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Storia della Puglia

    Richiami al passato

    La Puglia preistorica

    La Puglia preistorica presenta caratteristiche di notevole importanza locale e generale, per l’evoluzione autoctona delle sue culture e per i rapporti di convergenza che manifesta dal Neo-eneolitico con le civiltà fiorenti nel Levante mediterraneo, specialmente a Creta. Gli aspetti tipici di talune evoluzioni, hanno indotto a riconoscere una civiltà Apulo-materana, uno stile vascolare apulo, mentre alcuni autori, come il Puglisi, coniano una terminologia improntata a particolare industria locale (il « sipontiano »), e come il Battaglia, che ritiene il « garganico » sinonimo di « campignano ».

    La più antica cultura umana, come la paleolitica e quelle successive, compaiono in Puglia con vigorosa espressione soprattutto nelle grotte delle coste attuali del Canale di Otranto (Grotta Romanelli, ecc.). Queste grotte furono utilizzate dall’uomo come abitazioni quando il mare era distante dall’odierna linea di costa. Si ritiene che ciò sia stato possibile durante un periodo particolarmente freddo, con scarsa piovosità e scarso apporto fluviale. Le acque meteoriche, appunto per il freddo, erano consolidate nelle calotte glaciali e nei ghiacciai enormemente più vasti degli attuali. Basti pensare che le fronti dei ghiacciai alpini giungevano ancora ampie e possenti, nella stessa Pianura Padana.

    Questi periodi di intenso freddo, accompagnati da così vistosi fenomeni, sono stati denominati glaciazioni.

    Iniziava l’ultima glaciazione, detta wiirmiana, quando l’uomo abitò o utilizzò talune grotte pugliesi, ora costiere. Infatti nella Grotta Romanelli, che si apre sul Canale di Otranto tra Castro Marina e Santa Cesàrea Terme, è stata rinvenuta una sedimentazione umana oltremodo significativa, che ha per base una formazione late-ritica di clima caldo, seguita da una stratificazione di terre brune, tipiche del clima freddo. In assoluta concordanza con quest’ultima è la fauna ivi rinvenuta, esaltata dalla presenza del grande pinguino artico, l’Alca impennis.

    I manufatti consistono principalmente in lame litiche strette a sezione trapezoidale, in lame con incavo ritoccato, a punta, ecc. Nelle pareti della grotta sono stati incisi disegni zoomorfi ed antropomorfi, con una stilizzazione che desta meraviglia per la forza di sintesi concettuale e figurativa.

    Nella Grotta delle Mura, a Monopoli, Franco Anelli ha rinvenuto nell’area di superficie, manufatti da attribuirsi ad età protostorica (VII secolo a. C.), nella terra bruna manufatti neolitici, e nelle argille chiare manufatti del Paleolitico superiore. È interessante osservare che molte delle grotte pugliesi esplorate, presentano, a partire dal Paleolitico, una continuità di vita priva di iati.

    Un più remoto Paleolitico (Clactoniano) sarebbe invece espresso dai manufatti litici garganici rinvenuti presso i due torrenti Corrcntino e Romandato, ove anche lo scrivente ha raccolto questo antichissimo materiale litico, documento della presenza delle più antiche stirpi umane in terra di Puglia.

    Un problema pugliese ancora controverso riguarda il Mesolitico, che è anticipato dai microbulini geometrizzati della Grotta Romanelli. Ciro Drago riferisce a tale periodo, naturalmente con riserva, i manufatti rinvenuti nella Grotta Drisiglia, nel Gargano, tra»Pèschici e Vieste, e i manufatti di Macchia a Mare, località pure del Gargano settentrionale tra San Menaio e Pèschici, resa celebre dalle ricerche di Raffaello Battaglia.

    Anche discusso è il Neolitico pugliese, dal momento che « non è stato ancora rinvenuto in Puglia un abitato o una tomba che possa con tutta sicurezza attribuirsi al neolitico puro; e per quanto l’esistenza di questa civiltà sia sempre teoricamente ammissibile, moltissime sono al contrario le stazioni neo-eneolitiche ed il loro complesso culturale ci appare, quasi all’improvviso, ben distinto e determinato nei suoi vari elementi essenziali ». Questa riserva sembra confermata dal fatto che talune culture, come quella del Campignano, tanto diffusa nel Gargano, dal neolitico inferiore si estendono non solo all’eneolitico ma alla stessa prima età del bronzo.

    Mentre le popolazioni del Paleolitico attendono alla caccia ed alla raccolta, dal Neolitico in poi si sviluppa una prevalente economia basata sull’agricoltura e sull’allevamento. Le manifestazioni culturali più importanti, sono state sinora osservate nel Gargano meridionale a Coppa Avatra e a Coppa Masselli. Qui la fotografia aerea ha rivelato grandiosi recinti di pietra, che sono forse i resti di due grossi agglomerati rurali-pastorali e risalgono probabilmente al Neolitico.

    La fotografia aerea ha consentito di rilevare nel Tavoliere di Puglia una documentazione preistorica e storica del massimo interesse. Dalle fotografie eseguite dalla RAF, John Bradford ha ricavato che nel Tavoliere di Puglia, e soprattutto nei margini rilevati del medesimo, esistono i residui di circa 200 insediamenti neolitici. Si tratta di aree circolari od ovali definite da una o più cerchie di muri a secco, spesso di rinforzo a terrapieni artificiali, che racchiudono resti di capanne. Le fotografie sono così nitide, sebbene tutto il materiale archeologico sia sepolto sotto una coltre di terra spesso variamente coltivata, che è possibile ricostruire anche nei particolari questi tipi di villaggi, e riconoscere che il vigneto era la coltura prevalente nelle vicinanze del medesimo.

    Questi villaggi giacciono su una piattaforma subcircolare, e sono circondati da ampi fossati, il cui numero arriva fino ad otto. Entro i recinti si riconoscono le capanne, che formano un complesso molto simile a quello degli aggruppamenti elementari africani basati su un’agricoltura mista. Si può logicamente dedurre che questi villaggi erano stati eretti per assicurare la vita privata, depositare le derrate e custodire il bestiame.

    La “Tebaide pugliese” a Massafra rivela il tipo di un insediamento preistorico troglodita.

    Il Bradford accenna a fenomeni analoghi nelle Murge e nel Salento, ma non offre indicazioni precise. Per queste zone la documentazione è ancora frammentaria e sporadica, nel senso che si limita a reperti casuali di singole entità archeologiche, come una tomba, una capanna, un giacimento di manufatti litici in grotta o in riparo sotto roccia.

    Nella preistoria pugliese, figurano con documentazione neolitica di agricoltori ed allevatori le seguenti località: nelle Murge, il Pulo di Molfetta e zone adiacenti, la Grotta dei Colombi e la Grotta del Guardiano a Polignano a Mare, la Grotta delle Mura di Monopoli. Nel Salento, in ordine alfabetico, ricordiamo talune località come Badisco, Campi, Lecce, Nardo, Nòvoli, San Pietro in Lama, Sternatìa, Surbo, Taviano, Tuglie, Ugento, Uggiano, Veglie.

    Le grotte che hanno fornito pure orizzonti neolitici sono la già citata Grotta Romanelli, le vicine Palombara e Zinzulusa, e la Grotta del Diavolo a Santa Maria di Leuca. Elenco che, ovviamente, va arricchendosi giorno per giorno, ma che è ancora scarsamente importante, perchè si tratta di enucleazioni di orizzonti — e non di giacimenti tipici — con larghissime zone d’ombra, non sempre soltanto marginali.

    Menhir lungo la strada Bari-Bitonto.

    L’Eneolitico pugliese offre riferimenti più precisi a cominciare da circa 5000 anni or sono. Dalla Puglia settentrionale possiamo ricordare tutte le più note località preistoriche del Tavoliere e del Gargano, e andando verso sud i villaggi preistorici di Molfetta, di Terlizzi, di Serra d’Alto nelle Murge Materane, di Altamura. Particolarmente studiato è stato il villaggio di Francavilla Fontana, con capanne forse costruite in argilla con pianta circolare e volta ogivale: tipo primitivo questo dell’architettura paleomediterranea — osserva R. Battaglia — che, tradotto in pietra, persiste ancora nella Puglia, nell’Istria, in Spagna, nelle ben note capanne monocellulari col tetto in aggetto a falsa cupola.

    Nel Salento, alle località neolitiche citate, possiamo aggiungere le seguenti, eneolitiche, in ordine alfabetico: Diso, Galatina, Minervino di Lecce, Patù (Veretimi), Rocavecchia, Rudiae, San Cataldo, Scoglio del Tonno, Scorrano, Soleto, Torre dell’Orso, Vanze-Acquarica. Tra le grotte ricordiamo ancora la Grotta del Diavolo presso il Capo, le cavernette di Otranto e quelle di Gallipoli.

    Il dolmen di Bisceglie.

    Ma la suggestione maggiore della cultura preistorica pugliese è offerta dalle specchie, dal dolmen e dal menhir, diffusi in Puglia soprattutto a sud dell’Òfanto. Le specchie sono cumuli enormi di sassi, che raggiungono persino i 12 m. di altezza; esse, secondo molti autori, servivano come luoghi di avvistamento (speculae). Esistono invece « piccole specchie », che erano praticamente delle tombe a tumulo, come la piccola Specchia Petruse, presso Vanze (Lecce).

    Il dolmen è tomba costituita da un recinto sub-circolare di lastroni conficcati verticalmente, sui quali poggia un’ampia lastra calcarea monolitica a guisa di terrazzo.

    Il menhir è un monolite all’incirca parallelepipedo alto oltre 2 m., conficcato nel suolo verticalmente. Sembra che si tratti di pilastri votivi innalzati alla divinità: sarebbero quindi primitivi e rozzi obelischi. Comunque questi monumenti rientrano nel più vasto quadro dell’Eneolitico mediterraneo, data la grande diffusione di eguali manifestazioni architettoniche rinvenute in tutta l’Europa.

    A secoli più vicini a noi si collegano quelle tombe ove si inumava col sistema del rannicchiamento : esse sono di tipo siculo. Di simili tombe è stata data una documentazione esauriente e convincente attribuendole al secolo XX avanti Cristo. Con questa affermazione archeologica inizia la protostoria, perchè i Siculi nell’Italia meridionale sono già documentati dalla tradizione storica scritta (Franco Biancofiore).

    I Siculi giungono in Sicilia, secondo lo storico Ellanico, scacciati dall’Italia meridionale, prima dagli Iapigi e poi dagli Ausoni. Non c’è difficoltà nell’accogliere questa tradizione confermata peraltro nelle linee generali dall’autorità di Tucidide, di Fili-sto e di Antioco di Siracusa. L’archeologia ha ormai dimostrato che si deve fare maggiore affidamento nella tradizione letteraria, pur disorientata nella nebulosità delle più antiche leggende, che la tendenza ipercritica aveva ingiustamente relegato nel mondo della pura fantasia.

    Il dolmen Placa a Melendugno.

    Anche gli Ausoni sarebbero stati sconfitti dagli Iapigi o Apuli (i termini sono identici), che avrebbero in tal modo affermato il loro predominio in gran parte dell’Italia meridionale e avrebbero conferito il loro nome all’estrema regione sud-orientale d’Italia. L’attuale Capo Santa Maria di Leuca aveva infatti mantenuto anche durante la romanità la denominazione di Promontorium Iapygium.

    Gli Iapigi o Apuli — è questa la tradizione più diffusa — sarebbero venuti in Puglia dall’Italia settentrionale, seguendo la costa adriatica per terra e per mare. E probabile che essi abbiano scacciato dalla Puglia le stirpi indigene dei Siculi, dei Chònes e dei Morgeti, e che uniti con altri indigeni abbiano formato le stirpi dei Dauni e dei Peucezi. Un solo popolo forse riuscì a mantenere la sua individualità etnica, i Messapi, che abitavano il Salento.

    In sintesi, la situazione etnico-politica della Puglia, quando i contatti con l’ellenismo la dischiusero alla storia, era la seguente: gli Apuli-Dauni occupavano tutta la Puglia settentrionale sino al fiume Ofanto; gli Apuli-Peucezi o Pediculi si estendevano nelle Murge, a sud delle quali erano stanziate le popolazioni messapiche.

    Tombe messapiche a Manduria.

    Ellenismo e romanità in Puglia

    L’ellenismo cercò la fratellanza con le popolazioni indigene creando leggende o esagerando incerte tradizioni di contatti antichissimi, per cui Japige sarebbe stato figlio di Dedalo. Minosse avrebbe fondato Monopoli e Diomede sarebbe venuto in Puglia come alleato di Dauno. Sposata Drionide, la figlia di Dauno, egli avrebbe fondato molte città nel Tavoliere e nel Gargano. Il Salento avrebbe invece accolto un eroe troiano, Idomeneo, che avrebbe fondato Otranto, Castro, Galatina, Diso, Soleto, Nardo, ecc. I Messapi stessi avrebbero avuto antica origine da Rodi. Diomede ebbe un vero e proprio culto, che si diffuse da Canosa fino a Benevento ; Cassandra fu molto venerata nella scomparsa Salapia.

    Ruderi di età romana a Egnazia.

    Ceramica pugliese nel museo di Bari.

    I contatti con il Levante in generale e con l’ellenismo in particolare furono molto intensi, e la tradizione letteraria che accenna alla fondazione di colonie e di empori, è confermata dalle scoperte archeologiche. Non dobbiamo dimenticare che le due terre divise dall’attuale canale di Otranto si vedono reciprocamente ad occhio nudo. Dicono i marinai che durante la stagione estiva la rotta può essere facilitata, anche durante la notte, dai bagliori degli incendi, che per autocombustione sono ora più frequenti nella sponda orientale (specialmente estate 1959), ma che dovevano essere egualmente frequenti nel settore costiero pugliese quando i boschi vi erano più estesi.

    L’affermazione della civiltà ellenica in tutta la Puglia è testimoniata dall’arte e dall’architettura, dai culti e dalle monete. Un’autoctonia è sempre adombrata come linfa subalvea che scorre perenne a caratterizzare ogni manifestazione materiale e spirituale della stirpe; ma il clima è quello comune alla Grande Grecia: grande nello spazio e nel tempo.

    I popoli della Puglia nel VI secolo avanti Cristo.

    La Puglia augustea.

    La Puglia intorno al 1000.

    La Puglia nella prima metà del secolo XVII.

    Uno dei più significativi e singolari esempi del connubio ellenico-indigeno è offerto dall’adozione dell’alfabeto greco da parte dei Messapi, col quale però espressero la propria lingua, che per noi è ancora incomprensibile.

    Le fondazioni di colonie non sono state così numerose come in Calabria e in Sicilia : i Cretesi fondarono Otranto, i Rodii fondarono Elpie poi detta Salapia, genti venute dalla Laconia fondarono Taranto. Di due colonie di origine siracusana (Siracusa era di fondazione corinzia), del tempo di Dionisio secondo, non si hanno precise notizie.

    Taranto, sorta verso il 705 a. C., fondò a sua volta Gallipoli. Taranto florida di commerci e adorna di studi, faro di civiltà, si trovò ben presto in lotta con le popolazioni indigene, che hanno sempre dimostrato di non poter tollerare una supremazia politica straniera. Nel 473 a. C. gli Iapigi sconfissero Taranto; Erodoto che pure è lo storico delle guerre persiane, ricorda questa sconfitta come la più grande subita sino allora da genti greche. Ma gli Apuli non furono sempre così uniti; anzi talvolta, Dauni e Peucezi, alleati coi Tarantini, sconfissero i Messapi.

    Vedi Anche:  Origini del nome e vicende territoriali

    I contatti fra Apuli e Romani si ebbero nel IV secolo a. C. durante le guerre san-nitiche, e rispondevano ad un evidente piano strategico di assedio economico dei Sanniti nelle loro montagne per impedire ogni approvvigionamento dalla pianura e lo sverno del bestiame ovino.

    Canosa, Erdonia e Lucerà (colonia romana dal 314 a. C.), minacciate dai popoli della montagna, furono le prime alleate dei Romani, i quali non erano meno feroci in guerra degli stessi Sanniti. Le terribili vittorie dei Romani indussero i Sanniti — come è stato osservato — a stringere vincoli sempre più saldi con i Tarantini e con i Lucani. Queste alleanze spostarono verso la Puglia il campo di battaglia, che si era sino allora frazionato nelle gole dell’Appennino. Gli altri indigeni nemici di Taranto, i quali il 2 agosto 338 avevano sconfitto ed ucciso in battaglia Archidamo re di Sparta presso le mura forse dell’attuale Manduria, si trovarono virtualmente alleati dei Romani.

    Ma Roma non poteva ritenersi padrona della Puglia, se non avesse sottomesso Taranto, città che godeva di un’indiscussa supremazia di prestigio. Nel 281 a. C. dieci navi romane, violando un precedente trattato, superano il Capo Lacinio e giungono in vista di Taranto. La reazione è energica ed immediata, e si conclude con l’uccisione in battaglia del comandante Lucio Cornelio, l’affondamento di quattro navi e la resa di una quinta, condotta trionfalmente in porto. Il casus belli in buona o in mala fede eccitato, era divenuto purtroppo realtà e la guerra divampò immediatamente.

    Taranto richiese l’aiuto di Pirro, re dell’Epiro, che sconfisse i Romani tra Pan-dosia ed Eraclea nel basso Sinni. Egli percorrendo da padrone l’Italia giunse sino ad Anagni, a pochi chilometri da Roma, ma dovette ben presto rientrare a Taranto. Nel 278 a. C. un’altra grande battaglia si svolse presso Ascoli Satriano con pesante strage da ambedue le parti, ma con esito incerto, perchè i Romani rimanevano padroni della Puglia settentrionale, mentre Pirro riteneva prudente ripiegare su Taranto.

    Il terribile duello rimaneva ancora insoluto. Presso Benevento, nel 274 a. C. Pirro fu irrimediabilmente sconfitto, e Taranto, minata da discordie intestine, pur ricorrendo a nuove alleanze e a nuovi compromessi, fu presa dai Romani nel 272 avanti Cristo.

    Durante l’anno 267 i consoli Attilio Regolo e Giulio Libone vincono i Salentini, e nel 266 i consoli Fabio e Iunio Pera trionfano sui Salentini e Messapi.

    Da allora i Romani divennero padroni incontrastati della Puglia. Mentre era in corso la romanizzazione dell’Italia, le guerre puniche giunsero a turbare, ma in un certo senso anche a collaudare, questo grandioso processo di fusione di stirpi diverse, che si formava nel nome di Roma. Di vittoria in vittoria, durante la seconda guerra punica, Annibale giunse in Puglia, e si accampò presso Bovino il 217 avanti Cristo. I Dauni rimasero fedeli a Roma, ed Annibale, tra l’ostilità delle popolazioni delle quali devastava le campagne, dovette ripiegare nelle montagne. Incalzato dalla necessità di vettovaglie ritornò nel Tavoliere, ove — come dice Tito Livio — le messi sono abbondanti e maturano prima. Nella valle dell’Ofanto, a Canne, il 2 agosto del 216 a. C., Annibale inflisse ai Romani la più grande e più grave sconfitta sino allora subita. Naturalmente molte città aprirono le porte al vincitore, ma fedeli rimasero Lucerà, Arpi, Brindisi, Venosa. Da Venosa, con 7000 uomini, il console Claudio

    Informi ruderi della città di Canne.

    Nerone andò contro Asdrubale e lo sconfisse sulle rive del fiume Metauro: inizio questo del declino della fortuna di Annibale e presagio del suo ineluttabile crollo finale.

    Con la successiva vittoria di Roma su Cartagine, la Puglia intera rientrò nel dominio dei Romani, che seppero compensare le città fedeli, come Brindisi, ma seppero punire aspramente le città infedeli come Taranto. La Puglia fu il molo di Roma verso il Levante, e attraverso questa regione imperniata nel porto di Brindisi, passò tutta la storia politica di Roma con le legioni vittoriose. Vi passò, tragica, la guerra civile tra Cesare e Pompeo, tra Antonio e Ottaviano. I frequenti contatti favorirono in Puglia una romanizzazione intensa e vivamente sentita, che diede frutti di materiale prosperità locale, ma che contribuì pure, in maniera determinante, al fiorire delle lettere, della filosofia e delle arti nell’ambito della stessa Roma.

    Pugliese fu il primo poeta romano di cui si abbiano frammenti letterari, Lucio Livio Andronico, vissuto nel III secolo avanti Cristo. Egli tradusse in latino l’Odissea, svelando così ai rudi Quiriti le ideali bellezze dell’epos omerico.

    Il teatro di età romana a Lecce dominato dal barocco campanile del Duomo.

    L’anfiteatro romano di Lecce.

    Pugliese fu Quinto Ennio (239-169 a. C.), nato nella scomparsa Rudiae, presso Lecce, che sentì vivo l’onore della cittadinanza romana esprimendosi in un verso che ha superato la stessa caduta di Roma: « Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini ». Egli è ritenuto da tutti i critici come « il padre della poesia latina ».

    Nipote di Quinto Ennio fu Marco Pacuvio (Brindisi, 220 a. C.-Taranto, circa 130 a. C.), che seppe far apprezzare ai Romani l’altezza della tragedia greca, derivando molti suoi acclamati lavori da Sofocle, da Eschilo e soprattutto da Euripide.

    Questi letterati pugliesi, cresciuti nell’orbita della cultura e della speculazione greca, espletarono inconsciamente la funzione specifica di trapiantare nella capitale militare del mondo antico la finezza e l’eleganza delle manifestazioni dello spirito. Soprattutto attraverso la Puglia, il Lazio agreste diventò pensoso di quei problemi intellettuali dell’umanità, che hanno costituito il giusto primato della

    civilizzazione ellenica. Fenomeno continuato nei secoli, anche nel periodo aureo quando attraverso le modulazioni di Orazio, Roma elevava alla divinità il suo Carmen Saeculare.

    Il venosino Orazio nacque il 65 a. C. nella regione augustea Apulia, e nell’urbe cosmopolita portò il buon senso pugliese, il gusto della bellezza e il culto per l’arte con la poesia ricca nella parola e polita nel metro. La musa, nei momenti di melanconica nostalgia si rifugia nella Puglia:

    Ille terrarum mihi praeter omnes

    Angulus ridet. . .

    Cosi canta il poeta (Carminimi II, 6), mentre lieve a larghe onde il Galeso defluisce al mare, le greggi dalla lana flessuosa silenziosamente si abbeverano, e nel piano circostante gli olivi ergono la loro chioma d’argento!

    L’anfiteatro romano di Lucera.

    Ingresso alla cavea dell’anfiteatro romano di Lecce.

    Il travaglio medioevale pugliese

    Il Medio Evo inizia in Puglia — come altrove — con la tragica eredità del crollo dell’Impero romano, delle sue istituzioni, dell’ordine gerarchico e di quei legami di fraternità politica e d’interesse economico che univano tutti i paesi del Mediterraneo. La frantumazione di questa unità determina l’insorgenza degli individualismi regionali, resi ancor più spiccati dal processo di travagliata maturazione che le popolazioni locali subiscono nell’amalgama con gli invasori. Invasori, naturalmente, sempre barbarici, sia che venissero dal Nord che dal Sud, sia come nemici che come amici.

    Tutta l’Italia, per la sua posizione geografica, diviene il campo di battaglia tra gli eserciti germanici volti alla conquista totale della Penisola e gli eserciti bizantini che vogliono ad ogni costo difendere la romanità; ma in particola!” modo la Puglia, più vicina a Bisanzio, risente direttamente e penosamente di questa tragica situazione divenendo zona di confine tra i due grandi rivali.

    Durante le lotte tra i Goti capitanati da Totila, e i Bizantini comandati da Belisario, caddero nelle mani dei primi Taranto e Brindisi e solo Otranto potè resistere validamente all’assedio condotto di persona da Totila. Questi, peraltro scorazzando in tutta la Puglia portò strage e distruzione ovunque, radendo al suolo fiorenti antiche città come Arpi e Manduria. La battaglia combattuta presso Taranto nel 552, e nella quale il bizantino Macario vinse il goto Raguari, attenuò il predominio germanico in Puglia. La dominazione bizantina in Puglia ebbe un periodo di tregua molto breve, perchè i Longobardi nuovi e più terribili barbari invadevano le terre d’Italia. Il Ducato di Benevento fu la base di operazione contro la Puglia, che nel secolo VII, ad opera del duca Grimoaldo, cadde in potere dei Longobardi, ad eccezione di zone costiere incentrate nei porti di Siponto, Trani, Bari, Brindisi, Otranto, Gallipoli, Taranto. In tal modo, essendo per giunta i confini molto precari e del tutto occasionali, la Puglia sottostava ancora a due padroni, soddisfacendone le brame insaziabili.

    Il colosso di Barletta come espressione della Puglia bizantina

    Il continuo stato di guerra rendeva precaria ogni opera di pace e dava luogo a frequenti recrudescenze, che si risolsero infine a tutto favore dei Longobardi, che nel 663 occuparono Brindisi, nel 675 Taranto ed Otranto, nel 690 Bari. Talune città, inserendo la propria iniziativa tra le forze opposte e svolgendo un abile giuoco di alleanze, riuscirono ad affermare una propria larva di autonomia comunale. Bari, nel 730, proclamò la propria indipendenza.

    Quasi non bastassero tanti lutti, un altro gravissimo pericolo cominciò ad incombere sulla Puglia a partire dai primi anni del secolo IX, cioè da quando i Saraceni, stanziati saldamente in Sicilia, cominciarono ad insediarsi nelle località della Penisola. Taranto divenne il caposaldo saraceno in Puglia delle scorrerie effettuate da questi sanguinari guerrieri ed audaci pirati, che seppero abilmente e con dolo trarre profitto dalle lotte fratricide condotte dai Longobardi nell’Italia meridionale.

    Bari subì un terribile sacco nell’848, e fu da allora occupata dai Saraceni, che ne fecero centro fortificato di feroci scorrerie. L’imperatore Ludovico II per ben cinque volte venne con i suoi eserciti per scacciare i Saraceni, ma riuscì nell’intento soltanto nell’871 dopo asperrima lotta. Taranto però rimaneva ancora in mano saracena.

    Dal 922 comparvero sulle coste, avidi di preda, i pirati slavi dell’Adriatico, che, con improvvisi colpi di mano, aggravavano una situazione già piena di ansia e di terrore.

    In realtà, al disopra degli accaniti ed episodici avvenimenti locali, si combatteva in Puglia una lotta ormai secolare tra Impero d’oriente e Impero d’occidente. L’affermazione di quest’ultimo era poi ovviamente desiderata dalla Chiesa di Roma, che si diffondeva dottrinalmente mediante l’opera dei Benedettini a svantaggio dei Basi-liani, protetti dai Bizantini e spesso ridotti a capillare strumento di dominazione politica. Ma invano gli imperatori tedeschi Ottone I e Ottone II perseguirono, con la diplomazia e con le armi, la mira di estendere il loro dominio in questo estremo lembo d’Italia, ove i Bizantini ebbero modo di consolidare le proprie posizioni militari, politiche ed amministrative, e di radicare istituzioni sociali che hanno avuto fondamentale e secolare importanza nell’esistenza delle popolazioni pugliesi.

    Nell’anno 1009, Melo detto anche Ismaele, capeggiò da Bari una rivolta contro i Bizantini, che sconfisse in campo aperto tra Bitonto e Bitritto. Ma la ribellione fu presto sedata e Melo fu costretto alla fuga, protetta dalle impenetrabili selve dell’aspro Gargano. Fu qui che nel 1011 Melo s’incontrò con un manipolo di Normanni, venuti dal loro lontano paese in pio pellegrinaggio al santuario dell’Arcangelo Michele ; fu qui che si stabilirono gli accordi preliminari per quelle alleanze militari che avrebbero condotto i Normanni a diventare soprattutto pugliesi e ad estendere un forte dominio nell’Italia meridionale.

    Il papa Benedetto VIII favorì l’impresa, e nel 1017 Melo sconfisse i Bizantini ad Arenula presso il Fortore, e a Civita, località attualmente presso San Paolo di Ci vitate in provincia di Foggia. Ma a Canne, nell’ottobre del 1018, Melo fu sconfitto, ed un’altra sconfitta subì ulteriormente presso Melfi.

    Queste sconfitte dimostrarono a Melo che le forze locali, per quanto generosi potessero essere gli aiuti stranieri, non sarebbero mai riuscite a cacciare i Bizantini,

    Giurdignano. Ruderi di abbazia basiliana detti Centoporte

    che, impiantati da secoli, contavano pure su forti aderenze pugliesi. Melo comprese che la soluzione doveva inquadrarsi nella tradizionale rivalità dei due imperi e andò in Germania a chiedere aiuto all’imperatore Enrico II, presso il quale trovavasi in quel tempo anche il papa Benedetto Vili. Aveva ottenuto buona accoglienza e buone promesse, quando la morte lo colpì a Bamberg nel 1020, provvidenzialmente lasciandogli intatta la fama di campione della libertà della Puglia.

    Enrico II venne in Puglia, ma privato dal lungo assedio di Troia dello slancio iniziale, rinunziò alla progettata invasione.

    Intanto quei Normanni ai quali Melo aveva indicato la strada dell’avventura militare nell’Italia meridionale, rivelavano a fianco di magnifiche qualità belliche anche precise e fortunate intuizioni politiche. Richiamati in Puglia, affrontarono i Bizantini tra i fiumi divento ed Ofanto, infliggendo loro una clamorosa sconfitta. Un’altra ne inflissero ai Bizantini, nella fatale Canne, il 4 maggio 1041 ; ne seguì un’insurrezione generale pugliese capeggiata da Argiro, figlio di Melo.

    Giurdignano. Rudei di abbazia basiliana detti Centoporte.

    Il castello normanno di Gioia del Colle.

    Argiro, presa d’assalto la città di Giovinazzo, assediò Trani, fedele ai Bizantini. Ma sia la fiera resistenza dei Tranesi, sia la scarsa attitudine dei Normanni alla paziente e logorante guerra d’assedio e la loro aperta riluttanza ad assecondare i disegni eli Argiro, indussero quest’ultimo ad accettare concilianti e vantaggiose proposte di Bisanzio per desistere da una lotta che sembrava ormai al traguardo di una vittoria definitiva. Ma i Normanni non desistettero dall’idea di sostituirsi ai Bizantini nel dominio della Puglia, e, arroccati principalmente nell’Irpinia, iniziarono un movimento di subdola penetrazione, che fece cadere ad uno ad uno nelle loro mani consistenti centri abitati. Anziché favorire nuove unità politiche, i Normanni per accattivarsi il favore delle popolazioni, crearono singole amministrazioni locali concedendo così una parvenza di autonomia.

    Vedi Anche:  Murgia e trulli

    Si oppose ai Normanni il papa Leone IX, ma fu duramente sconfitto a Civitate, e preso prigioniero. I Normanni ottennero dal Papa il perdono di essergli stati nemici e la dichiarazione di essere invece considerati vassalli della Chiesa. Nel 1056 l’occupazione della Puglia era quasi ultimata, e di tanto sangue raccolse l’eredità Roberto il Guiscardo, col titolo riconosciuto da papa Nicolò II, di «duca di Puglia». Bari, fiera e generosa, fu l’ultimo baluardo: capitolò il 15 aprile 1071 con l’onore delle armi.

    La dominazione normanna, frazionata in numerose signorie talvolta in aperto reciproco contrasto, si rivelò inadeguata agli auspicati compiti di pace. Terribile divampò la ribellione pugliese contro Ruggero II, re di Sicilia, durante le lotte accese dal papa Innocenzo II. Il re, dal 1132 dovette letteralmente riconquistare tutta la regione con forze poderose e con enorme danno. Immediatamente dopo egli dovette affrontare l’esercito di Lotario II, dal quale subì sconfitte non definitive.

    Il figlio di Ruggero II, Guglielmo il Malo, nel 1156 si recò in Puglia, di nuovo sottratta alla sua sovranità dai Bizantini, e punì soprattutto Bari con una devastazione che causò tristi conseguenze. Guglielmo il Buono, succeduto al padre nel 1166, favorì il rifiorire di Bari e di altre città pugliesi, che, come Taranto, avevano duramente risentito della rivincita normanna.

    Particolari del castello normanno di Conversano.

    La potenza sveva espressa dalla mole imponente di Castel del Monte (secolo XIII).

    L’Impero ebbe alfine la sua vittoria sui Normanni, quando Costanza, ultima erede degli Altavilla, andò sposa ad Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa. Frutto di questo matrimonio fu Federico II, che nel 1226 assunse a Foggia, il giorno successivo al suo matrimonio con Iolanda di Brienne, i titoli di « Imperatore Augusto, re di Sicilia e di Gerusalemme ». Da questo momento la Puglia rientra nel quadro delle lotte tra Impero e Papato, e mentre alcune città tengon sempre fede all’imperatore, come ad esempio Andria, altre si ribellano a lui allineandosi con il Papato.

    La Puglia durante la breve dinastia sveva ebbe modo di godere di un periodo di ricostruzione materiale e morale. I frequenti soggiorni dell’imperatore nella nostra regione, i numerosi castelli, la restaurazione e l’incremento delle città, le migliorate condizioni economiche, le iniziative di risanamento di vaste plaghe, ecc., attestano che Federico II si dimostrò verso la Puglia sollecito uomo di governo, oltre che rigido ed inflessibile soldato.

    Alla morte di Federico avvenuta nel 1250, l’erede Corrado IV era in Germania, ed assunse il comando in sua vece Manfredi, figlio naturale di Federico II, ma legittimato in punto di morte. Morto Corrado, il figlio Corradino, ereditò di diritto l’Impero; Manfredi in qualità di tutore di Corradino difese l’Impero dal Papato, ma si trovò ben presto di fronte ad enormi difficoltà, per la defezione di popolosi centri abitati come Monopoli, Brindisi, Gallipoli, ecc. e per l’intervento dei parenti tedeschi di Corradino. Manfredi riuscì a fronteggiare i suoi nemici e a sottomettere tutto il regno, finché l’u agosto 1258, fu incoronato a Foggia re di Sicilia e di Puglia.

    Il Papato sollecitò allora l’intervento di Carlo d’Angiò, che, penetrando senza eccessivi ostacoli nel regno, si diresse verso Benevento. Qui, nel 1266, avvennero il grande scontro e la sconfitta di Manfredi, determinata dalla defezione in campo delle milizie feudali.

    Corradino di Svevia, incoronato imperatore nel Campidoglio nel 1268, si recò nell’Abruzzo per riconquistare il Regno degli avi. Carlo d’Angiò sconfisse Corradino a Tagliacozzo e fece giustiziare il giovane imperatore a Napoli il 29 ottobre 1268.

    Morto a Foggia Carlo d’Angiò (1286), il figlio Carlo II continuò la politica paterna e la guerra contro i Siciliani, che, in seguito ai famosi Vespri del 1282, avevano chiamato nell’isola Pietro III d’Aragona, genero di Manfredi. La Puglia subì anche questa volta le conseguenze di una guerra sfortunata, perchè l’ammiraglio Ruggiero di Lauria nel 1285 occupò Gallipoli, Taranto, Brindisi, e Lecce.

    Intanto il centro politico del Regno si spostava verso Napoli, determinando un inevitabile declino dell’importanza della regione pugliese.

    Roberto d’Angiò, succeduto a Carlo II nel 1309, cercò di porre riparo a tante calamità facendo spesso opera di tardiva ma imparziale e ferma giustizia in campo politico, contraendo però debiti e impegni sempre più massicci con Veneti e Toscani. Il denaro era praticamente nelle mani dei Peruzzi, dei Bardi, dei Buonaccolsi e degli Acciaiuoli, ricordati come i veri padroni dello Stato Napoletano.

    Giovanna I, già sposata al cugino Andrea d’Ungheria, successe a Roberto d’Angiò nel 1343, all’età di sedici anni. La violenta morte di Andrea d’Ungheria, misteriosamente strangolato nella notte del 18 settembre 1345, richiamò sul Regno la vendetta del fratello Luigi d’Ungheria, che, sbarcato a Manfredonia, mise la Puglia a ferro e a fuoco, riaccendendo cruente e crudelissime rivalità locali. Giovanna I riuscì tuttavia, per intercessione del Papa, a rientrare nel possesso delle sue terre.

    La Puglia divenne nuovo campo di battaglia degli eredi di Giovanna I, la quale designando or l’uno or l’altro, aveva determinato un vero caos politico. Tra i contendenti ebbe la meglio Carlo di Durazzo, detto Carlo III, al quale successe Ladislao, e poi Giovanna II nel 1416. La dissoluta e confusionaria Giovanna II morì nel 1432, lasciando strascichi e problemi che potevano essere risolti soltanto con la guerra, mentre in Puglia vigeva una completa anarchia feudale.

    Alfonso d’Aragona, impadronitosi del Regno nel 1442, svolse opera di pacificazione e di buona amministrazione per tutta la Puglia ed essenzialmente per il Tavoliere. Ma il successore Ferdinando non potè raccogliere i frutti di così saggia politica, perchè riarsero le fazioni e fu persino sollecitato l’intervento straniero, che sopraggiunse con Giovanni d’Angiò. Attraverso fortunose e alterne vicende Ferdinando riuscì vincitore sui nemici interni ed esterni e proseguì l’opera del padre fino alla morte.

    Fu in questo periodo che partecipò alle lotte in Puglia Giorgio Castriota detto Scanderbeg, il quale fu poi compensato da Ferdinando con il feudo di Monte Sant’Angelo e di San Giovanni Rotondo.

    Nel 1480 un’altra grave sciagura colpiva la Puglia. Dall’opposta sponda i Turchi inviarono una potente flotta per occupare Otranto, che capitolò dopo estrema e disperata difesa. I cittadini non solo rifulsero per virtù civiche, ma seppero da martiri intrepidi affrontare la morte in nome della fede. Ottocento cittadini di Otranto anziché rinnegare Gesù Cristo, affrontarono coraggiosamente supplizio e morte.

    Otranto divenne in pratica il traguardo di una nuova crociata; ma il suo recupero alla cristianità non potè restituirle quel prestigio e quella floridezza che l’avevano distinta tra tutte le città della Puglia meridionale tanto da poter conferire ad una vasta superficie la denominazione amministrativa di Terra d’Otranto.

    L’intervento francese in Italia con la calata di Carlo Vili determinò in Puglia una ribellione generale contro gli Aragonesi; solo qualche città, e tra queste Gallipoli, mantenne fede al sovrano legittimo. Ma la restaurazione fu effimera, perchè Spagnoli e Francesi, stipulato nel 1500 il patto di Granata, si avventarono proditoriamente sul Regno di Napoli occupandolo totalmente in breve tempo.

    Il castello svevo di Manfredonia.

    Il castello cinquecentesco di Acaia.

    Gli stranieri cambiano nome

    L’Età moderna, quindi, si inizia con eserciti stranieri in Puglia. Non è una cosa nuova in questa terra martoriata, ove però almeno l’onore militare degli Italiani è salvo con la celebre disfida di Barletta del 1503. Spagnoli e Francesi erano in armi per la divisione del Regno di Napoli. Consalvo di Cordova era stretto d’assedio a Barletta, mentre i Francesi, superiori di numero, scorazzavano liberamente nelle terre di Puglia.

    La tattica degli Spagnoli consisteva nel mantenere il possesso di alcuni capisaldi e nell’evitare sistematicamente uno scontro campale. Scaramucce ed agguati tenevano deste le ostilità, alternate con tregue e compromessi di circostanza. I Francesi asserivano che gli Spagnoli era ottimi fanti, ma che la cavalleria era codarda. Da parte loro gli Spagnoli insultavano la cavalleria e la fanteria francese. Si giunse ad una sfida tra undici cavalieri spagnoli e undici cavalieri francesi, che combatterono a lungo e con esito incerto presso le mura di Trani, città neutrale, in quanto politicamente veneziana.

    Altra sfida memorabile, un vero giudizio di Marte, si ebbe tra il francese Baiardo e lo spagnolo Alonzo Soto Major, ucciso in campo.

    In questo acceso clima di rivalità mortale tra uomini d’arme, in cui ogni offesa era risolta con la spada, va inserita la celebre disfida di Barletta del 13 febbraio 1503.

    Gli Italiani erano stati vilipesi e insultati dai Francesi; sfuggono agli storici le precise circostanze di persona e di luogo, ma l’offesa è perfettamente accertata almeno da quanto avvenne in seguito.

    Prospero Colonna era il capo degli Italiani che militavano con gli Spagnoli e assunse l’iniziativa di comunicare ai commilitoni l’avvenuto oltraggio e di decidere in merito. A Carlo Anoiero signore di Tognes, soprannominato La Motte, che si era reso responsabile delle ingiurie rivolte agli Italiani, il Colonna mandò due cavalieri per chiedere spiegazioni. Il La Motte confermò le offese e accettò la sfida, scelse come campo di lotta lo stesso luogo tra Andria e Corato, in cui il Baiardo aveva ucciso Alonzo Soto Major e stabilì il numero dei combattenti prima in undici e successivamente in tredici per parte.

    I tredici Italiani furono: Ettore Fieramosca, Giovanni Brancaleone, Giovanni Capoccio, Marco Corollario, Ludovico d’Abenavolo, Mariano d’Abignente, Guglielmo d’Albamonte, Romanello da Forlì, Fanfulla da Lodi, Riccio da Parma, Miale da Troia, Ettore Giovenale, Francesco Salomone.

    I due gruppi di cavalieri si incontrarono decisi a tutto al tragico e glorioso appuntamento. Tre ore di lotte, di sangue e di audacia sprezzante si conclusero con la vittoria italiana.

    Da allora la guerra cominciò a volgere favorevolmente per gli Spagnoli, i quali, con rinforzi di truppe svizzere e tedesche, si scontrarono vittoriosamente con i Francesi nei pressi di Cerignola, ponendo praticamente fine alla guerra. Il Consalvo diveniva viceré del Regno, dopo che di nuovo in Puglia si erano conclusi i destini di tutta l’Italia meridionale!

    Ferdinando il Cattolico inizia con il vicereame di Napoli quel lungo periodo di fiscalismo, che snerverà per secoli l’Italia meridionale, ove si ebbe l’esempio di una legale continua e sistematica spoliazione. Soprattutto si volle colpire la circolazione del denaro per scopi di predominio politico, e in tal senso va interpretata la persecuzione accanita di cui furono oggetto gli Ebrei, che vivevano appunto del commercio del denaro.

    Un vantaggio tuttavia si ebbe, e fu la relativa tranquillità dalle già persistenti lotte e fazioni locali, specialmente da quando, a cominciare dal 1508, i Veneziani furono sloggiati da Trani, Mola, Polignano, Monopoli, Brindisi e Otranto. Ma l’avvio a tale stato di cose fu lentissimo e non senza gravi sussulti, che si ebbero durante la fase preliminare di assestamento dell’impero di Carlo V. Furono ancora Francesi e Spagnoli a saccheggiare e distruggere, senza discriminazione, le terre di Puglia, puntando sulle più floride città, mentre i Veneziani tentavano di riprendere i porti perduti da pochi anni.

    Se le truppe del Lautrech si comportarono barbaramente, esse non furono da meno di quelle spagnole: guerra di devastazione, di saccheggio e di terrorismo su popolazioni attonite ed inermi, esposte alle angherie e ai soprusi di ogni temporaneo vincitore. Comodo ed utile ai contendenti combattere fuori del loro paese, con truppe mercenarie, compensate spesso col solo bottino dei saccheggi autorizzati!

    La lotta in Puglia fu perduta dai Francesi e le eroiche resistenze locali, tra cui particolarissima quella di Monopoli, ritardarono ma non impedirono il crollo gene-rale. D’altra parte questo settore bellico non era determinante nella guerra che Francesco I e Carlo V combattevano soprattutto nell’Italia settentrionale. Il trattato delle Due Dame del 3 agosto 1529 consegnò definitivamente la Puglia alla Spagna.

    Monumento in onore di Ettore Fieramosca a Barletta.

    La storia locale registra durante il periodo spagnolo un grosso tumulto, che in tutta la Puglia fece eco alla rapida ed effimera rivolta di Masaniello nel 1647. Mentre le guerre — soprattutto per la riforma protestante — si erano trasferite nell’Europa centrale, la Puglia rimaneva esposta alle piraterie crudeli dei Turchi. Fazioni locali e colpi di mano si susseguono a guisa di scaramucce ; ma, nel complesso, queste azioni belliche rimangono circoscritte nello spazio e nel tempo.

    Di ben diversa portata sono i riflessi delle due prime guerre di successione che sconvolsero tutta l’Europa. Durante la prima, nel 1707 avviene l’occupazione austriaca, continuata sino al 1734, quando gli Spagnoli di Carlo di Borbone sconfissero gli Austriaci a Bitonto.

    Gli anni che seguirono furono dedicati all’assestamento economico della Puglia, ove furono iniziate opere di bonifica e di risanamento generale auspice il Ministro Tanucci.

    Le idee illuministiche, sanguinosamente assurte a sistema di governo ad opera della rivoluzione francese, trovarono facile presa nella borghesia di Puglia, che si era andata formando ed affermando durante il regno borbonico. Ferdinando IV nel 1798 reclutò truppe in tutto il regno, imponendo la leva forzata di tutti gli uomini validi dai 15 ai 45 anni, e con un esercito forte di 75.000 unità, marciò su Roma, che fu evacuata dal francese Championnet. Ferdinando IV entrò in Roma il 29 novembre 1798, ma dovette fuggirne il 10 dicembre, incalzato dalle truppe francesi passate al contrattacco.

    Il 23 gennaio 1799 lo Championnet entrava in Napoli promettendo immediate riforme sociali ed economiche.

    Vedi Anche:  Territori e rilievi

    Tanti bei progetti non trovarono adeguata rispondenza nella popolazione pugliese, nella quale agivano il sentimento di una fedele sudditanza di più generazioni alla Casa Borbonica, insieme con l’apatia e l’incredulità di potere da un momento all’altro cambiare il proprio sistema di vita. I più attivi e intraprendenti aumentavano il disorientamento della massa, parteggiando o per la monarchia o per la repubblica, a seconda che il sentimento o privati interessi li spingessero verso l’una o l’altra parte.

    Le alterne e complesse vicende storiche culminarono nel dicembre del 1805, quando si dichiarò decaduta la dinastia borbonica e si proclamò re di Napoli Giuseppe Bonaparte.

    Dal 1806 ha inizio una serie di riforme amministrative, che tende a trasformare radicalmente il volto economico dell’Italia meridionale ed in special modo della Puglia. Pur attraverso delusioni ed eccessive innovazioni dettate dal desiderio di un troppo immediato successo politico, si deve riconoscere che l’impostazione dei problemi e le soluzioni di taluni di essi apportarono grande sollievo economico e furono di sprone per ottenere risultati migliori e permanenti.

    Il decennio dei Napoleonidi — Gioacchino Murat divenne re di Napoli il i° agosto 1808 — è un decennio di amministrazione straordinaria e di radicali e febbrili riforme. Naturalmente non mancarono tumulti di scontenti, specie da parte dei meno abbienti contro i « galantuomini », ed attivissime furono le bande dei briganti, che gabellando il motivo politico non sempre estraneo, commettevano nefandezze di ogni genere.

    La sconfitta di Gioacchino Murat (1815) ad opera degli Austriaci, nel quadro dell’irreparabile crollo napoleonico, condusse alla restaurazione borbonica, non del tutto male accetta nella regione pugliese.

    La Puglia e l’Italia unita

    Durante la restaurazione borbonica ebbe inizio, efficace e non sempre ferma, l’opera delle società segrete, spesso reciprocamente rivali. La Carboneria assunse man mano una notevole importanza, anche perchè al programma di libertà univa il rispetto verso la religione cattolica; per tal motivo non solo non era ostacolata dal clero, ma contava tra i suoi affiliati vescovi e preti.

    Ben presto in tutti i centri pugliesi la Carboneria ebbe una propria « vendita », e una grande organizzazione con Guglielmo Pepe, comandante della legione addetta alla sicurezza pubblica in Capitanata ed Irpinia. Il Pepe infatti organizzò militarmente le « vendite », preparandole come squadre d’azione ; in questo segreto lavoro egli ebbe come alleati Gaetano Rodino e Lorenzo de Conciliis. All’opera del Pepe si deve se la Capitanata diede immediatamente la sua concreta e determinante adesione al moto di Nola, cui si legano i nomi dei tenenti Sii vati e Morelli, che nella notte dall’i al 2 luglio 1820 iniziarono la sommossa al grido di: «Viva la libertà! Viva la costituzione! ».

    A tal punto era giunta la preparazione del moto costituzionale in Capitanata, che alcuni storici ritengono che esso abbia avuto inizio a Foggia ed altri a Manfredonia. Comunque ben 5000 erano gli uomini di Capitanata che il 9 luglio sfilarono innanzi a Ferdinando I, re delle Due Sicilie.

    Alla vita parlamentare, che si dischiudeva per la prima volta in Italia, a Napoli il 22 settembre 1820, i deputati pugliesi diedero un contributo di equanimità e di competenza spesso determinante, sia nelle discussioni politiche che in quelle ammi-strative. Ma queste generose e temerarie iniziative venivano frustrate dalla passività interna, e soprattutto dalla situazione politica determinata dal Congresso di Vienna con la Santa Alleanza.

    Con la promessa di recarsi a difendere la costituzione, il parlamento consentì, a maggioranza, che Ferdinando I andasse in Austria a difendere il suo operato. Ferdinando I rientrò in Napoli con truppe austriache ed immediatamente imperversò una spietata reazione diretta anch’essa da un pugliese, Antonio Capece Minutolo.

    Lenta ma inesorabile, la maturazione del Risorgimento italiano dalle Alpi alla Sicilia, preparava l’avvento di tempi migliori per le libertà costituzionali, che ormai erano una imprescindibile istanza generale di gran parte d’Europa. Ferdinando II iniziò il suo Regno, nel 1830, con atti di governo bene accetti alle popolazioni e agli stessi murattiani, concedendo amnistie politiche, utilizzando le capacità di uomini che già avevano fedelmente servito i Napoleonidi, alleggerendo la pressione fiscale e promuovendo sagge iniziative economiche. Il re cercò la popolarità e dimostrò il suo interessamento ai problemi locali, visitando frequentemente il suo Regno e deliberando opere pubbliche. A lui devesi la fondazione di San Ferdinando di Puglia, avvenuta il 12 luglio 1848.

    Sei mesi prima Ferdinando II aveva concesso la costituzione sotto la minaccia di un incipiente separatismo siciliano e i moti di piazza a Napoli. Le elezioni si svolsero nel massimo ordine, ma il governo cominciò a funzionare con forti contrasti con il potere regio.

    Il primo contrasto riguardava il giuramento alla costituzione, voluto subito da Ferdinando II, ma non voluto dai deputati, che avevano richiesto l’ulteriore ampliamento dello statuto. Si comprese che il re era pronto per un colpo di Stato, e nobile sdegno arse in deputati pugliesi come Vincenzo Lanza, Luca Samuele Cagnazzi, Ferdinando De Luca e Luigi Zuppetta. All’opposizione del parlamento faceva eco la folla napoletana. Il re fa attestare i suoi Svizzeri nei punti strategici della città, mentre la folla erige barricate. Dalla mattina del 15 maggio 1848 si cominciò a sparare; a sera si contavano 500 morti!

    L’eccitazione degli animi era spaventosa, e futili occasioni — in buona fede o in mala fede — costituivano pretesti di proclami bellicosi, di esortazione alle armi, di esca per una guerra fratricida. A Lecce, ad esempio, si vivevano giornate febbrili tentando un’agitazione, che testimoniava un’esaltazione per fortuna non collettiva degli appartenenti al Circolo Provinciale, tra i quali si distinguevano il Mazzarella, lo Stampacchia e Sigismondo Castromediano. La reazione giunse con le truppe del generale Colonna, che ristabilì l’ordine, fiancheggiando la repressione sistematicamente effettuata dagli organi di polizia. Seguirono processi e condanne spietate, in cui la vendetta prevaleva chiaramente sulla serenità della giustizia.

    Purtroppo la questione economica affliggeva le popolazioni pugliesi, specialmente il bracciantato che reclamava la ripartizione dei latifondi e dei beni demaniali. Sommosse si ebbero ad Acquaviva, a Gioia, a Noci e in quasi tutti i centri del Tarantino.

    L’ultimo viaggio di Ferdinando II in Puglia data al 1859. Da Foggia a Lecce le accoglienze furono trionfali e il re concesse benefici, autorizzò prestiti e sovvenzioni. A Lecce Ferdinando II cominciò ad accusare forti dolori all’inguine, e rientrò in lettiga nella reggia di Caserta, ove morì nello stesso anno (1859).

    La seconda guerra per l’indipendenza definiva ormai la sorte del Regno di Sardegna come guida dell’unità nazionale, mentre l’audacia garibaldina, nel 1860, determinava il crollo del Regno di Napoli. In Puglia, Altamura divenne sede di un comitato che preparava l’organizzazione dei volontari, mentre a Foggia un’aperta sommossa si concludeva il 17 agosto 1860 con la vittoria di quanti ormai gridavano: «Italia, Vittorio Emanuele, Garibaldi dittatore». Anche in Puglia tutto si svolse come il rombo improvviso di una valanga, e le truppe borboniche, in parte ritiratesi e in parte disperse, non riuscirono nè vollero organizzare alcuna forma di inutile resistenza. Il plebiscito sanzionò legalmente l’annessione della Puglia al Regno d’Italia. Nella provincia di Bari su 127.912 votanti i « no » furono soltanto 63; in provincia di Foggia, su 65.252 votanti i « no » furono 996; in provincia di Lecce su 101.951 votanti i « no » furono 929, ma si ebbero 16.425 astenuti.

    Obelisco in onore eli Ferdinando I di Borbone (1822) a Lecce.

    Il Risorgimento italiano ebbe dall’adesione pugliese un contributo generoso e talvolta determinante, anche se nel complesso della vicenda questa regione non si distingua più delle altre. Tra i martiri che consapevolmente dettero la propria vita per la causa, con slancio nutrito di esclusivo patriottismo, non possiamo dimenticare Emanuele De Deo di Minervino Murge e Ignazio Ciaia di Fasano.

    L’anzidetta repressione effettuata nel 1849 dalle truppe del generale Marcantonio Colonna, dimostrò a qual forza d’animo si ispirassero i movimenti politici inquadrati nelle organizzazioni clandestine della Carboneria e della Giovane Italia. Processi e condanne, torture e confische, sono i mezzi più comuni e « legali », che colpiscono uomini come Giovanni Cozzoli di Molfetta e i salentini Salvatore Stam-pacchia, Salvatore Pontari e il già ricordato Sigismondo Castromediano, vilmente tradito. La lunga serie dei nomi e dei fatti incide nella storia una sofferenza che ha investito larghi strati di popolo, un’aspirazione che ha stimolato i migliori, divenuti attraverso le lotte politiche sempre più tenaci assertori dell’ideale dell’unità d’Italia.

    Il plebiscito per l’annessione dimostrò pure che in alcuni centri abitati come Lésina e Poggio Imperiale, i Borbonici erano numerosi e non avevano affatto timore di dimostrare il proprio attaccamento alla decaduta monarchia. A San Marco in Lamis e a San Giovanni Rotondo le urne furono deserte. Questo atteggiamento, favorito dal fatto che i nuovi eventi politici non avevano determinato alcun miglioramento economico, sfociò ben presto in aperta ribellione, mediante la formazione di bande armate, che avevano i loro punti di difesa soprattutto nelle giogaie e nelle folte foreste del Gargano.

    L’iniziale pretesto politico della costituzione delle bande (si trattava di renitenti alla leva o al completamento del servizio militare, per cui qualcuno indossava ancora la divisa dell’esercito borbonico), fu successivamente smascherato da una serie di azioni in cui prevaleva un teppismo sanguinario. Dobbiamo però dire che anche il rigore della legge conduceva a estremistiche esasperazioni e che il banditismo declinò quando si promise salva la vita a coloro che volevano fare ammenda di un inutile passato.

    Scrive Carlo Villani nella sua Storia di Foggia: « …mi cade quasi di mano la penna in dover registrare altra epoca funesta per Foggia, dovuta a massacri di briganti, che accoglievano questa volta i detriti più perniciosi dei reazionari borbonici, tanto che si sostenne da taluno, non so con quanta dose di verità, fosse il loro capo invisibile addirittura lo spodestato Francesco II. Affatto diversi questi nuovi manigoldi da quelli già deplorati precedentemente, di un numero spaventevole e di un’organizzazione addirittura militare, non dettero alcuna tregua durante alcuni anni, gittando lo scompiglio, in tutte le classi cittadine a causa non solo degli ingenti ricatti, ma del sacrifizio di tante vite umane, che per ragione politica specialmente o per odio brutale venivano immolate sull’ara della vendetta ».

    Il lungomare e il porto vecchio di Bari.

    Il quartier generale era a una diecina di chilometri da Foggia nel bosco dell’Incoronata, e di lì tutta la Puglia settentrionale poteva essere tiranneggiata. Squadroni di cavalleria e reggimenti di fanteria pure con cannoni furono impiegati per dare la caccia ai fuorilegge, che, spericolati e mobilissimi, sfuggivano il più delle volte anche ai più accurati accerchiamenti.

    L’audacia fu tale che i briganti riusciranno ad occupare temporaneamente e a saccheggiare dei centri abitati come San Giovanni Rotondo (22 ottobre 1860), Mattinata, Vieste (27 luglio 1861), Vico (2 agosto 1861). Apricena impedì l’entrata ai briganti affrontandoli con un nutrito scontro a fuoco presso il convento dei Cappuccini; lo stesso avvenne a Ischitella l’8 settembre 1861. Uno degli ultimi episodi di brigantaggio si verificò appunto nella campagna di Ischitella il 20 settembre 1871.

    Nel contempo, naturalmente, si ebbero i provvedimenti della polizia italiana a carico di sospettati per attività anti-italiane ed a diversi intellettuali fu assegnato il domicilio coatto.

    Manifesto segno di un raggiunto normale e consapevole inserimento della vita pugliese in quella più ampia e vitale della nazione italiana, fu la desiderata ed acclamata visita del principe ereditario Umberto di Savoia (anno 1874), che vi ritornò da re, con la consorte Margherita nel 1878.

    Il rincaro del prezzo del pane condusse a tumulti nel 1898, anno in cui a Foggia fu incendiata la sede municipale. Questo sistema, una volta frequente in Puglia, di assalto e di incendio della sede comunale, denunziava un’opposizione a un fiscalismo che poteva riuscire gravoso in una collettività ad economia esclusivamente rurale, durante le annate di carestia.

    Contributo di eroico sangue diede la Puglia durante la prima guerra mondiale con le sue note fanterie. La posizione geografica della regione attirò su di sè il primo bombardamento navale austriaco il 24 maggio 1915: all’alba una squadra austriaca composta da un incrociatore e quattro cacciatorpediniere lanciò 105 bombe contro Manfredonia. Il cacciatorpediniere « Turbine » impegnò la squadra nemica nelle acque del golfo, autoaffondandosi dopo aver esaurito tutte le munizioni.

    La Puglia espletò una funzione importantissima di base logistica quando gran parte dell’esercito serbo fu tratto in salvo dalla nostra marina, che aveva il suo porto d’appoggio a Brindisi.

    La nuova situazione di debolezza del governo e l’ardire intransigente del partito fascista condussero l’Italia alla dittatura. La Puglia non mancò di dare il suo contributo anche in questo recentissimo periodo di storia. V’è inoltre da ricordare che in gran parte pugliesi furono i colonizzatori dell’Africa Orientale.

    Durante la seconda guerra mondiale la Puglia ebbe notevole importanza come base operativa verso il Levante, dall’Albania all’Egeo. Per tale motivo subì la massiccia offensiva delle forze aeree alleate, che ebbero particolare successo nell’azione condotta contro la piazzaforte di Taranto. Dopo il tragico 8 settembre 1943, Brindisi ospitò Vittorio Emanuele III, mentre l’avanzata degli alleati e la difesa tedesca scindevano politicamente l’Italia in due sanguinanti tronconi.

    All’instaurato governo democratico, la Puglia ha dato con taluni suoi esponenti politici, il contributo determinante di una dottrina e di un’esperienza che molto ha giovato alla ricostruzione della patria.