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Le suddivisioni territoriali

    Le suddivisioni territoriali

    Le regioni montane

    L’ambiente naturale che, come già s’è rilevato, presenta una notevole varietà di forme e di aspetti, offre la possibilità di distinguere neiràmbito del territorio lombardo diverse aree con propria individualità. Ciò risulta indubbiamente più evidente là dove la morfologia è più mossa e più accentuata e dove quindi l’idrografia delinea bacini nettamente separati tra loro da alti rilievi. Oltre quindi la distinzione più volte accennata tra montagna, collina e pianura, si distinguono in particolare nella zona alpina e prealpina della Lombardia alcune regioni fìsiche ben circoscritte, costituite    dalle grandi vallate, le quali, per la loro stessa caratteristica naturale, hanno avuto in qualche caso trascorsi storici particolari e, forse anche per questo, manifestano un’individualità riguardo all’ambiente antropico. Tale è il caso soprattutto delle alte valli del Ticino e dell’Adda che, per essere nella parte più interna del sistema alpino, interposte tra due aree che furono teatro di vicende storiche diverse, sono state attratte ora nell’orbita politica dell’una e ora dell’altra ed hanno infine visto maturare nei loro riguardi un diverso destino: di autonomia cantonale nell’àmbito della Confederazione elvetica per le valli ticinesi, di aggregazione all’Italia per la quasi  totalità dell’alto bacino abduano.

    Per la Valtellina, quindi, diversi motivi concorrono a caratterizzarne l’individualità, ma, qual più qual meno, tutti subordinati a quelli fisici. Il grande solco percorso dall’Adda dalla testata al Lario, sotto l’aspetto geografico, forma con le valli confluenti una unità fisica nettamente delimitata dalla imponente cornice dei gruppi montuosi delle Retiche e delle Orobie, le cui creste svettano tra i 3000 e 4000 metri. In esse s’avvallano diversi valichi transitabili nella buona stagione, e nella loro importanza si può trovar spesso ragione delle antiche contese per il possesso del territorio o di parte di esso. Per tali passi fluirono durante molti secoli il commercio e, con il commercio, le genti, per cui non parrebbe fuori di luogo cercare le tracce residue delle migrazioni da meridione e da settentrione nelle parlate e nei costumi locali.

    La valle della Mera dal laghetto di Mezzola.

     

    Veduta sul Lario da Lierna (ramo di Lecco).

    Divisione della Lombardia in regioni e sottoregioni geografiche, storiche e tradizionali.

    Sebbene associate spesso alla Valtellina, le valli di Chiavenna non formano geograficamente un tutto unico con la vallata dell’Adda. Esse, infatti, costituiscono un’unità fisica a sè che ha in comune con il solco dell’Adda solo lo sbocco nel Lario, là dove un lembo del Pian di Spagna fa da sponda al corso della Mera. Per il resto l’ampia vallata detta, per il suo fondo pianeggiante, Piano di Chiavenna con le valli confluenti, la vai Bregaglia e la .vai San Giacomo, forma un’individualità che per molti aspetti, da quelli morfologici a quelli antropici, vuol essere considerata distinta da quella propriamente valtellinese. Riguardo alla storia le vicende della Valtellina e delle valli di Chiavenna si svolsero pressoché identiche. Per dirla in breve la contea di Chiavenna e la Valtellina con la contea di Bormio furono contese nel Medioevo dal Vescovo di Como e da quello di Coira; entrambe divennero possesso dei Visconti nel 1335 e successivamente degli Sforza; nel 1512 passarono in possesso dei Grigioni e tali rimasero (salvo la parentesi seguita al Sacro Macello nel 1620) sino al 1797. Da quell’anno, incluse nella Repubblica Cisalpina, seguirono poi le sorti della restante parte della Lombardia. Ma da tal seguito di vicende tanto la Valtellina come le valli di Chiavenna non uscirono indenni, ossia non poterono conservare la loro integrità fisica e il confine politico attuale ne è la risultante. In conclusione, alla parte ora considerata della Lombardia, che s’identifica con la attuale circoscrizione provinciale di Sondrio, non par dubbio di poter riconoscere un’unità regionale in cui si possono distinguere come individualità distinte la Vai-tellina e le valli di Chiavenna.

    Non ugualmente semplice è l’individuazione di regioni nella zona alpina-prealpina tra la regione ora individuata e la pianura. Tuttavia, appoggiandosi anche alla tradizione, si possono distinguere: il bacino lariano, le valli bergamasche, la Valcamònica e le valli bresciane.

    Con il nome di bacino lariano si vuole indicare lo specchio del lago di Como e l’area montuosa circostante. In un quadro strettamente fisico evidentemente si dovrebbe limitare la sua superficie alla regione idrografica, ossia a quella parte del territorio che versa le sue acque nel lago; a tale esigenza risponde il limite orientale che corre tra il monte Legnone, il pizzo dei Tre Signori, il Zuccone di Campelli e il Resegone. Sul lato occidentale resterebbero invece escluse la valle Cavargna e la valle del Telo di Osteno, confluenti nel Ceresio e quella parte orientale del Ceresio stesso che il confine assegna all’Italia e a cui dà facile accesso la vai Menaggio. Ma necessità e tradizione consentono di aggregare questa parte minore alla maggiore in un tutto unico in cui domina come elemento principale il lago di Como, che costituisce la continuazione dei solchi delle valli dell’Adda e della Mera e, biforcandosi verso la pianura sulla quale si affaccia con i suoi apici meridionali di Como e di Lecco, rappresenta la più agevole via di penetrazione dalla pianura lombarda alle Alpi Retiche, alle sue valli e ai suoi valichi.

    Sotto questo aspetto al bacino del Lario si accosta la regione camuña, costituita dalla Valcamònica e dal lago d’Iseo. Essi, in prosecuzione l’uno dell’altra, s’interpongono tra le valli propriamente bergamasche e le valli propriamente bresciane, sicché il loro territorio fu causa di rivendicazioni delle due città. Nel 1863 la Valcamònica, nella sua quasi integrità idrografica, fu assegnata a Brescia (non senza proteste dei Bergamaschi) e il lago suddiviso longitudinalmente a mezzo. La Valcamònica, percorsa dall’Oglio, risulta ben circoscritta alla testata dalle dorsali che si dipartono dal corno dei Tre Signori e sui lati daH’Adamello e dalle Orobie e dai loro contrafforti meridionali. Unica complicazione è la profonda forra del confluente Dezzo, la quale, rendendo difficile l’accesso all’alta valle, è stata la causa per cui questa (facilmente accessibile dalla vai Seriana attraverso la Presolana) venne assegnata alla provincia di Bergamo, di cui tuttora fa parte. L’alta Valcamònica vanta tre valichi: il Tonale, l’Aprica e il Gavia, dei quali i primi due sono particolarmente importanti per le comunicazioni con la vai di Sole e la Valtellina. Essi, favorendo la valle quale zona di transito (esempio ne sono i passaggi del Barbarossa nel 1158 e nel n66), ne agevolarono nel corso dei secoli la sua partecipazione alla vita e alla storia lombarda. La Valcamònica termina, anche di nome, all’apice settentrionale del lago d’Iseo. Lo specchio lacustre si stende spazioso sul prolungamento del fondovalle, accompagnato da chiostre montuose su entrambi i lati, sino a Sàrnico e a Iseo, tra i quali si affaccia per largo tratto sulla conca padana. Nell’unità idrografica costituita dal bacino montano dell’Oglio è nel complesso necessario distinguere l’area della Valcamònica da quella del lago d’Iseo come distinte individualità.

    Vedi Anche:  Milano e le maggiori città lombarde

    L’alta Valcamònica (sullo sfondo a sinistra il passo del Tonale).

    La regione costituita dalle valli bergamasche comprende la vai Brembana, la vai Seriana e la vai Cavallina, disposte una a fianco dell’altra tra il bacino lariano e la regione camuna e nel complesso convergenti verso Bergamo. Esse si differenziano dalla Valcamònica per una minore penetrazione verso la zona alpina; la vai Cavallina s’incide addirittura nella fascia marginale delle Prealpi. La più occidentale delle tre valli è la valle del Brembo o Brembana, che, per quanto notevolmente ramificata per numerose valli confluenti, risulta ben delimitata dalle Alpi Orobie che ne formano la testata e dai contrafforti che dalle Orobie si dipartono allungandosi verso sud: quello del Zuccone di Campelli-Resegone che fa da limite occidentale con il bacino lariano e quello Arera-Alben che fa da spartiacque tra il Brembo e il Serio. La continuità della cresta montuosa che l’attornia concede scarsi valichi e solo il passo di Cà San Marco divenne di intenso transito quando i confini della Repubblica veneta s’affacciarono sulla Valtellina tra il pizzo dei Tre Signori e il corno omonimo. La valle del Serio o Seriana, che affianca ad oriente il solco del Brembo, è la più importante delle valli bergamasche. Ha la sua testata nella parte più elevata delle Orobie e, nel suo percorso verso la pianura, è affiancata da alte dorsali che si dipartono dalla cresta oròbica. I valichi sono alti e non agevoli; solo nella media valle in prossimità di Clusone s’apre il solco che costituisce una duplice porta, aperta verso sudest, ossia verso la vai Borlezza e, per questa, verso il lago d’Iseo, e verso nordest, ossia attraverso il passo della Presolana, verso l’alta valle del Dezzo (o vai di Scalve), la cui forra paurosa, come già s’è accennato, ostacola nel tratto inferiore la transitabilità verso lo sbocco naturale in Valcamònica. Nel complesso le tre valli formano individualità distinte, ma per il fatto di gravitare, in relazione alla loro disposizione, verso Bergamo, vengono per tradizione associate.

    Alla testata della valle del Brembo Sullo sfondo il pizzo dei Tre Signori

    La sponda lombarda del lago di Garda dal santuario di Monte-castello (m. 700) verso sud.

    La stessa considerazione potrebbe valere per le valli propriamente bresciane, ossia la vai Trompia e la vai Sabbia, nei confronti di Brescia. La vai Trompia sbocca addirittura nel piano dove sorge la città. Essa giace racchiusa e ben delimitata dall’estrema biforcazione del contrafforte che daH’Adamello digrada verso sud e quindi modesta è la sua penetrazione nell’àmbito prealpino. Più ad oriente s’incide la tortuosa valle del Chiese; essa rientra in territorio lombardo solo con il tronco inferiore ossia quello che si sviluppa a valle del lago d’Idro e che costituisce la continuazione delle valli Giudicane. Tuttavia, pur essendo parte di una unità idrografica, il tronco lombardo non manca di una propria individualità e si distingue anche per una propria denominazione, quella di vai Sabbia.

    Mancano nella divisione sin qui tracciata due aree, quella della montagna sulla sponda lombarda del lago di Garda e quella della montagna del Varesotto. La prima è evidente che non possa costituire di per sè un’unità integra d’ordine fisico, essendo parte della regione benacense. Cercando di conciliare le diverse esigenze con la tradizione, miglior soluzione sembra quella di aggregare in unità la zona montana e la zona collinare di tutta la sponda bresciana tra Limone e Desenzano, dividendo in essa, in corrispondenza di Salò, le due parti a diversa altimetria, come individualità distinte.

    Molto simile si presenta il quadro del territorio varesino. Anche qui la zona montana rappresenta una porzione di una regione che il confine scinde in due parti. Non resta quindi che indicare l’area, secondo la tradizione, con la denominazione unitaria di Varesotto, distinguendo in essa la parte di montagna e la parte di collina.

    Le regioni di collina e di pianura

    Se la natura, nell’ambiente alpino e prealpino, con la varietà di altimetria e di forme e la netta separazione di bacini idrografici, offre sostegno per una sicura individuazione di regioni minori nell’àmbito delle maggiori e di una loro suddivisione, nell’area della collina, e ancor più della pianura lombarda, essa concede scarsi appigli per una distinzione di tal fatta; l’unico elemento che si dimostri di qualche efficacia è il corso dei fiumi, ma i frequenti mutamenti territoriali determinati dal rapido evolversi delle vicende storiche non hanno consentito la formazione di unità regionali stabili. Si può dire che l’unico caso chiaro e netto della pianura lombarda è quello della Lomellina i cui limiti su tre lati sono ben delineati dal corso del Po, della Sesia e del Ticino.

    Il nome della Lomellina viene dall’antica mansio di Lomello, posta in posizione lievemente elevata sulla pianura, in un’ansa dell’Agogna. Lomello fu eretta, probabilmente da Carlo Magno, in comitato, il cui territorio si estendeva press’a poco entro i limiti quali oggi si assegnano alla Lomellina, con in più un’appendice oltre il Po e l’esclusione del Siccomario, che con le terre di San Martino e di Travacò formava il « verziere di Pavia ». Estesasi lentamente in epoca comunale la giurisdizione pavese, la Lomellina, nel secolo XIII, « uscì dalla nebula di generiche denominazioni, per assumere un valore di terra ben definita nei suoi limiti storico-geografici » (P. Landini). La sua unità venne spezzata nel 1532 da Francesco Sforza con la formazione del Contado di Vigevano, e la scissione venne accentuata nel Trattato del 1703 con il quale veniva riconosciuta a Vittorio Amedeo di Savoia provinciam quae dicitur Lumellina, escludendo in tal espressione il territorio di Vigevano e del Siccomario (poi trasferiti ai Savoia nel 1743). La campagna napoleonica doveva tuttavia portare presto una radicale trasformazione, e nel 1800 tutta la Lomellina venne inglobata nella Repubblica Cisalpina. Ma si trattava di una breve parentesi che tuttavia doveva permettere, con il ritorno della Lomellina sotto i Savoia, la formazione della provincia di Lomellina (1818) che ricostituiva l’unità regionale. Nella sua integrità essa passerà poi, con l’unità d’Italia, a far parte della Lombardia.

    Nella pianura e nella collina lombarda non vi sono altre regioni ugualmente ben definite geograficamente e storicamente. Non possono essere infatti considerate unità geografiche neppure l’Oltrepò pavese e l’Oltrepò mantovano, la cui aggregazione alla Lombardia ha radici puramente storiche (che rimontano ai Comuni e alle Signorie), ma i cui limiti non trovano appiglio ad alcun elemento geografico. La loro storia rientra per lo più nella storia delle città e della supremazia da esse esercitata. Ed è per tal fatto che attualmente, se si vuol procedere ad una divisione in aree della pianura e della collina, non si può altrimenti procedere che attraverso

    Vedi Anche:  Test

    ad una nomenclatura cittadina, consacrata dalla tradizione, per la quale le aree vengono indicate come Milanese, Mantovano, ecc., i cui limiti rimangono alquanto incerti. Procedendo in tal modo si possono distinguere il Varesotto, il Comasco, il Bergamasco e il Bresciano, il cui territorio si estende nella collina e nella parte settentrionale della pianura; il Pavese, il Lodigiano, il Cremasco, il Cremonese e il Mantovano, che si estendono nella bassa pianura, e infine il Milanese che si pone tra il Varesotto e il Comasco a nord, il Pavese e il Lodigiano a sud.

    Con il nome di Varesotto si indica il vasto territorio in parte montuoso e in parte collinare che si stende a oriente del lago Maggiore. Nei confronti del territorio comasco può servire come limite il confine provinciale, mentre, indipendentemente da questo, il limite meridionale sembra doversi arrestare al limite dell’anfiteatro morenico, chè ai piedi di questo già si entra nell’orbita di Milano, e ciò vai forse a spiegare l’antagonismo di Gallarate e di Busto Arsizio nei confronti del capoluogo della provincia di cui fanno parte.

    Campagna di Lomellina.

    Aspetto primaverile della pianura lombarda.

    Anche il Comasco (sotto il cui nome s’intende spesso comprendere anche quella parte montana indicata più propriamente come bacino lariano) può avere un giusto limite meridionale in corrispondenza del margine del suo anfiteatro morenico. A oriente esso confina con la Brianza, di incerta estensione, ma che pare giusto limitare, come s’accenna poco avanti, tra la valle del Lambro e il corso del -l’Adda.

    Il Bergamasco o, com’è uso dire localmente, la Bergamasca (in cui va inclusa anche la parte montana precedentemente indicata con la denominazione di valli bergamasche) nella pianura si estende tra il corso dell’Adda e quello dell’Oglio e tra essi sino al limite della attuale circoscrizione provinciale.

    Il Bresciano include (oltre la parte montana dianzi indicata con il nome di valli bresciane) un’ampia porzione di pianura approssimativamente limitata dal-l’Oglio e dal Chiese. L’anfiteatro morenico del Garda, che pur fa parte del territorio di Brescia, come già s’è accennato, è preferibile includerlo nella regione individuata come sponda bresciana del Garda.

    Il Milanese è nettamente limitato ai lati occidentale e orientale dal Ticino e dall’Adda. Gli anfiteatri morenici ne indicano il limite settentrionale, una spezzata a sud di Binasco e di Melegnano il limite meridionale. Dal Milanese pare opportuno distinguere, per ragioni di storia e di tradizione, il Lodigiano, che anche sotto l’aspetto geografico si distingue per limiti ben disegnati dall’Adda, dal Po e dal Lambro.

    Campagna mantovana (Piètole).

    Ville di Brianza: Villa Taverna a Canònica Lambro

    Il Pavese, nella sua maggior estensione, comprende le terre dell’antico principato e quindi anche l’Oltrepò e la Lomellina; ma con più proprietà per territorio del Pavese propriamente detto deve intendersi quello compreso tra Ticino, Po e Lambro sino ai confini con il Milanese.

    A oriente dell’Adda, ben delimitato da questa, dal Po e, in parte, dall’Oglio si stende il Cremonese. Esso occupa la maggior parte della pianura; ma par giusto, per motivi storici e tradizionali, distinguerne da esso il Cremasco che occupa la porzione settentrionale a nord di Soresina e sino ai limiti con il Bergamasco.

    Infine vi è il Mantovano che occupa la parte a oriente del Chiese e dell’Oglio e che corrisponde approssimativamente all’antico ducato dei Gonzaga. Il suo territorio è attraversato dal Po e dal Mincio sicché si suole distinguere l’Oltrepò e l’Oltremincio mantovano dal Mantovano propriamente detto.

    Dopo aver accennato in precedenza alle regioni individuabili nell’àmbito della Lombardia in base a criteri geografici o a motivi storici e avere tentato la divisione in aree, cercando ove possibile appiglio all’uno e all’altro dei suddetti criteri (non certo con la pretesa di aver fugata ogni perplessità, soprattutto riguardo ai limiti, per carenza di situazioni ben definite), pare a questo punto opportuno dar notizia di una regione lombarda, la Brianza, nata esclusivamente dalla tradizione. Essa si stende ad occidente dell’Adda che è l’unico limite certo del suo territorio. Pare che il suo nome derivi da un colle e da un villaggio che già in antico sorgeva ai piedi di esso, e se ne ha conferma nei più antichi documenti come quelli dell’816 in cui si menziona un locus Brianzola e del 1107 in cui si accenna a un «loco seu monte qui dicitur Briantiae ». E probabile che il nome dal colle e dal villaggio si estendesse, per vicende che restano ignote, al territorio circostante, tanto che dagli atti ducali del secolo XV si accenna a un vicariato o Universitas del Monte di Brianza nell’àmbito della Martesana (come si chiamava il contado a nord di Milano). Ma l’estendersi del nome a più vasta regione continuò nel tempo, poiché, mentre nel Quattrocento al vicariato si assegnava un territorio collinare tra l’Adda e il Lambro, nell’Ottocento si credeva di potervi includere anche l’oltre Lambro sino alle porte di Como e di Séveso. Ai giorni nostri poi si vorrebbe da alcuni, non senza esagerazione, far giungere la Brianza sino al canale della Martesana e alle porte di Milano e aggregarvi Lecco. Nel complesso parrebbe ragionevole limitare la Brianza a una area più omogenea rispetto alla morfologia e quale le antiche carte ci additano, ossia alla collina dell’anfiteato morenico abduano alla destra dell’Adda.

    La divisione amministrativa

    La divisione della Lombardia in province, attualmente in atto, può dirsi il risultato di una serie di mutazioni compartimentali attuate successivamente per esigenze e sollecitazioni diverse e con variazioni territoriali più o meno radicali da quelle preesistenti. Senza voler rimontare troppo nel tempo, basterà ricordare l’editto del 1786 (che si inserisce nel quadro più ampio delle riforme politiche di Giuseppe II), con il quale veniva dato un forte impulso « al processo di formazione dell’entità territoriale provincia, accogliendone anche formalmente per la prima volta la denominazione» (M. Romani). Per tale editto la Lombardia austriaca veniva distinta in otto province aventi come capoluoghi Como, Gallarate, Milano, Lodi, Pavia, Cremona, Mantova, Bózzolo. Successivamente (1787) venivano soppresse le province di Gallarate e di Bózzolo e i loro territori venivano incorporati rispettivamente nelle province di Como e di Mantova.

    Con l’avvento della Repubblica Cisalpina tale ordinamento venne sostituito da una suddivisione dipartimentale, che fu soggetta, per il rapido succedersi degli avvenimenti politici, a diverse mutazioni. La prima Costituzione del giugno 1897 stabiliva la divisione in otto compartimenti, portati nel novembre (a seguito della Pace di Campofòrmido) a dodici, ridotti, nemmeno un anno appresso, a sei. Solo con la formazione del Regno italico si ebbe una fase di stabilità. I compartimenti, portati a sette, poterono avere allora una vita decennale; essi erano: il Dipartimento dell’Adda con capoluogo Sondrio, il Dipartimento del Lario con capoluogo Como, il Dipartimento del Serio con capoluogo Bergamo, il Dipartimento del Mella con capoluogo Brescia, il Dipartimento dell’Olona con capoluogo Milano, il Dipartimento dell’Alto Po con capoluogo Cremona, il Dipartimento del Mincio con capoluogo Mantova. Ciascun compartimento era suddiviso in distretti, cantoni e comuni di prima, seconda e terza classe in proporzione al numero di abitanti (ossia con più di 10.000, da 3000 a 10.000 e meno di 3000). I comuni in totale divenivano 2214.

    Vedi Anche:  Ghiaccia, fiumi e laghi

    I dipartimenti lombardi del Regno italico.

    Dopo il Congresso di Vienna e il ripristino della dominazione austriaca, si verificò naturalmente una nuova ripartizione territoriale che tuttavia rispecchiava l’assetto maturato nei secoli quasi di compromesso tra le imposizioni geografiche, le tradizioni storiche e le nuove esigenze amministrative. Vennero ripristinate le circoscrizioni provinciali come segue: Valtellina con capoluogo Sondrio, poi Como, Bergamo, Brescia, Milano, Pavia, Lodi e Crema associate con capoluogo Lodi, Cremona e Mantova. Ciascuna provincia venne suddivisa in distretti e questi in comuni.

    I comuni s’accrebbero a 2295. Con l’unificazione italiana si posero problemi di riordinamento, che tuttavia non intaccarono profondamente la preesistente ripartizione territoriale: la provincia di Lodi e Crema venne soppressa, il territorio lodigiano incorporato nella provincia di Milano e il territorio cremasco incorporato nella provincia di Cremona. Alla provincia di Pavia furono aggregati l’Oltrepò e la Lomellina, e i distretti di Abbiate-grasso, di Rosate e di Binasco, già di Pavia, vennero passati alla circoscrizione provinciale di Milano. Un decreto (24 dicembre 1859), che ebbe notevole risonanza locale, stabilì il trasferimento della Valcamònica dalla provincia di Bergamo a quella di Brescia. Il malcontento dei Bergamaschi si manifestò in vibrate proteste formulate ufficialmente dagli organi provinciali, che rimasero tuttavia senza alcuna eco, sicché le manifestazioni di rivendicazione rimasero a lungo vivaci.

    La divisione in province dopo la Restaurazione.

    L’assetto provinciale così delineatosi, salvo rettifiche di dettaglio, rimase inalterato sino al 1927, allorché fu deliberata la creazione della provincia di Varese il cui territorio era precedentemente suddiviso tra Milano e Como. Da allora non si ebbero fatti nuovi, benché non siano mancate di manifestarsi aspirazioni, tuttora non sopite, di diverse città come Lecco, Lodi, Crema, ecc. ad ottenere la qualifica di capoluoghi di nuove province.

    Attualmente, dunque, la Lombardia annovera nove province; dalla più alla meno estesa, sono: Brescia, Sondrio, Pavia, Bergamo, Milano, Mantova, Como, Cremona, Varese. L’area delle province si espande per lo più attorno al proprio capoluogo; evidentemente eccentriche rispetto al loro territorio sono soltanto Como e Cremona. Le province di Mantova, Cremona, Milano e Pavia, che si succedono da oriente ad occidente, occupano la fascia meridionale della Lombardia e quindi, ad esclusione dell’Oltrepò pavese, si estendono in perfetta pianura. Mantova, a dominio del Mincio, si espande a sud oltre il Po e a occidente sino all’Oglio. Cremona e Milano dalla sponda sinistra del Po risalgono per il fertile piano; Cremona compresa all’incirca tra Oglio e Adda, Milano tra Adda e Ticino. Pavia, a cavallo tra Po e Ticino, viene dagli stessi fiumi tripartita in Pavese p. d., Oltrepò e Lomellina. Brescia, Bergamo, Como e Varese, città pedemontane, estendono i loro territori dal piano verso le Prealpi e le Alpi: Brescia sino alle sorgenti dell’Oglio, Bergamo sino al crinale delle Orobie, Como sino all’apice settentrionale del Lario, Varese sino al confine politico con la Svizzera. Sondrio si distende ad abbracciare la Valtellina sino allo Stelvio e la valle San Giacomo sino allo Spluga nel cuore delle Alpi.

    I comuni, nei quali si suddivide il territorio delle province, vantano pur essi una loro storia, troppo complessa, tuttavia, per poter essere seguita. Travagliati spesso da rivalità e antagonismi interni oltreché esterni, il loro numero in alcuni periodi si accrebbe in tal misura che non pare iperbolico parlare di polverizzazione comunale del territorio lombardo. Il superamento di tale situazione si verificò decisamente in seguito alla costituzione dell’unità italiana, sebbene non siano mancate fluttuazioni. Anche in epoca recente vi sono state sensibili variazioni per numero ed estensione dei comuni a causa di fusioni e scissioni, quelle soprattutto dopo la prima guerra mondiale, queste dopo la seconda guerra mondiale. Al censimento del 1951 il totale dei comuni lombardi risultava di 1476 con una superficie media di kmq. 16,1 ; numero quindi decisamente inferiore a quello dei periodi passati, ad esempio, tanto per fare un confronto, a quello della restaurazione allorché, pur sottraendo l’Oltrepò pavese e la Lomellina, si annoveravano 2295 comuni con una superficie media di kmq. 9,4.

    Sempre riguardo alla superfìcie dei comuni è interessante notare che, nonostante la grande varietà di ampiezza in ogni parte del territorio, la zona montuosa e particolarmente la alpina vanta i più estesi comuni ; nè ciò può far meraviglia data la natura accidentata del territorio e la distribuzione dell’insediamento umano. Livigno tiene il primato con 22.709 ettari; ma a parte questo comune, la cui estensione può essere giustificata dalla sua posizione isolata oltre lo spartiacque, non mancano altri comuni valtellinesi di superficie poco inferiore come Val di Dentro con 22.690 ettari e Val-furva con 21.525 ettari.

    I comuni di minima estensione si raccolgono soprattutto nella collina e nella pianura asciutta, dove più fitta è la popolazione. Tuttavia il più piccolo è Marzio nella montagna varesina con 130 ettari, seguito da Masliànico con 133 ettari. Può costituire una curiosità il fatto che, come questi, altri comuni prossimi al confine con la Svizzera si distinguono per la loro limitata estensione.

    Nella pianura irrigua l’ampiezza dei comuni si manifesta notevolmente varia; nel complesso è inferiore alla media della montagna e superiore alla media della collina e della pianura asciutta. Non è poi difficile notare un crescendo di estensione comunale dal Pavese, al Cremonese, al Mantovano, fatto dipendente da cause complesse, da mettere in relazione soprattutto con l’ambiente umano e agricolo.

    E interessante da ultimo notare che, per rispetto di antichi confini comunali e di antiche consuetudini, vi sono nell’àmbito della Lombardia 21 isole amministrative, ossia frazioni di territorio comunale staccate dall’area principale e situate nel perimetro d’altro o di altri comuni. Si tratta di un fatto di modesta entità (in tutto le isole assommano a non più di 15 kmq.) ma di notevole curiosità storica e geografica. Quei pochi casi che si hanno nella zona montana si giustificano, in genere, con antichi diritti di pascolo e di bosco. In pianura, invece, numerosi casi son da mettere in relazione alle variazioni del corso dei fiumi: tale fatto è evidente, ad esempio, per diverse isole lungo il Po in provincia di Pavia.