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Le regioni naturali del Lazio

    Le regioni naturali del Lazio

    Una suddivisione del Lazio, analoga a quella di tutte le altre regioni d’Italia — montagna, collina, pianura — l’abbiamo da documenti statistici ufficiali. Essa assegna al Lazio 448.955 ha. di montagna, 927.992 ha. di collina (dei quali 142.220 di collina litoranea, il resto di collina interna) e infine 343.366 ha. di pianura. Ma tale suddivisione è troppo generica per servire di base ad una ripartizione del Lazio in subregioni ; né a tale scopo potrebbero servire i tentativi di divisione in «regioni agrarie» (Merlini) che, oltre a tutto, non si inquadrano nei limiti delle regioni principali, anzi, come è ovvio, ne prescindono quasi ovunque.

    Nomi territoriali

    Vi sono anche nel Lazio, nomi territoriali, che sono o furono di uso comune, ed hanno diversa origine e significato. Si è già accennato ad alcuni di essi nei capitoli precedenti. Il più noto è quello di Sabina, uno dei più antichi d’Italia, rimasto vivo nell’uso, ma pur con varia estensione e vario significato. Dal secolo XVI i suoi confini furono identificati con quelli della diocesi dello stesso nome, che ebbe sede a Magliano, poi a Rieti. Nelle carte dei secoli XVII e XVIII i confini sono per lo più indicati dal Tevere, un po’ a monte della confluenza con l’Aniene, dal Nera, dall’ultimo tronco del Velino, dalle montagne che circondano la Piana Reatina, da quelle fra Salto e Turano, dalla Piana del Cavaliere ed ancora dall’Aniene; ma la provincia della Sabina, quale fu ricostituita da Pio VII nel 1816, aveva confini alquanto più ristretti; nella circoscrizione odierna si identifica con la provincia di Rieti. Ma in queste forme, aspetti, caratteri del popolamento mutano notevolmente da una parte all’altra: di contro alla Sabina occidentale, ad ovest del Salto e del Velino, che potrebbe considerarsi come Sabina propria, si pone il Reatino cioè la piana percorsa dal Velino col golfo pianeggiante che si insinua fin sotto le gole di Antrodoco; si pone il Cicolano — denominazione antichissima che si fa risalire agli Aequicolae o Aequiculi (onde Cicoli e Cicolano) — corrispondente ad un cantone abbastanza ben definito. Ma tutto il bacino superiore del Velino, che amministrativamente è oggi incluso nella provincia di Rieti, non è Sabina.

    L’Abbazia di Farfa.

    Principali nomi territoriali.

    Cantine scavate nei tufi nel gruppo dei Monti Sabatini.

    Dintorni di Roma: Via Appia Antica.

    Il nome Campagna Romana fu ed è tuttora vivissimo nell’uso popolare, che peraltro non assegna ad esso limiti ben netti ; li abbiamo delineati, non senza qualche sforzo, nel capitolo terzo. Non vi corrispondeva perfettamente una denominazione frequentemente adoprata anche in documenti ufficiali, nell’ultimo periodo della dominazione pontificia, quella di Comarca, designante il territorio dipendente per l’amministrazione direttamente da Roma; ora essa è scomparsa dall’uso, come scomparsi sono taluni nomi locali di modesta estensione, in seno alla Campagna, come ad esempio Trasteverina. La denominazione Patrimonio di San Pietro, che, come altrove fu indicato, ha un’origine storica ed ebbe un valore amministrativo, fu in passato largamente diffusa, specialmente nella più semplice dizione Patrimonio, nell’uso comune; ora è scaduta al pari della denominazione Tuscia Romana (o Suburbicaria) che si faceva equivalente a Patrimonio; oggi essa è rimasta solo nella letteratura geografica. Un lembo della Tuscia Romana che si affaccia al Tevere, all’incirca fra la confluenza della Paglia ed Orte, ha da tempo assai remoto il nome di Teverina, ancora oggi vivo nell’uso, ma esso si applica tanto al territorio alla destra del fiume (Castiglione in Teverina, Bassano in Teverina) quanto a quello posto sulla sinistra (Lugnano in Teverina, Penna in Teverina), che è umbro. In realtà le caratteristiche del paesaggio di amene colline, ben coltivate, pullulanti di centri, sono uguali su entrambe le rive del fiume, il cui fon-dovalle è invece presso a poco disabitato.

    Passando al Lazio meridionale si può forse considerare come nome regionale quello di Castelli Romani, tuttora popolarissimo (a Roma anche semplicemente Castelli), col quale si abbracciano collettivamente i centri delle colline laziali; l’area dei corrispondenti comuni si estende alPincirca su quella occupata dall’apparato vulcanico laziale.

    Due denominazioni in passato frequentemente applicate anche, come si è già accennato in altro capitolo, con valore amministrativo, Campagna e Marittima, non appartengono più all’uso attuale. Né risponde ad esattezza che, come alcuni hanno ritenuto, il nome Campagna sia approssimativamente equivalente a quello di Ciociaria. Quest’ultimo nome non è di uso antico. Antichissimo è certamente l’uso delle caratteristiche calzature chiamate cioce e da queste deriva l’appellativo di Ciociari.

    Panorama di Acquapendente. La cittadina mostra nel paesaggio, colture ed abitazioni affinità coi tipi della vicina Toscana.

    Ma come nome territoriale, Ciociaria — che sarebbe dunque il paese dei Ciociari — comincia a trovarsi documentato solo nei secoli XVII e XVIII e non nell’uso degli stessi abitanti; esso è in uso a Roma e si trova nella letteratura italiana e straniera, ma con applicazione piuttosto incerta, a un territorio che si fa corrispondere solo approssimativamente alla valle del Sacco ed al paese collinoso e montuoso che a questo fiume si affianca sulla sinistra. Alla valle del Sacco, in particolare, si applica il nome di Valle Latina; ma è una denominazione dotta, usata dai geografi, non certo popolare.

    Regioni naturali e subregioni

    In conclusione, le denominazioni che abbiamo passato in rassegna solo in pochi casi ci aiutano a suddividere la regione cui si dà oggi il nome di Lazio in subregioni. Né ci si può appagare dell’attuale divisione in province, della quale si sono già esposte l’origine e le vicende; e neppur si potrebbe ricorrere ad aggruppamenti arbitrari di comuni, per quanto nel Lazio il comune, nei suoi confini spesso immutati da secoli, rappresenti una unità territoriale più significativa, anche dal punto di vista geografico, della provincia.

    Vedi Anche:  Tradizioni popolari di Roma e del Lazio

    La campagna viterbese presso Tuscania.

    Ma si può vedere se le caratteristiche fisiche del Lazio, descritte nei precedenti capitoli, non suggeriscano una suddivisione in subregioni meglio rispondente alle condizioni naturali? Il lettore troverà un tentativo — nulla più che un tentativo — di risposta a tale quesito nella cartina della pagina seguente, a chiarimento della quale possono del resto richiamarsi anche alcune cose esposte nella succinta descrizione della morfologia del Lazio fatta nel capitolo terzo; quivi sono già adombrati alcuni degli individui geografici cui può spettare l’appellativo di regioni naturali. Ma un rapido commento della carta non sembra superfluo.

    Cominciando da nord, nella Tuscia Romana, si possono individuare sei o sette regioni naturali. La più settentrionale e più vasta è la regione vulsinia, la cui individualità è determinata dal grande apparato vulcanico, col suo ben conservato orlo craterico, col suo lago, con i minori apparati periferici e le estese espansioni tabulari che irradiano in ogni senso dall’area centrale. A nord appartiene a questa regione ancora Acquapendente, ma essa sorge propriamente al limitare di un’appendice che, come già altrove vedemmo, si insinua fra le province di Grosseto e di Perugia ed ha per il paesaggio, le colture, i tipi di abitazioni, affinità con la Toscana; non sarebbe forse troppo ardito dare a questa piccola subregione il nome di «Lazio toscano», se il termine Lazio non suonasse come esotico qui, come in tutta la Tuscia Romana per ragioni che vedemmo a suo tempo.

    Una bassa soglia — il Pian di Viterbo (denominazione che ricorre frequente nell’uso locale) — divide la subregione vulsinia da quella cimina, che ha per centro l’apparato vulcanico dello stesso nome ; subregione ben individuata, costituita dal grande apparato che circonda il Lago di Vico e dall’espansione di materiali vulcanici — lave e tufi—che largamente si distendono all’intorno in dossi e ripiani ondulati, cui le forme del terreno, la qualità delle colture, la posizione e il tipo degli abitati, espressione diretta e manifesta della morfologia, conferiscono una netta individualità.

    Meno evidente del limite settentrionale è il limite meridionale della subregione, perchè meno marcata la soglia divisoria dalla terza subregione, la regione sabatina, più limitata, divisa fra le province di Viterbo e di Roma (caso tipico di un confine provinciale che non ha alcun rapporto con caratteristiche fisiche), ma tuttavia ben individuata anch’essa dagli apparati vulcanici e dalle loro appendici distese anche qui in piani inclinati rotti dai profondi solchi d’erosione di numerosi, vivaci torrentelli.

    Da queste tre subregioni il terreno declina ad ovest più o meno rapidamente assumendo sotto i 150-200 m., l’aspetto di una pianura cui può spettare il nome di Maremma Laziale, per analogia con la Maremma Toscana. Simili erano difatti gli aspetti del paesaggio naturale: laghi e acquitrini costieri, cordoni di dune litoranee con lembi di pinete, fiumi pigri, irregolari e capricciosi, vaste distese di acque stagnanti, scarsezza di abitanti stabili, macchie e pascoli. Simile dovunque l’intervento dell’uomo, e analoghi i risultati raggiunti o avviati: bonifica, riduzione della macchia e del pascolo, diffusione delle colture erbacee, popolamento con colonie stabilite secondo piani predisposti, formazione di una rete di strade rurali con centri di servizio, ecc. La fascia della Maremma è variamente larga: a nord essa si ingolfa in corrispondenza delle valli della Fiora, dell’Arrone e della Marta e conserva aree nelle quali il pianificato intervento umano è di data recente.

    Subregioni del Lazio.

    Verso sud interrompono la Maremma i Monti della Tolfa, residuo, come si è visto, di un apparato vulcanico più antico degli altri e molto smantellato; essi formano una piccola subregione a sé, che si spinge fino al mare (a Capo Linaro) e gli si avvicina anche nelle alture di Cerveteri e del Sasso; a sud di queste la fascia di maremme riprende più ristretta e si riallaccia alla Campagna Romana.

    Ad est gli apparati vulcanici della Tuscia Romana, o meglio le espansioni tabulari di lave e tufi che ne irraggiano, declinano verso la valle del Tevere, la quale ha caratteristiche comuni in tutto il suo percorso a monte di Roma: impluvio ampio nel quale il fiume serpeggia inondando frequentemente tutta la fascia del fondovalle, che è perciò rifuggita dai centri abitati: pendici di solito non molto ripide e terrazzate con allineamenti di villaggi sulle brevi spianate, su dossi, su sproni, colture di vite, ulivo, grano. Si può pertanto individuare una subregione a sé, che peraltro appare divisa in due sezioni dalla rupe di Orte, imminente sul fiume e sotto la quale confluisce il Nera. La sezione a monte di questa altura ha anche un proprio nome, già sopra menzionato

    — Teverina — che peraltro abbraccia anche il versante sinistro della valle che è umbro. La sezione a valle più ampia, non ha un proprio nome, che dovrebbe in ogni caso applicarsi anche qui, come per la Teverina, ad entrambi i versanti che hanno aspetto e caratteri similari. Ma il versante sinistro per un tratto sotto Orte è umbro (provincia di Terni), per il resto appartiene alla provincia di Rieti; anche in questo caso dunque il confine provinciale, che qui è pur segnato e da tempi remoti dal Tevere, non separa due diverse regioni naturali, ma ha la sua origine e la spiegazione in un fatto storico (antico confine fra il paese sabino e il paese etrusco).

    La valle del Tevere da Filacciano.

    La Campagna Romana.

    A valle di Passo Corese e, in modo più evidente tra le alture di Monterotondo e di Riano, la valle del Tevere si apre e si entra nella Campagna Romana, che può costituire indubbiamente una subregione a sé, come in parte si è veduto nel descriverne l’originaria fisonomia naturale, e come meglio apparirà da una descrizione particolare che ne presenterà il suo aspetto attuale, i cui lineamenti dipendono, in modo sempre più evidente, dall’opera dell’uomo.

    Vedi Anche:  L'agro pontino, la piana di fondi e la fascia costiera fino al Garigliano. Le isole ponziane

    Riserviamo il nome di Sabina, quale subregione, al territorio situato ad ovest del Turano (e a nord del Tevere): ad esso danno una assai spiccata individualità il paesaggio collinoso, costituito in prevalenza da rocce arenacee, marnose, ecc. del Terziario superiore, il tipo e la distribuzione delle colture, la situazione e la forma dei centri. Più difficile è la divisione in subregioni della rimanente provincia di Rieti costituita da montagne calcaree delle quali già abbiamo più volte segnalato le caratteristiche essenziali. Possiamo distinguere il Cicolano, cioè la valle del Salto coi monti che la rinserrano su entrambi i versanti, la Piana Reatina, che ha caratteri propri, la subregione del Terminillo, e la subregione delle alte conche intermontane (Leonessa, Amatrice), che, come si è già rilevato altrove, è veramente un lembo di Abruzzo e potrebbe designarsi come « Lazio abruzzese » se anche in questo caso il binomio non apparisse quasi un bisticcio.

    Alle dodici o tredici subregioni che abbiamo segnalato nel Lazio a nord del Tevere, altrettante almeno se ne debbono aggiungere per la parte a sud.

    Tra queste i Colli Laziali costituiscono, come si è già segnalato, sia dal punto di vista fisico, che da quello antropico, una subregione ben delimitata, tra la Campagna Romana e quelle che erano le « Paludi Pontine », tanto bene individuata che si additava come un’oasi nelle incolte e spopolate piane laziali. Oggi le coltivazioni discendono irraggiando in ogni senso nella pianura, il popolamento ha proceduto di pari passo con la bonifica, e di oasi non si può più parlare; ma la piccola regione ha mantenuto e mantiene la sua spiccata individualità.

    Ad oriente, oltre la soglia prenestina, si adergono, di contro ai Colli Laziali, i rilievi di quella che può designarsi come subregione prenestina in senso largo, estendendola fino al solco dell’Aniene. La struttura calcarea del rilievo contrasta in modo evidente con quella vulcanica dei Colli Laziali ; ma l’altezza relativamente modesta (i così detti Monti Ruffi non arrivano a 1300 m.), le forme movimentate per l’intensa azione erosiva di fossi e torrenti, la diffusione delle coltivazioni, che in appezzamenti frequenti ma non molto estesi, si alternano con superstiti lembi di bosco e con aree pa-scolive, conferiscono un aspetto ancor lontano dalla rudezza del prossimo Appennino calcareo laziale; scarsissima la popolazione disseminata in campagna, ma molto numerosi i villaggi compatti, non pochi dei quali, appollaiati ormai su dossi scoscesi o su cocuzzoli, preannunziano una caratteristica, che è propria dell’Appennino calcareo vero e proprio.

    Questo costituisce la subregione ernico-simbruina, ad oriente dell’Aniene, del Piano di Arcinazzo e della valle superiore del Cosa, la più rude e alpestre del Lazio, con vette superiori a 2000 m. (Viglio 2156 m.) e coi tipici caratteri della struttura carsica, già descritti nel capitolo terzo, cui si accompagna nudità e aridità delle aree culminali, sviluppo della circolazione sotterranea, prevalenza dell’economia pastorale, scarsità di centri abitati. La linea di cresta della montagna serve di confine con l’Abruzzo; ma se si adottasse una partizione che prescindesse da tale confine, la subregione si dovrebbe estendere fino al profondo solco dell’alto Liri.

    Questo sbocca in piano poco a monte di Sora dove comincia la Val Sorana, nome territoriale in passato frequente anche in atti e documenti, oggi non più in uso, ma rimasto nel nome di un piccolo centro dell’Abruzzo, Balsorano.

    Ad est del Liri, il rilievo che occupa la parte sudorientale dell’attuale Lazio amministrativo viene talora compreso sotto il nome di Mainarde, di incerta origine, ma, come si è visto altrove, esso non può certamente applicarsi a tutto il complesso, che è del resto rotto in più cantoni dalle valli del Melfa e del Rapido e da altre minori. Vi si possono distinguere l’area culminale che, distesa a semicerchio, può considerarsi una subregione prolungante, con i medesimi caratteri, la montagna simbruino-ernica; le colline dell’Arpinate, morbide e riccamente coltivate, l’alto e medio bacino del Melfa, costituente in gran parte la Val di Cornino o Cominese, denominazione tuttora in uso, che perpetua con significazione territoriale, il nome dell’antica città di Communi; inoltre il gruppo isolato del calcareo Monte Cairo, ben individuato tra il Melfa e il Rapido.

    La valle del Sacco, continuata dal Liri fino alla confluenza col Gari, confine della Campania, costituisce una subregione a sé, che si può ben designare col nome, già adottato in queste pagine, di Valle Latina. Dall’anfiteatro collinare di Genazzano e Paliano si sviluppa, in direzione di sudest, angusta sul lato destro, sul quale scendono ripide le pendici dei Lepini, molto più ampia sul lato sinistro, dove si ingolfa in corrispondenza alle basse valli del Cosa, del Liri, del Melfa e del Rapido-Gari. Il fondovalle va diminuendo di altezza man mano che si procede verso sudest: sotto Genazzano è a 205 m., sotto Frosinone a 150 m., a Pontecorvo a 50 m., alla confluenza col Gari a 16 metri. La fertilità del suolo, adatto alle più svariate colture, la presenza di strade di comunicazione, frequentate da remota antichità, con altri fattori di ordine naturale e storico, hanno determinato l’affollarsi della popolazione sia nelle ubertose campagne (è, come si è già detto, una delle parti del Lazio con più copiosa popolazione sparsa), sia in centri di varia entità lungo i fiumi e più ancora sulle più vicine alture.

    Pendici ad olivi dei Lepini presso Norma.

    Le pendici meridionali del Circeo ed un’antica torre di difesa.

    Vedi Anche:  I corsi d'acqua e i laghi

    La montagna del Lazio meridionale comprende a sua volta tre subregioni delle quali non ripetiamo qui le caratteristiche già altrove descritte; la subregione lepina, quella ausona e quella aurunca, non dissimili tra loro per gli aspetti connessi direttamente o indirettamente con la struttura calcarea. Notiamo, infine, che la regione di Roccamonfina, a sud dei confini tra il Lazio e la Campania, e divisa dagli Au-runci dal corso inferiore del Garigliano, sebbene sia un apparato vulcanico spento, di aspetto perciò del tutto differente dai monti ora ricordati, anche per la minore altezza, può dirsi una ripetizione in miniatura della subregione laziale, trasportata in ambiente di clima più mite.

    Il Lazio meridionale litoraneo e sublitoraneo può dividersi in tre subregioni : quella della Pianura Pontina bonificata che prolunga, senza soluzione di continuità, ma con caratteri diversi, la Campagna Romana; la Pianura di Fondi, compresa fra le pendici meridionali dei Monti Ausoni e quelle occidentali degli Aurunci ; ed infine il Mintur-nese, breve pianura in massima parte percorsa dall’Ausente ed appoggiata a sudest al Garigliano. Le Isole Ponziane debbono naturalmente considerarsi come una subregione a sé.

    I comuni del Lazio

    Le ventisei o ventisette subregioni che abbiamo distinte nel nostro abbozzato tentativo, non aderiscono né alla divisione in province (e neppure ai circondari, quando questi esistevano) né alla divisione in comuni che nel Lazio sono attualmente (censimento del 1961), 371. Della suddivisione in province e delle sue vicende, che si possono approssimativamente seguire dal secolo XVI in poi, abbiamo fatto parola nel capitolo primo, per mostrare come dal raggruppamento fattone da pochi anni, uscisse, come formazione del tutto artificiale, l’attuale regione Lazio. Formazioni artificiali appaiono le province, le cui confinazioni furono non di rado mutate con criteri puramente amministrativi o politici e per ciò stesso temporanei. Formazioni più stabili e spesso risalenti a più antica data sono i comuni, ma il tentativo di associarli in gruppi, ciascuno dei quali potesse corrispondere ad una delle subregioni sopra descritte, non dà risultati positivi.

    Vi sono comuni che possono definirsi come urbani e come rurali. I primi hanno per centro una città, che vanta una propria storia, spesso risalente all’età romana o alla etrusca, una propria vita economica, sociale, culturale: l’area del comune corrisponde allora assai spesso all’area di afflusso o di convergenza verso il centro dal territorio circostante, che, nella maggioranza dei casi è peraltro scarsamente popolato o addirittura spopolato, onde comune e centro demograficamente si identificano. Più raro è il caso che l’area comunale abbia forte percentuale di popolazione sparsa (Valle Latina, Piana di Rieti, Montefiascone) ; l’area del comune coincide allora con l’estensione delle campagne che sono legate da vincoli economici o commerciali al centro: la struttura della rete delle strade locali rispecchia allora questo legame.

    Più numerosi i comuni rurali, non di rado assai piccoli: anche in questi la popolazione di regola è concentrata nell’unico capoluogo (sede comunale) e i confini del comune coincidono coi confini esterni delle proprietà rurali (fondi) degli abitanti del centro.

    Manca purtroppo finora una storia completa dei comuni del Lazio e mancano spesso elementi per spiegare singolari irregolarità dei confini. Il territorio comunale più irregolare è — come meglio vedremo a suo tempo — quello di Roma, i cui confini, nonostante ripetute rettifiche, cessioni di lembi marginali, ed anche nuove incorporazioni, conservano un percorso dei più strani, adattandosi ancora spesso ai confini di feudi e di latifondi ; esso a nord comprende anche un exclave isolato (isola amministrativa), posto fra i Laghi di Bracciano e Martignano, che comprende gran parte di quest’ultimo. Altri exclaves di varia e spesso non rintracciabile origine (calcolati in numero di 28, al censimento del 1961), presentano ancora diversi comuni laziali come, ad esempio, Roccapriora, Grottaferrata, Montecompatri, Artena, Colonna e Ponzano Romano (in provincia di Roma); Viterbo, Capodimonte, Marta e Nepi (provincia di Viterbo); Alatri, Colfelice e Ferentino (provincia di Fresinone); ed ancora Rieti, Longone Sabino, Ascrea e Poggio Mirteto (provincia di Rieti); Ponza e Ventotene (provincia di Latina), ecc.

    Tipici pini nella Piana di Fondi.

    Molto disforme è l’estensione dei comuni (area media kmq. 46,5, superiore alla media nazionale pari a circa 38 kmq.): a parte il comune di Roma, che è di gran lunga il più vasto d’Italia, vastissimi sono in genere i comuni della montagna a confine con l’Abruzzo, quelli del Cicolano, quelli del Viterbese occidentale, tra il Lago di Bolsena e il mare; piccolissimi al contrario i comuni della subregione prenestina e la gran parte di quelli dei Colli Laziali. Nei vasti comuni montani del Lazio calcareo si constata spesso che il centro principale è a mediocre altezza, in prossimità di un fon-dovalle ove sono le migliori aree coltivabili, ma il comune si estende poi su una vasta porzione di montagna elevata ove si sono estese aree pascolive. La sede comunale risulta perciò del tutto eccentrica riguardo al territorio preso nel suo complesso. Tipici sono i casi di San Polo dei Cavalieri, Camerata Nuova, Tolfa, Genazzano, Ca-pena, Fiamignano, Veroli, ecc.

    Ma queste ed altre — apparenti — irregolarità hanno la loro ragion d’essere in fatti d’ordine economico e storico che affondano quasi sempre le loro radici in un passato lontano, talché non si potrebbe, nella maggior parte dei casi, neppur affacciare la possibilità di una più uniforme ridistribuzione di aree tra i comuni ; ne è riprova il fatto che i confini comunali proprio nelle regioni di montagna presentano una maggiore stabilità. Del resto il numero dei comuni nel Lazio non ha — da quando se ne conosce con una certa approssimazione il numero — subito grandi variazioni, se si prescinde dagli ingrandimenti della regione con i comuni sottratti all’Abruzzo, all’Umbria ed alla Campania.