della provincia di Frosinone. La produzione era salita, pur attraverso oscillazioni, fino al 1959; poi è sopravvenuta la crisi della bieticoltura, che ha colpito tutta l’Italia e la produzione è caduta anche nel Lazio (921.900 q. al i960). Ma ancora nel 1959 essa non rappresentava più del 2% della produzione totale dell’Italia. Attualmente l’area si estende su 3300 ha.; la produzione per ettaro è superiore ai 302 q., che fra le regioni meridionali viene solo dopo quella dell’Abruzzo, ma molto lontana dalla media nazionale (311,5 q.).

    La coltura del tabacco è di antica tradizione nel Lazio perchè si coltivava, sebbene in ristrette aree, intorno al 1770 a Pontecorvo e nel 1800 a Cori. Oggi occupa aree limitate e un po’ disperse, ma ha avuto una discreta diffusione nella Maremma Laziale (il 50% della superficie totale a tabacco — 2480 ha. — è in provincia di Viterbo), e si presenta con una buona tendenza all’aumento la produzione sia totale che per ettaro (da 32.000 q. nella media del quadriennio 1950-53 a circa 45.000 q. nella media del 1957-60).

    La coltura del lino da seme (quella da tiglio è insignificante) compare su non ampie aree specie nelle province di Roma e Viterbo, ma è in deperimento annualmente (598 ha. e 5155 q. di produzione al 1961; 327 ha. e 3415 q. di produzione l’anno dopo).

    Anche la coltura della canapa, che ha molto minore importanza e non compare che nell’economia agricola della provincia di Rieti (98 ha. con una produzione di 415 q. al 1962), è in decadenza, come d’altra parte in tutta l’Italia.

    Pianta di recente diffusione nel Lazio è il cotone, le cui esigenze ambientali — assenza di gelo per tutto il periodo vegetativo, notevole umidità nel periodo di prima crescenza, siccità all’epoca della maturazione, aree pianeggianti con terreni profondi — sono ben note. L’Italia meridionale è alla periferia dell’area mediterranea nella quale la coltura è possibile; perciò interessanti, anche dal punto di vista geografico, come esperimenti di acclimazione, sono i tentativi di coltura eseguiti, negli ultimi anni, con buoni risultati dall’Ente Maremma nel Lazio ed in Toscana, dove il cotone raggiunge, nel Viterbese (Montalto di Castro) e nel Grossetano (Capalbio), la più alta latitudine settentrionale nella penisola. In questi ultimi anni però l’area coltivata nel Lazio è diminuita da oltre 515 ha. (1956) ad appena 394 (1961) e la produzione da 2000 q. (1300 q. di seme) a 1880. La riduzione è coincisa con la sostituzione dei vigneti o altre colture al cotone nella provincia di Latina (ove era prima unicamente diffuso), perchè la produzione per ettaro si manteneva sempre molto bassa; la superficie dell’Agro Pontino messa a cotone è così scesa da 500 ha. (1956) a 300 appena oggi. La produzione per ettaro più elevata per la fibra, fra tutte le province italiane, è data da Viterbo (4,9 q.). La coltivazione nel Lazio è limitata in aree esclusivamente pianeggianti ed è di tipo asciutto. La fibra del cotone prodotta nel Viterbese si presenta di lunghezza media e di qualità buona; si è tuttavia ancora molto lontani da una qualsiasi piccola incidenza del prodotto laziale sul totale italiano.

    Di recente introduzione è anche nel Lazio — anzi solo nelle pianure di Fondi e Pontina (e più particolarmente nell’area del comune di Pontinia) — la coltivazione di una pianta a semenza oleosa, l’arachide. La sua importanza nell’economia agricola della regione è data dal fatto che il prodotto è esclusivamente utilizzato a fini industriali sia in Italia che all’estero. Per estensione coltivata ha il primato, pertanto, in Italia la provincia di Latina, la cui superficie ad arachidi è aumentata nel corso degli ultimi anni, passando da 1310 ha. a 2100 (1956-61); la produzione nello stesso periodo si è più che raddoppiata (da 25.900 q. a 52.500). La superficie e la produzione di questa pianta, esclusiva della provincia di Latina, rappresentano al 1961 quasi il 40% del totale italiano. La provincia di Frosinone, infine, concorre alla produzione con una piccolissima area.

    Merita ora un cenno — anche se appartiene ad una categoria diversa di coltivazione — la floricoltura, che è pure di diffusione molto recente. L’area più anticamente conosciuta è quella intorno al Lago di Nemi, nelle plaghe più riparate e meglio esposte ed assolate della cinta craterica: dalle violette si è estesa ad altri fiori recisi, e tende piuttosto a dilatarsi. Un’altra zona è quella litoranea a sud di Civitavecchia (Santa Marinella); altre zone sono nei dintorni di Roma: a Malagrotta, presso Monterotondo Scalo (ove è sorta un’azienda che coltiva in notevole quantità specialmente tulipani e gladioli), ecc. E degno di nota che il prodotto, oltre ad alimentare la richiesta di Roma stessa, viene spedito in altre parti d’Italia ed anche all’estero per via aerea, dando luogo ad un limitato, ma lucroso commercio.

    La floricoltura occupa nel Lazio poco più di iooo ha. (dei quali 948 nella sola provincia di Roma), in coltivazione specializzata (di questa, 50 ha. sono sottovetro); 438 ha. sono poi in coltivazione non specializzata (380 nella provincia di Roma). La floricoltura, che per le condizioni climatiche già note è assente nelle province di Frosinone e Rieti, si è abbastanza espansa negli ultimi anni: la coltura specializzata era di 807 ha. nel 1956, mentre la non specializzata ne interessava 372.

    La coltivazione floreale è molto laboriosa perchè richiede acqua in abbondanza, concimazione, mano d’opera esperta: alle notevoli fatiche corrispondono alti redditi derivanti soprattutto dalla ricordata esportazione all’estero. Il valore della produzione (fiori recisi e piante), in rapido incremento negli ultimi anni, raggiunge cifre che molti forse non sospettano: oltre i miliardo e 625 milioni al 1956; più di 2 miliardi e 703 milioni al 1961.

    La floricoltura a Santa Marinella, nella Maremma Laziale.

    Alcune colture che abbiamo poco prima ricordate — ad esempio, agrumi, brbabietola, cotone, arachide — rappresentano acquisizioni recenti di piante nuove nel territorio laziale; ma, tra le colture ignote all’antichità, hanno molto maggiore diffusione e importanza la patata e alcuni ortaggi, in prima linea il carciofo e il pomodoro. D’altro lato sono scadute, pur senza scomparire, alcune vecchie colture, come il farro e l’orzo, sopraffatte dal grano.

    In conclusione, la fisonomia agricola del Lazio — che il Milone definisce « in evoluzione e ricca di contrasti » — ha subito certamente notevoli mutamenti attraverso la sua lunga storia. Chi, come lo scrivente, conosce il Lazio da oltre mezzo secolo, nota soprattutto la riduzione della macchia mediterranea e quella del pascolo naturale, la diffusione delle colture orticole ed affini e quella delle frutta, in genere, e tra le colture legnose, la notevole estensione dell’agrumeto e la maggior diffusione del vigneto e dell’oliveto, la sostituzione lenta, ma progressiva, del prato al pascolo. Non c’è bisogno di dire — e del resto fu accennato più volte — che le trasformazioni più evidenti, spesso radicali, si osservano nelle vaste aree di bonifica, le quali hanno addirittura mutato aspetto. Si può dedurre, in linea generale, che si verifica un graduale, ma talora ostacolato da cause diverse spesso inerenti a eredità del passato, migliore adattamento alle condizioni del clima e del suolo, ma soprattutto si ha l’impressione — specialmente percorrendo le regioni montane — che molto cammino si debba ancora fare per eliminare sistemi di coltura tradizionali e per diffondere le tecniche moderne — dall’impiego dei macchinari all’uso dei concimi chimici — quali sono già attuate in un numero sempre maggiore nelle aree di pianura.

    Vedi Anche:  L'economia industriale, il commercio, i traffici ed il turismo

    Un esempio di diffusione recente di tecniche colturali più evolute si ha nelle coltivazioni « protette », che sono le piante difese dai rigori del freddo (da alcuni dette « piante col cappotto »), che garantiscono la produzione anche fuori stagione, usate per esempio a Fondi, Sperlonga e Gaeta per gli ortaggi. Tali coperture, di laminati flessibili di polivinile o fogli di polietiline, hanno cominciato a diffondersi nella zona solo dal 1958-59; si tratta di tendoni di materia plastica trasparente che vengono messi su archetti, telai e gabbiette di legno per coprire le piantine. Questo sistema di coltivazione è molto più economico di quello in serra, nella misura di circa il decimo del costo, con l’avvertenza però che mentre la coltivazione in serra crea mediante il riscaldamento un clima artificiale vero e proprio, la copertura in plastica si limita a correggere di pochi centigradi il clima esterno, lasciando giungere al suolo l’effetto calorifico della luce solare e nello stesso tempo impedendo al suolo ed allo strato atmosferico che immediatamente lo sovrasta, di restituire per irradiazione il calore ricevuto, quando la mancanza di luce solare rende l’aria d’intorno più fredda della terra. In casi d’emergenza (come nell’inverno 1962) si può realizzare sotto la plastica un riscaldamento impiegando il gas liquido in bombole.

    Le piante da foraggio e l’allevamento del bestiame

    Appariscente è nel Lazio pianeggiante il diffondersi delle colture foraggere, delle quali facciamo solo ora un breve cenno perchè connesse direttamente con l’allevamento del bestiame. Esse hanno fatto fino al 1959 un lento, ma non trascurabile progresso nell’area, che nella media del quadriennio 1956-59 si aggirò sui 500.000 ha., e anche nella produzione che nel periodo stesso fu di 12.100.000 q. ; poi nel 1960 balzò a 554.000 ha. e 17.800.000 quintali. Nel 1961 il progresso non si è arrestato perchè la superficie occupò più di 559.200 ha. e la produzione superò i 20.076.000 q., che rappresentano però meno del 5% del totale italiano.

    Quanto alla produzione delle foraggere nel Lazio va osservato anzitutto che la quantità maggiore è rappresentata da quella che viene fornita dai prati avvicendati, con un’area di circa 189.950 ha. e una produzione di 8.667.400 q., la più alta delle regioni meridionali appena dopo l’Abruzzo e Molise; la provincia di Roma figura con poco meno della metà dell’area e della produzione di tutta la regione, mentre la provincia di Frosinone vi figura con un’area molto ridotta. Nella distinzione secondo l’impianto, i prati da vicenda sono costituiti principalmente da quelli di vecchio impianto, mentre per quelli di nuovo impianto l’area supera in tutto il Lazio appena i 57.600 ha. e la produzione raggiunge gli 850.600 quintali. Secondo poi la loro composizione, nei prati avvicendati figura in grandissima parte della superficie interessata (meno in quella di Rieti) l’erba medica; essa ha ormai soppiantato il trifoglio pratense, la lupinella, il trifoglio ladino, la sulla ed altre specie, e si presenta come la foraggera che senza dubbio dà il maggior profitto per il suo vario impiego di erba, fieno e pascolo. Nel 1961, nella provincia di Roma l’erba medica figurava con un’area di circa 59.400 ha. e con una produzione di 3.518.700 quintali. Minima superficie hanno poi i prati naturali e presenti solo nella predetta provincia.

    Porcili presso Monterosi.

    Pecore al pascolo nell’Appennino Laziale.

    Notevole estensione occupano gli erbai annuali, ai quali figurano assegnati nel Lazio quasi 102.000 ha. (di cui 25.890 misti), con una produzione che si fa ascendere a 4.103.600 q. (più di 40 q. per ettaro), di cui poco meno della metà spetta alla sola provincia di Viterbo: nella complessiva area ad erbai annuali il Lazio si contende con la Sicilia il primo posto fra le regioni italiane. Buona diffusione (75.425 ha.) vi hanno pure gli erbai intercalari, che si incontrano con superfici quasi uguali nelle province di Viterbo e di Roma. La produzione raggiunge i 2.766.100 q. (36,7 q. per ettaro).

    Le coltivazioni foraggere permanenti sono costituite nel Lazio quasi del tutto dai pascoli; presenti in aree ridotte i prati-pascoli ed ancora in misura minima i prati. Questa è una caratteristica che si riscontra ugualmente nelle altre regioni del Mezzogiorno. I pascoli permanenti costituiscono per estensione (167.700 ha.) la seconda risorsa foraggera del Lazio, inferiori solo ai prati avvicendati; per produzione si mantengono oltre 1.330.000 q. (7,9 q. per ettaro). Sono ad essi destinate oggi le più vaste aree nella provincia di Roma ed in quella di Fresinone; ma il pascolo vero e proprio si va riducendo — per vari motivi (bonifiche, riforma fondiaria, ecc.) — nella regione laziale, che in passato si indicava come territorio di pascoli per eccellenza. I prati, asciutti e irrigui, permanenti occupano un’area di appena 3590 ha. (in forma insignificante sono i prati irrigui, solo nella provincia di Rieti). Le province di Roma e Latina ne sono del tutto prive; oltre il 55% spetta a Rieti e più del 42% a Frosinone. Per la produzione totale — 44.000 q. — le province ora ricordate concorrono con quasi il 98%. I prati-pascoli sono rappresentati per il 50% della loro area nella provincia di Roma, che è la parte della regione laziale con maggior carico di bestiame e pertanto ha la più alta superficie di foraggere permanenti, incrementate con l’intervento dell’Ente Maremma.

    La produzione accessoria di foraggio proveniente da coltivazioni diverse (terreni a riposo, incolti produttivi, boschi, ecc.), e da sottoprodotti di coltivazioni agrarie, ecc. si aggira intorno ai 2.828.500 q. (un terzo è dato dalla paglia dei cereali). Il riposo con o senza pascolo — mezzo tradizionale di fertilizzazione del suolo — si presenta ancora diffuso nelle province di Roma e Viterbo. Ma una parte della superficie a seminativi che figurava tra i riposi è venuta negli ultimi anni — come si è già detto — coprendosi con colture erbacee e legnose.

    L’allevamento del bestiame ha tradizioni antichissime nel Lazio: bovini, pecore, capre, maiali, da un lato; asini, cavalli, muli dall’altro, furono allevati nella nostra regione sin da tempi remoti e costituirono sempre una delle basi fondamentali della sua vita economica, pur attraverso varie vicende di sviluppo e di deperimento, di contrasti o di consociazione con l’economia agricola, come si è già rilevato all’inizio di questo capitolo.

    Ricoveri di suini presso Saracinesco.

    Greggi di pecore che tornano dalla campagna nell’Abruzzo alla fine di giugno.

    Dal punto di vista geografico si può osservare che il Lazio ha caratteri comuni con le altre regioni del Mezzogiorno: la prevalenza degli ovini sui bovini e sui caprini e suini, degli asini e muli sui cavalli. Via il rapporto tra ovini (pecore e capre) e bovini (2,7 a 1) è ben lontano dall’essere così elevato come nelle altre regioni meridionali (esclusa la Campania). Ciò è dovuto al fatto che le notevoli aree di bonifica laziali (per esempio, Agro Romano e Pontino) si sono prestate in modo egregio all’allevamento bovino per le ampie distese di prati artificiali e le estese coltivazioni di foraggere, come si è detto. Qui pertanto l’allevamento esercitato in forme abbastanza razionali si è venuto, sia pure in tempi recentissimi, ad associare all’agricoltura : i bovini sono stabulati nelle aziende agricole, di non grandi dimensioni, che possono perciò utilizzare direttamente il concime naturale: una medesima azienda può dedicarsi alla cerealicoltura o ad altre coltivazioni e contemporaneamente all’industria dei latticini, che è abbastanza presente nella Campagna Romana e nell’Agro Pontino.

    I bovini sono in tutta la regione in costante ma non cospicuo aumento: 195.800 nel 1908, 188.000 nel 1930, 291.000 nel 1950, 345.000 nel 1961; tutto l’altro bestiame è in diminuzione, assai notevole per gli ovini (oltre 1.463.600 nel 1930, ancora circa 1.248.000 nel    1950 e 607.000 al 1961), per i caprini (68.000 nel 1930, 158.000 nel 1950, 46.400 nel 1961) e ancor più per gli equini (164.300 nel 1930, 81.100 al 1961); oscillante è il numero dei suini (176.000 nel 1930, 204.000 nel 1950, 160.200 nel 1961). La consistenza del patrimonio zootecnico delle province laziali risulta da una tabella alla fine del volume.

    Per quanto riguarda i bovini la densità per kmq., in linea generale, cresce in media procedendo da nord a sud, ma raggiunge il massimo nella provincia di Latina che comprende le più ampie aree di bonifica recente. Il numero delle vacche supera sempre quello dei buoi: (33% di vacche in provincia di Roma, il che è giustificato dalla grande richiesta del latte per la capitale). Ma nonostante il progresso fatto, resta pur sempre che il Lazio ospita meno del 4% di tutti i bovini italiani e con una media di 20 capi per kmq. rimane al disotto di tutte le altre regioni dell’Italia centrale e supera di poco l’Abruzzo (18). Il margine per un ulteriore progresso appare ancora molto largo; cominciano solo da poco tempo, come si è già notato, a vedersi fattorie specializzate nell’allevamento bovino, soprattutto delle vacche da latte; la maggiore è forse quella di Torrimpietra nella Campagna Romana, larga dispensatrice di latte alla città.

    Per gli ovini (più dell’85% pecore) la diminuzione colpisce più o meno tutte le regioni italiane; nell’ultimo decennio essa è stata nel Lazio del 50%, superiore assai al decremento medio di tutta l’Italia (40%), decremento al quale nessuna regione si sottrae. Poco più del terzo degli ovini erano nel 1961 in provincia di Roma (37%), il che darebbe un carico di 80-82 ovini per kmq., ma in realtà il carico è molto maggiore perchè si sa che la massima parte degli ovini, forse i tre quarti, è nell’Agro Romano, cui si può attribuire all’incirca un’area di 2000 kmq. ; in tal caso si arriverebbe ad una cifra quasi doppia di quella sopra indicata (150-160 ovini per kmq.). Quanto ai confronti con epoche passate si deve tener presente che i computi danno risultati molto diversi a seconda della stagione nella quale essi sono fatti: d’inverno

    o in primavera quando gli ovini transumanti dalle montagne abruzzesi sono scesi in pianura, ovvero d’estate quando essi sono tornati in montagna. Né vi è possibilità di coordinare dati sicuri sugli spostamenti che avvengono dai monti al piano e viceversa, ma entro i confini della regione laziale, da quelli che avvengono tra l’Abruzzo e il Lazio o, in ogni caso, fra regioni diverse. Forse non meno del 40% degli ovini del Lazio sono oggi stanziali e il numero tende a crescere: dei transumanti forse 200.000 salirebbero ai monti d’Abruzzo, 90.000 nelle Marche, 70.000 nell’Umbria.

    Le greggi lasciano il piano nei mesi di maggio-giugno e fanno ritorno per lo più in settembre. Ma le caratteristiche della transumanza sono molto mutate da che essa si va sempre più orientando verso i mezzi di trasporto meccanici, soprattutto la ferrovia, ma anche l’autocarro. Le statistiche dei trasporti per ferrovia non sono pubblicate e pertanto manca il modo di misurarne l’entità. Certo è peraltro che lo spettacolo delle folte, numerosissime schiere di pecore marcianti sotto la guida dei pastori e l’assidua vigilanza dei cani lungo le antiche vie consolari del Lazio, fermandosi ogni tanto a brucare il pascolo circostante, appartiene ormai al passato.

    Per quanto riguarda i suini, il Lazio complessivamente ne possedeva — come si è visto — nel 1961 appena 160.200, cioè quasi il 4,5% di tutto il patrimonio italiano. L’Emilia, su un’area di un quarto maggiore, ne possiede oltre il quadruplo. Il patrimonio suino laziale è oscillante (168.000 nel 1957, 180.000 nel 1958); ma nel complesso tende ad aumentare, nonostante l’elevato costo dell’allevamento. Ma i metodi di questo sono spesso arretrati. Antico è l’uso, molto diffuso ancora nella Tuscia Romana, nella valle dell’Aniene e altrove, di ospitare i suini in capannucce o in grotte associate come in singolari villaggi, alla periferia dell’abitato o anche sotto di esso, se il caseggiato è disposto in alto su rupi a picco, perforate alla base da grotticelle: lo spettacolo è quanto mai curioso. Nelle regioni di bonifica recente, come la Pianura Pontina e la Maremma Laziale, invece, ciascun podere ha il proprio o i propri maiali tenuti in ricoveri che fanno parte del rustico.

    I suini vengono nutriti con mais, con residui vari di prodotti agricoli ed in questi casi sono consociati nelle aziende agricole; in regioni montuose vengono nutriti ancora con ghiande, ecc.

    Quanto agli equini, si può, in un’opera come la presente, limitarsi a segnalare la loro più o meno intensa diminuzione (nel periodo 1930-61 è stata superiore al 50%) soprattutto con la diffusione dei trasporti meccanici per vari usi, facilitata altresì dalla nuova rete stradale creata dagli Enti di bonifica. Oltre la metà dei cavalli è diffusa in provincia di Roma, come l’asino in provincia di Frosinone, che sono ancora di valido aiuto all’agricoltore. Il mulo, che trovava frequente ed utile impiego nelle regioni di montagna, va gradualmente riducendosi per le strade aperte dai consorzi di bonifica montana e per la riduzione dei boschi e delle carboniere (per es., negli Ausoni ed Aurunci).

    Fra gli animali domestici di grandi dimensioni ignoti al Lazio come a tutta l’Italia nell’età antica, uno solo può ancora ricordarsi, il bufalo, che si vuole importato dai Longobardi nel secolo VI (secondo altri però è di origine autoctona). Nel Lazio ebbe una notevole diffusione all’epoca delle paludi di Maccarese e Pontine tanto da essere immortalato nelle tele di diversi pittori (E. Coleman, D. Cammellotti, ecc.) e in vari scritti. Essi venivano impiegati per ricavarne il latte, per il trasporto di materiali nei lavori agricoli e principalmente per i lavori di spurgo dei fiumi e dei canali ingombri di vegetazione acquatica, che si affoltiva così rapidamente da rendere necessaria l’estirpazione varie volte l’anno. Nelle Paludi Pontine circa 2000 bufali, suddivisi in gruppi di 50 ciascuno, provvedevano allo spurgo di una rete di oltre 130 km. di canali, alcuni dei quali erano navigabili. Dominatori dell’ambiente malarico, davano con la loro presenza una caratteristica impronta al paesaggio paludoso e desolato : vivendo in mezzo ai pantani « affondati nella melma insino al petto, con le grosse teste deformi, con gli occhi fluttuanti in una sonnolenza selvaggia, pareano scolpiti nel granito » (E. Scarfoglio), quasi simili a « irosi mostri profondati nel lutulento pascolo che s’inselva di corna » (D’Annunzio).

    Nel Lazio i bufali, che durante i primi decenni di questo secolo erano quasi 4000, si ridussero verso il 1930, quando la bonifica ormai aveva investito le aree fino ad allora malsane, a meno di 2000. Oggi non si hanno più di 3650 capi (quasi il 70% in provincia di Latina). L’allevamento, circoscritto principalmente nelle province di Latina e Frosinone, è passato, come in varie altre zone dell’Italia meridionale, da brado a semibrado e stabulato, e tende per lo più alla raccolta del latte con il quale si preparava e si prepara un ottimo formaggio (mozzarella).

    I prodotti dell’allevamento sono principalmente le carni, il latte e la lana.

    Nel 1961 furono macellati nel Lazio oltre 180.200 bovini, corrispondenti a un peso morto di quasi 331.300 q., circa 320.300 ovini e caprini (peso morto 25.500 q.), 214.600 suini (peso morto oltre 203.500 q.) e 38.400 equini (peso morto 65.300 q.). Per i bovini introdotti nella sola Roma, meno di un terzo proveniva dal Lazio, per i suini un quantitativo molto minore; per gli ovini solo un terzo o poco più della carne macellata proverrebbe, secondo un’indagine che non è peraltro recentissima, dal Lazio.

    Per il latte nel 1961 si ottennero nel Lazio 2.616.000 q. da vacche e bufale, oltre 257.000 da pecore e capre; questi trasformati per più di tre quarti in formaggi, ecc., i primi (dai bovini) solo per poco più di un terzo. Ma è noto — e lo vedremo trattando della città di Roma — che la richiesta di latte e latticini è grandissima, ed a colmare il deficit affluiscono i prodotti da ogni parte d’Italia, soprattutto dalla Lombardia, Toscana, ecc.

    Di lana (sucida) il Lazio ricavò dal suo patrimonio ovino e caprino 2.527.000 kg. circa, pari a quasi un quinto dell’intero prodotto italiano; la regione è al primo posto in Italia superando anche, se pur di poco, la Sardegna. Ma in passato la qualità della lana prodotta era scadente: il bestiame ovino e caprino si allevava principalmente per carne e latte; i periodici spostamenti mantenevano le razze in condizioni di mediocrità. Solo da quando si è diffuso l’allevamento stanziale, si vanno introducendo razze che possono fornire lana più pregiata.

    Il bosco

    Le statistiche più recenti (1962) danno per il Lazio 357.315 ha. di superficie boscata, pari ad un quinto o poco più dell’area totale. Si tratta nella quasi totalità dei boschi qualificati come di latifoglie; le conifere si riducono quasi soltanto alle brevi strisce di pinete litoranee. In complesso la superficie boscata del Lazio è appena il 6,1% della totale italiana, mentre la percentuale è per tutta l’Italia del 19,3. L’ubicazione delle principali aree boscate risulta dalla carta dell’utilizzazione del suolo e dalle poche parole già dette a commento di essa. L’area tende negli ultimi anni piuttosto a contrarsi — sia pure in ridotta misura — nel Lazio. Dei boschi puri (cioè occupati per almeno nove decimi da una singola specie) oltre una metà sono cedui semplici, più di un quarto sono fustaie, un altro sesto cedui composti (fustaie e cedui semplici). Più del 40% sono i boschi di querce; seguono faggete e castagneti. Nel 1961 si ricavarono in complesso dai boschi oltre 169.200 me. di legname da lavoro, quasi 342.600 tonn. di combustibile di legna e 5230 tonn. di carbone vegetale.

    Questi — e non vogliamo aggiungere altre cifre — i dati bruti. Ma nella totale area boscata è compresa anche la macchia e crediamo che la contrazione di quell’area si debba principalmente alle vaste fasce di quella formazione che soprattutto nelle zone litoranee e sublitoranee sono estirpate, utilizzando il prodotto per farne combustibile. La quantità annua di legname da lavoro e da ardere non mostra negli ultimi anni variazioni di notevole rilievo. Ma comunque il Lazio non contribuisce per più del 6% alla produzione totale italiana del legname da lavoro, di cui il nostro paese è notoriamente deficitario, e per poco più del 5% alla produzione di combustibili vegetali.

    Tra gli altri prodotti dei boschi si annoverano in prima linea le castagne (170.000 q., circa il 12% della produzione italiana), le ghiande (146.000 q.), i pinoli e piccole quantità di sughero (8800 q.).

    Un po’ di storia, per quanto è possibile in una pubblicazione come la presente, non si è mancato di fare altrove del bosco, se non altro per mostrare che il mantello forestale subì, nel corso dei secoli, alterne vicende di contrazione e deperimento, di ricostituzione e conservazione. Ma da vari secoli il deperimento è stato quasi ovunque nel Lazio continuo e, ancor più gravemente, nelle regioni subappenniniche, determinando condizioni malamente riparabili (per es., gli Aurunci si presentano oggi in gran parte brulli). Il rimboschimento nel Lazio montano calcareo è, dunque, un problema di fondamentale importanza non già per aumentare i prodotti utilizzabili, ma bensì per evitare un ulteriore deterioramento del terreno, per proteggerlo dall’erosione, per regolare i corsi d’acqua montani. Il problema, come è ben noto, riguarda tutta l’Italia alpina e quella appenninica: i danni prodotti da diboscamento sono manifesti, per quanto lo scrivente ha potuto constatare, nei Lepini, nei Sim-bruini, nell’alto bacino dell’Aniene. Ma uno studio generale sul problema quale si presenta nel Lazio non è stato ancora eseguito.

    Carbonaia presso il Monte Rocca Romana (Lago di Bracciano).

    Il porto peschereccio di Gaeta.

    La pesca

    La pesca ha una parte modesta nell’economia laziale (i), e per di più, stando alle statistiche di qualche anno fa, la produzione, per quanto riguarda i pesci veri e propri, tendeva progressivamente a diminuire: da circa 113.500 q. nel 1956 a meno di 78.700 nel i960, una diminuzione dunque del 30% in cinque anni. Ciò corrisponde solo parzialmente ad una diminuzione del totale italiano o anche solo del litorale tirrenico dove la riduzione non è stata in quel periodo superiore al 10%. Ma poi la produzione laziale è risalita e, sempre per quanto riguarda i pesci veri e propri, è passata da quasi 124.000 q. nel 1961 a circa 129.500 q. l’anno seguente; nel contempo è rimasta stazionaria la produzione del litorale tirrenico e si è ridotta quella italiana.

    (1) Il reddito della pesca nel 1962 è risultato in cifre assolute di 3.217 milioni (5° posto del Lazio fra le regioni italiane), ripartiti solo fra la provincia di Roma (2.653 milioni) e quella di Latina (564 milioni).

    « Lavoriero » per la cattura del pesce sul Lago di Fogliano.

    In complesso il Lazio concorre per l’8,8% alla produzione totale italiana di pesce; si può aggiungere la pesca dei molluschi e crostacei per cui la compartecipazione del Lazio è peraltro ancora minore.

    Le cause di questa condizione di cose sono molteplici e diverse. Alla modesta pescosità delle acque laziali (a differenza di quelle tra la Toscana e la Corsica), soprattutto per la profondità e natura dei fondali, si aggiunge che la pesca è — come bene ha notato A. Mori — ancora praticata in forma artigiana da piccoli gruppi di pescatori, o da imprese che possono dirsi familiari non ancora dotate di attrezzature tecniche, di organizzazione commerciale, tali da assicurare risultati economicamente convenienti.

    Le coste laziali erano fino ad un passato recente pochissimo popolate per ragioni che abbiamo altrove esposto, e sono povere di porti. I centri pescherecci si riducono a Civitavecchia, Anzio, Terracina e Gaeta, oltre a Ponza. Tranne che a Gaeta e a Ponza, molti dei pescatori non sono del luogo: colonie di Gaetani e Pon-zesi in piccoli nuclei sono sparsi per tutto il litorale. Ed i Ponzesi, che si dedicano specialmente alla pesca delle aragoste lungo il litorale tirrenico, frequentano anche le coste della Sardegna orientale e si spingono fino a quelle della Tunisia. Pescatori pugliesi e del Napoletano sono poi venuti a stabilirsi sulla costa laziale e varie famiglie sono a Terracina e a Civitavecchia. Chi esercita prevalentemente la pesca costiera e molti degli addetti — in tutto forse 4 o 5000 — non sono esclusivamente pescatori ma esercitano altre attività. La pesca meccanica è ancora poco sviluppata: i motopescherecci che possano spingersi al largo e siano dotati di mezzi per pescare a profondità notevoli sono in numero limitato relativamente ad altri centri del Tirreno (per non parlare dell’Adriatico e della Sicilia): Terracina, che conta il numero maggiore di addetti alla pesca, ne possiede ancora non molti. Gaeta ha acquistato una particolare importanza perchè è, unitamente a Livorno, sede di armamento di grandi e potenti motonavi della Società Genepesca. Alcune di esse esercitano la grande pesca, catturando il merluzzo dai banchi di Terranova fino alle acque occidentali della Groenlandia. Altre più piccole pescano lungo le coste della Mauritania e del Senegai. Parte del prodotto è poi lavorato nello stabilimento di Gaeta, gestito dalla stessa società.

    Si deve tener conto infine anche di trasformazioni recenti: il porto di Civitavecchia vive oggi di altre attività; Gaeta è diventata un porto petrolifero.

    Non vi sono attualmente tonnare in esercizio nel Lazio: tra i pesci pescati prevalgono le varie specie (circa il 73% in peso); il resto del quantitativo è dato da alici, sarde e sgombri, ecc., alcuni dei quali di scarso reddito.

    In conclusione, l’attività peschereccia è — ripetiamo — un elemento di second’or-dine nella vita economica del Lazio. Vari centri, nei quali l’economia basata sulla pesca in passato era al primo posto, traggono oggi le loro risorse dalle attività balneari o industriali, come Sperlonga, Anzio, Gaeta, ecc. Gli aspetti della vita peschereccia restano però ancora vivi a Ponza.

    Qualche interesse ha la pesca nei laghi costieri del Lazio, sulla quale abbiamo una recente indagine di C. Della Valle, ma il prodotto non sembra rappresenti oggi più dell’i% del pescato in acque salmastre italiane, mentre la superficie dei laghi laziali è circa l’1,6% dell’area complessiva di quel tipo di acque. E nel complesso la pesca è in decadenza perchè i bacini lacustri da tempo necessitano di lavori atti a conservare l’ambiente salmastro.

    Nei quattro laghi pontini, ormai sistemati anche per quanto riguarda le loro condizioni biologiche, la pesca avviene prevalentemente con lavorieri, non dissimili da quelli in uso nelle acque venete: si pescano cefali, anguille, spigole. Dopo un massimo di circa 740 q. raggiunto nel 1954 si è scesi a 450-550 negli anni successivi, ma la crisi sembra in via di essere superata. Nel Lago di Sabaudia, dove si è costituita una particolare azienda vallicola che si propone di sistemare il lago razionalmente con criteri moderni agli effetti della pesca, si pescano prevalentemente cefali, anguille, spigole e si è sviluppato un notevole allevamento di mitili.

    Nel Lago di Fondi, che ebbe in passato una certa importanza, la pesca è negli ultimi anni diminuita in modo impressionante: dai 350 q. annui è scesa a meno di 50 nel i960. Ma alternative di periodi floridi e periodi magri sembra siano normali in questo lago. Minore è il pescato annuo nei laghi Lungo e di San Puoto.

    La pesca viene praticata — come si è già detto nel capitolo IV — anche nei laghi craterici laziali. Al fine di tutelarne la fauna ittica (in particolare quella di Bracciano) ed il ripopolamento, sono in corso da parte dei competenti organi tecnici dello Stato semine di quelle specie di pesci che risultano più adatte all’habitat lacuale: coregoni, lucci, anguille, persici, ecc. Nei laghi non litoranei le statistiche ci fanno conoscere che la pesca risulta ogni anno intorno ai 6500 q. (di cui 5000 nei laghi del Viterbese).

    La caccia

    La caccia ha nel Lazio una tradizione antica poiché le ampie distese di boschi e paludi, fittamente popolate di cervi, daini, cinghiali, ecc. rendevano il territorio ambiente particolarmente idoneo alla sosta ed alla riproduzione della selvaggina. Senza voler riandare molto indietro nella storia della caccia nella nostra regione, possiamo ricordare che sotto il pontificato di Leone X (1513-21) gli Statuti Capitolini prevedevano un premio di 10 soldi « provisini » per chiunque avesse ucciso un lupo dentro la cerchia delle mura di Roma!

    Ma oggi le bonifiche, i fenomeni urbanistici e demografici, le opere di valorizzazione agricola e turistica hanno profondamente mutato il volto della superficie laziale; solo la posizione geografica assicura, infatti, a questa regione ancora quella varietà di ambienti naturali che costituiscono il primo e fondamentale presupposto alla sosta ed al soggiorno delle specie faunistiche. Così sui più elevati rilievi dei Lepini, Ausoni ed Aurunci, ecc., è rappresentata la superba coturnice; abbastanza frequente a quote inferiori ed in tutta la zona collinosa — con eccezione della pianeggiante fascia pontina — la starna. Frequente ovunque la lepre, ed il tasso nei boschi. Ricca è quindi la selvaggina stanziale. Ma anche nei riguardi della migratoria la regione laziale è favorevolmente avvantaggiata per la sua posizione, rispetto agli itinerari delle correnti migratorie, che le consente di ospitare, nei periodi primaverili ed autunnali della trasmigrazione, notevoli gruppi di selvatici di passo. Importante a questo proposito è la presenza nel territorio laziale di due aree vietate alla libera caccia, quali sono la riserva presidenziale di Castel Porziano ed il Parco Nazionale del Circeo.

    Caccia alle folaghe sul Lago di Bracciano

    Tra gli uccelli migratori va ricordata la beccaccia che trova ancora nei residui lembi della macchia, nelle « spallette », nei « carracci » validi punti di appoggio nel suo viaggio autunnale. La ricca presenza dei corsi d’acqua, la varietà dei laghi costieri e gli stessi comprensori di bonifica più recenti fanno sì che — sebbene in misura notevolmente ridotta rispetto all’epoca pre-bonifica — il Lazio abbia ancora il passaggio di palmipedi e trampolieri, anatre e beccaccini, pivieri e pavoncelle. Favorita è ancora la regione per la lunga marittimità delle sue coste che la pongono sulla direttrice di volo delle quaglie e tortore, reduci dall’Africa per lo sverno. Notevole ancora la presenza nel territorio laziale di selvaggina minore, incrementata per quanto riguarda il tordo dall’abbondanza di edere ed olivi — cibi preferiti — e per l’allodola dall’ampia estensione delle aree a seminativo.

    L’attività venatoria locale, attualmente, è abbastanza efficiente e rappresenta, sotto il profilo economico, una modesta ma interessante fonte di benessere, specie in provincia di Latina, per il continuo flusso di cacciatori dalle limitrofe province.

    Viene praticata nei modi più diversi, col fucile, con le reti, con il vischio, con la civetta e un po’ dovunque. Assume, la caccia, aspetti particolari nella provincia di Latina, dove si fa anche in « botte », perchè l’appostamento alle anatre e alle folaghe, particolarmente numerose in inverno nella zona del Lago di Fondi, avviene da un tino affondato nel fango e nascosto fra i canneti. Ancora la caccia si fa da sopra un sandalo, barca a fondo piatto, che traversa il lago. Una delle più tipiche figure, che la trasformazione delle zone paludose ha fatto scomparire dalla regione Pontina, era l’accavallatore : cacciatori di mestiere traevano dalle risorse della selvaggina acquatica, abbondante durante l’inverno, i mezzi di esistenza e, per accostarsi alla preda, usavano nascondersi dietro ad un cavallo abituato allo sparo del fucile.

    In gran parte delle altre province laziali — dove non mancano le riserve — e nelle stesse Isole Ponziane la caccia viene esplicata in misura minore per la non rilevante presenza della selvaggina ed assume quindi carattere squisitamente da diporto.

    Le licenze di caccia ammontano nel Lazio (i960) a 76.600 (di cui 76.232 per armi da fuoco), che nella ripartizione per province sono così distribuite: Roma n. 46.240, Viterbo n. 10.023, Frosinone n. 8575, Rieti n. 5968 e Latina n. 5794. Le altre licenze, non per armi da fuoco, sono per uccellagione con reti e per appostamenti fìssi. Il numero delle riserve di caccia — 75 in tutta la regione, delle quali 5 in montagna, 41 nella collina interna, 9 in quella litoranea ed altre 20 in pianura, e per un’area totale di oltre 68.200 ha., pari al 4,3% della superficie agraria e forestale (la media italiana è pari al 5,3%) — conferma ancora la non notevole rilevanza economica di questa attività.